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E così ho deciso di mandare a quel paese i progetti non riusciti, e organizzare una cena.

La prima tra amici, da quando mi sono trasferita a casa mia: a pensarci bene, la prima cena in casa da anni, se si eccettuano gli ospiti in visita dall’Italia e una cosetta con gli inquilini, prima che entrassimo davvero in rapporti. Chi viveva prima con me non amava “avere gente in casa”.

Io ancora devo decidere se mi piaccia o no: però, se popolo di voci umane ‘ste quattro mura di cartongesso, le rendo un po’ più casa, ecco.

Quello che mi è piaciuto di più non è stato scoprire che mi erano venuti al dente sia gli spaghetti che i fusilli, che ho condito con pesto fatto in casa, oppure rendermi conto che il famoso sjug era stato un successo con gli invitati. Mi ha inorgoglito il fatto di sentirmi dire dalla nuova arrivata, che di mestiere fa la guaritrice, che “non percepiva tensioni” tra i convitati, nonostante i casi della vita ci avessero messi gli uni contro gli altri più di una volta: come ex o come colleghi, e in qualche caso come “coinquilini per forza”.

Sono felice di aver stabilito relazioni in cui il dolore che ci si possa arrecare, che secondo qualche terapeuta Gestalt è inevitabile, non possa nulla contro il lavoro quotidiano per stabilire fiducia reciproca, sincerità, e la disposizione – per me così difficile – ad ascoltare, invece di parlare sempre io.

Il cammino non è esente da pericoli: per esempio, quello di intraprendere questa faticata solo per dirsi “quanto so’ bella, quanto so’ brava”. Ricordo a vent’anni qualche amica orgogliosa di organizzare uscite col proprio ragazzo, con l’ex, con la nuova dell’ex, con l’ex dell’ex… Per loro era tutto un aneddoto, da sciorinare a chi non le conoscesse: guarda, li perdono tutti, e tutti li raccolgo attorno a me. Così, però, ci soffermiamo su noi stessi e non sulla relazione, e questo diventa un problema. I rapporti d’amicizia, di amore o di lavoro si rompono perfino quando tutto fila liscio, figurarsi quando ci mettiamo a fare le primedonne.

Invece mi è piaciuto questo filo intessuto ieri tra gli elementi consolidati della mia vita, quelli che si vanno stabilizzando, e quelli che vi fanno la loro prima comparsa, per restare non si sa quanto.

Mi è capitato di chiedermi pure se questo concetto di armonia si possa estendere a un livello sociale più ampio, con le modifiche del caso.

L’altro giorno, infatti, andavo alla formazione di Mediterranea, costeggiando i ragazzetti di origine marocchina che si intrattengono fuori al Palau Alós, e mandavo un messaggio vocale ai miei. Ce l’ho ancora registrato: a un certo punto m’interrompevo, perché un tizio alle mie spalle – un adulto – aveva cominciato a gridare.”Non toccarmi, o chiamo la polizia!”. Era un cinquantenne che camminava con una busta della spesa, credo che un ragazzo gli si fosse avvicinato, o comunque avessero avuto una sorta di collisione. Non escludo che i monelli stessero sfottendo il tizio. Ma perché chiamare la polizia per un ragazzino che ti si avvicina, in una strada affollata, senza la reale possibilità di farti del male?

Adesso, a Barcellona una forte percentuale di ladri di telefonini – miei e altrui – è marocchina, che è come dire povera, senza speranze di un impiego o di una reale assimilazione al tessuto sociale. Come mi facevano notare, mesi fa, quelli del Centro euro-arabo, è l’1% della comunità a rubare, eppure le colpe ricadono su tutti. A suo tempo, se ricordate, ho replicato che non dovessero dirlo a me: sono napoletana.

Non pensavo però che dovessi ricordarmene così presto, quando ieri si sono avvicendate tre notizie: un tentativo di rapina, forse un eccesso di legittima difesa, di certo un quindicenne morto, e un pronto soccorso chiuso per la furia distruttrice dei parenti.

Ho chiesto a uno degli invitati alla cena – quello che il giorno dopo era ancora a casa mia – quale delle tre notizie, secondo lui, fosse finita in prima pagina, e lui con buonsenso britannico ha chiesto: “La morte del ragazzino?”.

Proprio quella, invece, è stata accolta dai social con commenti tipo: “Uno in meno”, “E che voleva, l’applauso?”. Ci si legge, sì, la frustrazione della cosiddetta gente perbene (espressione gettonatissima, dalle mie parti) di fronte alle rapine che la tengono sotto scacco, ne limitano gli spostamenti, e abbondano, in un posto in cui il lavoro non c’è, e pure la lingua che parli a casa determina spesso il tipo di vita che farai, il lavoro che sceglierai, l’età in cui avrai dei bambini.

Io, dalle bande di ragazzini nel centro storico di Napoli, ho avuto manrovesci sul mento nell’ilarità generale (il cappottino a pois denunciava la mia estraneità al quartiere), e mani tra le cosce, seguite dall’intimazione: “Fa’ ‘o cess’!”. Più o meno, “Taci”. Le madri di ragazzine di poco più grandi, bocciate al classico, dichiaravano orgogliose: “I servizi sociali non ci fanno paura, perché siamo una famiglia unita!”.

Io sulla mia famiglia ci scherzo spesso, lo sapete, ma so di aver avuto una fortuna sfacciata ad avercela unitissima, a prova di servizi sociali, e disposta a fare del suo meglio.

