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Image result for mitochondria meme Per la prima volta dopo vent’anni, devo ammettere una cosa: il mio professore di chimica aveva ragione. Va bene che ero un’adolescente problematica, traumatizzata da un liceo classico fatto di raccomandazioni e genitori arrivisti, ma se mi faceva la domanda “Cosa sono i mitocondri?” (ovvio che insegnava anche biologia), e a me veniva un infarto piuttosto che rispondere… beh, lui era lì per insegnare, e non per fare lo psicologo, aveva un registro da riempire di voti e un numero massimo di giustificazioni da offrire. Quindi potevo serbargli tutto il rancore del mondo, ma nel nostro rapporto poco poetico, fondato su cosa fossero i mitocondri, a un certo punto dovevo pur conoscere la risposta.

Per fortuna, la vita non è né una continua interrogazione, né un mercato, che dobbiamo stare a fissare per tutti un voto, o un cartellino del prezzo. Ma è utile sapere cosa vogliamo da qualcuno e cosa offriamo, quali sono i patti del nostro interagire, che sia per prenderci una birra o per una finestra da riparare.

E se l’altra persona non fa la sua parte, arrivederci. Che non significa per forza addio, eh, ma mettere paletti, stabilire la quantità di ridicolo che il nostro fegato è in grado di metabolizzare.

Scrivo tutto questo perché riesumare una vita sociale post-trasloco mi ha esposta di nuovo a casi umani che sbaglino luogo e ora degli appuntamenti, oppure, come questi, facciano qualcosa di sgradevole che mi metta in qualche modo nei guai.

E lo so, non è colpa loro, o non sempre. Il mitico Abdul, per esempio, è caduto mentre con un giorno di ritardo mi finiva di dipingere il bagno (un lavoro che, ovviamente, non gli avevo neanche richiesto), e per aggrapparsi a qualcosa mi ha scardinato il cesso. Quello appena montato da lui, che, Alhamdulillah, è rimasto illeso. Il cesso, invece, ha perso la tavoletta, e sono o trenta euro per comprarne una nuova, o due euro per rimpiazzare l’ “introvabile” chiodo rotto (che sarebbe introvabile giusto per chi non tanto usa Internet, ma lui a stento alza il ditino sul cellulare per avvisarmi quando non viene…).

Chi invece bussa ancora a soldi a due settimane dall’addio è la mia ex padrona di casa, orfana di una griglia da forno che non ho mai trovato lì, né tantomeno buttato per capriccio un giorno che mi annoiavo. Nonostante questo, vuole sapere, mi va bene se me la sconta dall’ultima rata della caparra?

Dipende: se è il prezzo da pagare per non sentirla mai più, può anche tenersi l’ultima rata intera. Le tasse sulla casa nuova mi avranno anche spolpata viva, ma la vita è fatta di priorità, e il mio fegato è una di queste.

Infatti ho detto ad Abdul che se non trova il chiodo oggi fa niente, provvedo io. E sono pronta a vedere se l’amico che sbaglia sempre appuntamento riesce almeno ad azzeccare la strada di casa mia, un pomeriggio che non devo uscire.

Insomma, d’ora in poi bando a oracoli e segni del destino, la mia unica guida sarà il fegato, quando mi avverte che non ce la fa più.

Chissà se c’entrano qualcosa i mitocondri.

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Da https://www.express.co.uk/news/uk/758128/Beer-price-UK-pubs-goes-up-6p-pint

Attenzione: la seguente riflessione è così “volemose bene” da risultare quasi natalizia.

Sono passati cinque anni da quando una me più giovane, e infinitamente più melodrammatica, scriveva questo post: parlava di un amico che, nel corso di un’innocua uscita pomeridiana, mi annunciava all’improvviso che il giorno dopo sarebbe partito “per sempre”.

Ok, anche se non vi sciroppate il blog da tutto ‘sto tempo avrete capito che l’amico in questione non mi dispiaceva affatto, nonostante la timidezza e le… barriere linguistiche: diciamo che, se avesse voluto la separazione della sua terra per motivi linguistici, io gliel’avrei appoggiata.

