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Lo facevate anche voi, da bambini?

Chiudere gli occhi davanti a un pericolo e vedere se spariva.

Magari fosse un vizio che perdessimo con l’età!

Per esempio, a noi italiani all’estero capita spesso di tornare a casa due volte l’anno, per scoprire che tanti amici che ricordavamo mediamente propositivi siano diventati degli amargados: così chiamano, qui dove vivo, le persone afflitte da acidume e scoraggiamento.

Anche se facciamo finta di niente, chiediamo le ultime novità e offriamo caffè a manetta, prima o poi rischiamo di trovarci davanti dei perfetti sconosciuti, con conseguenze mica risibili sulle nostre già precarie identità di traPiantati.

Ovviamente non bisogna ritornare in Italia per scoprire cose che non vorremmo vedere: solo che, contrariamente a ciò che ci siamo lasciati alle spalle, quello che affligge la nostra vita di adesso non possiamo permetterci d’ignorarlo.  

Se la nostra relazione sta andando alle ortiche, non è minimizzando i segnali che arriveremo alla riconciliazione, o a una separazione pacifica. Se l’azienda per cui lavoriamo sta licenziando gente a scaglioni, è inutile fare come me: cercavo sempre qualche spiegazione nell’improduttività altrui, fino al giorno in cui hanno licenziato tutto il mio dipartimento perché “non avevano più soldi per pagarci gli stipendi”.

Forse quello che ci rode è che, rispetto a quando eravamo bambini, sappiamo che tanta merda che ci succede non dipende da noi che in minima parte. E non sto parlando degli scaricabarile per cui il mainagioia quotidiano è sempre colpa di altri, o al massimo della sfiga. Questo tipo di autoinganno ha il pregio di toglierci ogni responsabilità, e il difetto di rovinarci la vita. Mi riferisco piuttosto a una cosa che odio anche solo pronunciare: l’impotenza. L’impossibilità di controllare tutte le nostre cose e deciderne l’esito.

Per fortuna, a parte qualche disgrazia seria da visitina a Lourdes, la maggior parte dei guai non succede quasi mai tutta in una volta. Ci sono i segnali di cui sopra. Cosa ci impedisce di vederli subito, affrontarli subito, accettarli nel dolore che ci provocheranno, invece di rimandarne il superamento all’infinito? La nostra paura.

Ma fateci caso: le paure che non affrontiamo si realizzano quasi sempre.

Forse è arrivato il momento di guardarle in faccia e di avere paura di altro.

Per esempio di noi, che non le guardiamo.

Lla-vignetta- Niente da fare: io parlo di politica, diritti civili, differenze tra la società italiana e spagnola, e quali articoli leggete più numerosi?

Quelli sugli ex.

Ok, intanto, la faccia mia sotto i vostri piedi, perché vi prendete pure la briga di scorrerli.

Poi, una che si è svegliata cantando Messaggino vagabondo della figlia di Gigione non dovrebbe lamentarsi di nulla, nella vita.

Neanche degli ex per cui non siamo mai stati niente: per arrivare a un simile paradosso dobbiamo ammettere che qualcosa è andato storto più o meno dall’inizio. Magari c’è stata quella che, ormai lo saprete, per me è una calamità peggio delle piaghe d’Egitto: l’ambiguità. È il fenomeno per cui in una storia “investo” ma non troppo, mi espongo ma non troppo, per non soffrire. E finisco per soffrire il doppio.

In ogni caso, tempo dopo sarebbe forte la tentazione di fare una telefonatina alla Adele, ma in chiave cazzimmosa, stile gnegnè, io intanto mi sono rifatta una vita e tu continui a distruggere la tua con nuove storie intercambiabili.

Fermi lì! A parte la figuraccia, stiamo buttando alle ortiche quello che possiamo imparare dallo schifo che abbiamo vissuto.

Io, per esempio, se c’è una cosa che ho capito è che, quando pretendo di organizzarmi la vita, non posso fare i conti senza la vita stessa.

