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Giuro che non è la stessa foto dell’altro post!

“Semplice, no?”.

L’idea non mi faceva troppa impressione finché lo dicevo scherzando e senza troppi rimorsi, pensando a un onesto do ut des (vedi coparenting).

Poi ieri un ragazzo caruccio, nel quartiere marsigliese che mi ospita, mi ha prima chiesto una sigaretta, poi una moneta, poi dieci minuti per prendersi un caffè insieme. Allora il pensiero è rimasto lì troppo a lungo perché fingessi di non accorgermene: “Semplice, no?”. Il mio famoso problema come-divento-madre-a-38-anni-da-single, risolto così. Ovvio che mi sono allontanata senza accettare il caffè, ma mi sono fatta schifo da sola comunque, per due motivi: l’immenso potere che aveva lui, quello ancora maggiore che avevo io. Lui aveva quel solo, grande potere: seguirmi senza che sembrasse troppo strano, “Che cosa romantica, anzi!”. E poi farla franca se mi violentava, visto che non credo che la mia resistenza vada al di là della sola vista di un temperino, o del primo cazzotto. Dopo vai a spiegare alla polizia “che ci facevi da sola”, come sei sopravvissuta e perché non hai venduto caro l’onore.

Anzi, sapete che? Se una cosa poteva lasciarmi ben sperare, sul fatto che l’avrebbero creduto colpevole, era quella sbagliata: il ragazzo era arabo. Se sono loro, rubano le nostre donne. Se no… “Esistono anche le denunce falzzze”.

E niente, me ne sono andata verso il porto meditando su tutti i poteri che invece avevo io, che ero quella bianca, di classe media, ancora per un po’ sotto i quaranta, che conosceva le lingue “che contavano” e poteva permettersi di decidere a chi fare l’elemosina e a chi no.

Una volta sul molo ho risposto fiduciosa al saluto di un altro ragazzo, nerissimo, che mi si è seduto accanto: come immaginavo, dopo quella gentilezza si è immerso nella sua musica e si è fatto i fatti suoi. Nella mia esperienza francese, “assediare donne” è un privilegio per uomini bianchi, o appena un po’ scuri.

La cosa sarebbe andata liscia se non fosse stato per Nonna Abelarda, qui coi capelli velati, che cercava la foto perfetta in cui immortalare un Soldino armato di spada al neon blu. Per riprendere bene il porto, l’indomita signora prima ha fatto spostare me, poi mi ha fatto chiedere lo stesso al ragazzo che ascoltava musica, infine mi ha sbolognato il cellulare e si è messa in posa col nipote, salvo poi obbligarmi a ripetere lo scatto: il tempo che l’importuno battello si allontanasse sullo sfondo, lasciandola al suo Pulitzer per la fotografia.

Risultato: io e l’altro poveretto importunato ci siamo messi a scherzare in inglese (lui non riteneva il mio francese abbastanza buono…) sul surrealismo di tutta quella scena, e tra una chiacchiera e l’altra siamo passati a parlare di Marsiglia e Barcellona, della mia famiglia, e della sua: tre sorelle, che per vivere intrecciano i capelli delle turiste al porto di Marsiglia. Di fronte alla necessità, si diceva, l’appropriazione culturale passa in secondo piano.

Il ragazzo si lamentava del fatto che avesse degli amici ipocriti, anche con le fidanzate: sparavano un sacco di palle e andavano con chi volevano. Lui cercava una persona seria, a Dio piacendo, e non gli piaceva mentire. Vi confesso una mia colpa tremenda: decido spesso di concedermi il lusso della fiducia nell’umanità. Con tutte le diffidenze e precauzioni del caso, ma me lo concedo. Gli ho dunque spiegato che, per quanto mi riguarda, sto benissimo da sola, e al massimo lascerei la solitudine per una prospettiva di famiglia. Qualsiasi “via di mezzo” non m’interessa, per quanto amici più o meno filo-femministi o comunisti mi diano il consiglio, comune in realtà ai peggio maschi alfa, di non rivelarlo subito a eventuali uomini che mi piacciano. Il “Se no scappano” è il messaggio sottinteso di questi benintenzionati, che non capiscono una cosa: è proprio dagli uomini che scappano – che scappano dai miei desideri, almeno – che preservo la mia sacra solitudine.

