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Jamie Dornan and Matthew Rhys on Eugene McCabe's Death And Nightingales -  The Irish News

Sì, a Barcellona è finito lo stato d’allarme, ma intanto il tempo fa schifo.

Risultato: passo le serate in casa, a seguire corsi online e guardare serie.

Ieri stavo per fare una delle cose che più amo al mondo: guardare la trasposizione sullo schermo di un romanzo che avevo appena letto. Era un appuntamento che avevo preso tre anni fa, quando avevo visto una versione sintetizzata di Death and Nightingales: una miniserie della BBC ambientata nell’Ulster del 1883. Avevo sospeso la visione proprio sul finale, perché Google mi comunicava che il romanzo da cui era tratta la storia (tradotto in italiano come Morte e usignoli) terminava in un altro modo. E no, m’ero detta, adesso voglio prima leggere il libro! Me l’ero procurato quasi subito, peraltro, ma per motivi vari avevo rimandato la lettura all’infinito.

Ieri sera, però, avevo ormai rimediato alla lacuna, e mi apprestavo a terminare la visione della serie con tre anni di ritardo, quando il compagno di quarantena se n’è uscito con: “Purtroppo, la popolarità delle serie va a detrimento delle buone letture. Niente può emozionare quanto un romanzo letto in solitaria, con te che ti identifichi nel protagonista”.

Ah, sì? Per tutta risposta, gli ho raccontato quella scena di Piccolo Buddha in cui un monaco nepalese spiega a un papà yankee la reincarnazione, usando del tè: se la tazza cade a terra e si rompe, il liquido che si versa tutto intorno resta tè. Se lo pulisci con uno straccio, la sostanza di cui è imbevuta ora la stoffa è sempre tè. Se strizzi lo straccio, cadranno gocce di… Ok, avete capito. Ho confessato al compagno di quarantena: sai a cosa penso, io, quando vedo quella scena? Alle storie. Tutte.

Penso a un tizio seduto in piazza con uno strumento a corde, e con una folla intorno. Penso a quegli accordi che diventano l’Iliade in una pergamena greca, poi in un manoscritto medievale in cui Achille sembra un signorotto della Linguadoca. Poi passano mille anni e Achille diventa Brad Pitt, mentre Patroclo diventa suo cugino, che è forse la reincarnazione più mirabolante di tutte.

Le storie, ho spiegato in un mashup tra Bertolucci e Tyrion Lannister, sono quello che ci accompagna, che ci insegna a vivere. Nel Medioevo si leggeva perlopiù insieme, anzi, leggeva uno ad alta voce e gli altri ascoltavano. E che libri! Petrarca era fissato col tipo di scrittura che dovessero presentare i manoscritti: pensate a quanta arte si è persa con l’invenzione della stampa! Altro che tuonare contro gli ebook, e decidere che gli audiolibri non sono lettura…

E invece le storie cambieranno sempre scrittura, formato o scenario: a Napoli, dopo una lunga pausa covid il teatro ha riaperto i battenti con una trasposizione de Le relazioni pericolose, composta negli anni ’80. Le storie sono fatte così: vogliono essere raccontate ancora, di nuovo, con parole ed espressioni diverse. Ma sembrano fatte apposta (e mi sa che lo sono) per restarsene lì ad aspettare qualcuno che, con o senza cetra, le dipani un’altra volta.

Col mio scettico interlocutore mi sono giocata l’asso nella manica. Quando ho partecipato a una lettura per bambini del Centro Euro-Arabo di Barcellona, mi sono resa conto che il caro Giufà, siciliano che pare sciocco ma non lo è, si chiama Giuha nel mondo arabo, e magari è un po’ più anzianotto e moralista, ma fa le stesse cose di sempre: ruba uova in Sicilia e olive in Libano, vivacchia come può… Tira a campare, insomma.

A questo punto si è emozionato anche il mio ascoltatore, che pure ha tirato a campare per un po’, e pure ha raccontato la sua storia qui, intanto che ci scrive su un libro (io ho già dato, e sto pure inviando in giro il manoscritto!).

Nel frattempo che parlavamo, però, si era fatto tardi: addio morte e usignoli, addio rivelazione del nuovo finale.

Ho rimandato la visione a stasera. Voglio proprio vedere che storia mi raccontano.

MCDTROY EC086Avviso: quest’articolo è solo un flusso di coscienza su un argomento che mi è piuttosto caro, e che, esposto al mio migliore amico, mi ha già guadagnato un: “Ma a che stavano pensando, i tuoi, quando ti hanno fatta?”.