A volte non serve altro, a volte sì.

In entrambi i casi, si tratta di lavorare ogni giorno.

 

 

Ok, ho ripreso a inviare in giro il mio manoscritto più scemo, che ho riscritto daccapo: vediamo se qualcuno se lo fila.

È che, tra storie di ex bimbe leucemiche o di lotte indipendentiste (saprete tutto ad aprile!), questo romanzo qui parla “solo” di un Erasmus, ma strano. Di una tizia che è convinta di partire perché deve, ma poi si vede vanificare una a una le scuse che s’era inventata per farlo: scrivere una tesi che non va più bene al tutor, dimenticare uno che all’improvviso sembra interessato… A questo punto, deve ricorrere alla famosa domanda che tanto tormenta me: ma lei, al di là delle obbligazioni sfumate, che vuole fare?

Sì, sono ossessionata con la volontà, anche quando è diretta a cose impossibili da raggiungere: quando sappiamo cosa vogliamo abbiamo un minimo di potere, fosse anche quello di rassegnarci. Il più delle volte è l’ignoranza a non darci nessuna scelta.

Se la questione della volontà e delle scelte mi tormenta non poco, immaginatevi come mi piace il contrario: quando sono bloccata in qualcosa e non posso farci niente.

E la parola “bloccata” ci sta, riferita a questa casa. Pensavo fosse un luogo di passaggio prima di trovarmi qualcosa di più accogliente e meno centrale, che Barcellona farebbe venire perfino a me la vocazione di eremita. Invece la banca mi rifiuta l’ipoteca, affittare una casa dove voglio sarebbe proibitivo se voglio continuare a scrivere, e rispetto all’inizio del progetto dovrei contare solo sulle mie forze. Quindi mi trovo qui a cercare di capire come possa rendere più accogliente questo posto strano, pensato o per anziani come il proprietario iniziale, o per la gente di passaggio che ci piazzavano quelli che l’hanno venduta a me.

Allo stesso modo, per motivi vari – gli affitti di Barcellona e una sistemazione sfumata – il breve soggiorno che offrivo a qualcuno che iniziavo appena a frequentare si prolungherà fino a data da destinarsi. Capirete che nella fase iniziale c’è ben poco da piangere, all’idea di stare “core a core” tutto il tempo. Ma la convivenza è un drago a tre teste che si nutre di dentifrici non comprati, e di avanzi lasciati da troppo tempo in frigo. È la prova del nove che l’amore romantico va decostruito, e se fa strage di coppie collaudate, figuratevi che combina con quelle recenti!

Cosa si fa, quando si vuole qualcosa (più tempo per conoscersi, e in un posto più accogliente) ma non si può? Buon viso, ovviamente. Sabato viene a trovarmi un’amica che fa la guaritrice, e che è sicura di potermi rendere più ospitale la casa: devo ancora capire se lo dice perché è un’esperta di interni, o vuole sgamarmi eventuali ectoplasmi, entità in cui lei crede fermamente. Io, d’altronde, credevo nella meritocrazia, e mi applico ancora le creme antirughe.

Vorrà dire che oggi si fa un po’ di pulizia per la visita di domani, e… oh, guarda un po’, non sono più sola, a dovermela vedere con strofinacci e ramazze.

La convivenza qualche lato buono ce l’ha, ogni tanto.

La vita è fatta di priorità, e ieri c’era la polenta.

Quella che “la ragazza della porta accanto” (letteralmente) avrebbe preparato per me e l’altro inquilino, con del sugo fatto di fiocchi di soia macerati e ripassati con un soffritto di carote insieme a tofu, salsa di pomodoro e un gocc… vabbe’, con del ragù vegano, gente: così facciamo prima, e le vostre coronarie reggeranno, ve lo assicuro. Un’alunna ha ordinato davanti a me una pizza all’ananas, e sono qui a raccontarlo.

Il mio sugo preferito è quello d’avena, ma questa fanciulla che manco è veg mi ha umiliata prima con un trionfo di bontà, e poi con una telefonata in giapponese perfetto in cui diceva al quarto convitato di rimettersi presto, e alla prossima. Roba che io, dopo un anno di Duolingo, ho capito solo “ciao” e la sua presentazione.

Dopo, mentre la povera chef scappava al lavoro, ho avuto modo di parlare finalmente con l’inquilino fantasma: l’uomo che come unico segno della sua presenza aveva la bicicletta in corridoio, e che mi mandava messaggi tipo “Scusa se non ti ho riconosciuta in ascensore, ero sbronzo!”, al che dovevo rassicurarlo: “Tranquillo, non ero io”.

Adesso ho scoperto tante cose: prima di tutto, che riesce a scolarsi la vodka che io uso, letteralmente, solo per i brufoli; poi, che assumere la menzionata vodka per via orale mi ubriaca all’istante in qualsiasi posologia (ok, era un’unghia, e non è proprio una novità); infine, che lui aveva deciso di affittare l’appartamento nello spazio di due ore perché si era separato da poco, dopo una relazione ultradecennale. Quindi non è che beveva solo perché era scozzese!

Tanti mesi a vederci doppio in ascensore (lui) e a rimuginare da sola su rinunce importanti (io), e non abbiamo mai bussato l’uno alla porta dell’altra.

