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Anche se è un tweet, scrivo dove l’ho trovato: http://www.giornalettismo.com/archives/2642237/tutti-meme-della-pubblicita-pandora

Ho visto cose che voi umani… Ho visto un tizio alto un metro e una vigorsol, con quello che Alessandro Siani definirebbe senza indugio ” ‘o fisico d’ ‘a tracchiulella“, che faceva notare alla sua ragazza di essere “piuttosto ingrassata” o “forte di fianchi”.

Ricordo inoltre un tizio a una serata che, mentre sedevo al tavolo dopo una visitina in bagno, mi ha guardato con aria allarmata e chiesto: “E le tette?!”, con la voce di chi stesse segnalando un furto. Dovevano essermi cadute dove lui aveva perso l’umorismo.

Per non parlare delle situazioni in cui la più brillante, e magari la più giovane, è lei: mettiamoci anche un po’ di “differenza sociale”, ancora così importante per qualcuno, e davvero, armatevi di cuffiette o mettetevi a giocare al cellulare, perché uscire con una coppia così significa assistere a un costante dispiegamento di sarcasmo distruttivo, con lei che si limita a sorridere. Perché si sa, se ti permetti di dire “a” arriva subito l’esortazione: “E fatti una risata!”.

Momenti di grande simpatia, lo so, ma è questo lo sfottò selvaggio che scandisce la mia forma primitiva di relazionarmi (e gli amici di altre provenienze, o anche del paesello limitrofo, si offendevano pure, quando lo facevo con loro). Non m’illudo affatto che sia una caratteristica delle parti mie, ma diciamo che lo zelo che dedichiamo noialtri all’impresa facilita lo studio del fenomeno. Trovo che questo continuo denigrare “per scherzo” riveli una costante, e a tutte le latitudini: l’idea di dover sempre “dimostrare” all’altro che è stato fortunato a incontrarci.

Dovrebbe anzi ringraziarci, per due motivi principali:

  1. non avrebbe trovato nessun altro “tanto generoso” da accettarne i difetti (e so che non è l’intenzione iniziale, ma tanti scherzi sembrano andare a parare lì);
  2. siamo delle perle rare: il “bravo ragazzo” che pensa di meritarsi amore eterno solo perché non ti ha chiamato “befana” al primo appuntamento; la “ragazza seria” che al contrario delle altre che “si truccano e siliconano” crede ancora nei vecchi valori. Peccato che gli uomini siano “intimiditi” da ragazze così, e si cerchino sempre le “gattemorte”, come sosteneva anche una nota scrittrice con tante belle parole. Poi si lamentano perché l’inglese è una lingua concisa: in effetti, “slut shaming” si dice in un attimo.

Ma la denigrazione costante verso le donne è un fenomeno particolarmente curioso, che  in spagnolo rientrerebbe in parte nel concetto di “presión estética“: ma come, hai i peli sulle gambe? Ma come, non ti trucchi? Passa l’idea per cui, così come siamo, non saremmo degne neanche di uscire di casa. Da qui i push-up, e il tacco 12 (o giù di lì) per cui vanno pazze le ventenni di Casa Surace, mentre le trentenni si comprano la batteria di pentole (…). Se sono scelte nostre fantastico, specie perché moriamo tutte dalla voglia di automozzarci il respiro, o di trasformare sei metri reali di marciapiede in dodici “percepiti” di marcia sui trampoli. Ma quanto possiamo scegliere, se ci riteniamo cessi a pedali senza nessun’altra caratteristica che possa compensare questa terribile mancanza iniziale?

Alcune relazioni sono dei costanti dialoghi con noi stesse in cui ci chiediamo se siamo “degne” di esistere. Nell’unica forma che alcune di noi conoscono: cercare qualcuno che ce lo dica. Uno che, per esempio, non ci regali un ferro da stiro o un grembiule, ma riconosca la bellezza come parte integrante della nostra femminilità, e con un astuccio portagioielli studiatamente minimal risponda: “Sì, dai, puoi andare”.

Qui mi sento di farvi uno spoiler quanto una casa: finché non rispondete “sì” voi, non ci crederete. Spero lo sappiate già, ma hai visto mai. Ve lo potranno scrivere in cielo con un aereo, ma non ci crederete.

Anzi, vi circonderete di tizi che sembreranno nati apposta per dirvi “no, non vali niente, ringrazia il cielo che ci sia io con te”.

La questione va al contrario: prima vi date l’autorizzazione di esistere, e poi, se proprio vi va, trovate qualcuno (o qualcuna) che sia felice di esistere insieme a voi.

Insieme, non al posto vostro.

E se tra tutti e due avete sessanta euro da spendere, ascoltate una cretina: “mangiateveli”!

Oppure compratevi un essiccatore.

Ah, farebbe felice solo me?

Oh, de gustibus.

