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Una frase che mi è piaciuta di Niente di vero è: “Le coppie – di qualunque cosa si tratti – smettono di esistere, le persone no”.

Mia madre potrebbe rilanciare con una massima risolutiva che mi sparò al telefono quasi dieci anni fa: “Se uno non ti vuole, che te ne frega se vede un’altra o entra in convento? Resta il fatto che non vuole te”.

Oggi il “muso ispiratore” di Sam è tornato nei boschi aveva un appuntamento. Gli ho chiesto di avvisarmi, perché sarebbe successo: l’ha fatto. Gli ho detto che probabilmente l’avrei presa bene: l’ho fatto.

È da dicembre che ci siamo detti che proprio non andava. Lui per sua ammissione ha avuto per me la classica cotta adolescenziale, con quindici anni di ritardo: il genere di sentimento che evapora appena ti accorgi che dopo i briiividiii l’amore è, soprattutto, lavoro. Io, più che altro, sono stanca, e questo a volte è più risolutivo di un cambio di sentimenti.

Mi dispiace di non essere cresciuta in un’epoca in cui il poliamore fosse un’alternativa da prendere in considerazione. Pure io che a suo tempo ho fatto disperare più di un “fidanzatino” con le mie idee liberali, non concepivo l’opzione di portare avanti più relazioni amorose allo stesso tempo. Non credevo fosse possibile. Ora so che è possibilissimo, e pure che non fa per me.

Però ho capito una cosa: l’importante è la relazione che instauri con una persona. I sentimenti non si scelgono, i legami sì.

Questo ho detto al mio ex mentre mi parlava della nuova fiamma: io e lui ci siamo ritrovati a convivere costretti dalla pandemia, dopo che la nostra, di “flambata”, si era infranta contro i suoi compiti arretrati con l’età adulta. È stato da lì che abbiamo costruito il vero rapporto: più lontano dai suoi entusiasmi adolescenziali e più vicino al sovrumano compito, come dice Sam nel libro, di imparare a rivolgermi la parola al mattino.

Perché i sentimenti non si scelgono, i legami sì.

È per questo che, nella mia famiglia allargata, ci sono persone che per alcuni amici di Napoli non dovrei vedere mai più: mi dovrei offendere per il fatto che prima erano pazzi di me, e ora no. Ora mi vogliono bene.

Forse dovremmo capire che basare la nostra esistenza su un sentimento estemporaneo, spesso mutevole, è squalificante per il lavoro che impieghiamo nel costruire i rapporti.

L’unica eccezione che concedo a questo mio postulato è una sana e divertente cazzimma, alla Tony Tammaro.

Allora, visto che oggi piove, dedico questa al mio Sam con tanti auguri per l’appuntamento!

Io che provo a invitarvi alla presentazione dal mio “balcone”, ma il vento non è d’accordo!

Sì, presento Sam è tornato nei boschi il 21 aprile alle 17.30 a Napoli, nella Feltrinelli di via dei Greci.

Sì, lo presento anche il 22 aprile nella mia Frattamaggiore, alle 18.00, al Centro Anziani di via Lupoli.

Ma in realtà vengo ad ascoltare voi. Come state?

Quella di Sam è una storia che si consuma durante il lockdown. E il confinamiento di Barcellona è stato diverso da quello di Napoli. Meno sceriffi ai balconi, forse, e una sola canzone, sparata a palla da un vicino assatanato. Ho visto che a Napoli (perfino a Napoli!) una hit ai balconi era l’inno italiano e, soprattutto, la canzone che aggiungo a fine post. Io l’ho trovata dolce, l’ho anche mandata a mia madre quando non ci vedevamo da un anno, e un po’ si è commossa anche lei.

Più di ogni altra cosa, il “mio” Sam parla d’amore e di salute mentale. Ma il libro non è mai di chi lo scrive, il vostro Sam potrebbe parlare di qualcos’altro: il precariato giovanile, per esempio. Questa prospettiva mi è piaciuta tantissimo alla presentazione di Magione, perché temevo si notasse meno, cancellata dalle manie di protagonismo del solito Sam.

Ecco, vorrei capire come abbiate affrontato voi gli ultimi due anni, e quanto sia stato facile, o difficile, prendervi cura di chi vi circondava. La nostra sarà sempre una presentazione, eh, non voglio che si trasformi in una seduta di gruppo! Infatti spero che riusciremo addirittura a sorridere di ciò che è stato, con la capacità locale di riuscire a sorridere di tutto, che non voglio sia un cliché, anche perché forse mi ha salvato la vita. Di sicuro l’ha salvata a Serena, l’altra protagonista del romanzo, che continua a starsene in paziente attesa che qualcuno la caghi.

Perché, anche se lei è una privilegiata, siamo stati noi (dovrei dire “siamo state”) a mandare avanti la baracca: chi ha provato a confortare il resto della truppa, chi si è inventato una tombola condominiale per far ridere i bambini, chi ha lasciato la spesa a qualcuno che non poteva permettersela.

Per fortuna Sam, all’inizio del lockdown, non aveva più bisogno di elemosina (e mentre lo scrivo mi viene ‘o friddo ‘n cuollo, come si dice in francese): lui usciva di casa con le buste già piene, poi scoprirete il perché. Però cavoli, se ho imparato qualcosa da tutto ciò che è successo è quanto sia precaria e preziosa la salute mentale, e quanto lo diventi se la casa, il rifugio per eccellenza, per qualcuno si trasforma in una prigione.

Voi cosa avete imparato?

Dai, venitemelo a raccontare! Anzi, “venitecelo”: nessuno mette Sam in un angolo. Io ci ho provato, ma quello sguscia via.

Vi aspettiamo.

Tutto80 | Super Vicki

Ieri sera ho accompagnato un amico a un pub in cui lui lavorava in un momento difficile della sua vita.

A quei tempi sembrava che con l’amico potessimo stare insieme, ma il momento era così difficile che lui non era pronto per una relazione. Infatti non ne ha avute da allora.

Il pub era uno di quelli che potrebbero trovarsi in ogni parte del mondo, a parte il fatto che la presentatrice del quiz domenicale traduceva le domande anche in spagnolo. Il mio amico ha trovato subito l’ex collega con cui voleva parlare, ma quello aveva appena smontato, e giocava a freccette con un compaesano scozzese. Il mio amico non si aspettava di trovarsi a tu per tu pure con l’altro, che lo ricordava ai tempi in cui era un barman depresso e maldestro.

Risultato: sono rimasta impalata diversi minuti, in attesa che 1) i due scozzesi mi degnassero di uno sguardo; 2) l’amico mi presentasse. Mi tornava alla mente il mio primo fidanzato, in paese, quando si fermava a salutare amici che mi ignoravano. Timidezza, li giustificava il fidanzato, oppure arretratezza mentale: le ragazze degli altri non si guardavano neanche. Io ci rimanevo malissimo, perché nella mia vita avevo fatto una cosa del genere solo con Angelo Branduardi. Un’estate, il cantautore era venuto con la famiglia nel mio stesso villaggio vacanze, e una volta l’avevo incontrato a spasso con la figlia, mia coetanea. Avevo invitato la figlia a un’attività dello junior club e, sapendo che il padre si beava di quell’anonimato vacanziero, l’avevo ignorato a costo di sembrare maleducata. A parte questa illustre eccezione, mi sono sempre premurata di riconoscere l’esistenza di chi si trovava a un metro dal mio naso.

