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da mostracatalognabombardata.it

L’altra sera ero a quest’incontro tra un movimento catalano e la comunità italiana, e dovevo rappresentare la mia associazione. L’argomento bombardamenti nella Guerra Civil era coperto da gente più esperta, così avevo deciso di parlare non degli italiani che radevano al suolo Barcellona in nome di Mussolini, ma di quelli che adesso si svegliano alle quattro del mattino per fare la fila per il Nie a Sant Cugat (comunicazione di servizio: non lo fate, adesso anche lì vanno solo per appuntamento).

Alla fine il pubblico aveva gradito e gli organizzatori mi avevano citata un paio di volte, magari un po’ a sproposito perché, quando ho detto che non possiamo votare alle politiche, non stavo raccontando un aneddoto, ma segnalando un’ingiustizia. Però ok.

In particolare mi ha citata un ragazzo che non si poteva certo accusare di guardare solo al passato, visto che gestisce la piattaforma che cerca di salvare il suo quartiere dagli speculatori. Stavolta però non parlava di investitori esteri e gentrificazione, ma di due ragazzi di ottant’anni fa.

Non ricordo bene la storia, ma lei suonava il piano e studiava, prima che una bomba italiana cadesse sulla sua casa e le togliesse quella e il padre, e le insegnasse il significato letterale di “guadagnarsi il pane”.

Anche lui, narrativa simile: la giovinezza con problemi e speranze, poi la guerra, poi la nostra bomba, e l’atrocità di ricominciare daccapo senza affetti e denari.

Questi due si erano incontrati e sposati, e anni dopo, parlandone, avevano scoperto che la loro vita era cambiata lo stesso giorno, per le stesse bombe. Avevano avuto tre figli alla faccia di quel pilota italiano, che magari un giorno sarebbe stato condecorato in Parlamento.

“Questi due” aveva concluso il ragazzo, “erano i miei nonni. E io da ragazzo ho studiato in Italia, e ho scoperto che non era solo il ‘paese della bomba’, ma una terra bellissima. E sono contento di quest’incontro, stasera, con la comunità italiana”.

E allora si era commosso, e anche io, che ascoltavo, mi ero chiesta quanto potesse essere opportuno irrompere sul palco in nome di quei due grammi di rappresentatività che potessi avere come italiana, e abbracciarlo e dirgli “mi dispiace”.

Perché ‘sta storia che siamo brava gente ci ha privati di questa possibilità: del diritto, oltre che del dovere, di dire “mi dispiace”. Pensiamo sempre che non sono fatti nostri, che lo facevano tutti, che ‘sta bomba poteva averla lanciata un tedesco o un franchista (spoiler: no, impossibile) ma era la stessa cosa…

Io poi avrò anche fatto le elementari con Garibaldi, spiritosoni, ma per l’inverno del ’38 ho un alibi di ferro, visto che mio nonno allora aveva diciannove anni.

Però sentite, non regge ‘sta storia che “noi italiani” siamo santi, poeti e navigatori, ma chi lanciava bombe erano “i fascisti”. Noi al massimo eravamo nelle Brigate Internazionali. Eppure i tedeschi si tengono Einstein e Goebbels, Freud e Himmler, Marx e Hitler (ah, no, quello era austriaco, come Conchita Wurst). Si prendono la responsabilità del bene, e del male. È così difficile fare la stessa operazione?

Alla fine ho abbracciato in privato il nipote dei bombardati e il “mi dispiace” mi è rimasto qua, ma nel corso della serata uno più bravo di me aveva già detto: se non possiamo fare giustizia, facciamo memoria.

E credetemi, non c’è nulla di retorico in questo.

 

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In realtà lo Sciopero Generale è un’occasione per continuare l’acceso dibattito sulla musica alle manifestazioni, un po’ il cavallo di battaglia del Banzo che trasformerebbe il Passeig de Gràcia del 19N, come l’hanno chiamato qui, in un covo di metallari poganti… Banzo, si scherza, anzi, consiglio a tutti il tuo blog, ok? Tra l’altro sei sparito subito, non hai avuto tempo di annoiarti.

Noi del corteo di Altraitalia ci siamo annoiati eccome. Per fortuna. 20 metri in 2 ore, sbuffava Paolo. Le bandiere, però, notevoli: una dell’Arci con su l’intramontabile Quarto Stato, una di Sel (“Ragazzi, votate chi volete alle elezioni, ma alle primarie Vendola, eh!”), e un’altra della CGIL, che a un certo punto è venuto un ragazzo con la bandera republicana a chiedere una foto. Breve e incisivo il dibattito tra Sel e PD per esporre la bandiera italiana (intanto i francesi di Hollande esibivano sia il tricolore nazionale che la bandiera del sindacato), mentre la tipica icona con le forbici in divieto di transito, a significare prou retallades (basta tagli), la reggeva la piccola del gruppo. Che al primo petardo ha abbracciato la mamma italiana e la ha detto in spagnolo: “Ho paura”.

