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Omaggio ai ’90 di skuola.net

In spagnolo i bagagli emotivi indesiderati si chiamano anche “mochilas”, zaini. Non bisogna, dicono, “portare il peso degli zaini altrui”. O caricare troppo i propri.

L’altro giorno mi è piombato addosso un Invicta da versione di greco in prima liceo, vocabolario Rocci incluso. Ero a una specie di colloquio di formazione, in una società in cui bazzicavo da tempo. La mia prima esaminatrice, oltre alle ragionevoli considerazioni su mie reali mancanze, mi ha sciorinato con veemenza sospetta una serie di remore che sembravano avere molto più a che fare con la sua vita e i suoi dubbi, che con la mia reale situazione.

Fatto sta che il suo giudizio è stato determinante nella mia esclusione dal progetto. Ho scoperto dopo che pagavo la sua diffidenza verso la mia prima formatrice. Troppo tardi.

Nello stesso giorno, su una pagina che amministro, sono stata bersagliata dal sarcasmo gratuito di un misterioso filantropo che dà sempre consigli su come trovare alloggio a Barcellona (tramite lui, ovviamente), e insulta chi gli faccia concorrenza in generosità, magari davvero gratis. Bannato al primo accenno di minaccia (tipo un meme che verteva sul darmi fuoco, “e non è una battuta”). Il mondo è troppo piccolo per i traffichini.

Per me l’esaminatrice e questo poveretto sono due facce della stessa medaglia. Succede in famiglia, nelle relazioni e, manco a dirlo, sul lavoro: l’altra persona vede in noi chissà quale aspetto di sé, o appioppa a noi i suoi problemi. Oppure, più semplicemente, ci troviamo nel posto sbagliato mentre un iracondo sta scaricando sull’intero universo le sue frustrazioni.

In queste occasioni ci sentiamo delusi e un po’ traditi, anche quando abbiamo fatto i conti coi nostri reali demeriti personali.

Però mi sono salvata la giornata, in un modo che vi consiglio: ho ammesso da subito il mio dispiacere, con me stessa. Fateci caso: quando ci capita qualcosa di spiacevole il primo impulso è spesso di distrarci, non pensarci, magari sperando davvero di smussare un po’ il ricordo della brutta esperienza, se non di cancellarlo.

Mi succedeva da piccola quando sfogliavo un libro di medicina di mio padre e, tra le foto colorate di cellule tumorali (che per me erano solo cerchietti), appariva l’occasionale primo piano anatomico. Per fortuna non lo riuscivo a decifrare, ma lo correvo a “cancellare” immergendo la testa in un fumetto.

Adesso so che non è il metodo più efficace, anzi. Quello che ti spaventa, ti domina.

E allora ho passeggiato con questa sensazione d’ingiustizia e impotenza insieme, che pian piano andava prendendo corpo. Ho lasciato che la lenisse una sincera analisi delle mie personali mancanze, senza per questo negarmi la rabbia per aver pagato le conseguenze dei problemi altrui.

Man mano che ho fatto questo, ho sentito il peso alleggerirsi, a tratti svanire.

Pensate a quanto tempo mi abbia risparmiato l’operazione! La tristezza è lì comunque, che fingiamo di vederla o no, tanto vale non sprecare ore a nasconderla, affrontarla subito.

E saremo liberi di goderci tutto il resto.

converse  No, nel Settecento la gente non era uguale a noi. Non è solo la moda, a cambiare, o la dieta, o la casa, ma gli esseri umani, il loro rapporto con le cose, la loro mentalità.

È qualcosa che fatichiamo a capire per l’irriducibile tendenza a ricondurre ogni esperienza alla nostra. Ma no, non basta un abito vaporoso a trasformare un’attrice del New Jersey in Maria Antonietta.

Sofia Coppola ha un bel nascondere un paio di Converse tra gli scarpini dell’austriaca di Versailles, ma il minuetto non è intercambiabile con l’indie degli Strokes e le licenze poetiche si perdonano se, usciti dal cinema, non si confondono con la realtà.