Ieri sera l’amico mi ha ritrovata al bancone del pub, alle prese con una clara che non bevevo da anni, e mi ha chiesto scusa, invitandomi a giocare a freccette coi due scozzesi sprucidi. Ma io detesto le freccette, e ormai ero presa dal quiz: la presentatrice era una donna inglese sulla cinquantina, e faceva domande toste per il suo pubblico anglosassone.

“Cosa vuol dire la frase latina ‘omnia vincit amor’?”

La tipa aveva messo subito le mani avanti sulla pronuncia: “O ai tempi di Cesare non c’eravate neanche voi, oppure avete in soffitta un quadro molto speciale…”. E questo era un riferimento ovvio alla sua, di cultura. Ma in effetti la sua pronuncia del latino era un ibrido tra quella anglosassone, la nostra e lo spagnolo. Il risultato era tipo: “Omnia Vicky amòr”. Ho pensato subito alla ragazzina robot della serie anni ’80, e anche al fatto che Mr. Virgilio su questa storia ha toppato: l’amore non vince tutto.

Non ha vinto, per esempio, l’incapacità del mio amico di avere una relazione in un momento difficile. Non ha vinto neanche l’amicizia che l’amico sente oggi per me, ma che è venuta meno davanti a due persone che l’avevano conosciuto al picco della vulnerabilità.

Insomma, Vicky, mi sa che non è il tuo momento di entrare in scena. Non quando si parla dei trionfi dell’ammore.

Però ci si prova: quando ho lasciato il pub, l’amico è venuto a casa mia a scusarsi ancora e a spiegare, e abbiamo cenato insieme. L’amore è imperfetto e ha mille forme, e a volte viene usato per giustificare roba che non volete nella vostra vita.

Ma è la migliore soluzione che abbiamo in questo momento: coltiviamolo come meglio possiamo.

E la prossima volta vado da sola al quiz, e sbanco il montepremi.

Ieri mi è successo un fatto curioso, che vi voglio raccontare.

Devo fare, però, una premessa un po’ lunga. Il compagno di quarantena sta scrivendo delle memorie personali molto difficili, dati i contenuti, e il modo più divertente che ha trovato per sfogare lo stress (gli altri non li rivelo, perché mi ci sto giocando i numeri) sono le sue spedizioni in spiaggia, ogni fine settimana.

Con tenacia ammirevole, il Nostro si spinge fin dove è presente, almeno a riva, un’abbondante quantità di sassolini, che comincia a disporre tracciando diverse figure. L’iniziativa sta riscuotendo un buon successo di pubblico: perlopiù villeggianti che approfittano della chiusura comarcale per passare la giornata in spiaggia. Non contento, il nuovo astro dell’arte barcellonese lascia una sua particolare firma: sotto alcuni sassi più grandi, che dispone a poca distanza dall’opera, fissa dei foglietti contenenti certe sue riflessioni sul mondo, e sul retro riporta il suo indirizzo Instagram. Indovinate chi gli ha suggerito la storia dell’indirizzo… Comunque, ogni tanto qualcuno visita davvero la sua pagina, e ieri pomeriggio una comitiva di “latines” (definizione loro, in spagnolo inclusivo) gli ha addirittura mandato un video di ringraziamento: alcune delle ragazze leggevano le frasi e commentavano “¡Qué bonito!”. Dovevate vedere il Nostro, come si ringalluzziva…

A quel punto (e veniamo a noi), gli ho chiesto per l’ennesima volta dove minchia si piazzasse con i suoi sassolini: per due o tre domeniche ho girato a vuoto tra un tratto di mare e l’altro, ma nisba. Andiamoci insieme, ha proposto lui a sorpresa, e così abbiamo fatto. Almeno ho capito l’errore: nel corso delle mie ricerche balneari, evitavo una piattaforma in cemento piena di tizi nerboruti, che passavano la giornata a fare attrezzi e a fomentarsi a vicenda. Ovviamente, l’artista de noantri si metteva proprio lì vicino! E non era l’unico: non vi dico l’emozione quando, all’arrivo, abbiamo trovato accanto all’opera due signore autoctone di mezza età, che si palleggiavano una macchina fotografica e a turno si buttavano sulla sabbia con tutti i vestiti. Quindi si immortalavano a vicenda davanti alle ramificazioni dei sassolini. L’autore e io non sapevamo se avvicinarci o meno, e temevamo che le tizie (restie a schiodarsi) si portassero dietro qualche “souvenir”… Ho sofferto in silenzio, pensando ai personaggi dei miei romanzi: a quelli che io adoravo e non piacevano a nessuno, a quelli che detestavo e che invece suscitavano interesse… Senza nesso apparente, mi sono ricordata dell’addetta ai lavori che, in uno stralcio d’opera che le avevo mandato, aveva scambiato una mia stagista precaria per un’Erasmus, che in quanto Erasmus “non aveva niente da fare” e, dunque, si metteva addirittura a pensare all’indipendentismo! A parte il fatto che Irene è spagnolista, temo che la retorica di chi “non scappa dalla sua terra” concepisca solo ruoli stereotipati per chi, invece, la sua terra l’ha trovata altrove.

Sì, lo so, mi stavo appropriando di un momento di gloria dell’artista al mio fianco per fare considerazioni mie. Però, com’era che diceva quel mio pomposo professore di latino, all’università? L’opera non è più di chi la crea, ma di chi ne fruisce. Per questo mi venivano in mente le strane associazioni con le mie scritture.

Le due fans hanno levato le tende, ma sono state subito rimpiazzate: il mio neo-artista preferito ha mantenuto un aplomb impeccabile (e grazie, direte voi: è inglese!) quando, subito dopo, si sono avvicinati due ragazzini. Lì ho temuto il peggio: ho pensato all’emulazione che portava certi miei coetanei, quando ero ragazzina io, a distruggere qualunque cosa perché sì, e per dimostrare agli altri che ne erano capaci. Si cominciava con le sculture e si finiva con le donne, tranne “le madri e le sorelle” (forse). Ma continuo a pensare che sono approdata in una terra meno arrabbiata, nonostante gli exploit, o con meno motivi per esserlo. Uno dei ragazzini si è piantato al centro dell'”occhio” formato dai sassi. Prima ha scimmiottato un “om” a mani giunte, poi ha eseguito qualche figura plastica, stile Shaolin Soccer. L’artista fremeva, immaginando i sassolini scricchiolare sotto quei piedi nudi taglia 36, e io tornavo con la mente a un’altra addetta ai lavori, che in una bozza di romanzo mi aveva bocciato la descrizione di un seminario catalano: “Il mito della svedese nell’immaginario franchista”. Del tutto irrilevante, aveva scritto questa nuova “impavida-che-è-rimasta-nella-sua-terra”, e so bene che, a tante di queste impavide, del femminismo “fottesega” (per dirla in catalano). Sono anche sicura che Mary Nash, che ha cambiato la storia degli Studi di Genere in Catalogna, non si offenderà dell’ennesima detrattrice. Però la protagonista del mio romanzo sbava dietro a uno svedese, e durante il seminario riflette su una possibile inversione di ruoli (il biondone che si fa oggetto, e la mediterranea che, appunto, sbava). Dunque, qualche rilevanza in quel contesto dovrà pur esistere, no? Le gambe del ragazzino tremavano sui sassi instabili, mentre io concludevo ancora una volta che ormai, con i miei connazionali, ho in comune solo la lingua in cui mi esprimo. Una delle lingue.

