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Lo so, questi sono anche carucci. Ora immaginateli fluo.

Ananas. Quelle graziose macchioline sulla camicetta in vetrina, erano ananas.

Con tanto di cespo frondoso, color verde carico.

E niente. Specie da quando vivo qui, sono abituata al fatto che le cose che sembravano piacermi si rivelino spesso agghiaccianti.

La prova lampante ce l’ho quando butto un occhio nei negozi di carrer dels Tallers, nella patetica scorciatoia che prendo per evitare le masse in transumanza dalla Rambla. Oltre all’episodio degli ananas, c’è quello simpatico dei fenicotteri – prima scambiati per roselline – che a stormi rosa fluo popolavano un altrimenti grazioso vestito anni ’50: quando mi sono avvicinata, sembravano lì lì per spiccare il volo sulle frangette tagliate a metà fronte delle altre viandanti.

Che ci posso fare, va così. E così va pure con cose importanti, come l’amicizia.

Perché, vedete, ai primi d’autunno atterrano i ritardatari che risiedevano qui un tempo, ma che per la scappata annuale di rito non hanno trovato un biglietto per l’alta stagione. Arrivano e scoprono, ma ormai non è più una sorpresa, che i compagni di sbronze stranieri sono quasi tutti altrove a fare “lavori seri”, e i rari amici del posto hanno l’agenda piena fino al 2022. È vero, qualche straniero resta, soprattutto se è un’amica, sposata con un catalano dell’interior: dunque, sono minimo quaranta minuti di treno, e trenta euro in “giocattoli educativi”, per andare a conoscere Oriol e Mariona, di 4 e 2 anni.

Questi fanatici della crema solare a ottobre non la prendono bene: si chiedono perché non andiamo più a ubriacarci con loro a Vila Olímpica, o a vedere una cover band degli Oasis al pub irlandese vicino alla Rambla – cose che, devo dire, avrei trovato agghiaccianti anche a diciotto anni: sono nata nonna dentro.

A quel punto, noi pochi superstiti diciamo ai redivivi: benvenuti nel nostro mondo. Perché, vedete, c’è poco da filosofare e psicanalizzare, con Barcellona: la questione è il lavoro. Con stipendi intorno ai mille e passa, per pagarsi stanze che costano quasi la metà, la gente “europea” è quasi sempre di passaggio, e quella del posto fa la sua vita.

Dunque, ai motivi che sfasciano le comitive in paese – il lavoro a tempo pieno, i figli… – si aggiunge quest’estrema mobilità. Anche perché chi resiste di call center in call center, e si vanta di condividere la casa “con una sola persona”, si ritrova sempre meno offerte di lavoro con l’aumento dell’età: un mio alunno d’italiano ha capito subito chi fosse il mio amico appena assunto nella sua multinazionale, perché era l’unico in tutto il piano che superasse i quarantacinque! In effetti, l’azienda si vantava molto di non “discriminare per età”…

Questo quadretto è un po’ più drammatico, come capirete, rispetto agli ananas che imperversano sulle camicette della nonna! Però di buono c’è questo: con le amicizie che durano, ci sono una libertà e un rispetto degli spazi reciproci che difficilmente ho trovato in altre situazioni.

Perché, vedete, da un po’ sto frequentando un australiano del gruppo di scrittura, che vive lontanuccio col marito colombiano, e una polacca sudafricana (!) che è qui da poco, mentre ogni due settimane, famiglia permettendo, un papà francese mi vede per fare uno scambio linguistico. In tutti questi casi, sappiamo benissimo che abbiamo i nostri impegni, la nostra vita, e che rischiamo di non vederci per un bel po’.

Però sappiamo anche che, se il legame sopravvive alle difficoltà esterne, e un po’ anche alle rispettive follie, si può trascinare al pari delle “amicizie di una vita”, che ci siamo lasciati dietro partendo.

Credo sia questione di spirito d’adattamento: l’amico astrofisico, che di borsa in borsa è passato da Barcellona a Bruxelles, può scrivermi dopo tanto tempo, chiedermi se so di stanze in affitto per sua nipote, e intanto raccontarmi un po’ delle relazioni fallite, dei coordinatori di dipartimento che pretendono di viaggiare su Marte, e della gentrificazione diffusa.

A un certo punto ci renderemo conto che avremmo potuto avere la stessa piacevole conversazione dal vivo, dieci anni fa, e che vogliamo rivederci al più presto.

In dieci anni si può cambiare molto, è vero.

Però, scoprire quello di noi che non cambia, e resterà anche quando saremo e faremo altro, è un’arte che s’impara piano.

Non ci resta che imparare anche a condividerla.