Insomma, questo e altro è successo ieri nella nostra umile dimora (roba che manco Amélie), quindi non mi dispiace troppo di essermi persa il vermut letterario con Bel Olid, autrice tra le altre cose di Follem?, che in catalano un po’ bastardo vuol dire “Scopiamo?”.

Un libro sul piacere e il modo in cui ci viene “insegnato”. Perché sì, viene insegnato, e più per omissioni che in lezioni vere e proprie, purtroppo. E l’autrice, che guardava sia le tette della prof. di matematica che il culo del prof. di educazione fisica (sic) ha avuto più problemi nella vita delle persone cis etero (tipo me), ma anche più possibilità di “uscire dal copione”: quello degli amplessi televisivi, spesso etero, coincidenti col coito, e sfocianti in un improbabilissimo orgasmo simultaneo, sperimentato nel giro di qualche secondo. A.I. di Spielberg è stato stroncato per molto meno!

Insomma, di libri come il suo ne ho letti un po’, da queste parti. Ma mi piace la freschezza con cui dipinge certe situazioni, e soprattutto la libertà che sente nell’inventarsi il piacere. Che per lei è, prima di tutto, “uno scambio”. Di pelle, o anche di messaggi a distanza.

Vi estrapolo e adatto un po’ le frasi più interessanti lette finora, così intanto digerisco la polenta (e la vodka!).

Tutti gli studi indicano che la maggioranza di persone fornite di clitoride arrivano all’orgasmo con pratiche diverse dal coito, e che di solito implicano un contatto col glande della clitoride. Il cosiddetto orgasmo vaginale è in realtà un orgasmo clitorideo, in cui si stimolano altre parti non visibili (ma molto presenti) della clitoride.

Il nostro desiderio viene penalizzato senz’ombra di dubbio da quello che crediamo dovremmo desiderare.

Noi persone dotate di vulva, cresciute per essere donne, siccome possiamo riprodurci senza provare desiderio, siamo state le grandi escluse dal parco d’attrazioni che è la sessualità ricreativa.

L’omosessualità viene presentata come accettabile solo nella misura in cui si accettano le altre norme: monogamia e volontà di “formare una famiglia”.

Ogni volta che vai in strada con una persona con cui hai una relazione sessoaffettiva e hai voglia di baciarla, devi decidere se è un ambiente sicuro o meno, perché finché non la baci ti protegge (o ti opprime in parti uguali) la presunzione di eterosessualità.

Se fossi arrivata ai quindici anni con una relazione sessoaffettiva ragionevole, non avrei dovuto chiedermi niente quando mi sono sentita attratta da persone del mio stesso genere, né avrei confuso per tanto tempo l’attrazione sessuale con l’interesse amichevole.

Tutta la società dà per scontato che in un certo momento della vita sentirai desiderio, e sarà per persone dell'”altro” genere (con cui, peraltro, non è previsto che coltivi amicizie profonde).

Come donna cis posso portare i capelli corti o non truccarmi senza nessuna discriminazione evidente, però invece donne trans che decidono di non portare i capelli lunghi e non truccarsi hanno molte più difficoltà a essere riconosciute come donne.

Moltissime persone sperimentano desiderio per persone di diversi generi in momenti diversi della loro vita.

La conquista dei diritti non è stata ottenuta per tutti gli individui del collettivo LGBTQI+. Le lesbiche migranti che non hanno la documentazione che esige lo stato, non hanno questo diritto [quello al matrimonio] garantito.

[C’è l’idea che] sia sesso “vero” solo se c’è un coito, e basta che ci sia un coito perché sia sesso.

In questa visione pneumatica del sesso, tutto inizia quando c’è un pene in erezione, e tutto finisce quando finisce l’erezione. Se la deflazione è perché il proprietario cis del pene ha avuto un orgasmo, si considera un rapporto sessuale pieno. Se è per altri motivi, si considera un rapporto sessuale fallito.

Credo che non arriverò a vedere il mondo che vorrei […]. Sarebbe un mondo in cui non sarebbe necessario uscire dall’armadio, perché non ci ficcherebbero proprio lì, quando nasciamo.

scusate11 Devo dire che l’ho sentita in due lingue, e da uomini.

Più amici mi hanno raccomandato, sulla storia di volere figli, di “non dirlo subito a un uomo, che noi poi scappiamo”. Messa così, la questione mi sembra rilevare due cose:

  • la fragilità di uomini che della “fuga” fanno quasi un orgoglio, un adorabile difetto;
  • l’idea triste che abbiamo delle relazioni.

Queste ultime, lungi dall’essere un momento d’incontro, di sincerità, di comunicazione efficace, diventano machiavellici do ut des, in cui devi usare strategie per ottenere ciò che vuoi dall’altro, e magari, a dirla tutta, ignori ciò che l’altro voglia sul serio. Dirlo e basta non rientra quasi mai tra le opzioni.

Nella Barcellona da bere non ho molti amici con relazioni stabili, ma sul fronte italiano mi confidano di tutto: a volte mi sembrano liceali che vivono con il tipo o la tipa per cui hanno una cotta, però “non sanno se ricambia”. Altre volte mi sembrano generali che si squadrano attraverso un campo di battaglia – perlopiù la cucina – in attesa di chi farà la prima mossa.

In un rapporto così, fatto di piccole battaglie vinte e guerre mai combattute, si crea un effetto paradossale come quello del climatizzatore col riscaldamento globale: alimentiamo lo stesso problema che, in teoria, staremmo risolvendo momentaneamente.