I bambini si sono allontanati, e siamo accorsi noi. Il danno era minore del previsto: l’ordine con cui erano state disposte le pietre centrali si era un po’ incrinato, ma in fin dei conti l’opera ci guadagnava, perché era stata “vissuta”. Come quelle tazze giapponesi che si rompono ecc. ecc.

Ho chiesto all’artista se accanto al suo occhio di sassi non volesse posare anche lui, a beneficio del fan club (le “latines”, le due signore autoctone, i monelli del posto, e una graziosa studentessa col velo che ormai è una fan incallita…). No, ha detto lui. Fotografa solo l’occhio, come lo chiami tu. È quello, che conta.

Meno male: la pensiamo uguale. Noi non c’entriamo niente, l’importante è la trama. Che sia una disposizione di sassi, o di parole. Il racconto ci deve comprendere, è vero, ma poi ci deve superare, oppure non funziona. Il racconto dev’essere meglio di noi. Con buona pace della retorica di chi parte, e di chi resta.

Ci siamo allontanati. Dopo una decina di metri mi sono girata di nuovo, per vedere se c’erano ulteriori curiosi, ma si stava facendo tardi. Le coppie scacciavano via la sabbia dai teli comprati agli ambulanti, le comitive con la chitarrina cantavano a mezza voce, le reti di pallavolo erano scosse da schiacciate sempre più mosce.

Per oggi, ho pensato allora, l’occhio di sassi ha smesso di guardare, e farsi guardare. Domani, chissà.

Broccoli lessi
Da casaecucina.it. Come si dice a Napoli: n’aggio scaurate ruoccole, ma tu jesce fore ‘a pignata.

Ssst, ho capito tutto.

L’ho capito alla fine di un pomeriggio in cui mi era sopraggiunto un problema burocratico frequente in tempi di covid, ma avevo dato la mia parola a un’amica, per aiutarla con un suo progetto letterario. A ben vedere, l’amica aveva ricevuto altre informazioni sul suo progetto e non aveva più bisogno di me, o non con urgenza. Allora mi ero trovata a questo bivio: tradire l’amica o tradire me? Lo so, sono un po’ melodrammatica quando mi rimangio gli impegni presi. Ma sul serio, a un certo punto era parso che l’aiuto che avevo promesso fosse ormai superfluo o posticipabile, per quanto l’amica insicura affermasse il contrario, mentre il mio problema, se non era proprio urgentissimo, mi preoccupava comunque un bel po’.

Poi avevo capito che la questione burocratica non si sarebbe risolta in un giorno, ed ero accorsa troppo tardi ad aiutare l’amica: ma quella intanto, come previsto, aveva fatto benissimo anche senza di me e in quel momento non poteva ricevermi. Visto che ero in strada, avevo avuto voglia di chiamare qualcuno per sfogarmi sul pomeriggio buttato, ma tutti i miei amici, man mano che facevo mente locale, si rivelavano troppo impegnati con problemi loro, o irraggiungibili, o inaccessibili in altri modi più creativi. Così alla fine m’ero ritrovata a peregrinare da sola, e con la ffp2 che mi costringe a tenere la bocca sempre aperta (sì, ho ancora l’allergia!).

Mi chiedevo: perché, a sette anni dalla mia crisi globbale totale, mi ritrovo ancora un parco amicizie sul disfunzionale andante? E dire che detesto lo sdoganamento della parola “disfunzionale”! Però insomma, tante persone che conosco e amo sono brillanti, intelligenti e buone come il pane, ma stanno più fuori di un balcone e mi succhiano un sacco di energie, in rapporti in cui mi trovo quasi sempre a dare di più di quanto ricevo. E non dev’essere il do ut des ultra-simmetrico che pretenderebbe qualche conoscenza locale, abituata a dividere fino all’ultimo centesimo anche il conto del caffè. Però, certo, non disdegnerei la possibilità di chiamare qualcuno per parlare un po’, dopo una giornata di merda, senza che l’altra persona sia troppo presa dai suoi problemi (o da sé e basta) per starmi a sentire.

Alla fine mi ha salvata un’allegra famigliola trapiantata a Torino, che in diretta WhatsApp è riuscita a intrattenere mezz’ora la bimba neonata che lottava con la dentizione, e a fare anche da babysitter a me! Poi dice che la tecnologia allontana le persone.

Resta in piedi la domanda: “Perché le persone che frequento si rivelano ancora più esaurite e impegnative del resto dell’umanità, che già di per sé è piuttosto folle?”.

E qui, vi dicevo, ho trovato la risposta.

Vado per punti. Innanzitutto c’è un equivoco di fondo: l’idea che “attiriamo”, soltanto noi nell’universo mondo, le cosiddette persone tossiche. Non è vero, quelle si attaccano a chiunque come cozze allo scoglio, ma alcune persone le scaricano subito e altre le lasciano entrare.

A questo punto, sorge la domanda: il problema è lasciarle entrare, o lasciare che restino? Adesso, io sono passata dai pesaturi manifesti a quelli in incognito: o meglio, a gente che a occhio e croce avrà pure dei problemi (“E chi non li ha!”), ma ha anche tanti pregi che, almeno all’inizio, sembrano compensare. Che so, l’amico più giovane che ti assume a modello di vita (e già questo la dice lunga…) è effettivamente un po’ confuso, ma parlarci è piacevolissimo. Oppure, il tipo sensibile e simpatico che per un po’ è stato “allo sbando”, come dice il TG, avrà pure diritto a una seconda possibilità!

Mi sento dire spesso che “effetto sorpresa” un par de ciufoli: ho fin dall’inizio tutti gli elementi per valutare se un qualsiasi vincolo che stabilisco sia potenzialmente nocivo o spompante. Sono io che mi ostino a ignorare i segnali. Ma io non credo sia così.

Perché, nel mio passaggio epocale dai disagiati manifesti a quelli in incognito, acquisisco solo in un secondo momento un sacco di informazioni a cui non potevo arrivare: magari il tipo della seconda opportunità ha le allucinazioni, o la nuova amica che vedo ogni tanto soffre di stress post-traumatico in seguito a uno stupro, e non la prende bene se mi fermo a litigare con un coglione che ci fischia dietro in strada… Sono fattori che potevo prevedere? Francamente, la mia più nera immaginazione non arriva a tanto, e informazioni del genere, specie con gli amici anglosassoni, possono giungermi dopo un bel po’ di tempo dall’inizio della frequentazione.