E noi non sempre siamo disposti a credere che il tempo cambi le cose.

Prendiamo il famoso caffè con l’ex. Perché pensiamo sia così risolutivo?

Perché crediamo davvero che la persona che ci ritroveremo di fronte sia la stessa di tre mesi, due anni, un decennio fa. Solo un po’ ingrassata, con meno capelli o con le prime rughe.

Ma a parte questo sarà tutto “come prima”, vero? Magari non staremo su un muretto a darci i baci con la lingua, ma, mutatis mutandis, avremo più libertà di muoverci, ora che uno dei due ha una casa per sé.

E invece no. Come facciamo a non capire che quello che c’è stato nel mentre l’ha cambiato, così come ha cambiato noi? Ricordate Daisy e Gatsby, quando lui cerca di estorcerle la bugia che non abbia mai amato l’odioso marito?

Non è vero. E il mondo non gira intorno a noi e al nostro rapporto col passato. Sapete cosa mi ha fatto più sclerare, dei vari episodi di amiche mie che finissero coi miei ex? Il fatto che tenessi entrambi, l’amica e l’ex, incasellati in due scompartimenti diversi della mia esistenza e che le loro vite, invece, si estendessero più in là di quelli, s’incrociassero, si fondessero a prescindere da cosa decidessi o non decidessi io per loro.

Non controlliamo il passato, figuriamoci il presente.

Accettarlo è  l’unico modo per ricominciare, se proprio vogliamo, una qualsiasi forma di relazione, che sia d’amicizia o di altro. Non cercare il ventenne coi capelli folti e poca voglia di andare ai corsi, ma scoprire invece cosa sia diventata la persona che conoscevamo. Quali esperienze l’abbiano arricchita, o anche trasformata, non sempre in meglio, per portarla a quel tavolino a fare la stessa operazione di riconoscimento con noi.

Altrimenti cercheremo un fantasma in un perfetto sconosciuto.

Chiedendoci anche da quando compri scarpe così orrende.

 

funny-ex  Nell’ultimo post parlavamo di amici stalker, poco inclini ad accettare i rifiuti delle fanciulle, e di ex furbissime che si fanno restituire oggetti inutili all’ora dell’aperitivo. Che dite, continuiamo a farci del male? Claro que sí!

Avevo quest’amico, a Napoli, che era uscito a pezzi da una relazione ed era in fase chiodo schiaccia chiodo, ma con tutta la ferramenta. Uno dei… chiodi era durato poco perché la fanciulla viveva “troppo lontano”.

Prosaico? Se accettate una storia fondata unicamente sul piacere reciproco, una motivazione così ci può stare, o avete tutti il ferrarino e lo zio benzinaio.

Fatto sta che a pochi giorni dalla rottura mi contatta lei, su facebook, e chiede spiegazioni a me. Che le posso rispondere, secondo voi. Che è un momento difficile per il mio amico e che non se la sente di avere storie serie. Non è una bugia, non è tutta la verità.

E allora lei attacca con un’analisi psicologica che manco Freud sotto acidi, azzeccandoci su tutta la linea tranne che nella conclusione: “Poiché lui ha paura del nascente sentimento tra noi, troppo bello d’altronde per non destare timori, è sparito per non affrontarlo”.

Per non affrontare il carobenzina, avrei voluto correggerla, ma ho desistito.

Perché “non vuole” è una delle frasi più difficili da accettare. Ci smonta teorie, distrugge alibi, soprattutto ci lascia nudi di fronte all’esigenza di spiegarci perché a qualcuno non piaciamo, come se da questo dipendesse la nostra esistenza ed esistesse, poi, una spiegazione razionale: mi sapete dire perché vi piace il pistacchio e non la zuppa inglese? E sì, il paragone è più calzante di quanto ci piacerebbe credere.

E l’esempio scemo di cui sopra non è niente, rispetto a un genitore o figlio che ci sbatte la porta in faccia, a un ex compagno attivista che a una mail lunghissima di riconciliazione risponde con 5 parole: “Non è possibile, mi spiace”.