 

Risultati immagini per funny model  E vabbe’, non mi sgamate subito, voi che mi conoscete di persona!

Per una volta che volevo fare la fashion blogger seria. Ok, forse ho esagerato un po’ col titolo. Ma un po’, eh.

Che poi, a darlo per buono, la risposta sarebbe da libro di self-help a due euro, nel cascione delle offerte alla Fnac. Accettandomi, cos’. Chi ha detto che la vita sia sempre complicata?

Quando mi vedevate vestita da lampadario era perché pensavo di essere un cesso a pedali, e mi premuravo di circondarmi di uomini che me lo confermassero.

È stato da quando mi sono accettata al di fuori della pressione estetica (espressione introvabile nel Google italiano), che mi sono sentita bene. E gli sforzi che facevo prima sono diventati un gioco.

Ecco quindi un elenco di pratiche, aggeggi e abitudini che, da quando sto bene anche senza, mi aiutano a giocare a prendermi cura di me. Alla faccia dei rossetti da 30 euro, della ceretta tradizionale araba venduta come sugaring solo “nei centri estetica esclusivi”, dei reggiseni che alzano, strizzano, spaccano e ti dicono le previsioni del tempo.

Ok, care amiche e cari amicHi, io per restare strafiga (prrr) faccio così.

  1. Faccia: sono mesi che non uso fondotinta, cipria né niente. Solo questa cold cream al caffè che mi colora un po’ il viso e mi fa anche profumare leggermente di moka. Per i colori, dopo aver ordinato dei pigmenti online, sto giocando a mischiare vecchie palette, o correttori, trasformare ombretti in rossetti… Tempo di preparazione? Mezz’ora è assai.
  2. Capelli. Se voglio cambiare davvero stile vado sempre da lei. Ma adesso voglio solo un taglio lungo e scalato avanti, e ho preso queste mollette per fare da sola (ok, prese nella versione pezzotta). Con bei risultati! Si possono fare anche tagli più elaborati, per chi vuole provarci. Per il colore, dopo anni a pasticciare con la chimica mi sono accorta che per tornare al biondo dell’infanzia mi bastava un intruglio di mio padre (misurino di lozione alla camomilla in 200 ml d’acqua) una volta a settimana.
  3. Peli. Superflui a chi?! Ma dopo qualche tempo in versione yeti mi sono accorta comunque che non mi piacciono né sulle donne né sugli uomini, e mi sono procurata questo depilatore a luce pulsata che economico non è (anche se si trova a 160), ma costa quanto 4 sedute in offerta in un centro estetico. E dopo un po’ si usa davvero di rado. Questo e altri aggeggi sopra i 20 euro ve li consiglio solo perché sono un investimento, li uso da anni e funzionano sempre.
  4. Tette! È inutile, cara commessa di Oysho, che mi scruti la maglia alla ricerca di qualcosa da imbottire. Secondo una ricerca americana (il cercataglie di Victoria’s Secret) porto una 34AAA! La mia taglia è l’urlo di Munch. E allora sai che? Questo massaggino a elettrodi mi rende un bel servizio ai due grammi che mi ritrovo (immaginatevi cosa fa con dimensioni più consuete) e tutto il resto è libera respirazione.
  5. Look! Niente, sono due anni che mi vestono quasi per intero i mercatini solidali. La seconda mano è fantastica! Ci trovi vestiti molto più resistenti di quelli scadenti e inquinanti di adesso, e puoi combinarli con quelli che già avevi. Senza parlare delle operazioni di restauro: ho fatto resuscitare le Dr. Martens con una bomboletta spray! Quando la lavatrice ha distrutto la manica alla mia giacchetta preferita, mi sono procurata un gomitolo in tinta per fare maniche nuove a uncinetto. È una vera minchiata, se ci riesco io… Infatti ho un reparto sciarpette ai ferri da paura.
  6. Sport! Pagavo 40 euro al mese per la palestra, poi mi sono accorta che per quello che ci facevo (squat, addominali, flessioni…) potevo portarmi le schede a casa e tutto quello che mi mancava sul serio erano due robe per il cardio. Uno step, una cyclette. Si trovano pure a basso costo e di seconda mano, e ormai mi alleno ogni giorno. Ho fatto le cosce di Maradona!
  7. Purché se magna. Perché “la bellezza comincia a tavola!” (seh). Lo so, il tempo è poco. Quando studiavo e lavoravo, l’anno scorso, cucinavo la domenica per mezza settimana e il mercoledì sera per l’altra mezza. Ma in cucina, a comprare solo materie prime, ci si guadagna in tutti i sensi. Con 1,50 di basilico faccio un pesto che Buitoni scansati. Genovesi scusate, il mortaio ce l’ho ma ho investito in un buon minipimer che mi ha risarcito presto i suoi soldi. Ci faccio pure la maionese, col basilico e altre erbette, in cinque minuti d’orologio. E dall’olio avanzato ricavo il sapone: mezz’ora. So che non vi convincerò mai, visto che pensate che Valsoia e i gourmet siano “mangiare veg”, ma con 95 cent di farina di forza faccio seitan per una settimana. E l’hummus pure, che ci vuole a frullare sesamo, olio e limone per la tahina e unirli a ceci frullati? Senza parlare di tutte le zuppette che di ritorno dal lavoro mi fa da sola la pentola a pressione, mentre mi doccio. Insomma, mangio sano, sono felice e la panzella la compenso con tanta allegria! La nasconde? No. Ma vabbe’.

