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Ci avete fatto caso? C’è gente che si prodiga così tanto per gli altri che, quella volta che pensa a se stessa, viene indicata come egoista. E gente così egocentrica che, la volta che pensa agli altri, riceve pure i complimenti.

Ci pensavo perché ultimamente sono molto ritardataria, così, paradossalmente, vengo lodata quando arrivo puntuale e magari assisto ai rimproveri del puntuale del gruppo che arriva con cinque minuti di ritardo.

Di un mio ex che frequentavo a Napoli mi dicevano “È già tanto che si sia ricordato del tuo compleanno”, “È già tanto che ti abbia chiamata prima di prenotare i biglietti”. E magari quei “già tanto” non li avrei fatti passare lisci a un fidanzato che mi abituasse alle sue attenzioni e che avesse il “vizio” di consultarmi prima di prendere impegni anche a nome mio.

bianconiglioChe poi a volte la persona del “già tanto” è strunzo e basta (prendi me). Altre volte, sospetto, è proprio una tecnica, uno stile: crearsi il caos attorno, così che quella mezza cosa fatta bene diventa un gran traguardo.

Come? Facile. Quando il “già è tanto che” diventa una filosofia di vita, davanti a noi abbiamo due scelte:

  • impegnarci nel condurre un’esistenza vagamente serena, in cui ad esempio chiamare “delusione” un torto subito da un amico;
  • declinare ogni responsabilità nell’andamento della nostra vita e di chi la popola, così che l’amico del torto “già è tanto”, per com’è spostato e irrispettoso, che non abbia fatto peggio.

Il vantaggio del secondo tipo di esistenza, che spesso viene scambiato per una vita “bohémienne”, è che qualsiasi cosa che non vada proprio storta viene festeggiata come un miglioramento. Sì, ci vuole una discreta dose di vittimismo, per vivere così. E bisogna sminuirci al punto che mezza cosa che facciamo bene diventa un traguardo, perché “di più non sapremmo fare”.

La domanda è: considerando quante energie sprechiamo nei nostri “già tanto”, non ci conviene imparare il rispetto per noi e per gli altri?

Va bene la storia delle “aspettative zero”, ma qui si esagera!

Pure il mio telefonino l’ha capito: è talmente antico che si mette da solo sette minuti avanti, nella vana speranza di farmi arrivare in tempo.

Quasi mi spiace buttarlo e imparare la puntualità.

Annunci

la_piccola_fiammiferaiaHo deciso: ogni nuova lingua che imparo (e me ne mancano, eh) controllo come si dice almeno.

Perché l’avverbio, in sé, è carino. In italiano mi dà ancora un senso di sollievo.

Della versione inglese ricordo questo discorso che circola su Internet, e che ritrovo e poi riperdo, sulla differenza tra empatia e pietà quando consoli un amico in difficoltà. L’empatia porta a pronunciare frasi come: “Quello che ti è successo è terribile, ma per qualsiasi cosa sono qui”. La pietà, invece: “Almeno non ti ha tradito una seconda volta!”, “Almeno ti danno la buonuscita”, “Almeno puoi ancora camminare”.

Pensandoci bene, almeno dev’essere un parente prossimo di un’espressione altrettanto simpatica: “meglio così”.

Ed è un compagno fedele se siamo di quelli che, per vedere un po’ di luce, hanno bisogno di gettarsi addosso tonnellate di buio. Come piccole fiammiferaie che il freddo se lo cerchino. Se siamo così, magari abbiamo quegli amici strafottenti e succhiaenergie che almeno ci regalano un fiore trovato a terra venendo a casa nostra, e pensiamo, “in fondo è adorabile”. Come ne I ragazzi dello zoo di Berlino, l’amico eroinomane che viveva in un porcile di casa ma, quando ci andava a dormire Christiane, le faceva sempre trovare il letto pulito e profumato. Che bello, che poetico, pensavo leggendo.

Ai tempi, a ben pensarci, leggevo anche Brizzi e un’amica mi disse “Sai chi mi piace di Jack Frusciante? Martino. È uno che almeno ha capito tutto nella vita”. E io che sapevo come andasse a finire, col suo Martino, me ne stavo zitta.

Almeno. Quel gesto che crediamo compensi tutto, i giorni che passa a non chiamarci, ma poi una notte si degna di passarla da noi e rieccoci a dirci no, andrà bene. Potere di almeno una notte.

Al lavoro facciamo gli straordinari gratis, ma almeno il supervisore ci dice che se non fosse per noi…

Almeno, usato così, ha un sapore di lumino fioco, intravisto appena tra quintali di buio.

È un peccato che si abbia bisogno di quelli, per vedere un po’ di luce.

Anche perché non ci accorgiamo che con gli almeno, compreso nel prezzo, arriva anche tutto il cono d’ombra.