Il mio interlocutore, in ogni caso, non aveva nessuna intenzione di squagliarsela: ascoltato tutto questo, si è offerto come aspirante compagno di vita, posto che la nostra conoscenza ci avesse portato a scoprire di “andare d’accordo” e, soprattutto, “trattarci bene”, che era un po’ la sua massima aspirazione: mi sono ricordata quando, a vent’anni, prendevo in giro i testi scarni di certa musica nera del ‘900, che si risolvevano in una trafila di “He treats me kind“, “I’ll treat you right“. E che era, il “buonasera” come fine ultimo nella vita?!

Scherzi a parte, con Romeo lì già cominciavo a cadere in preda al nervosismo, e a pensare a un modo di tagliare la corda io, stavolta! Per la verità temevo l’inseguimento, visto che sulla strada per il porto avevo incrociato per ben tre volte un garzone di fruttivendolo che mi aveva provato a parlare fuori al suo negozio, qualche incrocio più su. Confidando ancora in un commiato tranquillo, ho spiegato al ragazzo del porto che in tre giorni me ne sarei andata pure, e non m’interessavano i rapporti a distanza.

Ci credereste? Aveva la soluzione anche per questo: veniva a vivere a casa mia a Barcellona! Si spostava lui, “per me”, perché chi non risica… E lui era disposto a “rischiare la vita”. In che senso, ho chiesto. Mi è sembrato esitare un po’: nel senso, ovviamente, che lasciava la sua vita marsigliese per vedere se con me avrebbe funzionato… Lo ammetto: da borghese cinica e dotata del passaporto “giusto” ho cominciato a chiedermi come stesse messo lui a documenti, memore com’ero dell’unica, ormai celebre, dichiarazione di matrimonio che abbia mai avuto: “Vuoi sposarmi? Ti do cinquemila euro” (era il mio ex pako, sempre in difficoltà con il visto spagnolo). Il marsigliese, comunque, era disposto a portarmi in quello stesso istante dalla sorella “parrucchiera” – quella delle trecce – perché mi sincerassi delle sue intenzioni.

No, mi spiace, l’inizio di una relazione non lo vedo così, gli ho risposto, e mi sono alzata. Dopo il legittimo sospetto sulla disperazione di chi facesse una proposta simile, mi sono chiesta quanta ne dovessero avere quelle che accettavano, e se corressi mai il rischio di raggiungere quel livello, man mano che la prospettiva di una famiglia da libro Cuore si allontanasse sempre di più.

Come temevo, l’aspirante compagno di vita mi ha seguita, ma solo per dirmi “un’ultima cosa”: magari, a parlarci su Instagram avremmo almeno approfondito la conoscenza… Ok, ho pensato, se il mio Instagram mi salva da questa situazione sgradevole, e sia.

Adesso, credetemi, la spiegazione cinica non basta. Siamo d’accordo sul fatto che attrazione e desiderio c’entrassero poco con le profferte che ho ricevuto, ma ho letto abbastanza sul rapporto tra amore e cultura, e soprattutto ho conosciuto abbastanza persone di mezzo mondo, da sapere che il mero calcolo non spiega tutto tutto. In Crítica del pensamiento amoroso, Mari Luz Esteban parla di una coppia mista che, a quanto pare, si è messa insieme per motivi pratici, e l’amore era solo un accessorio che è spuntato dopo, con criteri molto diversi da quelli che vediamo in un film di Hollywood. Esteban cita anche l’autrice  di noir Ingrid Noll: parlando con un’europea, una donna cinese di umilissime origini spiega che è sul punto di sposare un tedesco “per amore della sua vasca da bagno”. Traduco la fine della lunga citazione:

E tu parli d’amore! Di noi due, una ama un uomo, e un’altra, una vasca da bagno. In Cina, i matrimoni sono sempre stati unioni di convenienza. Nel mio caso, lui ottiene sesso esotico e io, la vasca da bagno: è uno scambio equo. Però tu poni la questione al tuo compagno in modo molto diverso: tu ottieni tutto il sesso che vuoi… E lui, per giunta, ti pulisce la vasca da bagno.