Adesso mi dite che siete culturisti di professione, avete la settima di reggiseno e preferite nascondere meglio l’acne giovanile o cambiare spesso taglio (e taglia). Fantastico.

Questi sopra sono i miei giochi, mi piacerebbe conoscere i vostri. Credo che l’importante sia capire due cose: possiamo fare come ci pare, in barba a Enzo & Carla; non c’è bisogno di spendere tanto.

Buon divertimento!

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Certi pomeriggi prendo i ferri da calza, come una nonnina, e mi metto ad ascoltare canzoni malinconiche.

Dimentica delle mie attività del momento, della gioia di una relazione felice e completa, di tutto quello che ho e che m’impegno a raggiungere, l’unica cosa che voglio fare è smettere di pensare e abbandonarmi a tutta la malinconia che tengo a bada quando cerco di essere troppo (pro)positiva.

Non credo sia uno sbaglio, questi momenti ci vogliono.

Mi hanno travolta spesso, con la stessa furia dei bambini quando si scocciano di stare nell’angolino in cui li hanno relegati per una benintenzionata quanto inutile punizione.

Allora ne approfitto per ascoltarli e capire che tutti i cosiddetti fallimenti che mi vengono in mente in circostanze simili sono solo i tanti volti di una malinconia di fondo, che cammina con me anche quando faccio finta d’ignorarla.

Non importa come si sia manifestata, se in un’inspiegabile voglia di fare esattamente quello che mi facesse male, o nell’ebbrezza di farmi trascinare dai miei errori come da onde troppo alte per non tuffarcisi.

C’è questo piccolo nucleo di dolore pigro, lento, che mi chiama da qualche parte e che va ascoltato com’è giusto che sia, anche perché non se ne andrà.

Se imparo a chiamare la mia malinconia col suo nome, invece di di darle quello di un amore svanito, di un progetto sfumato, di un sogno rimasto tale, allora la saprò lenire come un neonato nella culla, di quelli vecchi quanto il mondo.

E allora, solo allora, mi lascerà libera di andare dove voglio.

funny-teacher-cat-chemistry-jokeEccallà. Eccone un’altra.

Dopo l’acidissima che si era un po’ calmata col matrimonio, tornando più yogurt scaduto che mai con la crisi del terzo anno, siamo di fronte a un caso ancora più eclatante: Biancaneve al contrario.

Perché Bianca, si sa, dorme cheta cheta finché non viene il principe a baciarla. La Biancaneve che ho in mente io, invece, è fin troppo sveglia e semmai il bacio del principe di turno le ha chiuso per un po’ la bocca.

Sì, parlo spesso di donne, in questi casi, perché gli uomini che conosco nelle stesse condizioni hanno una storia a parte, bisbetici domati che diventano improvvisamente vispe terese grazie all’incontro con l’amore eterno. E che ci mettono anni a riprendersi del quarto d’ora in cui tale amore sia durato.

La mia Biancaneve al contrario era tra le più agguerrite vittime di misandria e, così come i misogni, era tra le più contraddittorie. Gli uomini sono tutti porci? Sarà, ma io mi cerco col lanternino i più porci. E poi io li uso solo per scopare. Ma se il mio scopamico non mi scrive entro 24 ore vado in tilt.

L’amica in questione, improvvisamente, ne aveva trovato uno all’apparenza responsabile e disposto a restare. Non restare restare, intendiamoci, ma esserci e non esserci, come piace tanto alle ex fan di Candy Candy che fanno le campagne online per dichiararsi team Terence.

A sto Terence sono stata grata un anno per avermi sottratto alle campagne pro-acidità della mia amica, diventata tutta cuoricini e gite fuori porta.

Fino alla rottura.

Annunciata dalla diretta interessata sui social e seguita dai requiem e dalle canzoni tristi del caso.

Ma adesso, allarmi!, tornano le battute sugli uomini. Su quanto siano porci e inaffidabili, tutti, eh.

Siamo al primo meme, che non so se si tradurrà presto in un caffè dal vivo pieno di frasi rassegnate.