Che vor di’? Be’, che qualche anno fa avevo proprio un bel programmino, un delizioso castello di carte che stava insieme per miracolo, su un tavolino IKEA mal costruito: un trasloco impegnativo, una storia difficile da portare avanti, un nuovo impegno accademico che m’illudevo sfociasse in qualcosa di buono.

I castelli di carte rovinano tutti in una volta e in qualche caso, mesi dopo, ti ritrovi ancora un jolly sotto il divano (o un due di picche). E anche questo, quando è crollato, l’ha fatto proprio in grande.

Di chi è stata la colpa? Un po’ mia, va detto. Ma non sono sola, vero?

Abbiamo spesso la pretesa decidere al posto della vita come questa ci debba andare, prevedendo non solo quello che è nelle nostre mani (un terzo della questione), ma anche il resto, cioè le mosse degli altri e i giri della sorte. Io, tornando al nostro castello di carte, avevo deciso che quell’enorme bugia che edificavo proprio al centro della mia esistenza dovesse star su da sola.

Ora so che non è così. Che non posso decidere cosa provino gli altri per me e che, se in Spagna esiste una cosa ibrida come i master propios, 9 su 10 non sono un grande investimento. Ah, l’ambiguità.

Ora l’errore sarebbe scaricare sugli altri responsabilità nostre, invece di vedere dove finiscono quelle e possiamo legittimamente lamentarci del padrone di casa che ci ha imbrogliati, dell’ex che è sparito senza dare spiegazioni, della prof. improvvisata che si sente attaccata sul personale se le contesti la sua poetessa digitale preferita.

Per fortuna i nostri errori sono ostacoli da poco. È ridicolo pretendere di cancellarli, di fingere che questa zavorra non ci affatichi un po’ la schiena. Siamo anche le scelte che abbiamo fatto, che siano state sbagliate non significa che lo siamo di meno.

Però ammettiamolo: una nuova possibilità ci viene data quasi sempre. Di fare le cose per bene, di ricominciare.

E se c’è qualcosa che ho imparato fin da quando la casa era dei miei, gli impegni di studio si restringevano alle tabelline e come ex avevo al massimo l’amichetto del mare, è non sprecare quello che improvvisamente, per motivi imprevedibili, potrei non avere più.

A maggior ragione, bisogna considerarlo una bella botta di culo e trattarlo bene.

logo-nissan-med I miei personaggi, intendo. Quelli che m’invento o s’inventano da soli, appena metto la penna su un foglio che magari dovrebbe accogliere appunti di corso.

Tra numeri di telefono senza più padrone e indicazioni di storia letteraria, loro tessono la loro propria trama e sanno prima di me cosa debba succedere, cos’è che debba muoversi perché la loro storia inizi. Questo lo sanno eccome.

Qualcosa deve accadere perché i loro problemi irrisolti trovino il modo di dipanarsi e richiudersi in se stessi, prima di aprirsi come un fiore doloroso che li lascerà “risolti” e con nuove trame da percorrere, ma non questa. Il mio libro finisce dove inizia la loro vita. La mia vita inizia dove finisce la loro.

Chiudendo il quaderno davanti a un professore che crede abbia preso appunti tutto il tempo, chiudendo le vite degli altri per correre fuori a vivere la mia, devo dire che questi “altri” di carta, rimasti in borsa ad aspettare che torni a muoverli, sanno già, forse, come andrà a finire.

Ma non me lo diranno mai.

Allora continuerò a scrivere a terra le corse verso la metropolitana e le pozzanghere da scansare, perché le mie gambe fatte di carne e di sangue non vogliono farsi male, ma non possono evitare tutto il dolore.

Anche io ho bisogno di una trama per avviare la mia vita, solo che è così facile, scansarla.

È facile evitare l’amore per andarci a finire proprio dentro, a capofitto, giocare col tempo come se lui rimanesse sempre lì ad aspettarmi e io restassi sempre bambina a chiedermi che farò da grande.

No, per rispondere devo sporcarmi, incontrare la gente sbagliata, fare errori e pentirmene e riprendere la strada giusta, che non sarà mai tanto giusta come quando avrò girato un po’ a vuoto prima d’inforcarla.

Questo i miei personaggi, beati loro, lo sanno.