Se siamo di quelli che credono che l’affetto si merita, per l’amore si lotta, che il diritto al lavoro se lo sono inventato in qualche libro Fantasy, allora hai voglia di ingoiare… buio, diciamo, per quell’angolino di luce.

Insomma, io ho deciso. Basta con gli almeno. Quando ho deciso?

Be’, quando ho litigato con un amico e mi ha cercato lui, e senza dare l’impressione di aver perso una gara, perché l’amicizia era più forte dell’orgoglio.

Ho deciso quando ho smesso di frequentare la più problematica delle mie datrici di lavoro, e mi spiace che sia una simpatica nonnina, ma trattar male è trattar male.

E sto decidendo ogni volta che preferisco un presente fatto di assenze, per quanto possa essere doloroso, a un futuro fatto di presenze scomode.

Il mondo degli almeno è difficile da lasciare, perché è comodo e soffice come il cuscino più morbido che ti accaparri a casa nuova, e una volta a letto scopri che ci sprofondi la testa.

No, facciamo sprofondare gli almeno nel dimenticatoio. Sostituiamoli con la fiducia, l’idea per cui certe cose, se devi lottare per averle, non sono genuine.

Che gli almeno, nel cimitero della nostra grammatica, non meritano neanche un fiore.

E al posto di crisantemi e semprevivi
s’ebbe un mazzetto di punti esclamativi.

Gianni Rodari

Eli_Wallach_012Ci credereste, che L’amore non va in vacanza ha fatto parte di un cineforum, durante il mio dottorato?

E siccome ero una studentessa zelante e desiderosa di imparare tutto quanto i dottorandi hanno a disposizione in Italia (soprattutto attacchinaggio e presenzialismo ai cineforum dei prof) non me ne persi una virgola.

Mi rimase impressa la battuta del trailer che spammavano l’inverno precedente a Manchester (dove me l’ero scansata per El laberinto del fauno, il mio destino spagnolo era segnato). Con lessico cinematografico, il compianto Eli Wallach dava a Kate Winslet una lezione di vita: nei film ci sono le protagoniste e le migliori amiche. Tu sei una protagonista, ma per qualche motivo fai la parte della migliore amica.

Immagino che la frase fosse stata scelta nel trailer perché molte (e molti) di noi si riconoscono nella definizione.

Ci ripenso ora, a più di 6 anni di distanza, perché finalmente l’ho capito: io nella sceneggiatura non sono manco la migliore amica. Vivo direttamente negli spazi tra le battute. Io vivo tra parentesi. O vivevo, spero.

Ero l’amica che ti consigliava quando avevi problemi d’ogni genere, ma quasi mai condivideva i suoi con te. L’alunna che stava zitta per non far vedere che sapeva più degli altri, ma che non si esimeva dal dichiarare l’ignoranza nelle materie che non le riuscivano.
Poi, l’impiegata veloce che, temendo ripercussioni sui compagni di reparto, suggeriva loro al PC le risposte da dare.

In amore, sono stata soprattutto due cose: l’eterna amica che sapeva quando sparire, quando la “titolare” rivendicava l’attenzione del suo amore platonico; quella che “se smettessi di usarmi come passatempo staremmo così bene, insieme”.

Perché lo facevo? Ora mi dico, per due motivi principali.

Il più ovvio è che le cose non possono andare male se non ci provi nemmeno. Se sei il puparo invece che la marionetta è come se i fischi non li prendessi mai tu. O meglio, parafrasando il quinto libro di Trono di Spade: meglio ridere del gioco che giocare e perdere.

E poi perché [attenzione, argomento contorto], a sminuire la mia importanza confermavo a me stessa di essere speciale.

È che ero troppo brava per uscire allo scoperto a scuola o al lavoro. Aiutavo perfino gli altri. Così non dovevo notare le cose ridicole che facevo in campi che non padroneggiavo.

Ero troppo buona rispetto alla Corte dei Miracoli costituita dal mio gruppo di amici: occupandomi dei loro problemi potevo chiudere tutti e due gli occhi sui mille modi che trovassi io per rovinarmi la vita.

L’amore, per esempio. Avere un amore platonico è comodo, così come mettersi in situazioni ultrapoetiche e drammatiche in cui non c’è mai il rischio di ritrovarsi davanti a un divano in pantofole a guardare la Tv insieme. Solo baci furtivi e spazzolini da denti messi di nascosto in borsa, che manco quelli era dato lasciare nell’altra casa. Ovviamente era l’altro che non si accorgeva di che splendida compagna sarei stata, invece che amica o amante. Colpa sua, comunque, io ero quella dell’amore puro che non poteva fare sul serio per reticenza altrui.

Insomma, niente fa sentire così speciali come non fare da protagonista, nella propria vita. Così bravi e condannati dal destino.

L’antidoto, ora ve lo posso dire, siete stati voi. Non l’unico, eh, che pare che vi sto adulando.

Ma insomma, tutto questo mio sentirmi speciale dove andava a parare? Nell’essere unica e irripetibile.