La rassegnazione, se permettete, ce l’ho io: avete voglia di sfottere la Robin Norwood di Donne che amano troppo, ma lei l’ha detto da tempo, e in tempi non sospetti: se abbiamo dei problemi con noi stessi e crediamo che una relazione ce li risolva, stiamo affidando la nostra vita a qualcosa di estremamente aleatorio.

Se dovessimo lasciarci con quella persona i problemi ritornerebbero uguali, o molto simili. Di più, aggiungerei, i problemi non risolti emergerebbero anche nel rapporto con quella persona.

Ed eccoci qua, al pensiero che ormai ho da tempo, in merito: credere di risolvere i nostri problemi grazie a un elemento esterno, è fare i compiti a metà. E salvarsi solo perché quel giorno per miracolo il prof. non li corregge.

I compiti a metà ci lasciano l’illusione che la campanella ci liberi una volta per tutte, e invece la lacuna rimane, affligge le nuove lezioni, ci impedisce di cogliere passaggi di nozioni più complesse.

E quando si arriva alla resa dei conti, alla verifica a sorpresa, eccoci qua, con lo stesso problema di prima e l’illusione ormai svanita di averlo superato.

Quindi, non negherò mai che le circostanze esterne influiscano tanto sulla nostra vita. Barcellona non è lo stesso che Frattamaggiore, per sviluppare la propria identità. Avere i soldi, ci mancherebbe, non è lo stesso che non averli. E single non è lo stesso che stare in coppia, anche se tocca a ciascuno giudicare cosa sia meglio.

Ma se dentro di noi non c’è una base tranquilla, che si crea conoscendosi, esplorando, accettando quanto ci capita prima di impegnarsi a modificarlo, quello che accade fuori difficilmente ci accompagnerà in positivo. Tenderà a scivolarci addosso e ripetersi sempre uguale, fallimento dopo fallimento, delusione dopo delusione, in una coazione a ripetere di cui incolperemo sempre o qualcun altro, o la sfiga.

Quindi, facciamoli, i compiti. Impariamo a stare da soli per poter scegliere a chi accompagnarci. Impariamo ad accettare che le cose non sempre vadano come vogliamo, per far sì che lo facciano quelle che possiamo controllare.

Fare i compiti è faticoso, è palloso, anche.

Ma aiuta tanto, e davvero.

Anche la ricreazione, dopo, ha un altro sapore.

E la merendina stavolta l’avremo scelta noi.

ciaomagreDa adolescente mi ritrovai di fronte a un cartellone pubblicitario, raffigurava delle donne molto belle e decisamente più grandi di me che mi facevano una boccaccia.

Lo slogan recitava: “Ciao, magre!”.

Ero magretta e risposi: “Cia’!”.

Poi mi chiesi un attimo cosa volesse dirmi quell’immagine. Ok, casa di moda per taglie sopra la 46. Io ero pure un po’ ossessionata con la linea, la questione del fisico mi veniva da mio padre, che ancora oggi fa certe abbuffate a pranzo e poi salta la cena. Con buona pace dell’idea per cui siano sempre le donne a subire modelli di bellezza.

Insomma, mi chiesi che avessi fatto a queste distinte signore per meritarmi una linguaccia e soprattutto come mai mi fossi accorta che misurassero qualche taglia in più rispetto ad altre modelle (ripeto, erano donne molto belle) solo dopo che avessero chiamato ME magra, definendosi dunque implicitamente non-magre. Quindi, volendo, anche grasse.

Insomma, accettavano lo standard di magrezza per contrapporgli una linguaccia e il messaggio “Guarda che bei vestiti possiamo metterci anche noi culone”.

Che poi per me “culona” è stato un grande complimento per molto tempo, visto che un tizio che non era riuscito a “quagliare” con me sentenziava del mio corpo: ” ‘E zizze se l’ha scurdate ‘ncopp’ ‘o tavolo, ‘o culo ‘ncopp’ ‘o cesso”.

Non coglievo la cosa più importante: il messaggio dell’annuncio non era rivolto a me, non ero il “target”. La linguaccia che facevano a me andava alle altre “diversamente magre”, secondo la definizione del cartello, perché si sentissero meglio e corressero a comprare i vestiti di quella casa di moda.

È anche per questo che non credo che le campagne Real Beauty servano a molto. Sia per come sono organizzate che per la loro impostazione. Alcune contrappongono direttamente una bellezza diversa da quella di oggi cercando di imporla come nuovo modello, come questa foto qui:

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Ecco quindi la ragazza caruccia in bikini taglia 46 che sorride nella stessa posa, con lo stesso trucco, con la stessa luce delle modelle scheletriche che di solito ammiriamo.

Sorride e sembra chiedere: “Dimmi che sono normale”. E vicino ci vedo un … ANCHE IO, grande come una casa.