E mentre, scrivendo, mi distraggo ad ascoltare un rumore lontano, un’auto che passa, perfino il professore che spiega, me li immagino a guardarsi un istante in attesa di tornare a scannarsi, ingannarsi o volersi bene, così veloci a scambiarsi un rapido cenno d’intesa racchiuso in un baffo di penna, per ricordarsi che già sanno come andrà a finire tutto questo.

Ma non me lo diranno mai.

viavecchiaPer me quello che ha inventato il detto chi lascia la via vecchia per la nuova ecc. ci ha presi per il culo tutti.

Pensavamo fosse un monito e invece era una constatazione.

Di quelle così banali che poi ci scordiamo quanto siano vere: occhio che a cambiare strada non sappiamo che troviamo, ma siamo così occupati a immaginarcelo che poi ci delude.

Forse è per questo che tante religioni e filosofie si sono premurate di non farci affezionare troppo a ciò che siamo, ciò che crediamo ci definisca in un preciso istante: la cosa più sicura è che dovremo abbandonarlo per diventare altro.

Anche io attraverso l’ennesima fase di cambiamento, e meno male, una nuova “tappa” fatta di partenze, ritorni, progetti nuovi da abbozzare, vecchi da concludere. È qualche giorno che sono nervosa e non mi dico perché. Mi limito a esserlo e, cosa che avevo imparato a non fare da un po’, “evado” da me stessa, dedicando tutto il tempo al lavoro e cimentandomi in diversioni varie quando ho finito.

Quando mi muovo tanto, gatta ci cova, c’è qualcosa che non voglio ammettere, allora se permettete (intanto prendetevi un caffè, è una questione tra me e me) lo faccio adesso: sono nervosa.

Perché, appunto, so quel che lascio ma non so quel che trovo.

So quel che voglio in questo ottobre un po’ limbo, mezzo estate mezzo nubifragio, pieno di scartoffie vecchie e nuove e di voli da tenere d’occhio. Non so cosa avrò ottenuto entro dicembre, quando farò il solito bilancio di fine anno, se sarò delusa o contenta. Per me che ho le manie di controllo, non saperlo è un bello smacco.

Ma poi penso: ho qualche modo di appurarlo, se non vivendo giorno per giorno quello che mi preoccupa e mi fa innervosire? No.

Non lo so, che succederà, ma so una cosa: è sempre successo che cambiassi e sono sempre sopravvissuta al cambiamento. Ci sono buone probabilità che continui a essere così.

Il cambiamento è inevitabile, quello che si può evitare non è l’ansia, ma l’errore di farcene travolgere.

Quello che si può fare è accettare che da quando abbiamo messo piede in questo mondo siamo sempre diventati qualcosa di diverso da quello che avevamo creduto di essere, e che non sempre è stato un male.

Io, per esempio, se avessi assecondato me a cinque anni sarei dovuta diventare una principessa che come hobby servisse ai tavoli intanto che facesse anche la maestra.

A conti fatti sono riuscita a diventare tutte e tre.

Ovviamente gratis.

funny-teacher-cat-chemistry-jokeEccallà. Eccone un’altra.

Dopo l’acidissima che si era un po’ calmata col matrimonio, tornando più yogurt scaduto che mai con la crisi del terzo anno, siamo di fronte a un caso ancora più eclatante: Biancaneve al contrario.

Perché Bianca, si sa, dorme cheta cheta finché non viene il principe a baciarla. La Biancaneve che ho in mente io, invece, è fin troppo sveglia e semmai il bacio del principe di turno le ha chiuso per un po’ la bocca.

Sì, parlo spesso di donne, in questi casi, perché gli uomini che conosco nelle stesse condizioni hanno una storia a parte, bisbetici domati che diventano improvvisamente vispe terese grazie all’incontro con l’amore eterno. E che ci mettono anni a riprendersi del quarto d’ora in cui tale amore sia durato.

La mia Biancaneve al contrario era tra le più agguerrite vittime di misandria e, così come i misogni, era tra le più contraddittorie. Gli uomini sono tutti porci? Sarà, ma io mi cerco col lanternino i più porci. E poi io li uso solo per scopare. Ma se il mio scopamico non mi scrive entro 24 ore vado in tilt.