Adesso, come intuirete se seguite il blog da un po’, scatta l’aneddoto personale. Un ragazzo ivoriano che ho conosciuto secoli fa, e mi voleva semplicemente portare a letto, mi ha sgamata sui social anni dopo, a documenti ottenuti, in preda a non so che crisi nostalgica che gli portava a rimpiangere quando, a comportarsi meglio, avrebbe potuto avermi (cioè, mai?). Così, senza promesse di raggiungermi né niente. No, il cinismo non sempre spiega tutto.

Resta da chiedersi chi, tra me e questo ragazzo del porto, sia più malato di romanticismo: lui, che trova che “lasciare tutto per seguire una tizia conosciuta una sera” sia un’ipotesi possibile, e magari in realtà non aveva niente da perdere. Oppure io, che penso ancora che per “costruire qualcosa” ci voglia chissà che slancio, che premessa solida, rispetto a un semplice accordo estemporaneo tra individui senzienti.

Ma, come sospettavo fin dall’incontro iniziale col mendicante-provolone – quello che voleva prima una sigaretta, poi un caffè da prendere insieme – l’idealizzazione amorosa è costruita apposta per edulcorare uno scambio d’interessi, che Virginie Despentes, nel consigliatissimo King Kong Théorie, smaschera e rinnega in due righe che pure traduco: “Ho sempre saputo che avrei lavorato, che non sarei stata obbligata a sopportare la compagnia di un uomo che pagasse il mio affitto”.

Quando uno schema così semplice si rompe, quando, tra crisi economiche e non, diventa poco chiaro chi paghi l’affitto di chi, non sai neanche tu qual è la vittima, e quale il carnefice, e in quali momenti siamo entrambe le cose.

Il capitolo da cui ho preso la citazione di Despentes s’intitola: “Je t’encule ou tu m’encules?”.

Coincidenza? A questo punto, io non credo proprio.

 

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Per dare un po’ di spazio anche a mamma. E dimostrare che la “purezza italica” è vera quanto le fragole a dicembre

Nella puntata precedente avevo portato mio padre a fare un aperitivo, cosa per lui del tutto inusuale, e come regalo di compleanno non gli avevo detto cosa stessi scrivendo: un saggio su come gestire un’annosa voglia di maternità, se all’improvviso ti ritrovi single a trentott’anni.

C’è un aggiornamento: ieri abbiamo ripetuto la scena e, quando mio padre si è lamentato perché “Quella coppia lì ha due figli e i miei ragazzi nessuno!”, gli ho spiegato dei quaderni. Terrorizzato dall’opzione “assenza di un padre” (d’altronde appartiene a una generazione di cambiatori seriali di pannolini, e rinomati chef di pappe), il mio premuroso genitore mi ha suggerito diverse strade alternative:

  • trovarmi uno mommo’, tanto “bastano sei mesi” (sic) a decidersi per una vita insieme;
  • mandare l’email a un povero ex che piuttosto che figliare preferirebbe il colera, arruolandolo per l’impresa: lui sarebbe stato senz’altro entusiasta. Cuore di papà.

Passando davanti a una casa ristrutturata da poco, mi ha detto:

“Forse qui abitava l’unico compagno tuo che aveva un progetto di vita ‘normale’? Quello che un altro po’ si sposa…”.

Grazie, papà.

“Eh, ma si metteva con tipe troppo strane”.

“E allora andavi benissimo!”.

“Troppo strane anche per me”.

Ha pagato i nostri aperitivi in silenzio, rifiutando la mia dieci euro già pronta rispetto al suo fascio di banconote, arrotolato male.

In realtà prima di uscire avevo visto una bambina bellissima, che una mamma già ce l’ha e che per fortuna, mi pare di capire, si è salvata con lei. Perché era Fatima, cinque mesi, a bordo di Mediterranea, la nave sequestrata ieri a Lampedusa.