Insomma, a me queste campagne, che siano prezzolate o spontanee, non convincono perché fanno esattamente il gioco degli standard che combattono e delle multinazionali che ci guadagnano: riconoscono questi standard come norma e cercano di opporre loro una “norma” più umana. Che a mio parere diventa eccezione nel momento stesso in cui prova a imporsi come norma.

Non prendo sottogamba il problema degli standard “irraggiungibili”, l’ho sentito addosso per molto tempo. E sono contenta di vedere che tra queste “donne reali” che si fotografano le smagliature, la cellulite, qualcuna si senta contenta di esibire il suo corpo vittima di anni di bulimia, di battaglie tristissime condotte a scapito della salute e dell’allegria. Se anche una di loro si sente meglio, la campagna è stata un successo.

Ma, se una ha bisogno di sentirsi dire “vai bene anche tu”, non sarà che non ne è convinta nel profondo?

E poi basta. Basta dettare modelli, che siano taglie minime o cosiddette forti.

“Imponiamo” il nostro nel migliore dei modi: vivendolo.

Ridendoci su, sorridendo col diritto che hanno tutti di farlo, ma solo chi si accorge che è la cosa più naturale del mondo riesce a conquistarsi.

E, credetemi, non uso mai la parola “naturale” a cuor leggero.

cross-seas-03Penso a quelli che… “Se mi ama, tutto andrà meglio”.

All’università conoscevo una gran brava ragazza con un unico, spiacevole problema: un sarcasmo costante e fuori luogo che ne tradiva una certa amarezza di fondo.

Per un lungo periodo sembrò cambiare strada, guarda un po’ in concomitanza con una relazione che si sarebbe consolidata nel tempo. È così semplice?, mi chiesi allora. Questa viene trasformata dall’ammmore e diventa improvvisamente una persona gradevole?

Manco per sogno. Da giorni avevo notato in lei lo stesso sarcasmo di un tempo, gli stessi giudizi da yogurt scaduto che avevano sorpreso anche gli amici che si trovavano per caso a conoscerla. Quando gliel’ho fatto notare ha tagliato i ponti, andando ad arricchire la vita di altri.

Questa piccola storia mi ha fatto ripensare che è tutto molto più semplice: la nostra vita diventa felice perché abbiamo incontrato qualcuno? Macché. Piuttosto, se stiamo bene con noi stessi, ci stiamo in ogni situazione.

Che venga qualcuno o meno, che andiamo o meno da qualche parte, che prendiamo o meno questa o quella decisione. A un certo punto diventa un seguire la corrente, una corrente su cui abbiamo il potere di prendere una direzione rispetto a un’altra, magari, ma finché la seguiamo va tutto bene, o almeno non c’è scoglio tanto grande da farci naufragare.

Sto dicendo che stare o non stare con quella persona è la stessa cosa? O che restare al paese natale e partire sia uguale? Per niente. Peraltro hai voglia ad adattarti e seguire la corrente, se quella persona non va bene per noi verrà fuori, e seguire la corrente diventerà accettare che le nostre strade si dividano. Lo stesso vale, più o meno, per dove lavoriamo o dove decidiamo di mettere radici.

Lo faccio sempre, quest’esempio: la mia scoperta il primo giorno di yoga. La prof. che mi spiega che tutte quelle posizioni arzigogolate, che non riesco a imitare neanche a spezzarmi le ossa, non servirebbero a niente se perdessimo la motivazione di fondo. La respirazione. Sentire quella, diventare quella.

Così ho imparato che, nella vita di ogni giorno, quello che conta è il contatto con noi stessi. A prescindere da chi ci accompagna in quel momento, o da ciò che stiamo facendo. Anzi, è proprio in virtù di questo contatto che possiamo goderci chi frequentiamo e cosa facciamo. E scegliere. Permetterci il lusso di scegliere chi o cosa ci faccia meglio.

Insomma, ancora una volta le cose vanno al contrario di come ce le immaginiamo: prima ci respiriamo, poi respiriamo gli altri.

Farei una battutaccia su respirazione e metro a Barcellona in questi giorni di solleone e penuria di deodoranti, ma insomma, avete capito: che il pericolo sia il nostro mestiere!

E crediamo che conoscersi sia pericoloso solo perché ancora non ci conosciamo.

magnaniRitorniamo un attimo al post “da salotto” sulla bellezza, perché volevo fare un esempio su ciò che intendessi, per amarsi per quello che si è ecc.

Come frase fatta lo so che è efficacissima, la questione è associarle gesti quotidiani.

Per me questo compito ingrato ce l’hanno avuto facebook e un ex, che ieri ho visto commentare il solito articolo dal risultato incerto sulle critiche agli standard di bellezza.

Ebbene, lui si dichiarava “colpevole” di apprezzare questo modello di donna tanto vituperato, bionda grissino faccia depressa. E a distanza d’anni e con la pace fatta, mi ritrovavo a contemplare la foto a cui si riferiva.