L’amica in questione, improvvisamente, ne aveva trovato uno all’apparenza responsabile e disposto a restare. Non restare restare, intendiamoci, ma esserci e non esserci, come piace tanto alle ex fan di Candy Candy che fanno le campagne online per dichiararsi team Terence.

A sto Terence sono stata grata un anno per avermi sottratto alle campagne pro-acidità della mia amica, diventata tutta cuoricini e gite fuori porta.

Fino alla rottura.

Annunciata dalla diretta interessata sui social e seguita dai requiem e dalle canzoni tristi del caso.

Ma adesso, allarmi!, tornano le battute sugli uomini. Su quanto siano porci e inaffidabili, tutti, eh.

Siamo al primo meme, che non so se si tradurrà presto in un caffè dal vivo pieno di frasi rassegnate.

La rassegnazione, se permettete, ce l’ho io: avete voglia di sfottere la Robin Norwood di Donne che amano troppo, ma lei l’ha detto da tempo, e in tempi non sospetti: se abbiamo dei problemi con noi stessi e crediamo che una relazione ce li risolva, stiamo affidando la nostra vita a qualcosa di estremamente aleatorio.

Se dovessimo lasciarci con quella persona i problemi ritornerebbero uguali, o molto simili. Di più, aggiungerei, i problemi non risolti emergerebbero anche nel rapporto con quella persona.

Ed eccoci qua, al pensiero che ormai ho da tempo, in merito: credere di risolvere i nostri problemi grazie a un elemento esterno, è fare i compiti a metà. E salvarsi solo perché quel giorno per miracolo il prof. non li corregge.

I compiti a metà ci lasciano l’illusione che la campanella ci liberi una volta per tutte, e invece la lacuna rimane, affligge le nuove lezioni, ci impedisce di cogliere passaggi di nozioni più complesse.

E quando si arriva alla resa dei conti, alla verifica a sorpresa, eccoci qua, con lo stesso problema di prima e l’illusione ormai svanita di averlo superato.

Quindi, non negherò mai che le circostanze esterne influiscano tanto sulla nostra vita. Barcellona non è lo stesso che Frattamaggiore, per sviluppare la propria identità. Avere i soldi, ci mancherebbe, non è lo stesso che non averli. E single non è lo stesso che stare in coppia, anche se tocca a ciascuno giudicare cosa sia meglio.

Ma se dentro di noi non c’è una base tranquilla, che si crea conoscendosi, esplorando, accettando quanto ci capita prima di impegnarsi a modificarlo, quello che accade fuori difficilmente ci accompagnerà in positivo. Tenderà a scivolarci addosso e ripetersi sempre uguale, fallimento dopo fallimento, delusione dopo delusione, in una coazione a ripetere di cui incolperemo sempre o qualcun altro, o la sfiga.

Quindi, facciamoli, i compiti. Impariamo a stare da soli per poter scegliere a chi accompagnarci. Impariamo ad accettare che le cose non sempre vadano come vogliamo, per far sì che lo facciano quelle che possiamo controllare.

Fare i compiti è faticoso, è palloso, anche.

Ma aiuta tanto, e davvero.

Anche la ricreazione, dopo, ha un altro sapore.

E la merendina stavolta l’avremo scelta noi.

10-feb-auberge-espagnole

Chi è andato a vivere all’estero si sarà fatto questa domanda almeno una volta al giorno: che ci faccio qui?

Che ci faccio in un posto in cui la gente parla questa lingua che non capisco prima della terza birra, che sembra incazzata quando è contenta (e viceversa) e ha un’idea opposta alla mia di pranzo e cena?

Ok, magari non ogni giorno, ma almeno una volta alla settimana, mi sa che ve lo sarete chiesto.

Allora perché mi sentivo come se fossi la unica al mondo a provare frustrazione, confusione, smarrimento? Semplice: perché non era come me l’aspettavo.

A Manchester avevo un amico spagnolo che dopo qualche mese a provare a socializzare si chiudeva in camera a dormire alle sette di sera. O una collega sudcoreana di master che è sparita un paio di settimane, e alla seconda già sapevo cosa sarebbe successo: sarebbe arrivata una mail confidenziale della segretaria di dipartimento, ad avvertire che era tornata al suo paese. Avrebbero cercato di rimborsarle parte della retta.