Chissà. Resta il fatto che da un po’ rifletto su tutte quelle storie in cui un personaggio dotato di poteri sovrumani si trasforma in essere umano per libera scelta. Nel supermercato postmoderno che compone il mio bagaglio culturale, questa riflessione spazia dal Cristo cattolico alle sirenette da manga giapponese.

Grandi assenti, i protagonisti della mitologia greca, perché non me ne viene in mente nessuno che perdesse la condizione divina, almeno per sua volontà: al massimo la Sibilla turlupinata da Apollo che gli chiede l’immortalità, ma si scorda di pretendere pure l’eterna giovinezza, e a domanda “Cosa vuoi” risponde invariabilmente “Voglio muri'” (no, perché con buona pace di Petronio, la Sibilla Cumana che parla latino non ce la vedo manco 2000 anni fa).

La tematica della morte, in realtà, mi avvicina a un altro personaggio deturpato dall’era pop: il Pelide Achille in versione hollywoodiana. Quello che di Patroclo è solo cugino ed è innamorato di Briseide, a cui confessa un grande segreto: gli dei sono invidiosi degli esseri umani, proprio perché questi ultimi muoiono. Quindi ogni istante della loro vita è importante.

Lo so, diabete che si spreca quanto la tintura bionda in testa a Brad Pitt. Ma anche un indizio per rispondere al mio interrogativo: perché un personaggio non umano vorrebbe farsi uomo? In genere è per amore, di una persona in particolare (la Sirenetta) o dell’intero genere umano (ve lo devo proprio nominare? Stendete le braccia e incrociate i piedi…). O, se spodestato dal suo “habitat” naturale, per essere riconosciuto e accettato tra gli umani. Come il Pinocchio diventato bimbo secchione che però “era proprio un bel burattino”, sospira la fata, o addirittura la streghetta Lalabel, spodestata dal Paese della Magia, che alla fine decide di rimanere sulla terra. Ricordo l’ultima scena del cartone: lei che si arrampica su un pendio e qualcuno che le grida tipo “Attenta a non cadere!”. In effetti, pensavo, non c’è nessun potere magico a impedirglielo. E il solo pensiero mi dava il latte alle ginocchia.

Evidentemente, già da allora peccavo di ubris, il famoso peccato mortale in salsa greca che nei libri del liceo, sempre aggiornatissimi, si traduceva con tracotanza e si leggeva quando la fai fuori dal vaso.

In effetti, come molti esseri umani mi sono atteggiata un po’ a semidea, standomene nel mio imperturbabile Iperuranio, convinta che a non immischiarmi con gli umani sentimenti, in qualche modo strano ne avrei evitato dolori e disgrazie. A costo di privarmi anche delle cose più belle, ma noialtri dei minori di questo non ci accorgiamo subito. Come potremmo? Quando afferriamo questo risibile scettro non abbiamo né l’età né la lucidità per capire cosa stiamo facendo.

Anche perché, insomma, sentirci dire che per diventare umano Dio ha dovuto “abbracciare una croce” non era proprio il massimo dell’incoraggiamento. Tanto vale crederci superiori alle umane disgrazie.

Finché un giorno (ma in genere accade in due, tre, tremila), non ci accorgiamo che l’Iperuranio un po’ scoccia. Che il trono di cartapesta è scomodo, che il fuoco di un camino non è caldo come il sole del mattino e aggiungete banalità a piacere.

Allora scendiamo in terra a cominciare un lungo, difficile lavoro: essere degni di essere umani. Noi, ultimi arrivati. Degni della nostra imperfezione, della nostra impotenza. Della vigliaccheria.

Della bellezza che sappiamo creare nonostante tutto questo.

È un training lungo e difficile, come quelle ricerche in archivio che possono durare mesi senza sapere se stai sulla pista giusta.

Forse ce ne accorgiamo solo quando ci ritroviamo a soffrire. Non per la sofferenza in sé, quella è inutile, a proposito di miti da sfatare.

Ma perché allora significa che dei sentimenti ce li abbiamo, e cominciamo a farci anche una vita. Imperfetta e destinata a finire. Ma una vita, bella grassa nelle nostre mani. E se siamo capace di soffrirne, prima o poi impariamo anche a godercela.

Ebbene, questa gioia che già intravedo, precaria e difficile, vale tutto il tracotante Iperuranio che tra fulmini e troni di cartapesta non è in grado di darci neanche la libertà di piangere.