Ed ecco la mia conclusione:

  • il problema non sorge quando lascio entrare nella mia vita questa gente, che magari è bizzarra ma è all’apparenza innocua: se riduco tutto a quello, mi ritrovo anche a sminuire l’alacre lavoro con cui, a costo di peccare di allarmismo, ho lasciato fuori tantissime persone alla prima battuta non gradita;
  • il problema non sorge neanche quando, una volta venuti fuori gli elementi problematici e distruttivi per me, decido che i pregi e l’intesa creata prevalgono, e queste persone possono restare nella mia vita;
  • il problema vero è che, anche quando possiedo elementi che cambiano le carte in tavola, decido che il rapporto deve continuare come prima: come io mi aspettavo che sarebbe stato.

Ed è da quest’ultimo punto che mi è venuta la soluzione: non si tratta né di continuare come prima, né di recidere il vincolo se non voglio. Si tratta di cambiare la relazione: adattarla alle nuove premesse, visto che sono diverse dalle condizioni in cui era iniziato il legame.

Tutto qua. Erano mesi che mi chiedevo come trovare un equilibrio tra il pensare al proprio benessere emotivo (anche liberandosi di presenze inopportune) e l’odiosa tendenza, che mi dicono essere molto attuale, a buttare via un’amicizia o un amore appena si presentino delle difficoltà. E invece ho capito che mi aspetta un lavoro molto meno drastico, e perciò più faticoso: accettare il cambiamento. Quel fenomeno per cui un amore può diventare un’amicizia, un’amicizia un amore, e tutti e due possono diventare, se proprio la cosa è irrecuperabile, un numero bloccato sul cellulare.

Così, col senno di poi mi dico (ma a quanto pare ci voleva una pandemia per farmelo capire) che è meglio sostenere senza nessuna aspettativa, e perfino un po’ a distanza se possibile, il tipo che vuole una seconda opportunità dalla vita, ma non è in grado di rapportarsi ad altre persone: almeno finché non riuscirà a rialzarsi sul serio. Oppure l’amica nuova che vaga stralunata per il mondo va vista ogni tanto e con tutte le precauzioni del caso (mai affidarle l’organizzazione di una cena per dieci!).

Tutto questo dobbiamo adottarlo, va da sé, se per noi vale la pena continuare. Se no vale sempre il consiglio del mio migliore amico: fuje sempe tu.

Come ve lo traduco, per chi legge da fuori Napoli e non mastica l’idioma? Diciamo che è tipo l’urlo lacerante (“Run!”) che ascolterete nel video qui sotto:

Brooke & Ridge Forrester B&B | Nostalgie
Più anarcorelazionali di così…

Cominciamo dalle cose buone!

La faccenda che mi piace di più delle alternative alla monogamia è l’annullamento delle gerarchie tra amore e amicizia.

Vi faccio un importante esempio accademico: Fantaghirò!

In uno dei sequel che non valgono niente, perché non c’è più il principe Romualdo (*fa gli occhi a cuoricino e auspica una monogamia col suddetto*) l’ennesimo pirata bellone anni ’90 si lamentava assai con la nostra principessa dal caschetto inguardabile: il pirata per lei era solo un amico, dunque il sentimento che Fantaghirò provava per Romualdo era superiore! “Diverso” correggeva allora la Nostra.

E sparava una grande palla, perché sì, se li misuriamo in termini di tempo ed energie da dedicarvi, i rapporti umani sono spesso visti come una piramide che inizia con la portiera che ci manda su la posta (il gradino più basso) e finisce con la coppia (in cima a ogni cosa). Dai, scherzavo sulla portiera, cominciamo dagli amici. Non credo che tale gerarchia sia dovuta solo alla questione per cui una relazione sessuoaffettiva richiederebbe più manutenzione di altre: su quello potrei addirittura essere d’accordo. Il messaggio sotteso è piuttosto che con partner e coniugi siamo come “le metà della mela”, mentre gli amici possono restarsene parcheggiati in un angolo, tanto “restano sempre lì”. Con Brigitte Vasallo, tra le teoriche di questa piramide emozionale, non mi trovo d’accordo solo sulla posizione dei figli, che per l’attivista sarebbero comunque in secondo piano rispetto alla coppia: ma d’altronde lei non è cresciuta a Napoli.

In generale, le alternative alla monogamia non sono così: non danno per scontato che ci sia una sorta di podio dei sentimenti su cui un nuovo partner spodesta sempre il vecchio, e gli amici, per quanto importanti, vengono sempre un po’ in coda. Questo non vuol dire che la portiera di cui sopra venga messa sullo stesso piano di nostro fratello: semplicemente, non esistono regole fisse per determinare l’importanza di un vincolo rispetto a un altro. Se l’amicizia fosse un sentimento semplicemente “diverso” rispetto all’amore, e non gerarchico, la frase “Siamo solo amici” non sarebbe così diffusa. E sarebbe ingenuo pensare che quel “solo” si riferisca unicamente alla rarità del sentimento amoroso rispetto all’amicizia.

Secondo il mio ex, la mia situazione domestica da sola mi consegnerebbe dritta all’anarchia relazionale, e per me è una grade notizia! Al massimo pensavo di aspirare al Premio Ridge Forrester per la miglior situazione domestica sfuggita di mano: convivere con l’ex mentre aiutavo il fidanzato attuale a trovare una stanza! (Per fortuna ci è riuscito per conto suo…)

Ok, anche io mi ci giocherei due numeri sulla ruota di Napoli. Ma, se consideriamo che l’ex perdeva la stanza in affitto per il covid, intanto che l’attuale si allontanava da Barcellona per questioni sue, la situazione acquista un maggiore senso logico. Sfugge un po’ meno alla logica, ho scoperto parlando con amici e non, che adesso che l’amato bene è tornato io non faccia semplicemente uno scambio coinquilini basato su “chi debba importarmi più adesso” (ovviamente, l’attuale fidanzato), e finisca lì.

E invece, come la nostra Fantaghirò, voglio bene a entrambi in modo diverso, e non voglio una vita fatta di gerarchie.

Attenzione a non rispondere: “Allora non ami abbastanza il tuo compagno attuale”, oppure: “Ancora non hai trovato la persona giusta”. Questi sono i miti più insidiosi dell’amore romantico, e non dobbiamo cascarci.

Perché, se certi amici rimasti in paese trovano inspiegabile la mia situazione, io la trovo una curiosa coincidenza: per me è inspiegabile la situazione loro! Loro e le loro “dolci metà” (…) hanno accettato di buon grado di restare appiccicati con la colla dai tempi del liceo, e in qualche caso mi hanno parlato di “suoceri” fin da quando erano minorenni. Diversi di loro hanno rinunciato a qualsiasi viaggio che non fosse insieme, e temo che ancora oggi alcuni debbano strappare a botte di liti e pianti un permesso per viaggiare senza l’altra persona. A dirla tutta, gli strappi alla regola venivano concessi più facilmente all’uomo della coppia: sospetto che i viaggi “di sole donne” siano tollerati da relativamente poco, sdoganati magari dalle commedie romantiche sugli addii al nubilato.