Nonostante questo, mi credevo l’unica al mondo a sentirmi sola e spaesata in un posto pieno di gente che mangiasse fagioli al sugo a colazione.

Allora, siccome tra le tante cose buone là c’è lo psicologo gratis all’università, un bel giorno sono andata e ho spiegato tutti i miei problemi. Mi sono sentita rispondere seraficamente:

– That is so normal.

E mi sono ritrovata iscritta a un corso di mindfulness, meditazione “pratica”, che in quella prima occasione ho ignorato e irriso malamente (adesso, 10 anni dopo, la pratico 15 minuti al giorno).

Ok, poi in quella vecchia, sporca città, sono rimasta un paio d’anni. Ma quelli che se ne andavano, perché lo facevano?

Indovinate un po’: perché non era come se l’aspettavano. Perché credevano di avere le idee chiare su cosa dovesse significare la loro esperienza: tanti amici nuovi da tutto il mondo, sorridenti come nel dépliant dell’Erasmus, che li avrebbero subito accettati. Anche nelle stravaganze che un perfetto sconosciuto non è tenuto a comprendere.

Alcuni dei miei compagni di sventura, poi, pretendevano che niente cambiasse rispetto a casa. Che dispensare pacche sulla schiena in un posto in cui la distanza spaziale tra persone raddoppia dovesse incontrare la stessa benevolenza che a Palermo. Che la mania continua di scattare foto non fosse percepita da nessuno come sooo antisocial. Che la pasta la dovessero fare uguale che in Italia, e sta storia di mangiarsi una patata ripiena per pranzo fosse solo un errore nel menù.

Insomma, quante più aspettative si fossero fatti, meno resistevano.

Io, in un primo momento, ho covato molto rancore verso quella psicologa col capello platinato e il rossetto rosa shocking, che invece di dirmi che ero la nuova Virginia Woolf mi ha messo in posizione del loto a inspirare ed espirare al suono di una campanella. Ma col senno di poi le sono quasi grata.

Perché invece di dirmi che avevo un problema, mi ha invitato ad affrontare tutto: lo spaesamento, l’alienazione, la solitudine. E dargli la giusta importanza. Solo allora ho potuto vivere tutto il processo d’integrazione e scoprire le tante cose belle che quella città serbasse a chi sapesse guardare. Ho potuto innamorarmi, fumare shisha al gelsomino (so’ troppo tossica) e godermi un concertino con mostra per tre pounds. Farmi amici del posto che bestemmiassero in lingue conosciute solo ai Gallagher ma poi, al contrario dei colleghi Erasmus, mi chiamassero anche da sobri.

Tutte cose che non avevo previsto prima di atterrare e che, se si fossero attenute al mio rigido schema di “come avrebbe dovuto essere il mio Erasmus”, non ci sarebbero mai state.

Per questo, intanto che siamo occupati ad aspettarci cose, la vita prende il suo corso senza neanche chiederci il permesso. E se sappiamo accantonare i nostri progetti così rigidi, perché coniati lontano dalla realtà che ci aspetta, ci riserva le giuste sorprese. Tante sono negative, ma le positive non mancano.

Insomma, mentre siamo troppo occupati a controllare tutto, la vita ci sfugge di controllo per prendere il verso giusto.

Capita spesso.

Soprattutto se glielo lasciamo fare.

Leonid Afremov, afremov.com

Leonid Afremov, afremov.com

Scena decadente: un piatto con avanzi di nachos, briciole di hamburger veg dappertutto e lui che si mette a fare considerazioni politiche, come sempre.

Ha scoperto che una sua ex si è candidata alle elezioni comunali con una lista che va contro tutto ciò che LUI rappresenta. Si chiede a cosa siano serviti gli anni insieme, le spiegazioni che lei digiuna di politica gli chiedeva, i libri che le ha prestato, se poi doveva fare questa fine.

– Tanto – ammette sconsolato – io non sono mai stato niente.