O a un ex che semplicemente non ha abbastanza volontà di rivederci per sfidare pigrizia e agenda piena.

Ops, mi sono buttata la zappa sui piedi. Perché ora devo ammettere che tutto questo vale anche per me.

Qualche volta sono stata messa da parte senza preavviso, magari in nome di nuovi amori così grandi che di lì a poco erano già svaniti nel nulla. In un caso, i miei timidi e invero scarsissimi tentativi di tornare a parlare con la persona in questione sono stati respinti in malo modo con la motivazione “ho poco tempo libero e tu non sei una priorità”.

Dopo il pippone che vi ho somministrato, dovrei accettare anch’io pacificamente questa versione, che in fondo è la più semplice, e fare pace col mio passato.

Ok, non lo farò. Lo ammetto. Non perché sia difficile, ma proprio perché non mi quadra.

Capisco che gli alibi di “chi non vuole” non quadrino neanche a voi. Spesso sono dettati dal senno di poi.

E magari è vero, che l’ex non ci restituisce il lume perché ha paura o imbarazzo nel guardarci in faccia, dopo quello che è successo tra noi.

Capiamo una cosa, però. Nessuna considerazione elimina il “non vuole”. Il tipo che s’innamora di un’altra e sparisce esagererà pure a minimizzare ciò che provasse per noi, ma possiamo metterci la mano sul fuoco che non fosse proprio sto sentimento imprescindibile.

E l’ex del lume sarà immaturo, ancora spaventato, ma a noi non ci tiene più, o non come una volta, o non abbastanza da rivederci.

Chiediamoci piuttosto perché abbiamo tanto bisogno di rivederlo noi.

Non sarà che, ancora più di lui, vogliamo rivedere una parte di noi che adesso ci manca?

Se è così, meglio! Potremmo ritrovarla per conto nostro, invece di frugare nel tempo libero di chi non sembra avere più un minuto per noi.

Ne riparleremo.

viavecchiaPer me quello che ha inventato il detto chi lascia la via vecchia per la nuova ecc. ci ha presi per il culo tutti.

Pensavamo fosse un monito e invece era una constatazione.

Di quelle così banali che poi ci scordiamo quanto siano vere: occhio che a cambiare strada non sappiamo che troviamo, ma siamo così occupati a immaginarcelo che poi ci delude.

Forse è per questo che tante religioni e filosofie si sono premurate di non farci affezionare troppo a ciò che siamo, ciò che crediamo ci definisca in un preciso istante: la cosa più sicura è che dovremo abbandonarlo per diventare altro.

Anche io attraverso l’ennesima fase di cambiamento, e meno male, una nuova “tappa” fatta di partenze, ritorni, progetti nuovi da abbozzare, vecchi da concludere. È qualche giorno che sono nervosa e non mi dico perché. Mi limito a esserlo e, cosa che avevo imparato a non fare da un po’, “evado” da me stessa, dedicando tutto il tempo al lavoro e cimentandomi in diversioni varie quando ho finito.

Quando mi muovo tanto, gatta ci cova, c’è qualcosa che non voglio ammettere, allora se permettete (intanto prendetevi un caffè, è una questione tra me e me) lo faccio adesso: sono nervosa.

Perché, appunto, so quel che lascio ma non so quel che trovo.

So quel che voglio in questo ottobre un po’ limbo, mezzo estate mezzo nubifragio, pieno di scartoffie vecchie e nuove e di voli da tenere d’occhio. Non so cosa avrò ottenuto entro dicembre, quando farò il solito bilancio di fine anno, se sarò delusa o contenta. Per me che ho le manie di controllo, non saperlo è un bello smacco.

Ma poi penso: ho qualche modo di appurarlo, se non vivendo giorno per giorno quello che mi preoccupa e mi fa innervosire? No.

