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Oggi il post lo scrive l’amico che, nottetempo, mi mandava questa riflessione:

C’è un ragionamento che ho fatto su di te, non so se te l’ho mai detto: a un certo punto, tutto il discorso che facevi a vent’anni sul tuo amore non corrisposto è stato una telenovela per molti di noi, o almeno per me, che ti ascoltavo con interesse e partecipazione.

Però a un certo punto mi sono chiesto: ma lei non ha mai pensato che questa cosa non può essere, e punto? Non si realizzerà, e niente più. In certi frangenti mi sembravi ostinata, vedevo che questa tua concezione dell’amore andava talmente oltre che poi ti accecava, nei ragionamenti e nei modi di fare.

Forse da più giovane tendevo a pensare così, in modo spiccio: quella persona mi piace ma non è interessata, o è già fidanzata, o non staremmo bene, e allora non se ne fa nulla… Adesso invece c’è una parte più poetica di me, che dice: e perché no? Non poteva succedere, per la mia amica? O per me?

Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’, e siccome sei molto lontano… No, vabbe’, la pianto. E comincio dalla fine, cioè, dalla domanda: non poteva succedere?

Sì. Di fatto, a un certo punto sembrava proprio che stesse succedendo. E cosa ho fatto, quando si stava realizzando l’ammore contrastato dei vent’anni, il tempo fare quel viaggetto veloce?

Non sono tornata più.

Perché? Beh, difficile dirlo. In ogni caso, quando “stava per succedere” non è stato per opera mia. I miei sforzi e i miei discorsi ultraromantici hanno fatto poco e niente, rispetto a una serie di circostanze propizie e contingenti: cambiamenti di vita o di lavoro che aprivano nuove strade. Se però c’è una cosa che non riusciamo ad accettare, o almeno fatico io, è che a volte non possiamo “fare” niente: tutt’al più possiamo aspettare che qualcosa succeda, e intanto, per favore, dedicarci ad altro. Per favore.

Poi, va da sé, c’è questo “ripensamento” sulle romanticherie passate che possiamo avere con i quaranta alle porte, e la paura di essere diventati più cinici, meno sognatori: allora rispolveriamo l’amore di gggioventù, come se con quello tornasse anche la gioventù (“avere cent’anni dentro” mode on). Per come la vedo io, se invece che cinici riusciamo a essere solo pratici, siamo a cavallo. Devo citare un bell’intervento sul mio caso umano, nel forum universitario in cui provavamo a sbrogliare le nostre telenovelas:

All’ *assenza* puoi dare qualsiasi forma..qualsiasi odore..soprattutto quello agrodolce dei ricordi.
Il vuoto può contenere tutto, un po’ come il buio che può nascondere qualsiasi cosa, anche ciò che non potrebbe esserci.

Ed è così facile, al buio, dirsi che sarebbe stato meglio se fosse andata diversamente. Che ne sappiamo, noi? Intanto restano le altre vicende, quelle che succedono alla luce del sole. Quelle che richiedono costanza, impegno… ripetizione, insomma: questo modo un po’ noioso che abbiamo noi esseri umani d’imparare a campare.

Capisco che il fascino di un eterno ammore contrastato, che ho sentito tutto sulla mia pelle e non mi farò lo sgarbo di negare, è questa sua inafferrabilità che nuove circostanze – la distanza, altre persone, altre vicende – mi hanno aiutato a preservare, a salvare dalla noia dei giorni.

Ho sentito di “amori impossibili” finiti bene, che hanno fatto giri nello spazio e nel tempo per diventare storie… terrene, fatte anche di mutui e figli da mandare a scuola. Spesso ho avuto l’impressione che, più che la tenacia degli antichi amanti o la volontà del Fato, avesse potuto ancora una volta una congiuntura favorevole – un tornare liberi allo stesso tempo, un ritrovarsi nello stesso luogo, e in un momento difficile per entrambi…

Per cui, le nostre storie infinite e mai… finite – in un letto, o in un rapporto concreto… – sono state una buona palestra per quello che nella società di oggi ci viene richiesto: immaginazione, sempre che restiamo nei ranghi. E l’aspirazione a qualcosa d’inafferrabile.

Ciò che in teoria è ineffabile si compra di più, e si vende meglio: la crema che ci farà approssimare all’ideale di bellezza che vogliamo, l’auto che ci darà la sensazione di potenza che vorremmo ispirare. L’importante è non raggiungere mai l’obiettivo e continuare a comprare tutto, anche i sogni.