– Neanche io – sorrido, a caccia dell’ultima patatina in fondo al cartoccio. – Se stai a sentire chi mi ha scritto oggi, la sua vita è tutto un rincorrersi di storie tristissime che lo vedono sempre vittima e durano poche settimane. Pazienza se con lui, tra tira e molla, sono durata un anno. Stono nel quadro pietoso. Dunque, non esisto.

Ci guardiamo. Abbiamo progetti in comune. Non dividiamo solo avanzi di una cena troppo costosa sulla Rambla del Raval, ma anche un presente che ci siamo guadagnati a botta di esperienze, in genere non eccelse.

Gli sorrido:

– Ma non ti accorgi di una cosa che ci accomuna, nelle storie passate? Non siamo stati niente finché siamo restati nell’ambiguità. Finché ci siamo accontentati di situazioni poco chiare, con gente non disposta a lasciarci andare, ma neanche pronta a lasciarci entrare del tutto. Da quando ci siamo incontrati siamo stati sempre onesti, l’uno con l’altra. Abbiamo lasciato a casa i piedi di piombo. In fondo, all’inizio, è stato come giocare alla roulette. E pare che stiamo vincendo, no?

Usciamo, le ombre un po’ comiche, unite sul bacino, una lunga lunga e la mia incerta.

Fuori c’è la cameriera che ero sicura di conoscere.

– Due anni fa – mi conferma, fumando. – Sì, ero la fidanzata di… – sorride imbarazzata, la ricordo minuta e carina con uno stronzo matricolato, mi scopro contenta che sia finita. – Be’, è passato tanto tempo.

Lungo la strada per la metro ci raggiungono messaggi lamentosi, messaggi felici. Vecchi amici si lamentano degli acciacchi, nuovi si rallegrano per dei risultati elettorali, qualcuno ne approfitta per comunicare il suo dolore esistenziale che gli rende impossibile gioire come dovrebbe.

Lo ignoro. Per quanto certa gente vorrebbe il contrario, nessuno può vivere per interposta persona.

Stanotte ho sognato che vincevamo delle elezioni, ma dovevamo morire tutti.

Credo sia un sogno di rinascita.

aspettando godotL’altro giorno ero vicino alle due torri, a Vila Olímpica, quelle sul mare che si vedono dalla Barceloneta. Ero andata apposta all’università nei dintorni a informarmi su un master. Prima ancora avevo mezzo discusso col mio ragazzo per l’ennesimo programma saltato per un imprevisto (abbiamo vite complicate). La segreteria del master era chiusa, una soluzione col tipo non l’avevo trovata, e piovigginava. Se fosse venuto un cagnolino a pisciarmi sulle scarpe, avrei vinto il Premio Sfiga.

Prendendo la metro ho rivolto un’ultima occhiata alle due torri. La loro pacchiana imponenza era quasi poetica, nella nebbiolina da giorno nuvoloso.

Mi sono resa conto che in altri tempi le avrei raggiunte sotto la pioggia, la gonna troppo leggera svolazzante nel vento (stavolta avevo i jeans), i lunghi capelli a occultarmi la vista (ora li tengo a carré) e avrei sfidato le intemperie per sedermi sulla riva del mare e… e sognare, immagino.

Pensare al tipo di turno che non mi filasse proprio, e chiedere alle onde se non potesse considerarmi, prima o poi (ricevendone in risposta il solito sciabordio pigro tra i pochi ciottoli importati). Oppure chiedermi drammaticamente dove mi avrebbe portato ancora la vita, mentre apolide senza un piano e senza prospettive [scatta la colonna sonora di Via col Vento] decidevo di non scendere mai a compromessi con la vita.

Insomma, mi sarei seduta in riva al mare ad aspettare Godot. Ho ripensato alla prima volta che ho letto un brano della commedia di Beckett, dall’antologia delle medie, con una compagna di banco annoiata da una supplenza. Recitando una battuta ciascuna, non capivamo dove iniziasse la storia, ma ci divertiva quel dialogo che non portava da nessuna parte. Soprattutto cominciavano a chiederci seriamente quando arrivasse sto Godot. Aveva avuto un incidente? Aveva trovato traffico sull’Asse Mediano, come la prof. che aspettavamo? Il titolo era riportato solo alla fine. Scoprendolo, ci eravamo messe a ridere come pazze.