Non lo so, che succederà, ma so una cosa: è sempre successo che cambiassi e sono sempre sopravvissuta al cambiamento. Ci sono buone probabilità che continui a essere così.

Il cambiamento è inevitabile, quello che si può evitare non è l’ansia, ma l’errore di farcene travolgere.

Quello che si può fare è accettare che da quando abbiamo messo piede in questo mondo siamo sempre diventati qualcosa di diverso da quello che avevamo creduto di essere, e che non sempre è stato un male.

Io, per esempio, se avessi assecondato me a cinque anni sarei dovuta diventare una principessa che come hobby servisse ai tavoli intanto che facesse anche la maestra.

A conti fatti sono riuscita a diventare tutte e tre.

Ovviamente gratis.

animal-lipstick-art-fox“Sai, secondo me non ti valorizzi abbastanza”.

È la fine.

Almeno se consideriamo che questa frase me l’ha detta una di qua, di quelle che quando si sono abbinate la gonna col foulard pensano che Desigual sia per daltoniche (e hanno ragione), che d’estate mettono certi vestitini-tappezzeria della nonna e sfoggiano simpatiche frangettine alla Velázquez… Ecco, quando una delle mie “seconde connazionali” mi dice che potrei “valorizzarmi” di più, mi metto a riflettere.

Ripenso al discorso su insoddisfazione e cambiamento, quell’idea da darwinisti della domenica per cui è l’insoddisfazione, la voglia costante di migliorare la propria condizione, a muovere il “progresso” della civiltà umana (con risultati, come potete notare, brillanti). Magari a scapito della felicità.

Vediamo un po’. Se prima ero ossessionata quasi dall’esigenza di apparire in tiro, fino a mettermi un rossetto che richiamasse un dettaglio minimo della maglia, era perché mi ritenevo inadeguata, in generale, e stavo attentissima ad accompagnarmi a gente che la pensasse uguale. Gente a cui dovessi dimostrare che in fondo non fossi così male, per arrivare a crederci io. Soprattutto uomini che, a fronte di loro coetanei più o meno entusiasti della mia persona, mi trovassero esteticamente banalotta, artisticamente banalotta, politicamente qualunquista. A prescindere da quanto cambiassi e facessi in realtà, a volte proprio per partito preso.

Ora non è più così, perché non ho più bisogno di questi uomini. Perché non la penso più così io. Perché sento che è a prescindere da quello che ho, che mi voglio guardare, non a prescindere da quello che non avrei. E capisco che, a valutarci in base a ciò che NON abbiamo, stiamo adottando un criterio fantasma, un qualcosa che non esiste per valutare quello che esiste. Qualcosa non fila.

Ma allora il dubbio viene: finché mi sentivo inadeguata “mi curavo” e ora che mi vado bene esco più o meno in pantofole?

Allora è vero che, a non farci punzecchiare dall’insoddisfazione, ce ne restavamo nelle caverne? (E bene facevamo!)

Be’, innanzitutto specifico: anche se fosse, non sarebbe un problema. Potrei andare in giro per sempre in pantofole con buona pace di tutti.

È che “farmi bella” è passato dall’essere necessità a diventare gioco. Come necessità, era inadeguato a colmare l’insoddisfazione, che parte da dentro, e finché non la colmi hai voglia a scalare montagne, farti barili di soldi o sfornare 25 figli rimanendo col vitino di vespa. Quando capisci questo, almeno nel mio caso, la “necessità” di colmare il vuoto con mezzucci vari perde attrattiva.

Però, resta il gioco. Adesso, se tornassi a “curarmi” esteticamente, non lo farei per bisogno, ma per divertimento. E sì, non c’è la stessa urgenza né lo stesso perfezionismo. Ma c’è tanta, tanta più gioia, allegria, serenità.

Quindi, estendendo il ragionamento, non occorre che i nostri grattacieli siano tanto alti per una specie di gara a chi ce l’ha più lungo (il grattacielo) e i nostri figli sono stupendi che pesino o meno quei due chili in più rispetto a quello che un medico che non li ha mai visti definisce il loro peso forma.