Non posto l’immagine, perché mi sono ricordata dell’osservazione di un fotografo: i bambini africani hanno più probabilità di essere schiaffati dappertutto a figura intera, e senza autorizzazione dei genitori, perché non ci sono leggi in merito nei loro paesi.

Ho messo dunque la foto di una bimba bianca un po’ stagionata, che attacca una possibile immigrata: tornatene a casa tua, qui siamo ariani!

Ok, siamo io e mia madre.

Che, fedele alla linea dell’altra volta, se n’è rimasta a casa e ci ha lasciati ai nostri deliri.

Capirete che per me è commovente che al mondo esistano meraviglie come Fatima, visto e considerato che, per farne una io, al massimo posso mandare una mail all’ex di cui sopra, nella speranza che replichi con una foto della sua faccia. E allora mi chiedo: perché non siamo tutti là a salvarla dall’acqua, invece di augurarle la morte?

E so la risposta: perché l’idea fraudolenta che passa è che c’è un problema di sovraffollamento, quando la distribuzione dei migranti in Europa è diversa da quella che ci figuriamo. E la gente senza lavoro, né prospettiva di trovarne tramite i suoi leader, diventa feroce o anche solo un po’ stronza (penso a tutte le notizie false della storia, da quella degli untori al grasso di maiale e di vacca per le munizioni dei sepoy “britannici”).

Tuttavia, siccome ci crediamo “brava gente”, magari questa foto-meteora di Fatima che ho visto circolare aprirà coscienze. D’altronde, “cuccioli e tette” erano le nostre pubblicità, secondo una definizione inglese.

O almeno così giura il tipo che ieri s’è preso l’aperitivo con me. E che, niente, proprio non riesce ad accettare “qualcosa da stuzzicare”.

Dice che fa troppo caldo.

 

(Omaggio a Joao Gilberto, un altro che veniva da un paese etnicamente puro)

 

 

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Una volta uno mi mollò senza neanche dirmelo, e poi spiegò: “Non sei abbastanza quadrata“.

Questa informazione, se non leggete tutto l’articolo, non ha niente a che vedere con la seguente domanda:

“I soldi possono comprare l’amore?”.

Questo era il titolo della discussione su un forum online che frequento poco.

In realtà l’autore era il capo di una società che offriva prestiti, ma prima che fosse eliminato le risposte si erano divise in due categorie: una, portata avanti soprattutto da giovani donne, è che l’amore è un sentimento meraviglioso che si nutre solo di arcobaleni e unicorni; un’altra, la preferita degli uomini di mezza età che erano lì per acchiappare, era che bisogna essere concreti, e i soldi senz’altro aiutano.

Nonostante siamo imbevuti di Jane Austen, coi suoi damerini a caccia di fanciulle con dote, tutti hanno dato per scontato che si parlasse di amore delle donne verso gli uomini: pure quelli che crederebbero più agli unicorni che al soffitto di cristallo (qui in una curiosa definizione Treccani, che non nomina mai le donne).

Per tutto il resto c’è Deborah Levy, scrittrice sudafricana che in una conferenza di martedì scorso al CCCB mi ha ricordato una sensazione che conosco bene: il risentimento che può avere un uomo verso una donna con più soldi. Lo si può rivestire di lotta politica (ah, l’intersezionalità), come fa il “compagno” Gigi D’Alessio contro l’altezzosa – e cornutissima – moglie del Vomero: ma continua a sembrare una rivalsa più o meno consapevole, verso donne che non garantiscono la sicurezza virile prevista dal pacchetto “anima gemella”. Ho un solo problema con Levy e altre scrittrici bianche, d’influenza anglosassone, nate col boom: spesso i loro uomini sono assurdamente più insicuri e ciechi dei loro nipoti, nonostante sembri il contrario. Una cosa però non sembra cambiare, soldi o meno: anche i più colti e sensibili sono autorizzati dalla società a scappare come rudimentali maschi alfa, quando è ormai chiaro che non è tutto arcobaleno e unicorni.

Il punto è che l’amore è un sentimento a cazzo di cane, dunque un miracolo.