E pure io ne avevo. Non sapevo che alle 20.45 sarei stata qui a scrivere che sono tornata sana e salva, con tutti e due gli occhi, e, complici un po’ le elezioni anticipate tra 10 giorni, nessuno aveva interesse a che avvenissero pestaggi come quelli di Madrid, o quello del ragazzino di Tarragona.

Però anche gli altri gruppi, partiti di sinistra, sindacati, cittadini, hanno fatto quel che potevano: a parte l’ovvio Rajoy y Mas, no podemos más, e qualcuno che ahimé invocava il President catalano come pater patriae, bello l’onnipresente Catalonia is not CiU. Sulla falsariga di Catalonia is not Spain, eterno refrain da festa nazionale, qualcuno prova a ricordare che questo partito di destra che cavalca l’onda indipendentista non rappresenta lo stato intero (speriamo che se ne ricordino alle urne…).

Tenerissimo, poi, il cartello di un ragazzo, Va per tu, avi, nonno, questa è per te. E allora t’immagini questo nonno cresciuto a pane e franchismo e costretto a tenersi il catalano per le feste di famiglia, ma sottovoce, che non ci sentano dalla strada. Magari come l’avi Siset della canzone diceva che se tiriamo un po’ di qua e di là il palo a cui siamo legati come bestie segur que tomba, tomba tomba, sicuro che cade.

E poi, tornando alla musica, stavolta sono soddisfatta. Solo di quella, magari, perché nessuno capiva un tubo del percorso. Facevi dieci passi verso Plaça Catalunya, ed ecco una fiumana di gente andare verso Jardinets de Gràcia. Pare che ci si fermasse a Plaça Urquinaona, per gli amici Armageddon, con le leggende metropolitane di gente pestata all’uscita della metro con tanto di lacrimogeni e balines de goma. Che poi balines un corno, come ricordava bene Paolo che guardandomi ha detto: “Io ho paura di andare alle manifestazioni con lei, finisce che ci sparano!”.

E invece l’unica cosa che hanno sparato in mia presenza, ad alto volume, è stata Bella Ciao, bizarrament remixata, e allora un coro stonato e soddisfatto ha interrotto gli eterni ragguagli reciproci su dove trovare prodotti italiani: “I tortellini Eroski li fa Rana”, “Il pako al c. del Parlament ha la De Cecco a prezzi italiani!”, “A Gràcia sai che trovi? Non ci crederai: lo stracchino!”. Ci interrompe ancora il mix inedito di Bandiera Rossa e Anarchy in the UK, in un marasma culminato con la visione mistica, sotto al camioncino degli organizzatori, dei 4 mori della bandiera sarda.

Era troppo. Dovevo seguire il furgoncino dovunque andasse. E come il pifferaio di Hamelin il furgoncino ha preso Consell de Cent per scendere velocemente la snobissima Rambla de Catalunya, con canzoni di lotta tradotte in catalano (e gli autoctoni intorno a me col pugno alzato). Allora, mentre mi godevo El pueblo unido cantata finalmente con l’accento giusto, pensavo “Ora ci isoliamo e ci mazzeano”. Macché. Dopo una piroetta di uno dei sardi, libratosi nell’aria reggendosi a un segnale (le sirene della polizia, sullo sfondo, tranquille), il “pifferaio” scende in picchiata verso Catalunya, e noi decidiamo di aver rischiato anche troppo. Ci proviamo, a ritornarcene per Plaça Universitat?

Ripenso alla volta scorsa, gli spari, la gente di corsa, l’eterno dilemma se correre o rannicchiarsi in un angolo, e quel lungo fischio con botto che avevo scambiato per un petardo e mi aveva mancato di un metro o giù di lì.

Oggi, per fortuna, è il silenzio.

Mentre scrivevo si sentivano spari e sirene, però.

Spero di non dover ricredermi.

(in spagnolo)

(in catalano, un po’ swing)

PS: Mi devo ricredere. Verso la fine della manifestazione, a quanto pare, ci sono state delle cariche della polizia. Una donna è stata ferita a un occhio, probabilmente per un proiettile ad aria compressa. L’unica amica coinvolta in una carica dalla sua posizione non era in grado di dire che vi fossero state provocazioni. Per fortuna qualcuno ha aperto un portone e vi si è rifugiata. Il Presidente catalano Artur Mas ha chiesto scusa per il pestaggio del 13enne a Tarragona, ma ha dichiarato che è stato un caso fortuito.
PPS: Stop bales de goma.