Quello che non ci serve sono grattacieli vuoti a ricordarci della nostra implacabile soddisfazione, sorrisi perfetti e accuratamente lucidati, ma falsi.

Che l’ansia di prestazione, come propellente, fa fare grandi cose, che però restano fini a se stesse, come totem vuoti alla nostra incapacità di amare e prenderci così come siamo, e da lì creare, inventare.

Metterci IN gioco. Letteralmente, stavolta.

paracaduteQuesta la scrivo così come me l’hanno spiegata, e mi scuso con chi capisce di aerei se non è accurata. La metafora mi serve proprio come me l’hanno detta.

Dice che quando un aereo precipita, c’è la fase di stallo. L’aereo ha due possibilità: buttarsi giù in picchiata nella speranza di riprendere quota; buttarsi giù in picchiata e schiantarsi.

Comunque vada, l’aereo deve precipitare, sperando non sia per sempre.

Credo che questo ci succeda spesso, quando affrontiamo una crisi. Ci dicono “fatti coraggio” e fanno peggio, con le migliori intenzioni. Se neghiamo la crisi, quella ci sarà lo stesso. Se fingeremo di star bene, idem. Se riusciamo davvero a reagire bene fin dall’inizio (e attenzione all’iperattivismo, a volte è solo un modo per fingere che vada tutto bene), meno male, ma forse per un po’ dobbiamo assecondare la tendenza a precipitare, senza fare molto altro.

Temiamo che così non prenderemo mai più quota? Dobbiamo provarci. A volte non abbiamo altra scelta.

A volte, a cercare di lottare con le correnti avverse fingendo che non stiamo precipitando, precipitiamo prima e peggio, senza atterraggio di fortuna.

Allora, pensiamo a noi. Pensiamo a star bene.

Precipitiamo per un po’. Prima lo facciamo, prima torneremo su.

Truce.E poi non ci arrendiamo. Non ci consegniamo in pace e senza condizioni a questa nuova vita, o a questo nuovo aspetto che ci cambia tutto il quadro.

Perché? Perché al dolore un po’ ci si affeziona. O a ciò che lo provocava, nonostante tutto. E poi, ormai avevamo imparato a percorrere quella strada, al mattino, tra casa nostra e il vecchio lavoro, tra i nostri pensieri e le cose che non potevamo desiderare.

E allora facciamo resistenza. La nuova storia fa fatica a decollare, la persona che è entrata nella nostra vita aspetta benevola che le lasciamo più spazio. Un nuovo datore di lavoro può non avere la stessa pazienza, e infatti vedo più gente perdere un posto nuovo, dopo averlo finalmente trovato, che uccelli in cielo.

Ma qui viene il paradosso, qui ci sono le sabbie mobili: prima ci arrendiamo alla nostra nuova vita, prima questa comincia e acquista significato.

Prima lasciamo andare il passato che volevamo risolvere in un altro modo e in altri tempi, prima ci arrendiamo all’evidenza che il nostro presente ha un altro nome, e altri colori, diversi da quelli che avevamo immaginato, infinitamente più funzionali. E anche dolci, se gliene diamo l’occasione.

“Ma allora devo rinunciare a quello che volevo!”. No, il segreto non è quello. Non è decidere che l’azienda che ormai era come una piccola famiglia non ci chiamerà più, che quella borsa all’università è andata via per sempre e non ci saranno altri modi per reinserirci, anche con stipendio ridotto. Non è concludere che quella persona che abbiamo inseguito per un anno non ci guarderà mai, e ci “tocca” la bella storia nuova che sta iniziando ora.

È una questione di attenzione: cosa mi sta succedendo, ora? Ora ho trovato lavoro alla cassa sotto casa, proposta buttata lì mentre facevo la spesa, così posso permettermi di mandare avanti quel progetto all’università; ora ho conosciuto questa ragazza a questa festa e ci stiamo scambiando dei messaggi.

Domani chissà.