E qui vengo alla risposta che ho dato al quesito iniziale: risparmiandovi il preambolo che ho scodellato sull’amore romantico come sostituto del welfare, dicevo che l’amore è un sentimento così “random” (la discussione era in inglese) che neanche i soldi lo possono suscitare con certezza.

Va da sé che poi gli ormoni devono lasciare il posto alla stabilità – almeno nelle relazioni come le intendiamo noi – e ho sperimentato sulla mia pelle che l’amore si può “provocare”: almeno in una versione a fuoco lento, sempre più vicina all’amicizia che ai film ridicoli che ci siamo sciroppati fin dall’infanzia.

Ma l’attrazione iniziale che fa nascere l’amore, che dà ai primi tempi la benzina che porterà al resto, è talmente imprevedibile che per qualcuna chissà, la propizia sul serio la vista di un figo in una macchina buona, così come per certi comici spaventati (e) guerrieri “sotto la quarta non è amore“. Ma la verità, un po’ spaventosa e tutt’altro che scontata, è che non lo sappiamo.

E qui, adesso che l’avete dimenticato, torniamo al tipo che mi lasciò per quell’increscioso problema geometrico.

Nei mesi di digiuno e insonnia che seguirono, riflettei molto su quel “non essere quadrata”, e mi chiesi cosa volesse dire. Pensai sul serio alle mie abitudini, al fatto che non avessi orari prevedibili e affidassi alla creatività gran parte delle mie prerogative. Tempo dopo vidi la fortunata che mi aveva sostituita a mia insaputa: era quadrata. Vale a dire, era una bellezza di quelle interessanti, longilinee e mai scontate, ma sul serio potevi tracciarle una diagonale tra fronte e mento e dividerle la faccia in due triangoli isosceli.

Cioè, per innamorarsi a quello serviva davvero una tipa “quadrata”, nel senso più letterale del termine.

E magari un giorno avranno dei figli, festeggeranno le nozze d’oro, ma qualsiasi cosa abbiano costruito intanto – e gli arcobaleni qui non c’entrano, è lavoro e costanza – è cominciata perché lei era “abbastanza quadrata” da accendere quella cosa a cazzo di cane che neanche i soldi riescono a comprare.

Ed è un miracolo: lo dico sul serio. Un capolavoro che va contro ogni statistica, e tentativo di ragionarci su.

Per questo va goduto fino in fondo, checché ne dicano quelli del forum che erano #teamsoldi, e che per l’età e il mestiere che facevano erano la smentita vivente della loro stessa teoria.

Continuo però ad avere un dubbio, che è il nodo centrale di un progetto di cui vi parlerò, e che mi ha portato perfino a difendere insieme a un indiano il matrimonio combinato consenziente, davanti a una catalana schifata.

Il mio quesito è: siamo sicuri che vogliamo affidare cose serie come i figli, le aspirazioni, le affinità, a un fenomeno così aleatorio? O, come dicevo qui: possibile che di tutte le forme umane di relazionarsi, abbiamo eletto a norma la più complicata?

Come direbbe lo youtuber qui sotto, in un marcato accento argentino: sono domande a cui nessuno mai darà risposta.

 

Buon San Faustino! Scherzo, è una minchiata, come il giorno che lo precede. O meglio, tutto può essere una minchiata a seconda di come lo si vive, prendete l’8 marzo in Italia prima di Non una di meno! Anche San Violentin… ehm, San Valentino, dipende da se è questione del tubbbo di Baci Perugina o se è un giorno di più per celebrare l’amore. Ma quale amore?

A vent’anni ero un’entusiasta devota di San Faustino, al che, come spesso accade in queste circostanze, mi si diceva: “Fai così perché non sei fidanzata”. Certo! Ero uscita dal tunnel da poco per mia volontà, e mi sentivo liberata dal giogo di un fidanzamento di paese: a sedici anni ci si aspettava spesso che noi ragazze uscissimo solo con la “dolce metà”, e la mia era tra i pochi maschi a non pretendermi fissa in casa in sua assenza. Ma tanto, la volontà di starmene a volte da sola era “indice di poco amore”, e donne nate appena vent’anni prima di me mi confessavano candidamente che non mi capivano: “Io, senza quello che oggi è mio marito, non volevo uscire proprio”. Ancora fino a ieri, compaesani di ogni età trovavano stranissimo che il mio convivente e io coltivassimo spazi e attività diversi, per unirci solo quando lo desideravamo (quello che gli anglosassoni chiamano “tempo di qualità“). L’idea è: o state appiccicati con la colla, o non vi amate. E “infatti” scoppiate.