Per questo rivendico il mio diritto alla sincerità, che parte da quello, poco alla moda, di sapere ciò che voglio. Se so che voglio figli, come mi può andar bene con uno che non ne vuole? Omnia vincit amor un par de ciufoli. Allo stesso modo non voglio rapporti a distanza, perché cerco un contatto fisico quotidiano, e ho imparato ad assicurarmi che per l’altro non sia un problema nel caso, frequente nella Barcellona mileurista, che entrassero più soldi a me (l’orgoglio inculcato negli uomini sull’argomento è duro a morire). Le circostanze della vita potrebbero farmi cambiare idea sulle mie priorità, ma il punto è questo: se sappiamo cosa vogliamo, e sappiamo comunicarlo, siamo sicuri di volerlo mandare a monte per “l’ineluttabilità dell’amore”?

Perché so che queste di sopra possono sembrarvi aride elucubrazioni. Anche io sono cresciuta guardando Disney, e apprendendo dalla pubblicità che col rossetto giusto finirò per uscire con Jason Momoa. Ed è così affascinante l’idea che lì fuori ci sia una persona, e una sola, che vada bene per me, che manderà a monte tutti i miei progetti (tipo l’eliminazione del soffitto di cristallo) e basterà guardarci per capirci.

È un’idea affascinante, ma complica la vita invece di rallegrarla, quando non la rovina.

Perché qui siamo oltre il pensiero per cui l’amore romantico “crea false aspettative“: a me sembra, piuttosto, che crea falsi bisogni. Perché di uno che mi mandi a monte i progetti, francamente, non ne ho bisogno: se ancora considerassi sul serio l’ipotesi di una relazione, ne vorrei una che mi accompagnasse nella mia vita, invece di stravolgerla.

Per questo ho tradotto un articolo de La Vanguardia di quelli che di solito salto a pie’ pari, sulla “psicologia di coppia”: questo qui mi sembra utile e scritto bene. Il che, considerata la testata che lo ospita, è quanto dire.

Spero ne facciamo una “via di fuga”, questa sì intelligente, da una vita di bugie e sotterfugi che non meritiamo.

(Traduco qui sotto quest’articolo di Rocío Navarro Macías, pubblicato sull’edizione online de La Vanguardia del 28/10/19. Lo faccio perché la questione della sincerità mi sembra una delle più paradossali tra le faccende umane: come ideale è un pilastro della nostra società, ma spesso viene del tutto rimossa dalla nostra educazione sentimentale. Magari, con una persona cara, ci viene infinitamente più spontaneo “farglielo capire”, o arrabbiarci, rispetto a dire esattamente cosa ci affligge e perché.)

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Forse c’è un errore, tu non parli bene…

 Ottenere uno scambio d’informazioni fluido è la chiave per mantenere la connessione emozionale e una relazione soddisfacente

Il fatto che lo scambio d’informazioni non fluisca scatena una serie di sfortunate circostanze in una coppia: “La comunicazione è la risorsa fondamentale per mantenere un rapporto di coppia soddisfacente”, spiega Nando Quesada Pérez, psicologo esperto in terapia di coppia del Centro de Psicología Bertrand Russell di Madrid.

D’altronde, è comune che sorgano problemi man mano che la relazione avanza. Uno dei motivi che provocano queste difficoltà è un aspetto inerente alla condizione umana: i cambiamenti che si producono nelle persone nel corso del tempo. “Non dimentichiamo che una coppia è formata da due individui che sono in continua evoluzione. Sarebbe davvero eccezionale se le necessità, gli interessi o le preferenze di ciascuno dei due fossero sempre alla pari” aggiunge.

Le conseguenze di non aggiornare tutti questi aspetti si associano a situazioni di stress, litigi e frustrazione. A questo si unisce la sensazione di stare insieme a qualcuno che, realmente, non conosciamo più. Questa situazione, inoltre, provoca una disconnessione emozionale che incide sulla difficoltà di arrivare ad accordi o decisioni più complesse. La buona notizia è che si può lavorare per stabilire una buona comunicazione e con quella migliorare molti ostacoli che appannano la relazione.

Gli scogli da affrontare

Miti romantici, aspettative poco reali

Nessuno riceve un manuale d’istruzioni per saper gestire la coppia. Di solito neanche si pensa alla questione finché non cominciano a sorgere i primi problemi. La questione è che, a meno che non si sia esperti in materia, la comunicazione nei rapporti affettivi non è affatto semplice. Inoltre, esistono molti miti romantici che creano aspettative poco reali e iniziano a ostacolare lo scambio d’informazioni.

“Un esempio di ciò è ‘il mito della divinazione’, che consiste nel credere che il o la partner dovrebbe sapere cosa voglio o come mi sento per il semplice fatto di amarmi. Questo fa sì che tacciamo alcune cose, perché ‘non dovremmo neanche dirle'” confida Quesada.

A questo si aggiungono altri ostacoli, come la capacità di esprimersi in modo corretto con il compagno. “Questo può inibire la comunicazione e aggiungere ulteriori problemi da risolvere” spiega.

L’atteggiamento

Più tempo si sta insieme, maggiore è la necessità di comunicazione

Quando s’inizia una relazione di tipo romantico, di solito entrambe le parti hanno interessi e obiettivi comuni. Però, col passare del tempo, è difficile che l’evoluzione di entrambi vada nella stessa direzione. “Può trattarsi di una specializzazione eccessiva all’interno della famiglia. Per esempio, tu ti occupi dei bambini, della casa, del contatto con la famiglia, e io dell’economia, della burocrazia annessa, e degli affari. Questo, dopo tanti anni, può generare due universi mentali molto diversi” analizza lo psicologo clinico Esteban Cañamares.