Il nostro problema è che ci anticipiamo agli eventi, o ripercorriamo quelli passati sperando che questa volta il finale sia diverso, come se non avessimo visto quel film mille volte.

Non ci rendiamo conto che solo una parte della trama, circa un terzo, dipende da noi, Il resto è vedere cosa ne pensano gli altri e come si mette la situazione.

E allora, spostiamo la nostra attenzione su ciò che ci sta succedendo ora, invece che su quello che dovrebbe succedere, o quello che non è successo.

Forse, facendolo, potremmo perfino aprire la strada a un finale diverso, un finale che paradossalmente si avvicini a quello che volevamo noi.

Il segreto, come in tante cose, è rinunciare a pretenderlo.

carlo e aliceC’è questo equivoco, spesso, tra accettare le persone così come sono e tollerare che ci trattino male.

La riflessione mi è sorta tardivamente, dopo aver letto qualche libro in cui un marito infedele dice alla moglie “accettami così come sono” (tradotto: “o tolleri le corna, o non mi ami”).

Ricordo invece un conoscente che insisteva con la ragazza perché non dormisse in camera col suo migliore amico, che era in visita da lei: avendo un migliore amico con cui nel corso del tempo ho sviluppato un rapporto fraterno, è un argomento che mi trova molto sensibile. Lui era convintissimo di aver diritto d’inficiare nell’amicizia, perché la gelosia verso questo ragazzo “era un suo limite che la fidanzata dovesse accettare e rispettare”. È un ragionamento che trovo umanamente comprensibile (specie nella cultura malata in cui siamo cresciuti) e allo stesso tempo soffocante.

C’è gente che liquida i suoi problemi e difetti con “l’accettarsi così com’è”, e pretende che gli altri facciano lo stesso erculeo sforzo nei suoi confronti.

Ma “accettare le persone così come sono” può diventare davvero un ricatto. È follia “cercare di cambiare” qualcuno che non lo voglia, ma pretendere che questa persona ci rispetti anche quando va contro i suoi interessi personali (se no, quella è la porta) mi sembra il minimo sindacale.

Io posso accettare che tu sia burbero, che sia paranoico, che tu fraintenda le mie intenzioni nei tuoi confronti. Ma se con me prendi un impegno, pretendo che lo porti avanti o te ne liberi, me ne liberi.

Se mi dici “per natura non posso trattarti bene”, sei un paraculo. Trattarmi male non rientra in nessuno dei tuoi principi, per quanto anticonformisti possano essere.

Se poi ti nascondi dietro l’indecisione cronica per tenermi sulle spine finché non decidi che posto darmi nella tua vita, sei un doppio paraculo.
Qua ricordo sempre la tizia che scaricò un mio amico con una mail ultrapoetica sulla labilità dei suoi sentimenti, sulla coppia fissa come istituzione imposta dalla società… Qualche mese dopo, viveva con un altro.

Inutile sventolare l’insostenibile leggerezza dell’essere come una scusa per fare i tuoi porci comodi.

Si è detto più volte, meno responsabilità riusciamo a prenderci, meglio crediamo di sentirci.

Allora, lasciamo perdere la responsabilità di aiutare chi non vuole essere aiutato, e pretendiamo invece che ci rispetti, così com’è, così come siamo. L’esigenza di essere rispettati è parte della nostra personalità. Non vorrà forse cambiarci, in questo?

In tal caso, così com’è, con tutto il rispetto e l’affetto che sentiamo, se ne può anche andare affanculo, alla ricerca di qualcun altro che viva le sue paure col fegato degli altri.

Allora dimenticheremo un attimo lo zen, compreremo un sacchetto di popcorn e ci siederemo a guardare.

The_ShiningNon è neanche colpa nostra, questo è vero. Ma di sicuro non è colpa sua.

Del vostro ex, per il fatto di non amarvi più.

Di vostro padre, che preferisce vostro fratello a voi.

Del vostro capo, se nonostante tutti gli sforzi che facciate gli sta più simpatica la collega inetta.