Ed è difficile continuare a crederlo quando qualcuno altrettanto unico e irripetibile si prende il disturbo di scriverti due righe: “Ciao, sai che in questo post mi sono riconosciuta molto?”. “Quello che scrivi qua è esattamente quello che mi sta succedendo”.

Mi sa che non potremmo andare così sincronizzati (smussando le mie follie) se non fosse che siamo fatti della stessa sostanza. Non solo dei sogni, ma degli esseri umani.

E che una delle maledizioni più belle che ci toccano è avere simili bisogni e desideri, anche se declinati in modi diversi. Ve lo dice una che si vantava di volere cose diverse da tutti.

Ma è proprio dura trovare qualcuno che non voglia essere amato, qualunque sia il tipo di amore che cerca, a meno che non creda di non meritarselo, che quella è un’altra storia. Come è difficile trovare qualcuno che voglia essere non dico felice, ma sereno, una volta che capisca come me che tutta l’ansia autoprodotta per evitare le sue paure gliele serve su un piatto d’argento, pronte ad avverarsi.

Insomma, mi state guarendo dall’assurda e arrogante malattia di credere che l’unicità abbia un prezzo.

Si distribuisce gratis, dalla nascita, ma se ne accorgono in pochi.

Per gli altri, mi sa, ci sono i blog autoreferenziali. Ehm.

goccia,-foglia-149801Saranno tutti questi hasidim, ebrei ortodossi, in giro, a condannare lo stato israeliano, ma mi sono ricordata del film Un’estranea fra noi, con Melanie Griffith poliziotta infiltrata nella comunità ebraica ortodossa di New York.

Ricordavo in particolare il dialogo tra la protagonista e Mara, una “convertita” che le spiega perché ha abbandonato la sua vita di strada per vestire i panni austeri delle ebree ortodosse: “Trattavo il mio corpo come spazzatura: dormivo con uomini che non amavo, prendevo droghe…”. Finché non incontra un ragazzo della comunità ebraica che la porta dal rebbe, l’autorità religiosa della comunità, che l’adotta.

In attesa che qualcuno venga a salvare pure me, che avranno trovato traffico sul Paralelo, rifletto su quel trattare il corpo come spazzatura.

Ci sono molti modi laici di farlo, specie se come me pensiamo che dentro di noi c’è qualcosa di sacro, in senso lato. Per il semplice fatto che eravamo una congerie di cellule nella pancia di una e siamo diventati la nostra personale declinazione del soffio vitale che qualcuno chiama “divino”.

E questo, laico o meno, a me sembra un miracolo.

E quando “difendiamo la vita”, non la congerie di cellule ma quella pulsante e vera, di esseri umani e animali, in fondo ci ribelliamo anche noi, a trattare il corpo come spazzatura. Riconosciamo la libertà di ciascuno a fare ciò che vuole, del suo corpo, ma in fondo sentiamo, a mio avviso, che lo si tratta come spazzatura ogni volta che ci accontentiamo di una vita non all’altezza del miracolo.

Ogni volta che ci accontentiamo di una relazione a metà mentre invece vogliamo amore, e cerchiamo nella passione le briciole di quello che vogliamo davvero. E ribadisco, se volessimo “solo” passione perfetto, il problema è cercare di conquistarsi a caro prezzo una cosa che possiamo avere gratis, per il solo fatto di essere vivi. Se ci credessimo.

Ogni volta che ci mettiamo in secondo piano non per generosità, che quella a volte è buona e giusta, ma per essere accettati, presi a bordo in gruppi claustrofobici che preferiamo a una dignitosa solitudine.

Ogni volta, e qua esagero volutamente, che al supermercato compriamo dei biscotti semiscaduti in offerta, pur avendo i soldi per comprare quelli al cioccolato.

Questo è trattarsi come spazzatura.

Mi sono sempre ribellata, dicevo altrove, al concetto di “perdere tempo” in qualcosa che non dà i risultati sperati: è come se il tempo fosse un bene da investire solo in quello che va come diciamo noi. Ora, però, ho capito che si perde tempo ogni volta che si accettano, per paura o pigrizia, deviazioni dalla strada che vogliamo percorrere davvero. Ogni volta che si rimanda il viaggio, per paura di non arrivarci mai.

Anche quello è trattarsi come spazzatura.

Questa Mara “convertita”, per la cronaca, non è quello che sembra, nel film, e non vado oltre per non rovinare la sorpresa a chi vuole guardarlo.

Ma mi piace concludere con una frase bellissima che chiude un po’ la pellicola: Dio conta le lacrime delle donne.

Non solo di quelle, mi permetto di aggiungere.

Basta che riposto il fazzoletto ci rimettiamo in marcia, per tornare a noi e a quello che valiamo. A quel soffio di vita che racchiudiamo e ci racchiude.

Non accontentiamoci di niente di meno.