A me sembra vero l’opposto: sono buoni tutti a restare insieme quando glielo impongono le convenzioni sociali – prima ancora delle questioni economiche post-matrimoniali*. “Me so’ lassato c’ ‘a guagliona e ‘o pate mo’ me vo’ struppia’ “, recitava la sigla ironica di un programma campano: magari, dopo una rottura, padre e fratelli non arrivavano alle mani, ma le comitive si sfasciavano eccome. Anni prima delle app d’incontri, gli amici che sono stati pionieri di Badoo mi assicurano che bastava spostarsi di mezz’oretta da casa propria, e le stesse ragazze che nel loro paese “non lo facevano mai al primo appuntamento” si concedevano una serata di passione anche subito.

Anatema! Amore fast-food? Non saprei. Quando sono tornata in Italia dopo la libertà inglese (cioè, subito amanti e se va bene ufficializzate) ho capito il senso sociale, pur senza condividerlo, del “farsi desiderare”, visto che, anche in ambienti illuminati come la mia facoltà, il corteggiamento faceva da discriminante tra una “storia seria” e una relazione clandestina. D’altronde, se venivi promossa a fidanzata ufficiale – caso raro se ti eri prima “concessa”, cit. , passavi dal poter anche morire sotto un’auto al dover rendere conto dei tuoi spostamenti e, in qualche caso, perfino dell’abbigliamento (“Questa minigonna te la metti anche quando non ci sono?”). E stiamo parlando di casi non isolati, di appena dieci anni fa.

In tempi ancor più recenti, un film italiano come Perfetti sconosciuti ha ottenuto un record d’incassi e almeno tre rifacimenti (conto il greco, lo spagnolo e il francese) per un’idea semplice: in una cena tra amici, le coppie mettono il cellulare a centrotavola col proposito di leggere tutti i messaggi che arrivano. Vi giuro che il perché di tutto questo me lo son dovuto far spiegare dai miei alunni, gli stessi ragazzi che, secondo La Vanguardia, hanno uno “scopamico” (o scopamica) nel 45% dei casi.

E allora, chiedo così per sapere, vogliamo proprio giurarci amore eterno e poi metterci le corna in segreto? Magari ci raccontiamo pure che “taciamo perché confessare sarebbe liberarci la coscienza al prezzo di far soffrire l’altro”, finendo per sentirci eroici perché abbiamo rotto  un patto di “fedeltà” (?) che non eravamo tenuti a sottoscrivere. Sì, perché continuo a pensare, come a vent’anni, che nessuno è di nessuno, e che l’unico corpo che possiamo “controllare” è il nostro. Se oggi preferisco una monogamia non normativa è per quieto vivere e per questa crisi personale, da cui il mio interesse per l’amore è uscito piuttosto malconcio.

Confesso però che di Mari Luz Esteban, pioniera nella decostruzione dell’amore romantico, non mi è piaciuta una dichiarazione (che non trovo) in cui suggeriva che “chiediamo un po’ troppo all’amore”: semplificando, secondo lei possiamo innamorarci di qualcuno che però non andrebbe bene per costruirci una famiglia, o per averci chissà che momenti di passione, dunque è eccessivo pretendere di trovare tante cose insieme nella stessa persona. Il mio primo pensiero è stato: “Mai fare l’errore di credere che qualcosa non esista, solo perché noi magari non l’abbiamo vissuto”. Ok, è stato anche detto a me nella fase “single per scelta mia“, prima che tornassi a esserlo per scelta altrui!