Prima di tutto è importante arrivare a capire che non è colpa nostra. È un gran passo avanti, credo. Ci liberiamo del peso di dover essere perfetti, obiettivo impossibile che ci impedisce di essere noi, al meglio delle nostre capacità. Di dover piacere a tutti, o di credere che, se gli altri non ci amano come vorremmo, è perché noi siamo sbagliati.

Il passo successivo è capire che non è colpa loro.

Non sto giustificando le loro “malefatte”, sia chiaro. Hanno degli obblighi, verso di noi, quelli di tutti: il rispetto, la coerenza.

Il nostro compagno è tenuto a non prenderci per i fondelli. Nostro padre, a essere equo nella distribuzione di attenzioni e beni materiali. Il nostro capo, a riconoscere i meriti di chi lavora e le responsabilità di chi non lo fa.

Se vengono meno a questi obblighi, la nostra rabbia è sacrosanta. È rispetto per noi stessi.

Però i loro obblighi si fermano qui. Fortunatamente, perché più di questo non possono fare.

Non possono amarci o stimarci per pura forza di volontà.

E noi dobbiamo rendercene conto e anche ammettere che è la cosa che ci ferisce di più. Per superarla e andare avanti con la nostra vita.

Se siamo onesti, cos’è che ci rode di più, dei favoritismi dei nostri genitori? Vedere che abbiano portato nostra sorella al ristorante, per il suo compleanno, mentre quando è toccata a noi non hanno rimandato la visita all’avvocato? O ammettere che, per qualche inspiegabile gioco di alchimie, nonostante il bene che ci vogliano, se l’intendano di più coi nostri fratelli? Che con loro abbiano una complicità che non ci spieghiamo, che neanche loro, spesso, riescono ad ammettere a se stessi? E possiamo rimproverarli per cosa abbiano fatto, ma non per cosa provino.

E quando una relazione finisce o non decolla, cos’è che ci fa più male? Il suo essere sparito, fare il doppio gioco, tenerci nell’ombra mentre la nuova tempo una settimana è sulla bocca di tutti?
O il fatto che non ci ami? Che non sia scattata quella molla che lo rendesse partecipe della nostra vita, interessato alla nostra giornata, ammirato da qualcosa di diverso dalla sicurezza che gli davamo o da ciò che avessimo tra le gambe? Che dopo di noi verrà qualcuno a cui sì che risponderà al telefono, con cui troverà il tempo di andare a passeggio, per cui rimanderà l’impegno di lavoro per una serata tra termometri e borse dell’acqua calda?

Possiamo rimproverare loro ambiguità, impegni presi e non mantenuti, le scorrettezze assortite che tutti sappiamo. Ma non quello che sentono o non sentono.

Se noi non ci possiamo fare niente, non possono neanche loro. La trovo ancora una legge ingiusta e ancora non so come uscirne, a parte usare il famoso verbo che schifo, accaccett… Quello.

D’altronde, non so se vi capita, siamo bravissimi, ad accettare la mancanza di attenzioni di cui sopra. Lì siamo i campioni dell’accettazione. Siamo i migliori nell’accontentarci, in certe relazioni ambigue, delle briciole di tempo dell’amato bene, dei due baci in pubblico dopo aver appena passato la notte insieme. Perché lo facciamo? “Perché lo amo”, ci rispondiamo, come se questa giustificazione facesse da tana libera tutti.
Se per noi è così, però, tolte come si diceva le scorrettezze deliberate, anche l’altro, a domanda “Perché lo fai?”, dev’essere libero di rispondere: “Perché non ti amo”. Altrimenti dovremmo riconsiderare la nostra risposta.

Considerando che i genitori non si scelgono (ma sì che, nel corso della vita, ce ne siamo scelti di adottivi, vero?), che i datori di lavoro vanno tenuti buoni se il lavoro ci piace, quello che possiamo fare è imparare a vivere nonostante tutto questo. Con l’ex, aiuta capire come ci siamo messi in questa situazione, come è deteriorata se siamo mai stati insieme, come non ci siamo sottratti in tempo se non è mai decollata. Aiuta renderci conto, si diceva, se l’apprezzassimo per quello che era, o se nei suoi occhi cercassimo noi stessi (vedi Ombra).