Questo sogno romantico, venduto in comode rate che non liquidiamo da duecento anni, è carino per un po’, poi ci accorgiamo di una cosa: non è che crei “false aspettative“, come dicono tante che lo decostruiscono. Piuttosto, crea falsi bisogni.

Che bisogno ho io di concentrarmi su qualcuno che non mi si fila, per quanto possa essere straordinario? Perché ho “bisogno” che si concentri su di me? Soprattutto: il giorno che – per circostanze che non controllo del tutto – dovesse farlo, sarò pronta a renderlo uno scambio quotidiano di libere umanità? Oppure avrò raggiunto il mio obiettivo e, come per magia, tutto questo sfumerà?

Il buio può contenere tutto: le paure, le idee.

Quello che non ce la fa a racchiudere, è il resto di noi.

 

Risultati immagini per chihiro viaje Entrevista a la profesora Judith Muñoz Saavedra, departamento de Didáctica y Organización Educativa (DOE) Universidad de Barcelona

¿En qué sentido el amor romántico “mata”?

La retórica del amor romántico refuerza los roles tradicionales de género y justifica diversas formas de violencia machista. Las mujeres vivimos rodeados/as de mensajes que niegan nuestra autonomía; se nos dice que solo seremos felices cuando encontremos una pareja y que el amor ideal es la entrega total al otro, sin esperar nada a cambio. Hemos sido socializadas para conseguir que nos amen a cualquier precio, por ello creemos que la dependencia y el sacrificio por el ser amado forman parte de las relaciones normales de pareja y que los celos son una muestra de amor, y no de control. Todas estas ideas forman parte de lo que llámanos mitos o tópicos sobre el amor romántico y están directamente vinculados a los mandatos de género y a las relaciones de poder en las sociedades patriarcales. A través de estos mitos el amor adquiere un sentido diferente en la vida de hombres y mujeres. Los estudios de Mari Luz Esteban apuntan a que una de las principales consecuencias de la desigualdad de género en las relaciones amorosas es que potencia que las mujeres se vinculen con los hombres desde la subordinación, la necesidad o la carencia. La dependencia del amor de otro, la necesidad de ser querida o la angustia por no serlo puede facilitar que las mujeres se adapten, toleren o nieguen situaciones de maltrato y violencia física y psíquica. Además, el romanticismo patriarcal, opera como un pretexto para justificar el abuso de poder y diversas conductas violentas masculinas. En nombre del amor, muchas mujeres son violadas, castigadas o asesinadas a diario, en todo el mundo.

¿Crees que el amor tiene una historia? (Con esto quiero preguntar si la forma de amar cambia con el tiempo)

Efectivamente, lo que entendemos por amor ha ido variando y adquiriendo distintos significados según el momento histórico. Tampoco es un concepto universal, porque existen importantes diferencias entre culturas. Pero incluso a lo largo de la historia de las sociedades occidentales encontramos concepciones diversas. Por ejemplo, la visión del placer y de las relaciones afectivas separadas del matrimonio en la cultura griega es radicalmente distinta al puritanismo amoroso de la época victoriana. En la mayor parte de nuestra historia la constitución de relaciones de pareja ha tenido mucho más que ver con la economía, la producción y la sobrevivencia que con la idea de amor romántico que tenemos en la actualidad. Las raíces del ideal amoroso que tenemos hoy en día las encontramos en el pensamiento ilustrado: en la exclusión de las mujeres del estatuto de ciudadanía, en la asimilación de las mujeres a la naturaleza, en la negación del uso de la razón y en la rígida separación de esferas entre lo público y lo privado. Estas bases filosóficas, que se conocen como “misoginia romántica” fueron adoptadas por la burguesía del siglo XIX, se popularizaron a través de la literatura y se convirtieron en el fundamento de las políticas públicas de los estados de bienestar europeos. Así, y sin que nos diéramos cuenta el romanticismo patriarcal se convirtió en “sentido común”, avalando con ello relaciones de amor basadas en la dependencia y la subordinación de las mujeres.

 ¿Cómo se les puede proteger a las niñas y a los niños del amor romántico?