Insomma, sto Godot non arrivava mai e intanto succedeva tutto il resto.

Mai a pensare che, una ventina d’anni dopo, aspettare Godot sarebbe diventata la scusa numero 1. Non più un’affascinante riflessione sul (mancato) senso della vita, ma la vita stessa.

Finché si aspetta Godot, non si corre il rischio che la storia inizi.

E allora non c’è pericolo di trovare chiuso l’ufficio del master, che già presagisci che non ti aiuterà granché a inserirti nell’ennesima università esclusiva ed escludente. E non ti affanni nemmeno a cercare di portare avanti una storia con una persona in carne e ossa, che è lì con le sue differenze e i suoi cambi di programma che cerca di conciliare coi tuoi.

Ma cosa succederebbe, mi sono chiesta allora, se Godot arrivasse?

Ho ripensato agli amici in paese che dopo aver predicato “Me ne voglio andare da qua!” sono rimasti qualche mese in terra straniera, senza trovare lavoro né cercarlo con alacrità, per poi tornare a casa con una scusa qualunque.

Oppure a me stessa, quando alla vigilia della mia partenza per Barcellona ho intravisto la possibilità di finire col mio amore impossibile, al ritorno da questo stupido Erasmus di dottorato… E che ho fatto? Be’, dico solo che sto a Barcellona da sette anni.

Perché Godot si aspetta a una sola condizione: che non arrivi mai.

Se arriva, finisce tutta l’opera, perché a quel punto deve iniziare. Dobbiamo, iniziare. A recarci in segreteria un giorno che sia aperta, a litigare con un essere umano in carne e ossa, non uno che non ci lascerà mai perché, non importa quante volte ci finiamo a letto, di sicuro non ci finiremo mai insieme.

Insomma, se c’è davvero un Godot da aspettare, ben vengano la pioggia e le onde del mare e le speranze affidate al vento e tutte le altre corbellerie da film romantico.

Ma se l’attesa è diventata una scusa per non cominciare mai a fare le cose, per paura di fallire, allora rassegnamoci al fatto che Godot potrebbe arrivare e non avremmo più scuse per restarcene a riva a fantasticare.

A questo punto, mandiamogli un WhatsApp e avviamoci da soli.

wrongwayRiassumendo: abbiamo davanti la possibilità d’iniziare una nuova vita. Un nuovo lavoro, una nuova relazione, una nuova terra in cui mettere radici.

Non lo facciamo perché siamo ancorati alla vita di prima (di prima di separarci, prima di essere licenziati, ecc.).

Io la butto lì: e se questa vita di prima non fosse la migliore, per noi? Pensiamoci: non ha retto, non ha funzionato. Se è così, nel nostro ancorarci a un passato ormai scomparso, ci stiamo facendo condizionare da un’imposizione sbagliata, che ci siamo creati noi stessi, in un altro momento della nostra vita, e che ora ci impedisce di attraversare il presente.

Lo sto sperimentando con diversi amici catalani che dubitano di riuscire a finire la tesi di dottorato (che specialmente qua è un’impresa babelica e astrusamente alienante). Ce ne sono di vari tipi:

– quelli che intanto che si addottorano hanno un altro lavoro e non sanno come conciliare le due attività;

– quelli che hanno iniziato in un momento in cui la tesi ti garantiva almeno un posticino precario di ricercatore, e ora si chiedono se valga la pena finire;

– quelli che hanno deciso che a non finire la tesi sarebbero dei falliti, dei poveracci, dei perdenti, ma intanto sono diventati una persona molto diversa dal ventenne che l’aveva iniziata.

Come vedete, gli appartenenti alle ultime due categorie, specie l’ultimissima, partono da una norma che si sono costruiti da soli: io sono la mia tesi, se non la finisco non sono più io. Quindi, se la vita li porta a fare tutt’altro, visto che il posto all’università è praticamente sfumato, non si sentono in grado di accettarlo.