Soprattutto per me aiuta, ormai si è capito, non sottrarsi al dolore, per non portarcelo dietro. Distrarci quando vogliamo distrarci, ma fare gli emo quando così ci gira.

Prima o poi, di questo passo, su tutto questo riusciremo anche a farci una bella risata, come questo signore qua sotto.

zainopesanteIn tempi molto recenti (ok, 10 minuti fa) stavo sul letto a litigare col Padreterno. Che confidenzialmente chiamo Madreterna e da agnostica inside ancora devo decidere se è il mio amico immaginario, se è un riflesso di me o se è proprio quella forza che permea di sé tutte le cose. Fatto sta che ci stavo intavolando un negoziato che manco Ban Ki Moon: “Di’ la verità, ti piace vedermi strisciare per terra a chiedere pietà? E ja’, mica sei così venale da volere davvero i fioretti, i voti? Che devo fare perché tu mi dia quello che voglio?”.

Non che ciò che volessi fosse sta gran novità, non ingannatevi, i problemi non si risolvono subito, specie se li affrontate come me. Che ovviamente mi sono esaurita, mi sono messa a piangere tipo bambino a cui hanno scassato il giocattolo preferito, e una volta rovinati trucco e fegato ho deciso: ok, allora mi carreo il problema.

Carriare è un gran verbo, affine a carry in inglese, ovviamente. Dà proprio l’idea plastica di sollevare la zavorra e mettertela addosso, tipo zaino. Tipo abbracciare la croce, ma meno splatter.

Oggi pomeriggio ho fatto la scopertona che lo zaino ce lo dobbiamo carriare, ma indossare, proprio, non una spalla sì e una no come l’Invicta alle medie.

Parafrasando Mademoiselle Chanel: trascinati dietro i problemi e allo specchio vedrai quelli. Indossali e vedrai te.

Perché ho fatto rivoltare a Coco nella tomba? Perché, giustappunto, fino a poco fa allo specchio vedevo solo il mio problema. Lo vedevo dappertutto, negli occhi infossati, nelle labbra contratte… Una volta che mi sono detta “Ok, ho questo problema, vabbuo’? E me lo porto appresso”, le cose sono cambiate. Ho rivisto me.

Funziona come il dolore dell’articolo precedente. Una volta “indossato” il problema, smetto di passare il tempo a negarlo, o a cercare invano una soluzione, e vedo che nella vita c’è altro. E magari allora, a mente libera, quella soluzione la trovo pure.

Questo farebbe di me una sfigata passiva e fatalista? Uff, ma perché non capite che l’accettazione è tutt’altro? Forse perché non lo capisco manco io, e che sta parola, accettazione, la schifo troppo. In barba a tutti i maestri spirituali di sta ceppa.

Ma so che vuol dire una cosa diversa da quella che m’immagino, dalla rassegnazione: l’idea è riconoscere di avere il problema, di non avere una soluzione e decidere di portarselo appresso come uno zaino, di essere noi + il problema prima che il problema diventi noi. E noi siamo più grandi del nostro zaino, vero? Magari aiuta anche esaminarne il contenuto, vedere se c’è un indizio per la soluzione, qualcosa che ci può servire per il futuro (a volte un cazzo, ma è difficile che qualcosa nella vita non insegni proprio un cazzo).

Sappiamo benissimo che camminare zaino in spalla è una faticaccia, ma può essere utile. Una volta apertolo, osservato il contenuto, fatto una cernita, esserci liberati di quanto non ci serve, diventa un bagaglio invisibile, di cui un giorno lontano, quando ormai ci avremo lasciato solo le cose utili, potremmo perfino essere contenti.

Continuate a leggere. Zaino in spalla, però.