Lo riconosco, forse il senso di soffocamento che mi provocava questa situazione ha giocato una parte importante nel mio rifiuto a vent’anni della monogamia normativa. Forse, dietro alcune delle mie decisioni sentimentali intorno a quell’età c’era la fatidica paura d’impegnarsi: qui i detrattori furiosi del poliamore e dell’anarchia relazionale troverebbero pane per i loro denti. Però dovrei precisare due cose:

  1. La paura di impegnarsi in una ventenne non dovrebbe essere accolta con osservazioni tipo: “Sei immatura per la tua età”, “Io alla tua età…”; e, vista la situazione da cui si rifugge, tale paura non dovrebbe essere considerata come una questione di egoismo (già che ci sono, a questo proposito ricorderei che “femminista”, nel 2020, non dovrebbe essere usato ancora come un insulto);
  2. per quanto la cosa possa sorprendere, l’anarchia relazionale è l’esatto opposto del rifiuto di impegnarsi: anzi (vi spoilero il prossimo articolo), la mia perplessità principale è proprio che il livello di impegno che richiede è molto alto. Lo è almeno per una società frenetica e precaria, e a parte le buone intenzioni temo che questo immane lavoro di cura ricada ancora soprattutto sulle donne (cosa che, con il premiato metodo “uno stronzo alla volta”, si limitava appunto a uno stronzo alla volta).

La questione è che, ancor più del poliamore, l’anarchia relazionale prevede un impegno etico e forte in tutti i tipi di legami che si intreccino con il prossimo: la dicotomia amore/amicizia viene superata in nome di una bellissima (almeno sulla carta) nozione di rispetto e distribuzione del tempo e della cura. Va da sé che le declinazioni di questo principio teorico vanno declinate nella banale quotidianità, con strategie diverse e molteplici.

Resta l’idea che solo il caso, o il sistema relazionale che meglio conveniva all’economia in un determinato momento, ha scelto chi sia la strana tra: 1) me, 2) una fitanzata in gasa del mio paese, 3) una tizia che ha: due relazioni sessuoaffettive (una con un uomo e un’altra con una donna), un amico con cui ogni tanto fa sesso, e una costellazione di persone che noi seguaci annoiati della monogamia definiremmo “solo amici”. La differenza è che la diretta interessata ci toglierebbe il “solo”.

Perfetto, no? A me pare di sì: sulla carta, però.

Perché conosciamo i limiti immensi e i difetti della monogamia, mentre delle sue alternative ci giungono solo i proclami sull’uguaglianza e le relazioni più etiche.

Cosa succede, invece, quando anche questi vincoli vanno storti?

Lo scopriremo nella prossima (e ultima) puntata!

The Many Brooke Logan Wedding Gowns - Which Was Your Favorite? | Soap Opera  News | Wedding dresses, Movie wedding dresses, Beautiful wedding dresses
Io, in una rara foto a vent’anni

Ok, l’articolo è in revisione e dovrebbe essere pubblicato a dicembre.

Scrivere di alternative alla monogamia, e proprio con l’ex che mi ha lasciata per darsi al poliamore, è stata un’impresa allucinogena!

La gag sarebbe che noi due nella stesura eravamo, che so, Stanlio e Ollio, o magari Gianni e Pinotto (in quanto italiani che scrivevano di argomenti poco italiani), o meglio ancora Mulder e Scully: l’allucinato e la scettica.

Perché lui era quello poliamoroso, o meglio anarcorelazionale, e io ero, mi si dice, la monogama. In effetti la frase del titolo l’ho pronunciata io, benché abbia constatato almeno da fuori l’onestà e la maturità (proprio così!) di queste relazioni alternative alla monogamia. Ma sono sbottata più volte davanti all’ennesima cronaca di amori e disamori fornitami dal co-autore del mio articolo: mi sono persa tra vincoli (cioè le relazioni), metavincoli (i vincoli dei tuoi vincoli), e cura condivisa del pargolame (che può coinvolgere anche i metavincoli), così ho concluso tra il serio e il faceto che Brooke Logan potrebbe realmente pretendere i diritti d’autore! E sorvoliamo sul fatto che “i vincoli dei tuoi vincoli” sarebbe una grande bestemmia in napoletano…

Mi si dice che il mio problema a riguardo è che ci ho il patriarcato nel cervello (ma va’) e sono inesorabilmente monogama (scusate il termine).

Adesso dovrei lanciarmi in una filippica contro le definizioni a tutti i costi, a cui Mulder-Pinotto risponderebbe tirandomi fuori un qualche mio privilegio monogamo, o i vantaggi che avrei a conformarmi al sistema relazionale dominante.

E invece no: per me le definizioni aiutano molto, specie se non pretendono di spiegare tutto. Ma non intendo sacrificare la mia storia personale all’altare del GENDER1!1! Quindi, per spiegare nei prossimi post cosa ho imparato nel backstage dell’articolo (*inforca occhiali da sole*), in questa lunga premessa vorrei raccontarvi due fatti miei, tanto per cambiare.

Sì, sono sempre andata con uno stronzo alla volta (definizione personale di monogamia seriale). Almeno quando, in termini monogami, si è trattato di una “relazione ufficiale”. Ma ho sempre trovato ridicole le limitazioni che comportavano le relazioni in paese, fin dalla prima a sedici anni: si era negli anni ’90, nella provincia di Napoli, ed era ancora piuttosto diffuso il fenomeno di “sposare la tua prima cotta”, o giù di lì! In un ambiente paesano in cui tutti si conoscevano era complicato lasciarsi. Magari il fenomeno non era poi così affermato tra noi del liceo classico (*inforca occhiali da sole griffati*), ma era comunque visto come qualcosa di strano che una uscisse di casa da sola, o a ben vedere facesse qualsiasi cosa che non fosse eminentemente “femminile” senza la compagnia del ragazzo.

La differenza nel mio caso era che avevo l’unico ragazzo che a sua volta non volesse uscire senza di me. Che bello, no? Come potevo anche solo avere voglia di uscire da sola, magari a girovagare senza una meta? Ero proprio una strega! Ricordo bigliettini tra me e l’amato bene, spiegazioni e pianti per questa mia presunta eccentricità, mentre mi chiedevano tutti se eravamo “fidanzati in casa” (e scatta subito Tony Tammaro, vedi video alla fine). Quando non ne potei più, e troncai a diciannove anni, passai per quattro anni a una fase che oggi si definirebbe, mi dicono, di anarchia relazionale: “non voglio relazioni esclusive, posso andare con chi voglio”. Purtroppo finivo invece per inventare la friendzone (quando ancora non era sessista) e per non andare, spesso e volentieri, proprio con nessuno: ma era il principio che contava!