Irresistibile per il giovanotto che, invece, era riuscito senza troppi sforzi a resistere a me.

Ebbene, mi sono resa conto che, quando cercavo di farmi notare dall’uomo che si crucciava di apprezzare la foto, forse provavo pure a scimmiottare un po’ quel tipo. Quanto alle misure, l’inappetenza me la offriva gentilmente l’ex stesso, e anzi, chi avesse bisogno di vestiti taglia M si facesse un giro a Barcellona, che so’ anni che non so a chi rifilarli.

La questione altezza, già sapete, non ci si può fare molto, per i capelli vabbe’, si faceva quello che si poteva con le peggio mèches. E la tristezza veniva con la perdita di peso.

Riuscivo a essere questa della foto? No, al massimo ne ero diventata una specie di parodia invecchiata, ingrigita, un po’ bonsai quanto a stacco di coscia.

Mentre riconfermo l’epic fail e mi prendo a schiaffi da sola anche solo per averci provato, un amico mi allega in chat le foto di una serata insieme.

In una sto un po’ corrucciata, il trucco non perfetto ma espressivo, una mano messa naturalmente a reggere una testa in quel momento troppo occupata in pensieri vacui.

L’effetto? Grazioso, mi sembra. Decido di adottarla, quest’immagine, di adottarmi, in quel momento pensoso e un po’ sbavato, ma in fondo sereno.

Insomma, la imposto come foto profilo e piovono complimenti. Tanti. Commenti entusiasti, qualche paragone con bellone storiche di quelli che dici “magara!”.

Torno a guardarmi, ripensando alla modella della mattina. Non alla ventenne che spero sorrida da qualche parte coi soldi della foto, ma all’Eterno Femminino che volevano farle incarnare.

Non sono lei, né lo sarò mai. Né avrei voluto esserlo, a dirla tutta, se non fosse stato per piacere a colui che invece ne era rapito.

Nella foto, invece, sono proprio io.

E nella mia foto il bello è che non sarò mai nessun’altra, e nessun’altra sarà mai me.

Che tanto vale essere me stessa in quel modo, non incarnare mai nient’altro che me nella mia essenza, invece di prendere in prestito le essenze altrui.

I risultati possono essere sorprendenti. Perché di modelli di bellezza ce ne sono tanti, e cambiano con la storia, e tanti ne sono i portatori sani che si avvicendano sulle copertine, dandosi il cambio.

Invece quello che siamo succede una volta sola.

animal-lipstick-art-fox“Sai, secondo me non ti valorizzi abbastanza”.

È la fine.

Almeno se consideriamo che questa frase me l’ha detta una di qua, di quelle che quando si sono abbinate la gonna col foulard pensano che Desigual sia per daltoniche (e hanno ragione), che d’estate mettono certi vestitini-tappezzeria della nonna e sfoggiano simpatiche frangettine alla Velázquez… Ecco, quando una delle mie “seconde connazionali” mi dice che potrei “valorizzarmi” di più, mi metto a riflettere.

Ripenso al discorso su insoddisfazione e cambiamento, quell’idea da darwinisti della domenica per cui è l’insoddisfazione, la voglia costante di migliorare la propria condizione, a muovere il “progresso” della civiltà umana (con risultati, come potete notare, brillanti). Magari a scapito della felicità.

Vediamo un po’. Se prima ero ossessionata quasi dall’esigenza di apparire in tiro, fino a mettermi un rossetto che richiamasse un dettaglio minimo della maglia, era perché mi ritenevo inadeguata, in generale, e stavo attentissima ad accompagnarmi a gente che la pensasse uguale. Gente a cui dovessi dimostrare che in fondo non fossi così male, per arrivare a crederci io. Soprattutto uomini che, a fronte di loro coetanei più o meno entusiasti della mia persona, mi trovassero esteticamente banalotta, artisticamente banalotta, politicamente qualunquista. A prescindere da quanto cambiassi e facessi in realtà, a volte proprio per partito preso.

Ora non è più così, perché non ho più bisogno di questi uomini. Perché non la penso più così io. Perché sento che è a prescindere da quello che ho, che mi voglio guardare, non a prescindere da quello che non avrei. E capisco che, a valutarci in base a ciò che NON abbiamo, stiamo adottando un criterio fantasma, un qualcosa che non esiste per valutare quello che esiste. Qualcosa non fila.

Ma allora il dubbio viene: finché mi sentivo inadeguata “mi curavo” e ora che mi vado bene esco più o meno in pantofole?

Allora è vero che, a non farci punzecchiare dall’insoddisfazione, ce ne restavamo nelle caverne? (E bene facevamo!)

Be’, innanzitutto specifico: anche se fosse, non sarebbe un problema. Potrei andare in giro per sempre in pantofole con buona pace di tutti.

