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da amarilloverdeyazul.com

Il bello di prendersi il caffè con un vecchio vicino del Raval è che comincerà a parlarmi di sua sorella professoressa, poi di quella sposata, poi di suo fratello che sta in Turchia, e di quello che per seguire i corsi va in moto fino a Islamabad… Al che timida gli chiederò: “Quanti fratelli hai, scusa?”. E lui: “Sei”. Insomma, quando ricambio l’onnipresente domanda: “Come sta la tua famiglia?”, rischio di ricevere una luuunga risposta.

La seconda costante è la stessa che si verifica per Abdul: non ci capiremo. Posso stare un’ora a ripetergli che prendo solo un caffè, e poi devo scappare a fare la spesa dal mitico Paki del Parlament (senza offesa, così lo chiamano): terminata la soda hipster che avrà finito per offrirmi, mi porterà in un ristorante pakistano di sua fiducia in attesa di sua moglie e suo figlio “che pranzeranno con noi”. Infine, deluso dalla mia defezione, avviserà per telefono la consorte (filippina, dallo spagnolo perfetto), e scoprirà che lei non aveva nessuna intenzione di scendere di casa, e il bambino dorme ancora. Il sospetto è che non si sia capito neanche con lei, e no, stando a quanto mi accenna lui non è la garanzia di un matrimonio felice. Confesso che a volte anch’io, in Inghilterra, ho fatto solo finta di comprendere, e ripeto l’errore ancora oggi, quando i coinquilini francesi mi parlano alla velocità della luce e capisco di più il loro cane. Ma, contrariamente ai miei amici pakistani, se un equivoco prende pieghe inquietanti so quando fermarmi e affrontare la figura di me’.

Perché, e veniamo al terzo punto, siamo entrambi immigrati. Però io sarei “expat” e i miei ex vicini no. Mia madre ha preso un aereo per aiutarmi con dei lavori in casa, la madre del mio amico non può venire perché ha “problemi col visto”. Santo cielo, io a una che ha avuto sette figli spalancherei le porte di tutti i paradisi.

Nessun problema, comunque. Adesso il mio amico e io abbiamo un’altra cosa in comune: non ci vogliono! Almeno i padroni di casa. Come è già successo a una mia collega italiana, il mio amico voleva affittare uno schifo di due vani senza ascensore, in un palazzo di merda, a 700 al mese, e gli è stato detto: “Vogliamo solo gente di qua”. Da un po’ succede a molti stranieri. E a nulla vale presentare buste paga, garanzie, caparre più consistenti… L’idea è: perché rischiare? Metti che per una volta tornano finalmente al loro paese! Poi chi li acchiappa più.

Il problema è che non attacca neanche cercando di essere pratici: se proprio vuoi discriminare, fallo con chi non può fornirti garanzie di pagamento, buste paga o documenti validi che attestino per quanto possibile che la persona non se ne andrà. Se tutto questo c’è, che ti frega dell’origine di chi ti paga? Magari ti capita quel pazzo del mio ex vicino spagnolo, buttato fuori con la forza dopo averci riempito le scale ogni giorno di cacca di cane.

E non m’importa delle storie lacrimevoli che pretendono di giustificare queste ottusità: la mia vecchia padrona di casa che a momenti conta le forchette, “perché quelli prima di me le hanno distrutto l’appartamento”; la milanese che, avendo avuto problemi con due ospiti arabi, non dava una stanza al mio ex e a sua sorella, cittadini britannici nati in UK con cognomi pakistani; il catalano che non affitta al mio amico perché dei suoi compaesani se ne sono andati senza pagare.

Il fatto è che i miei incubi, quando vivevo a Forcella, li ho avuti con un’inqualificabile coinquilina francese, e sapete che c’è? Il tizio che mi ha preso una stanza ieri mi ha sfottuta: “Ma tu affitti solo ai francesi?”.

“Perché no?” stavo per rispondere. Come dice l’amico con cui ora ho un pranzo in sospeso, “Non è che, perché uno si comporta male, ci comportiamo tutti male!”.

E siccome in tanti non afferrano questo concetto banalissimo, ne approfitto per riportare il contenuto di un meme che ho visto in giro:

Pretendere che i musulmani chiedano scusa per il terrorismo è come chiedere ai musicisti di chiedere scusa per Gigi D’Alessio.

E questo è quanto.

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