Le mie amicizie di sempre non erano attrezzate sul piano teorico per affrontare la cosa: così, l'”amicone” dell’epoca (come lo definii una volta per il divertimento generale), veniva considerato a tutti gli effetti il mio ragazzo, e invitato alle feste come tale. Dunque io ero considerata off limits da gente che poteva piacermi. Anche quando intrecciai un rapporto che di fatto era esclusivo, gli amici di lui non capivano perché non dicessi apertamente che “stavamo insieme”: nessuno capiva la mia regola d’oro di non voler sentirsi in galera e di voler essere libera, almeno in teoria, di avere altre storie.

Una mattina, quando ormai vivevo in Inghilterra, mi svegliai con la voglia di una casa con un giardino sul retro, in cui organizzare dei barbecue insieme a un tipo che vivesse con me: soccombevo alla voglia di tranquillità, di “non complicarmi la vita”. Avevo ventitré anni. Allora mi fidanzai con un coetaneo che, essendo nato lì e da una famiglia di migranti, già pensava a mutui, convivenze e matrimoni: anche lì qualcosa non andava, lui in tempo di crisi mi rinfacciava le occasioni in cui mi era stato “fedele nonostante tutto”, e io gli rispondevo: “E perché? mica te l’ho chiesto”. Avevo ben chiaro il fatto che non possedevo il corpo di nessuno, e volevo che se ne rendesse conto anche chi credeva di possedere me. Più che un patto equo, la cosiddetta fedeltà mi sembrava un do ut des dei più beceri: la devozione esclusiva in cambio della stabilità, con la premessa fallace che fosse il modo più spontaneo e naturale di relazionarsi. E le contravvenzioni al patto, che avvenissero in segreto! In realtà io preferivo non andare con altri, ma volevo che fosse una scelta mia, non un’imposizione del mio compagno per un iniziale patto granitico, stile “prendere o lasciare”.

Alla fine sono passata di nuovo dal supermercato britannico di corpi e mutui agevolati alle care dicotomie mediterranee dei primi anni 2000: scopamica segreta vs “potenziale madre dei miei figli”. Ho anche sperimentato il raro passaggio dall’uno all’altro stato, e l’ho trovato schizofrenico e umiliante: ormai ero un ibrido su tutti i fronti, e sono ripartita.

Barcellona, da questo punto di vista, è stata forse la sintesi perfetta: ormai ero monogama per quieto vivere, ma nelle storie che ho avuto qui ho negoziato ogni volta, stabilito magari che “per ora non volevamo interferenze esterne nella storia”… ma non ho mai dato per scontato di possedere il corpo dell’altra persona o poter controllare le sue passioni.

Quindi, in tutta franchezza, mi fa strano riassumere vent’anni di vita ed errori e ripensamenti nella parola monogamia.

È una vocazione di comodo, la mia, che passa per le tonnellate di asocialità che ho accumulato nel tempo. E si nutre di una sola certezza: ci imbrogliano quando ci fanno credere fin dall’infanzia che restarcene per conto nostro (non in solitudine, per conto nostro) è solo un fallimento e mai un’opzione.

Se non chiariamo questo equivoco, dubito che qualsiasi relazione possa mai essere davvero una scelta.

Intanto mi tengo la mia vocazione: monogama per caso, col forte sospetto che la cosiddetta solitudine sia il mio stato di grazia.

Ho visto vocazioni peggiori.

Terri said the man she lived with before she lived with Mel loved her so much he tried to kill her. […]

“My God, don’t be silly. That’s not love, and you know it,” Mel said. “I don’t know what you’d call it, but I sure know you wouldn’t call it love”.

“Say what you want to, but I know it was” Terri said.

Raymond Carver, What we talk about when we talk about love

In tutto questo mi sono tolta la macchinetta, e ora affondo i miei denti addomesticati in molti articoli e post sull’amore ai tempi del corona, come ormai è un cliché definire i salti mortali che fanno le coppie per conservarlo nonostante la quarantena, e le persone libere (“sole”, purtroppo, è ancora un insulto) perché “non mettano in quarantena anche la loro vita amorosa”, come martellano le pubblicità invadenti delle app d’incontri. Fatto sta che c’è chi, invece di conoscere qualcuno dall’altra parte di uno schermo, ha lanciato un’occhiatina al balcone del vicino: o magari della vicina.

Ne ho parlato con un’amica che sta approfittando dell’astinenza da “dating” – è anglosassone – per chiedersi con che tipo di uomini esca. Secondo lei, il suo prototipo è il tizio che è rimasto fermo mentalmente all’età dello sviluppo: nel pantheon maschile della comunità straniera di Barcellona, potenzialmente chiunque. I maschi del posto disponibili su Tinder (che a qualcuna ha regalato un compagno di vita, ma che io ho trovato così atroce che non ho mai contattato nessuno, né risposto in chat) storcevano un po’ il naso davanti al suo lavoro, diciamo così, poco consueto (fa la guaritrice). In ogni caso, un tizio le aveva proposto, dopo un solo appuntamento, di passare la quarantena insieme. Ora, non so se era uno di quelli che vivono a “soli” 400 euro in un ripostiglio 2×3, con finestra sul bagno del vicino. Però non mi sorprende che lei abbia deciso che a tutto c’è un limite.

Allora, le ho detto, invece dell’online dating perché non prova il mio metodo? Che poi non è niente di complicato: si tratta di conoscere gente mentre fai quello che ti piace di più.

Premessa: ci ho messo tempo ad accettare che, nella mia vita, bye bye famiglia del Mulino Bianco, unica prospettiva che m’invogliasse a barattare l’adorata solitudine con uno a cui, magari, c’era ancora bisogno di spiegare il concetto di carico mentale. Prima di gettare la spugna, m’ero messa a frequentare circoli strani in cui scoprivo che l’unico tizio che mi piacesse (bel sorriso, un libro all’attivo, una predilezione per i balli di coppia) era pronto a citarmi Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere (che, scusatemi, non vi linko nemmeno) dopo aver scoperto che ero una feminazi. Ma anche arrivederci e a mai più.

A quel punto ho ricordato quello che dicevo a un amico single in tempi insospettabili: io preferirei non cercarmi qualcuno apposta, con quel proposito, visto che, in un appuntamento al buio tra etero, non sarei esattamente la categoria meno discriminata. Più che altro mi dedicherei ad attività che mi piacciono, per esempio scrivere, e conoscerei altre persone nel processo, per amicizia o chissà cos’altro.

Purtroppo, le cose che non dipendono del tutto da noi, e che lo stesso facciamo di tutto per ottenere, sono come le sabbie mobili per l’esploratore delle vignette: quello vuole arrivare al pezzo di foresta equatoriale mostrato dalla cartina, ma, una volta che gli cede letteralmente il terreno sotto i piedi, più si agita nel fango e meno raggiungerà la meta.