Di solito, il fenomeno progressivo di non riconoscere più l’altra persona ha come effetto una disconnessione emotiva. “L’inizio delle relazioni è molto più semplice, perché generalmente non ci sono decisioni rilevanti da prendere, al di là di cenare in un determinato posto o vedersi ‘a casa tua o a casa mia’” rivela Quesada. Si tratta di una tappa in cui la comunicazione è più facile e sensoriale. “Inoltre ci troviamo in condizioni biochimiche specifiche. Man mano che passa il tempo, ci torniamo a stabilizzare da un punto di vista chimico e cominciano ad arrivare decisioni più complesse da risolvere. È allora che si richiede una comunicazione più sofisticata. Qui, di solito, cominciano le difficoltà” confida Cañamares.

Lo specialista ricorda che esistono quattro atteggiamenti che deteriorano una coppia. “L’indifferenza o l’evitamento, come ad esempio il fatto di guardare il telefonino quando l’altra persona sta cercando di comunicare qualcosa, o rimandare costantemente il momento di parlare. Un’altra cosa è la critica globale, con etichettature non necessarie come ‘sei uno sconsiderato’. C’è anche l’ironia o il disprezzo, con cui si sminuiscono i desideri dell’altro; e, per ultimo, il contrattacco“.

A volte il messaggio che vogliamo trasmettere non è quello che comunichiamo

Comunicare con assertività non è sempre facile. Dipende dal carattere, dallo stato emotivo che ci troviamo ad affrontare e dall’abilità di mantenere una postura ferma e essere chiari nell’esprimerla. Però, oltre a questa capacità, esistono altri aspetti che possono rendere difficile in certa misura il fatto che il messaggio che vogliamo dare giunga a destinazione.

“Magari si sta usando una formula non adeguata (come dare all’altra persona la responsabilità del mio malessere), un canale di comunicazione infelice (WhatsApp a volte non è la migliore opzione per certe cose), un momento inopportuno (come una fase di grande stress lavorativo)… Inoltre, dobbiamo tenere in conto che il destinatario del messaggio può avere difficoltà e distorsioni nella sua interpretazione al momento di riceverlo” spiega Quesada.

Le interferenze tra quello che vogliamo trasmettere e ciò che realmente comunichiamo possono venire anche dagli stessi conflitti interni. “La causa può risiedere nel fatto che i nostri veri interessi si impongano al momento di comunicare” aggiunge Cañamares. Per questo, è fondamentale fare un’autovalutazione della situazione prima di lanciare il messaggio.

Migliorare la comunicazione è un compito non solo necessario per chi parla, ma anche per chi ascolta. Però esistono strumenti applicabili in entrambi i casi che possono facilitare il processo. “Questi schemi possono essere complessi se prima non c’è un esercizio individuale interno per aggiustare aspettative o rivalutare credenze che possono stare interferendo nel modo di agire” avverte Quesada.

Un lavoro semplice che può fare la differenza per chi ascolta è evitare termini assoluti come “sempre”, “mai”, “tutto”, “niente”… In questo modo si trasmette un atteggiamento più flessibile, che darà luogo a un’atmosfera più conciliante.

Allo stesso tempo è importante trattare un solo argomento in ogni conversazione, per non correre il rischio che si finisca per parlare di qualcosa di diverso da quello che abbiamo proposto.

Altri aspetti da valutare sono legati all’empatia. “Il ponte tra due persone è molto più bravo se proviamo a capire l’altro, e non pretendiamo il contrario. Va considerato anche il linguaggio non verbale, perché diciamo di più con il tono, i gesti e la postura che con le parole” confida l’esperto in terapia di coppia.

Inoltre, ricorda che è importante evitare di dare la colpa al/alla partner del nostro proprio malessere, perché genererebbe una resistenza da parte dell’altra persona.

È importante anche trovare il momento opportuno per parlare. Sia il contesto che lo stato emotivo influiscono in modo evidente nella comunicazione. Risulta ovvio pensare che una situazione di stress non è il miglior momento per cominciare a parlare, ma quando si sente il bisogno di sfogarsi con urgenza si ignorano molti di questi fattori condizionanti.

“La fluidità nella comunicazione può essere difficile quando, da un punto di vista emotivo, siamo molto reattivi o vulnerabili; è preferibile parlare in condizioni di serenità” raccomanda Quesada. Per questo, è meglio rimandare la conversazione se siamo particolarmente stanchi, c’è un bambino che piange o si presenti qualsiasi altra situazione che alteri lo stato d’animo.

“A volte è interessante anche scegliere il posto adatto. Può essere raccomandabile uscire dalla zona abituale di conflitto, associata alle discussioni, e parlare in un altro posto, prendendo qualcosa da bere, facendo una passeggiata…” conclude.

L’altro ieri c’era l’uragano, e io filosofavo.

No, perché ho fatto una scoperta sensazionale sulla mia vita. In particolare, sulle scelte sbagliate. La sera prima avevo provato invano a spiegarla con messaggi vocali, ad amici che magari volevano solo pisciare il cane, e preparare la cena. Ma non dovevo essere stata molto chiara, quindi a voi faccio esempi.

