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ecards-auto-240633Forse l’ho già detto, ma è utile, vivere lontano da casa. Da dove si è nati, comunque.

Impari un sacco di cose sulla gente che frequenti.

Fate un rapido confronto tra gli amici d’infanzia e quelli conosciuti fuori, o in epoche successive. A volte si frequenta la gente che trovi, che hai incontrato per lavoro o come primi coinquilini nella nuova città, ma le amicizie vere seguono un filo misterioso che non si discosta tanto, spesso, da quello che ci ha portato a dividere la merendina proprio con la bambina della terza fila, e non con la nostra compagna di banco.

Lo dico perché immagino che anche voi, come me, qualche volta vi siate sentiti “sfortunati”, nelle relazioni. Non solo di coppia, anche con gli amici. Chi non ha in comitiva la persona manipolatrice, che si accaparra l’attenzione generale a botta di ricatti morali, e che dimostra sempre una strana disinvoltura coi soldi (altrui)?

E spero che non vi siate mai sentiti messi da parte in malomodo da qualcuno, amico o amore, che fino a pochi minuti prima vi giurava che se non ci foste stati voi… Ah, no, vi è capitato?

Peccato.

E, appunto, credete sia sfortuna? Lo chiedo perché questa cosa a me è successa per molto tempo. Me lo dicevano pure gli amici, sei sfortunata con la gente che incontri, salvo farmi loro qualche torto e poi sparire nel nulla, per anni.

Allora, cos’è la sfortuna? Ha risposto per me il caso, o forse una coincidenza che Jung risorgerebbe solo per stringermi la mano, per poi tornarsene al tauto.

Niente di speciale, eh, due messaggi arrivatimi in contemporanea. Uno, di una persona che improvvisamente voleva riallacciare i rapporti dopo tre anni, e pensava che fosse possibile con un “salve”. L’altro, di qualcuno che invece inseguivo io, e che a prescindere da tutti i suoi torti presentava una motivazione inoppugnabile per non tornare a sentirmi: non voleva.

Bella coppia, no, i miei due interlocutori? Eppure, si diceva, i loro messaggi mi giungono in contemporanea. Uno che supplica l’impossibile, cancellare tre anni di vita per fare come se non fosse successo niente, e l’altro che si “difende” da colpe mai imputategli, forse perché non si accorge che non volermi più vedere non è una colpa.

E qual è, vi chiedo, il comune denominatore tra due persone così diverse? Sono io.

Qual è il comune denominatore tra amici e compagni che avete conosciuto in epoche diverse, e che “sfortunatamente” si sono rivelati profittatori o immaturi, o non disposti a prendersi le proprie responsabilità prima di tutto verso se stessi, e poi verso di voi?

Vi do un indizio: siete voi.

E possiamo chiamarla sfortuna quanto vogliamo, o anche solleticarci l’ego all’idea che “il nostro problema è che siamo troppo buoni”.

Attenzione: il singolo episodio, il truffatore di turno o il seduttore seriale, può succedere a chiunque.

Ma, che le coincidenze esistano o meno, questa che SEMPRE A VOI capitino tutte ste cose, con persone diverse nello spazio e nel tempo, è un’evenienza che perfino il più rigoroso degli scienziati tradizionali considererebbe curiosa.

Che fare? Quello che sto facendo io non è tanto capire perché lo faccia, che continuo a sospettare che non mi serva a molto, ma osservare. Osservare come mi scelgo le amicizie.

Ognuno, qui, ha la sua storia. La mia, si è già detto, era credere di non essere abbastanza interessante, quindi cercarmi gente che non si prendesse responsabilità con se stessa e prendermele io per loro, “così mi avrebbero amata”. Ora capisco la differenza tra essere amata ed essere utile: nel secondo caso, guarda un po’, quando si esaurisce tale condizione l’ “amico” scompare. E con tutta una serie di alibi plausibili, alcuni perfino condivisibili.

In fondo, la mia amicizia era genuina? E la vostra? Sì, avete “dato tutto”. Ma ve l’avevano chiesto? Esplicitamente, non sempre, anche se persone così non chiedono mai esplicitamente e a volte non si rendono neanche conto di chiedere.