Creo que lo más importante es fomentar la educación emocional en la infancia como elemento protector en el presente y como estrategia de prevención de la violencia de género y las relaciones abusivas en el futuro. Los niños y niñas tienen que aprender a conocer y gestionar sus emociones, pero además deben tener la oportunidad de conocer otros modelos de amor basados en el respeto, la empatía y la cooperación entre iguales.  También es importante educar en el uso de las redes sociales para que no se transformen en un espacio de violencia, control e intimidación. Sin duda, el tema se tiene que tratar de manera integral: en la familia, en la escuela, a través de los medios de comunicación y en las políticas públicas. Una pieza clave es la escuela porque es uno de los espacios más influyente en la construcción de las identidades de género, por lo tanto es un lugar privilegiado para contribuir a la transformación de roles, estereotipos y relaciones de poder entre hombres y mujeres.

En concreto, qué “ventajas” sacarían los varones renunciando a su papel en el amor romántico?

La masculinidad hegemónica presente en el amor romántico perpetua roles tradicionales de género que también perjudican a los varones. La presión social frente al ideal del hombre conquistador, autoritario e insensible, supone que los varones estén en constante competencia y luchando por mantener un estatus en el que no se cuestione su virilidad. No obstante, creo que las mujeres no deberíamos ser quienes señalemos estas “ventajas”. Corresponde a los hombres desarrollar una profunda reflexión ética sobre los privilegios que les supone el amor romántico patriarcal. Una forma diferente de entender el amor implica renunciar a estos privilegios para avanzar en relaciones más sanas, libres y justas.

El modelo de amor impuesto por Disney y otras narrativas comerciales está muy radicado. ¿Qué modelo le contrapondrías?

Por suerte, y gracias a Pixar, el mundo Disney ha evolucionado aunque no lo suficiente. Las princesas ya nos esperan pasivas a que las rescate un príncipe azul pero siguen siendo las bellas y bondadosas protagonistas de historias románticas que, muchas veces, acaban en bodas. En contraposición existen personajes infantiles como Dora la exploradora o películas de animación japonesas como el viaje de Chihiro que rompen estereotipos. Son ejemplos puntuales porque no hay un modelo de la misma envergadura capaz de contrarrestar el poderío de Disney, sin embargo las redes sociales ofrecen una enorme oportunidad para descubrir recursos pedagógicos alternativos. En la red podemos encontrar cuentos, películas, juguetes no sexistas y comunidades alternativas preocupadas por estos temas.

¿Qué recomendarías a los enseñantes italianos para ayudar a sus estudiantes a enfrentarse a los estereotipos del amor romántico?

El profesorado tiene una enorme responsabilidad porque son modelos y verdaderos “influencers” entre los jóvenes. Entonces, lo primero es que los docentes cuestionen sus propios mitos sobre el amor romántico y luego crean en su poder para influenciar, aconsejar y cuestionar el sexismo. Lo segundo, es desarrollar estrategias integrales  que aborden la desigualdad de las mujeres tanto a nivel de centro educativo como a nivel de aula. En la mayoría de las escuelas persiste lo que llamamos el currículo oculto, que son las normas, valores y creencias que se transmiten de manera no explicita pero que reproducen el sexismo y normalizan algunas manifestaciones de la violencia machista. Es necesario que cada escuela revise los contenidos, las metodologías y el lenguaje que utilizan porque no son neutros en términos de género y pueden incorporar sesgos androcéntricos. Por ejemplo, a menudo se excluye a las mujeres como sujetos históricos y referentes del conocimiento, argumentando que no hay suficientes de científicas, filósofas o lideresas.   O no se interviene en el patio cuando se observan juegos que segregan entre niños y niñas, o se pasa por alto el lenguaje ofensivo y sexista en una discusión entre compañeros/as. Para trabajar a nivel de aula existen muchísimos recursos didácticos disponibles, una charla puntual o tratar el tema en la hora de tutoría es absolutamente insuficiente. Es necesario cambiar el chip y trabajar de manera transversal en todas las asignaturas, porque el profesorado de matemáticas, educación física o lenguas tiene la misma responsabilidad. En esta línea, el uso de  metodologías socioafectivas, de dilemas morales y las actividades cooperativas son buenas aliadas para el desarrollo de estrategias educativas que permitan cuestionar el modelo de amor romántico, desmentir los mitos en torno a la violencia de género. Por ultimo no hay que esperar que el problema se manifieste, es importante  realizar programas preventivos y confiar en el propio alumnado. Una de las experiencias más efectivas es la formación del alumnado para que ellos/as mismos/as sean capaces de detectar y actuar frente al maltrato físico, psicológico y sexual que pueden sufrir ellos/as o sus compañeras/as.