Scelta 1. Ciao! Ci serve un insegnante d’italiano: i livelli degli alunni sono diversi, ma sono solo tre ore a settimana e paghiamo bene. Io: Grazie, mi preoccupa un po’ la questione livelli e la conciliabilità delle ore con altri lavori: queste cose non si sa mai come vanno. Valuto un momento e vi dico!

Scelta 2. Ciao! Ho aperto una web da cinque minuti – ma so che sarà un successo perché sono un genio – e mi serve una content manager che scriva gratis tutto il giorno. Non ti piaceva scrivere? Io: Benissimo! Quando inizio?

Avete capito la questione? Ok, esempio più illuminante.

Scelta 1. Ciao! Vuoi uscire con me? Insieme ci divertiamo molto, no? Non so se ti piaccio anche, ma se ti va possiamo approfondire! Io: Beh, magari la nostra amicizia può portare ad altro, ma queste cose non sai mai come vanno… Ci penso un momento!

Scelta 2. Ciao! Posso venire da te? Non vali un’unghia della mia impareggiabile ex, ma non si vive di solo pornhub. Sarai il passatempo del week-end, dopo la lavatrice. Dai, per un minuto ho smesso anche di parlarti della mia ex! Io: Mi vuoi sposare? Sono sicura che andrà benissimo!

Riassumendo:

  • quando la vita mi mette davanti a progetti normali, nel senso di “incerti ma promettenti”, li valuto bene e capisco che il successo dipende un po’ da me e un po’ dal caso;
  • quando la vita mi propone progetti assurdi, e destinati con ogni evidenza al fallimento, mi ci tuffo a cufaniello e decido che andrà bene, senza nessuna ipotesi razionale a suffragare questa mia intrepida previsione.

Cosa s’inceppa nella mia mente, nel secondo processo di valutazione?

E che ne so!

Pero, per scoprirlo, mi giungono in soccorso due improbabili alleati: Carl Gustav Jung, e Whitney Houston.

Il primo, non ricordo dove, scriveva tipo che, se un settantenne prestigioso e stimato butta all’aria lavoro e famiglia, e per una fanciulla che lo lascerà tra tre mesi, la sua Anima ha fatto strike: così impara a non filarsela di striscio! (L’Anima, non la fanciulla…)

La seconda, in Bodyguard, chiedeva a Kevin Costner: “Hai mai fatto qualcosa che non ha nessun senso in assoluto, tranne che da qualche parte nelle tue viscere?”.

Mo’ ho citato entrambi a sentimento, ma unendo le due filosofie il succo è quello: a volte prendiamo decisioni orribili, ma che rispondono a un’esigenza che stiamo trascurando. Magari non una cosa complicata come l’Anima di Jung, ma il leggero languorino delle tre del pomeriggio, orario bastardo. Se non ci beviamo un succo/mangiamo un cioccolatino nella prossima ora, per le 18 staremo divorando il biscotto ripieno di “bistecca, uova e formaggio”(sic!) di McDonald’s: e, considerando che faceva parte di un menù colazione, mi si sono chiuse le famose viscere menzionate da Whitney.

Insomma, se sono anni che voglio scrivere di più, e un “amico” mi propone di farlo gratis h24 sulla sua web, è capace che accetti senza pensarci troppo! Invece, scrivessi per cazzi miei e ciao.

Se poi esco da mesi con gente che parla solo di vacanze e lavori in casa, il primo che sia decisamente… originale, mi sembrerà l’uomo della mia vita. Piuttosto, frequentassi associazioni e centri che si occupino di ciò che m’interessa, e magari incontro qualcuno lì!

Insomma, dobbiamo ascoltare anche le nostre esigenze più imbarazzanti: ad esempio, la voglia di lavorare a cose che non portano guadagni immediati (o finiremo a lavorare gratis a progetti altrui), o l’esigenza di frequentare gente “originale” (o finiremo con qualcuno che sia direttamente folle).

Questa non è affatto la soluzione definitiva alle mie anomalie cognitive, né è un’ode alla razionalità: anzi, è proprio la logica comune, il cosiddetto “buonsenso”, che ci porta a trascurare esigenze meno tollerate socialmente, così che, pur di soddisfarle, scleriamo.

Presa a piccole dosi, l’irrazionalità è una grande cosa.

Infatti ora vi racconto la mia sensatiiissima “soluzione” per l’uggia che mi è venuta l’altro ieri, dopo tante elucubrazioni mentali.

Subito dopo, infatti, sono dovuta uscire sotto l’uragano, tra turisti in fuga in infradito, con i crampi mestruali e l’urgenza di tornare a casa per ricevere un pacco – che mal si conciliava col desiderio di prendere un caffè intrugliato all’angolo. E allora, sono tornata subito su? Ho preso un ibuprofene? Ho scovato la miscela di Passalacqua portata dai miei, intanto che arrivava il pacco?

Macché. A un certo punto ho riso e mi sono detta mezzo in napoletano, come spesso accade quando cerco di sdrammatizzare, che avevo scelto proprio ‘o juorno adatto per andarmene dalla casa…

Ehi, un momento!

‘Nu juorno me ne jette da la casa…

Come faceva, quella canzone lì?

Jeve vennenne spingule francese… 

(Ok, è jenne vennenne, ma oh, non mi ricordavo!) All’improvviso, comincio a intonare:

‘Me chiamma ‘na figliola: “Trase, trase”…

Qualche passante alza gli occhi dalle pozzanghere, mentre a voce sempre più alta annuncio allegra:

A chi vo’ belle spingule francese, a chi vo’ belle spingule a chi vo’!