Con le relazioni viene ancora più facile, capire quando stiamo corteggiando un vecchio sogno: l’idea era stare insieme per sempre, vero? Specie con quei fidanzamenti “dal basso” dalle mie parti, che mi si dice stiano scomparendo. Abbiamo costruito un progetto intorno alle persone che eravamo in un momento diverso della nostra vita e questo sogno non ha retto al tempo, a tutte le sorprese imprevedibili che riserva: partenze, lavori improvvisi, momenti di dura prova, nuovi incontri…

Ma questa telenovela di tira e molla non vogliamo lasciarla andare, neanche quando incontriamo qualcuno che ci dà la serenità e la devozione che era in fondo il vero obiettivo, il vero punto di tutta la storia, il motivo per cui avevamo cominciato a conoscere quella persona prima ancora d’innamorarcene.

Allora, pensate a quanto sia ingiusto che qualcosa che abbiamo deciso per noi in un altro momento condizioni ciò che stiamo facendo qui e ora.

E quando, oltre a pensarlo, lo sentirete bello forte nelle viscere (e da qualche parte, credetemi, non aspettate altro), allora verrà da sé. Ci sarà del lavoro da fare, l’accettazione, la separazione graduale da quello che eravamo, e volevamo essere. Ma è tutta in discesa, se lasciamo spazio a quella parte di noi che sa che l’unica cosa che conta è la nostra vita in questo benedetto momento.

Il problema è quando esigiamo da noi stessi una vita che non esiste più, perdendoci quella che potremmo avere adesso, e che un giorno non lontano potrebbe stancarsi di aspettare.

onderosse Dopo mesi e mesi di regolarità svizzera, ho avuto un ritardo di ben 10 giorni. Si spiegherebbe con la legge di Murphy, tipo che dovevano venirmi proprio il giorno della partenza. In modo da far dire a mia madre che mi trovasse pallida e sciupata (dunque bisognosa di CIBO).

Ma la cosa mi ha fatto riflettere, perché l’ultima volta che avevo avuto un ritardo simile (due settimane, ed era finita perché mi ero presa una medicina speciale) era andata proprio male male.

Ero completamente disconnessa da me stessa, dai miei reali desideri, e il corpo cercava disperatamente di dirmelo. Facevo un investimento conveniente sulla carta, ma che in qualche modo “strideva” con le mie sensazioni in merito. E portavo avanti tra mille strategie una storia che non era quella che volevo. Allora venne questo ritardo a dirmi che le cose non potevano più andare, non stavo fluendo.

Infatti un giorno uscii a prendermi il caffè con un amico e seppi da lui, ridendo e scherzando, che il mio “amato” era innamorato di una. Ed era talmente di dominio pubblico, quanto era sconosciuta la nostra storia, che mi veniva detto così, davanti a un piatto di olive.

Ora sto leggendo un libro di uno junghiano di grido che dice che, quando ci succedono queste cose, è perché le vogliamo noi. Balle. Io non sapevo cosa volessi, perché non mi prendevo il fastidio di ascoltare quel mio corpo gonfio, affaticato dal ciclo che non veniva.

Forse in questi giorni del nuovo ritardo (che anche i medici più “scientifici” riconducono spesso a stress) mi stava succedendo lo stesso: non stavo fluendo. Disperdevo l’energia in mille cose di cui non m’importava niente, magari solo per non fare ciò che m’interessasse davvero. Sempre per la paura di farlo male, di scoprire che avrei dovuto mettermi a fare un’altra cosa.

La differenza con allora? Be’, ora capisco quando succede. Più che altro lo sento.

Per questo vi dico, non vi punite con una vita che non è la vostra, per la paura di scoprire quale volete davvero.

Per questo tengo questo blog, l’ho cambiato tanto, tra questi due cicli saltati: non vorrei che nessuno andasse a prendersi un caffè e sapesse da altri che la sua vita non va.

Dovete accorgervene da soli, prima che sia troppo tardi. E recuperare la vostra vita, nell’unico modo possibile: non lasciare che un’idea di come dovrebbe essere uccida quello che già c’è, che c’è sempre stato, che aspetta solo noi.

Fluite anche per me.