Fatto sta che avevamo paura di un’amicizia, un amore, in cui si desse e ricevesse, in cui si fosse ugualmente esposti e forti allo stesso modo: temevamo che sarebbe finito, che non fossimo all’altezza, che altri ci soppiantassero, e allora eccoci a fare gli splendidi nel più usurante dei giochi: dare senza ricevere.

E una volta esaurite tutte le nostre forze, una volta che ci hanno soppiantati con persone che amino senza aver bisogno di loro, allora potremo accorgerci che in fondo la nonna aveva ragione: l’amore, l’affetto, sono cose che o si danno gratis o non si danno. È vero, sono anche lavoro, quotidianità, pazienza. Ma le basi, l’affinità iniziale, sono un piccolo miracolo che succede o non succede.

Ed è gratis. Ma proprio gratis gratis gratis.

Quando smetteremo di pretendere di comprarcelo, scommetto che verrà più facile.

Annunci

piccolafiammiferaiaProviamo a fare così, stavolta, prima di un esame, di un’occasione speciale, di un discorso di qualsiasi genere (da quello al matrimonio di vostro cognato a quello di fine anno alla Nazione).

Facciamolo al contrario: invece di “misurare quanto valiamo”, diamolo per scontato, che valiamo.

Solo allora ci potremo concentrare su ciò che dobbiamo dire o fare.

Avete presente quei tipi che vedono una bella ragazza e allora, per prima cosa, cominciano o a disprezzarla o a de-prezzarla, guardandola come un quarto di bue? Si preparano psicologicamente a essere respinti. Non vedono lei, non davvero, vedono se stessi e la paura di scoprirsi incapaci di sedurre.

Intendevo dire questo, quando in precedenza argomentavo che non sono mai me stessa come quando divento altruista.

Che spesso, nelle prove a cui ci sottopone la vita, cerchiamo la conferma del nostro valore. È come se gli input esterni (gli applausi, i sorrisi di approvazione) che riceviamo dovessero toccarci nel profondo e farci sentire bene con noi stessi, dirci che siamo qualcuno.

Così, se ci pensate, si crea una sorta di cerchio, in cui restiamo intrappolati: io faccio questo perché la gente mi approvi e quest’approvazione mi confermi il mio valore. È una cosa che parte da me, e torna a me, come se avessimo fatto tutto quel casino per noi stessi, e il risultato finale fosse zero. Di più: la sensazione di benessere che proviamo si perde subito nel baratro della nostra insicurezza. E, come una delle favole più cazzimmose della nostra infanzia, esauriti i fiammiferi che avremmo potuto “investire” invece che consumare, non ci resta che il grande freddo.

D’altronde, come razionalmente siamo bravissimi a intuire, se le cose vanno male non significa che siamo sbagliati noi. Se rompiamo un calice durante un brindisi a un matrimonio, non siamo dei falliti. Abbiamo rotto un calice.

Ma questo è difficile da assimilare.

Noi ci proviamo, ok? Invece di andare “dall’esterno all’interno”, facciamo il percorso inverso, desde dentro hacia fuera, come dicono i guru di qua. Non sentiamoci qualcuno perché ci apprezzano, facciamoci apprezzare perché siamo qualcuno.

In tutto. Quando impariamo a farlo, ci innamoriamo non per dimostrare a noi stessi le nostre capacità seduttorie, ma perché quella persona ci piace davvero, a prescindere dalla botta d’autostima che ci può dare il suo amore.

Lavoriamo con la soddisfazione di credere davvero in quello che facciamo, invece di aspettarci che da quello dipenda il nostro riconoscimento sociale.

Io non sono di quei guru americani del pensiero positivo che vi garantiscono che così saremo davvero corrisposti, verremo promossi, otterremo tutte quelle cose che volevamo accaparrarci quando cercavamo all’esterno una conferma del nostro valore.

Ma pensate di dover parlare davanti a molta gente, e concentrarvi sull’impresa di non farvi vedere emozionati. Cosa farete? Vi emozionerete. Se invece esordiste con “uff, che emozione, mi scuserete”, filerà tutto molto più liscio.

Spostando l’attenzione da noi a ciò che facciamo, ovvio che lo facciamo meglio.

Una volta che non cerchiamo l’approvazione altrui, possiamo ascoltare direttamente cosa gli altri abbiano da dirci. Concentrarci sull’interazione. Sulla condivisione del nostro valore e quello altrui per creare qualcosa di buono.

Ma su questo concetto torneremo la prossima volta.