Il bello era se si fermava qualcuno sotto la pioggia battente – magari un nonno argentino di Somma Vesuviana – a comprare le mie spille invisibili.

Beh, perché no: a quanto pare sono un grande rimedio contro gli uragani.

 

(Una scena della parte finale del post, ripresa dall’iPhone di un turista americano. I musicisti erano artisti di strada della Rambla, sfrattati dal temporale. Sì, all’improvviso sono diventata bruna. Questa voce della Madonna, invece, l’ho sempre avuta.)

 

 

 

Giuro che non è la stessa foto dell’altro post!

“Semplice, no?”.

L’idea non mi faceva troppa impressione finché lo dicevo scherzando e senza troppi rimorsi, pensando a un onesto do ut des (vedi coparenting).

Poi ieri un ragazzo caruccio, nel quartiere marsigliese che mi ospita, mi ha prima chiesto una sigaretta, poi una moneta, poi dieci minuti per prendersi un caffè insieme. Allora il pensiero è rimasto lì troppo a lungo perché fingessi di non accorgermene: “Semplice, no?”. Il mio famoso problema come-divento-madre-a-38-anni-da-single, risolto così. Ovvio che mi sono allontanata senza accettare il caffè, ma mi sono fatta schifo da sola comunque, per due motivi: l’immenso potere che aveva lui, quello ancora maggiore che avevo io. Lui aveva quel solo, grande potere: seguirmi senza che sembrasse troppo strano, “Che cosa romantica, anzi!”. E poi farla franca se mi violentava, visto che non credo che la mia resistenza vada al di là della sola vista di un temperino, o del primo cazzotto. Dopo vai a spiegare alla polizia “che ci facevi da sola”, come sei sopravvissuta e perché non hai venduto caro l’onore.

Anzi, sapete che? Se una cosa poteva lasciarmi ben sperare, sul fatto che l’avrebbero creduto colpevole, era quella sbagliata: il ragazzo era arabo. Se sono loro, rubano le nostre donne. Se no… “Esistono anche le denunce falzzze”.

E niente, me ne sono andata verso il porto meditando su tutti i poteri che invece avevo io, che ero quella bianca, di classe media, ancora per un po’ sotto i quaranta, che conosceva le lingue “che contavano” e poteva permettersi di decidere a chi fare l’elemosina e a chi no.

Una volta sul molo ho risposto fiduciosa al saluto di un altro ragazzo, nerissimo, che mi si è seduto accanto: come immaginavo, dopo quella gentilezza si è immerso nella sua musica e si è fatto i fatti suoi. Nella mia esperienza francese, “assediare donne” è un privilegio per uomini bianchi, o appena un po’ scuri.

La cosa sarebbe andata liscia se non fosse stato per Nonna Abelarda, qui coi capelli velati, che cercava la foto perfetta in cui immortalare un Soldino armato di spada al neon blu. Per riprendere bene il porto, l’indomita signora prima ha fatto spostare me, poi mi ha fatto chiedere lo stesso al ragazzo che ascoltava musica, infine mi ha sbolognato il cellulare e si è messa in posa col nipote, salvo poi obbligarmi a ripetere lo scatto: il tempo che l’importuno battello si allontanasse sullo sfondo, lasciandola al suo Pulitzer per la fotografia.

Risultato: io e l’altro poveretto importunato ci siamo messi a scherzare in inglese (lui non riteneva il mio francese abbastanza buono…) sul surrealismo di tutta quella scena, e tra una chiacchiera e l’altra siamo passati a parlare di Marsiglia e Barcellona, della mia famiglia, e della sua: tre sorelle, che per vivere intrecciano i capelli delle turiste al porto di Marsiglia. Di fronte alla necessità, si diceva, l’appropriazione culturale passa in secondo piano.

Il ragazzo si lamentava del fatto che avesse degli amici ipocriti, anche con le fidanzate: sparavano un sacco di palle e andavano con chi volevano. Lui cercava una persona seria, a Dio piacendo, e non gli piaceva mentire. Vi confesso una mia colpa tremenda: decido spesso di concedermi il lusso della fiducia nell’umanità. Con tutte le diffidenze e precauzioni del caso, ma me lo concedo. Gli ho dunque spiegato che, per quanto mi riguarda, sto benissimo da sola, e al massimo lascerei la solitudine per una prospettiva di famiglia. Qualsiasi “via di mezzo” non m’interessa, per quanto amici più o meno filo-femministi o comunisti mi diano il consiglio, comune in realtà ai peggio maschi alfa, di non rivelarlo subito a eventuali uomini che mi piacciano. Il “Se no scappano” è il messaggio sottinteso di questi benintenzionati, che non capiscono una cosa: è proprio dagli uomini che scappano – che scappano dai miei desideri, almeno – che preservo la mia sacra solitudine.

Il mio interlocutore, in ogni caso, non aveva nessuna intenzione di squagliarsela: ascoltato tutto questo, si è offerto come aspirante compagno di vita, posto che la nostra conoscenza ci avesse portato a scoprire di “andare d’accordo” e, soprattutto, “trattarci bene”, che era un po’ la sua massima aspirazione: mi sono ricordata quando, a vent’anni, prendevo in giro i testi scarni di certa musica nera del ‘900, che si risolvevano in una trafila di “He treats me kind“, “I’ll treat you right“. E che era, il “buonasera” come fine ultimo nella vita?!