È che “farmi bella” è passato dall’essere necessità a diventare gioco. Come necessità, era inadeguato a colmare l’insoddisfazione, che parte da dentro, e finché non la colmi hai voglia a scalare montagne, farti barili di soldi o sfornare 25 figli rimanendo col vitino di vespa. Quando capisci questo, almeno nel mio caso, la “necessità” di colmare il vuoto con mezzucci vari perde attrattiva.

Però, resta il gioco. Adesso, se tornassi a “curarmi” esteticamente, non lo farei per bisogno, ma per divertimento. E sì, non c’è la stessa urgenza né lo stesso perfezionismo. Ma c’è tanta, tanta più gioia, allegria, serenità.

Quindi, estendendo il ragionamento, non occorre che i nostri grattacieli siano tanto alti per una specie di gara a chi ce l’ha più lungo (il grattacielo) e i nostri figli sono stupendi che pesino o meno quei due chili in più rispetto a quello che un medico che non li ha mai visti definisce il loro peso forma.

Quello che non ci serve sono grattacieli vuoti a ricordarci della nostra implacabile soddisfazione, sorrisi perfetti e accuratamente lucidati, ma falsi.

Che l’ansia di prestazione, come propellente, fa fare grandi cose, che però restano fini a se stesse, come totem vuoti alla nostra incapacità di amare e prenderci così come siamo, e da lì creare, inventare.

Metterci IN gioco. Letteralmente, stavolta.

bueasinoJulia Cameron li chiama gli artistofagi, persone incapaci di sviluppare il proprio talento, che sminuiscono quello altrui. Ma oggi non mi riferisco solo a quelli.

Vorrei parlarvi di chi si prende la briga di giudicare ogni cosa che siamo o facciamo, dal nostro aspetto fisico al nostro stile, al modo in cui lavoriamo. Credono che il perfezionismo che esigono da se stessi li autorizzi a pretenderne altrettanto dal resto del mondo.

Le scuse con cui lo fanno sono di due generi: lo faccio per il tuo bene; io dico le cose in faccia, se non ti piace è un problema tuo.

La prima argomentazione la rispediamo al mittente: con le loro critiche ci fanno tutt’altro che bene. Alcune sono molto utili, perché da bravi perfezionisti scovano elementi da migliorare laddove noi non ci accorgiamo neanche che ci sia un problema. Ma per ognuna di queste osservazioni utili dobbiamo sorbirci un sacco di insulti gratuiti, spesso indiretti, il più odioso dei quali è il paragone con qualcun altro i cui patenti difetti, per qualche ragione, neanche vedono. Così ci vediamo confrontati a qualcuno considerato intellettuale perché si è scaricato un disco dei Baustelle, bravo scrittore perché è il cugino scemo di Bukowski, bello perché ha l’aria abbastanza tormentata e infelice da far sentire gli ipercritici a loro agio.

Quanto alla seconda scusa, se fossimo sinceri noi dovremmo dirglielo, che 9 su 10 i nostri difetti fisici loro ce li hanno centuplicati: ho visto uomini decisamente bruttini “scherzare” costantemente sui presunti problemi di linea delle loro compagne, quasi a cercare di ribaltare la frittata. Quando si tratta di superiorità intellettuale, il loro stile, per quanto apprezzabile, rispecchia tutta la loro autoreferenzialità. In effetti è quello, il loro problema.

Il conflitto che scaricano su di noi lo vivono al loro interno, continuano a paragonarsi a un’immagine idealizzata (o da incubo) di se stessi che non raggiungono mai, e allora non fanno altro che vederla dappertutto, in tutto ciò che li circonda, e in tutte le persone.

Qualcuno lo idealizzeranno, a simboleggiare quest’ideale irraggiungibile e un po’ cannibale che succhia loro le energie. Qualcun altro lo degraderanno, ci vedranno tutti i loro difetti o, peggio, tutto ciò che loro vorrebbero essere e non riescono. Indovinate in che categoria siamo capitati.

Il bello è che le nostre qualità, quelle che si ostinano a ignorare, spesso le portano dentro. Ma hanno così tanta paura di svilupparle, fedeli come sono all’immagine di genio incompreso, che le condannano in noi.

Una cosa è certa: questa loro arroganza (che maschera insicurezza) tocca tasti profondi dentro di noi, nel nostro senso di inadeguatezza che ci porta a pensare che, se ci criticano, un motivo ci sarà. Magari ce lo meritiamo, magari ha ragione, non siamo niente di che.

Forse ci siamo scelti per quello, per scaricarci problemi a vicenda: gli ipercritici ci usano per confermare la loro immagine di genio incompreso, noi li usiamo per confermare la nostra di perdenti. Perché è più comodo rassicurarci nel fatto di non valere niente che vivere all’altezza di ciò che valiamo. Nel primo caso non sbagliamo mai perché desistiamo in partenza e, per una volta in sintonia con l’ipercritico, ci possiamo ammantare dell’aura del poeta maledetto, che la nostra società consente come scappatoia per chi non riesce a trasformare in automa.