Quell’antico addio “a tradimento” era quindi entrato a far parte della struggente narrativa dei miei primi anni a Barcellona, e delle illusioni (diciamo anche delle “pippe mentali”) che mi facevo allora.

Fino a ieri sera.

Perché secondo voi chi c’era al pub quiz domenicale, seduto a un tavolo di amici comuni? Esatto, lui! Io lo dico sempre, che ci ho i lettori intelligenti.

Quasi non lo riconoscevo, col nuovo taglio, così come lui quasi non riconosceva il pezzo di donna che intanto sono diventata (e solo una delle due affermazioni precedenti è falsa!).

Giocavamo in squadre diverse e nessuno di noi due ha vinto il quiz, anche se il mio gruppo si è aggiudicato a pari merito il premio per l’haiku più creativo (una scatola di biscotti non proprio a prova di vegano).

Ma ho rinunciato al mio progetto di rientrare presto per fare due chiacchiere col redivivo, e constatare che, dopo svariate puntate di Outlander, riesco a capire quasi tutto quello che dice. Forse ci vediamo in settimana per una birra con gli altri, o forse no. In ogni caso sono rientrata contenta anche senza aver vinto il jackpot (impresa quasi impossibile, con quel nerd del mio ragazzo in Italia!).

Tutto questo per dire: era molto più “ad effetto” il finale di cinque anni fa. I poeti romantici suoi conterranei avrebbero sorriso da lassù, se quello di allora fosse stato l’ultimo abbraccio, seguito da un mio crollo sulle scale di casa che Eleonora Duse in confronto è la protagonista di The Lady (erano pure cinque piani senza ascensore…).

Ma sapete che vi dico? Che mi è piaciuto molto di più così.

È stato bello non credere ai miei occhi, cacciare un urletto di svariati decibel e fare due chiacchiere da vecchi amici davanti a una birra (lui) e a un… ginger ale, visto che la mia resistenza all’alcool non è cambiata, intanto.

Insomma, mi è venuto da pensare nientepopodimeno che alla differenza tra vita e illusione.

Solo per concludere, insieme a Calvino, che “se la vita è sempre varia e imprevista e cangiante, l’illusione è monotona, batte e ribatte sempre sullo stesso chiodo”.

Nel dubbio, adesso so quale scegliere.

Risultati immagini per stuck funny  Questo è lo spinoff di un post sugli ostacoli insormontabili, culinari e non. E che, gli spinoff li può fare solo la Rowling? Ah, già, lei sa scrivere.

In ogni caso, descrivendo le mie peripezie con una cheesecake sbagliata, osservavo che rimandando la pulizia dello stampo, e quindi del frigo e della casa, guadagnavo un pomeriggio a poltrire, ma con l’ansia delle faccende domestiche sospese. Materialmente, sarebbe stato uguale al pomeriggio che avrei passato a riposare dalla difficile operazione di pulizia. Ma che differenza.

Non tutta l’immobilità è uguale. Possiamo rimanere immobili per riposarci dopo aver vissuto, o farlo per paura di vivere. Tra le due opzioni si annidano tutte le nostre paure, in primis quella del fallimento.

In effetti a riposare dopo aver lavorato e a starcene con le mani in mano facciamo la stessa cosa. Solo che nel primo caso stiamo “in santa pace”, e nel secondo, per quanto cerchiamo di allontanarla, la signora ansia fa capolino ogni tanto a ricordarci che le cose rimandate ci aspettano sempre di là.

In questioni più importanti e urgenti ci succede un po’ lo stesso, no? Rimandare costantemente un importante colloquio familiare fino alla prima lite domestica. Oppure congelare per sempre la scopamicizia che ci è sfuggita di mano senza mai diventare una relazione. Peccato che a stare incollati a WhatsApp in attesa di un improbabile invito proveremmo un malessere simile a quello che sperimenteremmo a chiudere la storia. Ma senza il rischio di piantare in asso l’amica chiamata per una birra, perché a “qualcuno” è saltata la serata coi colleghi di lavoro.

Insomma, a me pare un sollievo illusorio, la calma apparente di chi non fa le cose.

Non è un caso che, se ci chiedono quale sia il peggiore esito possibile della situazione che ci blocca, in tanti rispondiamo solo: “Continuare così”.

Risposta esatta.