Metafore sceme a parte, se c’è un’app che mi ha “aiutato” a trovare qualcuno – cioè, se un’app ha fatto ‘sto guaio – si è trattato di MeetUp: sì, quella che da noi usano quasi solo i grillini. Ed è stato totalmente fortuito che si trattasse di un’app. Certo, è più facile incontrarsi in un gruppo ristretto che, per esempio, perdersi in una marmaglia di gente intervenuta a uno scambio linguistico (come questo che, ironia della sorte, pure ha un gruppo su MeetUp). Ma, come scriveva in un vecchio post l’amico formatore spirituale, facendo quello che ti piace trovi anche le persone a cui accompagnarti. E piano coi “grazie al ca’”, che magari ce ne ricordassimo sempre! Infatti, tornando alla guaritrice delusa da Tinder, le chiedevo: non è meglio partecipare alla diretta di un corso di cucina organizzato da rifugiati, oppure a un dibattito di filosofia, o anche a un’energica lezione di ballo? Così vedi come si comporta la gente in una situazione relativamente più rilassata, rispetto a un tête-à-tête virtuale in cui siete troppo impegnati a fare di tutto per piacervi, per mostrarvi così come siete di solito.

Poi, se ti va, lo contatti in privato per continuare la discussione che avete intrapreso nel dibattito, o anche per commentare un passo di danza difficile! Essere onesti è la chiave, per me, lo sapete: ma, per amiche che cercano una relazione stabile, questa discreta operazione di spionaggio mi sembra diversa dall’esporsi alle brame di sconosciuti educati a credersi “l’uomo che non deve chiedere mai”.

Intendiamoci, sono d’accordo con Rosella Postorino sulla difficoltà d’innamorarsi di qualcuno di cui non si conosca l’odore:

Incrocio le storie di quelli che si sono innamorati dai balconi in quarantena, e penso: ma se manco sanno che odore hanno. Così capisco che in me ogni residuo di romanticismo è stato prosciugato dal locquekdown.

Tuttavia, da feminazi patentata, voglio ben sperare che, come teme anche l’autrice di quest’articolo, il romanticismo sia morto, visto che di solito è lui che ammazza.

Ma di cosa parliamo, quando parliamo d’amore? Con licenza di Carver, a questa domanda sto lavorando con due studiose mica male. L’anima non tanto gemella che MeetUp ha messo sul mio cammino (e che frequentava il gruppo di scrittura di tanto in tanto, anni prima che impazzassero le app) era abituata a lunghi, lunghissimi viaggi a piedi, perlopiù spirituali, in contatto con la natura e con “persone meravigliose” che lo accompagnavano per qualche ora di cammino. Secondo lui questi compagni di viaggio, e queste compagne ovviamente, li aveva conosciuti meglio di chiunque, in quelle poche ore.

Capisco perché lo dica: anche io, nel meraviglioso ostello in cui ho scoperto la multuculturalità, avevo spesso quest’impressione, che fossero potenziali amori o fulminee amicizie. Ricordo una svedese di passaggio, o una modella americana in pensione a trentacinque anni: ustionate dalla Sicilia e stordite dallo scirocco, ci confidavamo cose che almeno le mie interlocutrici ci avrebbero pensato due volte a condividere (io ho la tragica fama di non tenermi un cece in bocca). Però, se si trattenevano più giorni del previsto, scoprivo che tutto quest’affetto istantaneo come il Nescafè non era mica così duraturo: l’incauta mossa di svegliare la svedese per un messaggio che credevo importante mi costava una giusta partaccia, e una forse meno giusta partenza senza neanche dirmi ciao. Oppure notavo – scusate, ero una pivella – che è facilissimo fare bei proclami su come stareste bene insieme, con qualcuno che sai che non rivedrai mai più.

Quel tipo di amore “che ti capisce in un istante” lo conoscevo bene. Quello che mi restava da scoprire, e forse ho scoperto tardi per certi progetti che volevo costruirci su, ha la sfortuna e il vantaggio di essere lento ma costante: “ci si mastica a poco a poco”, come dice il video qui sotto. E allora non c’è più il monaco buddista che sul camino de Santiago ti spiega che forse il tuo destino è quello di girare sempre per il mondo, o la francese che pensava di diventare suora, ma che con te, come l’avrebbe messa Sant’Agostino, ha “aspettato un attimo”: nessuno dei due ha mai dovuto interromperti la sigaretta del mattino (attentato!) per farti sommessamente notare che il wok sul fornello rientrava nei piatti da lavare, anche se nessuno te l’aveva lasciato nel lavandino. Eh, sì: l’amore da “Hai comprato la carta igienica?” (per restare sul pezzo) è scoppiettante in tutt’altro senso. Sospetto che le sue scintille scaldino meno, ma in modo più costante.

Perché, l’avrete capito: il suo segreto è la costanza. Con quello, le persone s’imparano con l’esercizio quotidiano, come i mestieri e le attività preferite. Si può creare virtualmente, quest’esercizio? Forse no, ma in mancanza d’altro è un inizio, un primo contatto: a meno che non ci vada bene un amore virtuale e, oh, tanto meglio per noi! Però, attenzione a non abbracciare la formula che insegnano nelle scuole di scrittura: l’idea per cui, per conoscere davvero qualcuno, devi vedere come si comporta in circostanze eccezionali (una lettura che trovo pessimista e che un giorno analizzerò). Forse per l’amore funziona il contrario: bisogna vedere come una persona agisce nella sua realtà di ogni giorno. E la realtà virtuale, ormai parte della nostra esistenza, mi sembra un gran metatesto in cui riscriviamo a ogni occasione la nostra biografia: lì, forse, il miglior modo di conoscere qualcuno, nelle circostanze di per sé straordinarie in cui ci tocca farlo, è prenderlo alla sprovvista, magari intento ad ascoltare in pigiama un intervento sull’ “importanza della sottomissione all’autorità, per il bene comune”.

E se in merito non ha neanche una piccola obiezione da fare, è già allarme rosso.

E così ho deciso di mandare a quel paese i progetti non riusciti, e organizzare una cena.

La prima tra amici, da quando mi sono trasferita a casa mia: a pensarci bene, la prima cena in casa da anni, se si eccettuano gli ospiti in visita dall’Italia e una cosetta con gli inquilini, prima che entrassimo davvero in rapporti. Chi viveva prima con me non amava “avere gente in casa”.

Io ancora devo decidere se mi piaccia o no: però, se popolo di voci umane ‘ste quattro mura di cartongesso, le rendo un po’ più casa, ecco.

Quello che mi è piaciuto di più non è stato scoprire che mi erano venuti al dente sia gli spaghetti che i fusilli, che ho condito con pesto fatto in casa, oppure rendermi conto che il famoso sjug era stato un successo con gli invitati. Mi ha inorgoglito il fatto di sentirmi dire dalla nuova arrivata, che di mestiere fa la guaritrice, che “non percepiva tensioni” tra i convitati, nonostante i casi della vita ci avessero messi gli uni contro gli altri più di una volta: come ex o come colleghi, e in qualche caso come “coinquilini per forza”.

Sono felice di aver stabilito relazioni in cui il dolore che ci si possa arrecare, che secondo qualche terapeuta Gestalt è inevitabile, non possa nulla contro il lavoro quotidiano per stabilire fiducia reciproca, sincerità, e la disposizione – per me così difficile – ad ascoltare, invece di parlare sempre io.