Allora, come si risolve? Per una volta torno a zio Watzlawick: uscendo dal sistema.

Recuperando la nostra dignità, imparando a distinguere tra le giuste critiche a una personalità che si può sempre migliorare, se ci va, al fango gratuito che spala su di noi chi non ha il coraggio di guardarsi la propria spazzatura.

E quando smetteremo di paragonarci agli altri senza riuscire a essere loro né a esprimere noi stessi al meglio, solo allora potremo toglierci la soddisfazione di rappresentare tutto, ma proprio tutto quello che l’ipercritico non riesce a essere.

Senza rancore, però. Non possiamo fare niente, per lui, finché non gli viene la voglia di guardarsi dentro e smettere di vedersi riflesso nelle sconfitte altrui.

Solo allora, forse, potremo venirci incontro a metà strada.

tiparleròdamorNella puntata precedente si parlava della mia lacrimevole vita di bimba graziosa che si era ritrovata, all’epoca dello sviluppo, a scoprire di essere normaluccia anziché no, magari caruccia ma “non sto granché”, come sentenziai presto dietro gli occhiali da vista, che toglievo strategicamente quando i miei non erano presenti. La macchinetta era impossibile toglierla, per quello che mi è servita.

MA non buttiamoci giù, soffermiamoci sul quel “non sto granché”. Dicevo che due gemelle, una bellissima e tormentata e un’altra meno appariscente ma più serena, mi hanno dimostrato “plasticamente” gli effetti sul volto dell’autostima.

In effetti una cosa del genere era successa anche a me, quando una ragazza incontrata a un concerto dopo anni senza vedersi mi disse che ero molto più carina da universitaria che da liceale (nonostante qualche chiletto in più e un taglio sbarazzino poco “standard”), perché mi ero tolta “quella faccia da seccia” che in effetti sfoggiavo nell’ultimo anno al classico.

Ma le rassicurazioni altrui servono a poco.

Forse succede perché, una volta che vediamo che non ci toccherà sfilare in passerella a Milano, molte danno per scontato che “da quel punto di vista”, nella battaglia che ci siamo creati tra corpo e mente, sono inadeguate. Come se mens sana in corpore sano fosse una dichiarazione incomprensibile del compianto Boškov. Specie se abbiamo puntato su una carriera universitaria e ci siamo accontentate dell’equivoco per cui “le ragazze serie pensano soprattutto al cervello”.

Capisco il dare la giusta importanza alla bellezza, non mitificarla come fanno i media, ma non mi sembra giusto neanche negarla, nascondercene il fascino intrinseco che fa scattare petizioni, come mi segnalano giustamente, se il delinquente è bello.

Vedete che succede, a negare il potenziale della bellezza, solo perché non sentiamo di possederne?

Il modo in cui la viviamo fa tutta la differenza. Io, si diceva, mi sono premurata di innamorarmi solo di persone che mi confermassero la mia visione autosvalutante (e lo so, l’amore è complesso, ma sappiamo l’attrazione fisica che ruolo vi giochi). Ora che ho deciso di vedere il bicchiere mezzo pieno, è cambiato molto. Non tutto, ma molto. Ho scoperto che quando capiamo che non siamo proprio uno sperpetuo, lo trasmettiamo anche agli altri. E facciamo molto più esercizio fisico, ci prendiamo più cura del nostro corpo, ci vestiamo come ci piace senza pensare al filo di pancetta che potrebbe emergere sotto i colori un po’ più appariscenti.

A me forse è andata bene, a rivalutarmi solo adesso: conosco un ragazzo che, senza diventare un modello (peraltro è rimasto bassino), si è ritrovato da un’adolescenza con problemi di scoliosi, di acne, di miopia e quant’altro, a una giovinezza in cui si è quasi letteralmente svegliato un giorno e si è scoperto un bel giovine. Lì, immaginerete, strage di cuori, eccolo pronto a “castigare” le stesse che non se lo filavano manco di striscio.

La stessa tentazione che a 30 suonati avrei a volte qui in Spagna, in un paese più generoso coi suoi standard, in cui le donne, fresche di transizione democratica, hanno imparato da meno tempo e quindi con meno complessi a darsi valore a prescindere dall’aspetto fisico.

Ma è questo “a prescindere” che, secondo me, ci deve spaventare.

Perché una cosa è il sacrosanto ribellarsi agli standard di bellezza, e una cosa la cecità selettiva di chi, per evitarsi delusioni (torniamo al tema paure), si rifiuta di conoscere il proprio corpo a favore di una mente che, lasciata sola, può tradire peggio di Giuda.

Ma degli standard parleremo nella prossima saga.