(Classicone kitsch che si adatta a tutti i tipi di separazione!)

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io-ci-metto-la-faccia-franca-rameSpielberg è uno di quelli che, pure se non mi hanno mai conquistato, qualcosa mi hanno dovuto pur trasmettere, a furia di martellamento mediatico. Come il Vasco Rossi che proprio non mi va giù, ma che in Senza parole aveva come me allora “l’impressione/che mi stessero rubando il tempo e che tu/che tu mi rubi l’amore”, o il Ligabue di Piccola stella senza cielo, dedicatomi da un appassionato di jazz (!) che temeva che mi sarei bruciata e mi avreste guardata mentre scoppiavo in volo.

E invece, 10 anni dopo, sono ancora qui, tra qualche moto di stupore e tanti, sacrosanti, esticazzi.

E se sono ancora qui, lo devo anche alle mie antenate.

In Amistad (torniamo a Spielberg), John Quincy Addams difende davanti a un tribunale il diritto dello schiavo Cinqué a tornare a casa, raccontando che il suo assistito gli aveva spiegato che quando un uomo della sua gente si trova in una situazione senza speranze, invocava i suoi antenati, che non l’avevano mai lasciato solo, perché l’aiutassero e ispirassero. Allora l’ex presidente degli Stati Uniti, quello che secondo i detrattori sarebbe rimasto famoso solo per il nome Quincy, segue l’esempio: invoca James Madison, Alexander Hamilton, Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, George Washington… e John Addams (quello senza il Quincy).

E io, pensai fin da allora, chi posso invocare? Qua si parla di antenati, non del singolo nonno che mi ha insegnato tutto. Proprio una teoria di persone che mi dovrebbero sfilare davanti come le vergini e i martiri nelle chiese romaniche, e aiutarmi e ispirarmi.

Mentre mi preparavo per l’esame di dottorato e leggevo Il Novecento delle italiane, cominciai a capire che gli antenati si scelgono.

E c’era un’antenata che m’interessava particolarmente: Teresa Mattei. Non ricordo se fu lei, o un’altra partigiana che mi commosse nel chiostro di Lettere della Federico II, davanti a gruppi di studenti col panino con la porchetta del sozzoso: violentata, torturata dai nazisti come le martiri cristiane. Ma queste non erano martiri devote all’immobilità e al “filare la lana”, come le antenate che ci imponevano fino a poco fa: anche quelle devono essere state eroiche, a modo loro, o molto ben allenate, a sopravvivere a una vita di silenzio. Ma no, le antenate che voglio sono queste, anche se non ne condivido tutte le scelte e tutte le passioni.

Teresa Mattei. Teresa Noce. Tutte quelle che hanno vissuto come loro, ma della storia non si sono prese neanche le briciole.

E non devono essere per forza martiri, le battaglie non devono essere per forza violente.

C’è Maria Mercè Marçal, del mio paese d’adozione. Quella che ringrazia la sorte per tre cose: esser nata donna, di classe inferiore e nazione oppressa:

A l’atzar agraeixo tres dons:haver nascut dona, de classe baixa i nació oprimida.
I el tèrbol atzur de ser tres voltes rebel.

E sì, pure Franca Rame, va’. Quella che non capivo bene quando recitava in Mistero Buffo (ora, miracolosamente, capisco quasi tutto e mi sto pure commuovendo), ma che mi ha fatto ridere ieri quando ho letto la Lettera d’amore a Dario pubblicata da Il Fatto Quotidiano. Credo che la filiazione sia cominciata un lontano sabato a tavola, quando qualcuno disse “Ah, è stata violentata? Ua’, che coraggio che hanno avuto questi!”. Mi alzai di botto e me ne andai (anche se non ricordo se mi portai dietro la cotoletta).

Se cominciamo adesso a renderci conto che le donne vengono picchiate, violentate, uccise, come se non fosse mai successo prima, alla fine degli anni ’90, quando il femminismo di comodo non era ancora un’arma anticaimano, a criticare la gnocca in televisione passavi solo per fissata. Figurarsi se facevi ste sparate.

Altri tempi, altri costumi?

Non lo so.

Intanto le antenate me le sono trovate e me le tengo strette. È una pratica sana che consiglio a tutti.

Specie quando vi sentite uno schifo per delusioni amorose, colleghi fraccomodi, vicini scassaminchia. Ricordate la questione Ginger Rogers? Che faceva Fred Astaire coi tacchi e all’indietro? Be’, magari la Alexandra Kollontai aveva gli stessi problemi nostri di fronte al Palazzo d’inverno nel 1905, mentre le guardie sparavano sugli operai.

Ma non si sedette a sfogliare le margherite.