Il cammino non è esente da pericoli: per esempio, quello di intraprendere questa faticata solo per dirsi “quanto so’ bella, quanto so’ brava”. Ricordo a vent’anni qualche amica orgogliosa di organizzare uscite col proprio ragazzo, con l’ex, con la nuova dell’ex, con l’ex dell’ex… Per loro era tutto un aneddoto, da sciorinare a chi non le conoscesse: guarda, li perdono tutti, e tutti li raccolgo attorno a me. Così, però, ci soffermiamo su noi stessi e non sulla relazione, e questo diventa un problema. I rapporti d’amicizia, di amore o di lavoro si rompono perfino quando tutto fila liscio, figurarsi quando ci mettiamo a fare le primedonne.

Invece mi è piaciuto questo filo intessuto ieri tra gli elementi consolidati della mia vita, quelli che si vanno stabilizzando, e quelli che vi fanno la loro prima comparsa, per restare non si sa quanto.

Mi è capitato di chiedermi pure se questo concetto di armonia si possa estendere a un livello sociale più ampio, con le modifiche del caso.

L’altro giorno, infatti, andavo alla formazione di Mediterranea, costeggiando i ragazzetti di origine marocchina che si intrattengono fuori al Palau Alós, e mandavo un messaggio vocale ai miei. Ce l’ho ancora registrato: a un certo punto m’interrompevo, perché un tizio alle mie spalle – un adulto – aveva cominciato a gridare.”Non toccarmi, o chiamo la polizia!”. Era un cinquantenne che camminava con una busta della spesa, credo che un ragazzo gli si fosse avvicinato, o comunque avessero avuto una sorta di collisione. Non escludo che i monelli stessero sfottendo il tizio. Ma perché chiamare la polizia per un ragazzino che ti si avvicina, in una strada affollata, senza la reale possibilità di farti del male?

Adesso, a Barcellona una forte percentuale di ladri di telefonini – miei e altrui – è marocchina, che è come dire povera, senza speranze di un impiego o di una reale assimilazione al tessuto sociale. Come mi facevano notare, mesi fa, quelli del Centro euro-arabo, è l’1% della comunità a rubare, eppure le colpe ricadono su tutti. A suo tempo, se ricordate, ho replicato che non dovessero dirlo a me: sono napoletana.

Non pensavo però che dovessi ricordarmene così presto, quando ieri si sono avvicendate tre notizie: un tentativo di rapina, forse un eccesso di legittima difesa, di certo un quindicenne morto, e un pronto soccorso chiuso per la furia distruttrice dei parenti.

Ho chiesto a uno degli invitati alla cena – quello che il giorno dopo era ancora a casa mia – quale delle tre notizie, secondo lui, fosse finita in prima pagina, e lui con buonsenso britannico ha chiesto: “La morte del ragazzino?”.

Proprio quella, invece, è stata accolta dai social con commenti tipo: “Uno in meno”, “E che voleva, l’applauso?”. Ci si legge, sì, la frustrazione della cosiddetta gente perbene (espressione gettonatissima, dalle mie parti) di fronte alle rapine che la tengono sotto scacco, ne limitano gli spostamenti, e abbondano, in un posto in cui il lavoro non c’è, e pure la lingua che parli a casa determina spesso il tipo di vita che farai, il lavoro che sceglierai, l’età in cui avrai dei bambini.

Io, dalle bande di ragazzini nel centro storico di Napoli, ho avuto manrovesci sul mento nell’ilarità generale (il cappottino a pois denunciava la mia estraneità al quartiere), e mani tra le cosce, seguite dall’intimazione: “Fa’ ‘o cess’!”. Più o meno, “Taci”. Le madri di ragazzine di poco più grandi, bocciate al classico, dichiaravano orgogliose: “I servizi sociali non ci fanno paura, perché siamo una famiglia unita!”.

Io sulla mia famiglia ci scherzo spesso, lo sapete, ma so di aver avuto una fortuna sfacciata ad avercela unitissima, a prova di servizi sociali, e disposta a fare del suo meglio.

A volte non serve altro, a volte sì.

In entrambi i casi, si tratta di lavorare ogni giorno.

 

 

Ok, ho ripreso a inviare in giro il mio manoscritto più scemo, che ho riscritto daccapo: vediamo se qualcuno se lo fila.

È che, tra storie di ex bimbe leucemiche o di lotte indipendentiste (saprete tutto ad aprile!), questo romanzo qui parla “solo” di un Erasmus, ma strano. Di una tizia che è convinta di partire perché deve, ma poi si vede vanificare una a una le scuse che s’era inventata per farlo: scrivere una tesi che non va più bene al tutor, dimenticare uno che all’improvviso sembra interessato… A questo punto, deve ricorrere alla famosa domanda che tanto tormenta me: ma lei, al di là delle obbligazioni sfumate, che vuole fare?

Sì, sono ossessionata con la volontà, anche quando è diretta a cose impossibili da raggiungere: quando sappiamo cosa vogliamo abbiamo un minimo di potere, fosse anche quello di rassegnarci. Il più delle volte è l’ignoranza a non darci nessuna scelta.

Se la questione della volontà e delle scelte mi tormenta non poco, immaginatevi come mi piace il contrario: quando sono bloccata in qualcosa e non posso farci niente.

E la parola “bloccata” ci sta, riferita a questa casa. Pensavo fosse un luogo di passaggio prima di trovarmi qualcosa di più accogliente e meno centrale, che Barcellona farebbe venire perfino a me la vocazione di eremita. Invece la banca mi rifiuta l’ipoteca, affittare una casa dove voglio sarebbe proibitivo se voglio continuare a scrivere, e rispetto all’inizio del progetto dovrei contare solo sulle mie forze. Quindi mi trovo qui a cercare di capire come possa rendere più accogliente questo posto strano, pensato o per anziani come il proprietario iniziale, o per la gente di passaggio che ci piazzavano quelli che l’hanno venduta a me.

Allo stesso modo, per motivi vari – gli affitti di Barcellona e una sistemazione sfumata – il breve soggiorno che offrivo a qualcuno che iniziavo appena a frequentare si prolungherà fino a data da destinarsi. Capirete che nella fase iniziale c’è ben poco da piangere, all’idea di stare “core a core” tutto il tempo. Ma la convivenza è un drago a tre teste che si nutre di dentifrici non comprati, e di avanzi lasciati da troppo tempo in frigo. È la prova del nove che l’amore romantico va decostruito, e se fa strage di coppie collaudate, figuratevi che combina con quelle recenti!

Cosa si fa, quando si vuole qualcosa (più tempo per conoscersi, e in un posto più accogliente) ma non si può? Buon viso, ovviamente. Sabato viene a trovarmi un’amica che fa la guaritrice, e che è sicura di potermi rendere più ospitale la casa: devo ancora capire se lo dice perché è un’esperta di interni, o vuole sgamarmi eventuali ectoplasmi, entità in cui lei crede fermamente. Io, d’altronde, credevo nella meritocrazia, e mi applico ancora le creme antirughe.

Vorrà dire che oggi si fa un po’ di pulizia per la visita di domani, e… oh, guarda un po’, non sono più sola, a dovermela vedere con strofinacci e ramazze.

La convivenza qualche lato buono ce l’ha, ogni tanto.