Scherzi a parte, con Romeo lì già cominciavo a cadere in preda al nervosismo, e a pensare a un modo di tagliare la corda io, stavolta! Per la verità temevo l’inseguimento, visto che sulla strada per il porto avevo incrociato per ben tre volte un garzone di fruttivendolo che mi aveva provato a parlare fuori al suo negozio, qualche incrocio più su. Confidando ancora in un commiato tranquillo, ho spiegato al ragazzo del porto che in tre giorni me ne sarei andata pure, e non m’interessavano i rapporti a distanza.

Ci credereste? Aveva la soluzione anche per questo: veniva a vivere a casa mia a Barcellona! Si spostava lui, “per me”, perché chi non risica… E lui era disposto a “rischiare la vita”. In che senso, ho chiesto. Mi è sembrato esitare un po’: nel senso, ovviamente, che lasciava la sua vita marsigliese per vedere se con me avrebbe funzionato… Lo ammetto: da borghese cinica e dotata del passaporto “giusto” ho cominciato a chiedermi come stesse messo lui a documenti, memore com’ero dell’unica, ormai celebre, dichiarazione di matrimonio che abbia mai avuto: “Vuoi sposarmi? Ti do cinquemila euro” (era il mio ex pako, sempre in difficoltà con il visto spagnolo). Il marsigliese, comunque, era disposto a portarmi in quello stesso istante dalla sorella “parrucchiera” – quella delle trecce – perché mi sincerassi delle sue intenzioni.

No, mi spiace, l’inizio di una relazione non lo vedo così, gli ho risposto, e mi sono alzata. Dopo il legittimo sospetto sulla disperazione di chi facesse una proposta simile, mi sono chiesta quanta ne dovessero avere quelle che accettavano, e se corressi mai il rischio di raggiungere quel livello, man mano che la prospettiva di una famiglia da libro Cuore si allontanasse sempre di più.

Come temevo, l’aspirante compagno di vita mi ha seguita, ma solo per dirmi “un’ultima cosa”: magari, a parlarci su Instagram avremmo almeno approfondito la conoscenza… Ok, ho pensato, se il mio Instagram mi salva da questa situazione sgradevole, e sia.

Adesso, credetemi, la spiegazione cinica non basta. Siamo d’accordo sul fatto che attrazione e desiderio c’entrassero poco con le profferte che ho ricevuto, ma ho letto abbastanza sul rapporto tra amore e cultura, e soprattutto ho conosciuto abbastanza persone di mezzo mondo, da sapere che il mero calcolo non spiega tutto tutto. In Crítica del pensamiento amoroso, Mari Luz Esteban parla di una coppia mista che, a quanto pare, si è messa insieme per motivi pratici, e l’amore era solo un accessorio che è spuntato dopo, con criteri molto diversi da quelli che vediamo in un film di Hollywood. Esteban cita anche l’autrice  di noir Ingrid Noll: parlando con un’europea, una donna cinese di umilissime origini spiega che è sul punto di sposare un tedesco “per amore della sua vasca da bagno”. Traduco la fine della lunga citazione:

E tu parli d’amore! Di noi due, una ama un uomo, e un’altra, una vasca da bagno. In Cina, i matrimoni sono sempre stati unioni di convenienza. Nel mio caso, lui ottiene sesso esotico e io, la vasca da bagno: è uno scambio equo. Però tu poni la questione al tuo compagno in modo molto diverso: tu ottieni tutto il sesso che vuoi… E lui, per giunta, ti pulisce la vasca da bagno.

Adesso, come intuirete se seguite il blog da un po’, scatta l’aneddoto personale. Un ragazzo ivoriano che ho conosciuto secoli fa, e mi voleva semplicemente portare a letto, mi ha sgamata sui social anni dopo, a documenti ottenuti, in preda a non so che crisi nostalgica che gli portava a rimpiangere quando, a comportarsi meglio, avrebbe potuto avermi (cioè, mai?). Così, senza promesse di raggiungermi né niente. No, il cinismo non sempre spiega tutto.

Resta da chiedersi chi, tra me e questo ragazzo del porto, sia più malato di romanticismo: lui, che trova che “lasciare tutto per seguire una tizia conosciuta una sera” sia un’ipotesi possibile, e magari in realtà non aveva niente da perdere. Oppure io, che penso ancora che per “costruire qualcosa” ci voglia chissà che slancio, che premessa solida, rispetto a un semplice accordo estemporaneo tra individui senzienti.

Ma, come sospettavo fin dall’incontro iniziale col mendicante-provolone – quello che voleva prima una sigaretta, poi un caffè da prendere insieme – l’idealizzazione amorosa è costruita apposta per edulcorare uno scambio d’interessi, che Virginie Despentes, nel consigliatissimo King Kong Théorie, smaschera e rinnega in due righe che pure traduco: “Ho sempre saputo che avrei lavorato, che non sarei stata obbligata a sopportare la compagnia di un uomo che pagasse il mio affitto”.

Quando uno schema così semplice si rompe, quando, tra crisi economiche e non, diventa poco chiaro chi paghi l’affitto di chi, non sai neanche tu qual è la vittima, e quale il carnefice, e in quali momenti siamo entrambe le cose.

Il capitolo da cui ho preso la citazione di Despentes s’intitola: “Je t’encule ou tu m’encules?”.

Coincidenza? A questo punto, io non credo proprio.