Però la domanda resta: perché, di tutti i tipi di relazioni possibili, ci attacchiamo come cozze al più difficile da ottenere? E senza neanche che sia migliore o peggiore di altri! A ben vedere, pretendiamo:

  • un’attrazione che sfidi il tempo, quando è la cosa più volatile del mondo (ricordo un altro articolo americano che presentava una coppia di genitori nell’atto di “sforzarsi a provare ancora attrazione l’uno per l’altra”);
  • un’esclusività che si concilia sempre di meno con la speranza di vita, e il sistema economico che vede precari anche gli uomini (quindi vacilla anche l’esigenza pratica di “mantenere la famiglia”, a cui specie le donne sacrificano così tanto);
  • una gerarchizzazione dei sentimenti, per cui spesso, quando sei in coppia, sparisci per i tuoi amici, per poi riapparire se finisce tutto;
  • un opportunismo dei sentimenti, per cui riesci sempre a giustificare con un gesto altruistico qualsiasi decisione tu prenda in campo emotivo: non vuoi figli “per il loro bene” vs “chi non ha figli è egoista”; fedeltà autoimposta “per non far male all’altro” vs tradimenti nascosti “per non farlo soffrire”; mantenere una relazione infelice “perché se la lascio si ammazza” (sicu’?) vs interromperla perché “non sei tu, sono io”.

Mi sa che dopo la risposta istituzionale (“la società cambia più lentamente della sua economia”), ci tocca la spiegazione paracula: meglio continuare a sognare un amore a dir poco difficile da ottenere, e attribuire tutte le storie finite al fatto di “non averlo ancora trovato”. I sogni aiutano il quieto vivere.

Per fortuna, le stesse studiose dell’amore romantico ammettono che non c’è una formula per tutti, che una coppia monogama può diventare inutilmente tossica, come anche il poliamore può diventare un “supermercato dei sentimenti”: a me, per esempio, ha colpito questa youtuber poliamorosa che dichiara che i suoi partner si spaventano quando dice che “si sta innamorando di loro”! E allora perché c’è la parola “amore” in “poliamore”?

Qualsiasi forma di relazione abbiamo scelto o assunto come nostra, vivere qualcosa in cui ci sentiamo intrappolati va contro la lodevole tendenza umana a risparmiare tempo e fatica, e guadagnarci in salute!

Forse si tratta ancora una volta di cucinare con gli ingredienti che abbiamo, cioè fare buon uso di ciò che ci porta la sorte.

Oggi non so la sorte, ma il calendario ci porta San Faustino. E San Faustino sia!

(Un esempio di amore sanissimo…)

 

* Siamo educati fin da piccoli a sentirci “incompleti”, specie le ragazze, senza qualcuno accanto e figli in cantiere: sono “la più grande gioia che una donna possa avere”, mentre qualche mamma meno italiana mi confessa che per lei non lo è stato, è stata sì una gioia che rivivrebbe, ma non “la” gioia. Segno che sia legittimo pensare che non tutte si vivono la maternità allo stesso modo, e non mi convince del tutto la deriva essenzialista che in Spagna si sta contrapponendo alla problematica equiparazione dei congedi di paternità e maternità. Va anche detto che sono stata trattata come un’idiota da un’attivista ubriaca per il fatto di volerceli, i figli.

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Foto di Antimo Puca

Sì, avete indovinato: anch’io sono molto più bona adesso che dieci anni fa! (“Non ci voleva molto”, commenterà la vocetta isolata di qualcuno che vuole morire presto.)

E comunque il 10-Year Challenge lo sto facendo da qualche settimana, perché, seguendo il consiglio scherzoso di un signore che adesso ha pubblicato un libro, sto scrivendo un romanzo ispirato ai miei primi tempi a Barcellona: dieci anni fa, appunto. Ma il consiglio era di dieci anni fa, quindi sono piuttosto in ritardo.

Embe’, a voi non capita mai di dover rimuginare un po’ sulle cose, prima di trarre conclusioni? Diciamo che me la sono presa comoda.

Mi ci è voluto letteralmente un decennio per capire, grazie anche a una signora che di libri ne ha scritti tanti, una cosa importantissima: non siamo noi il punto. È vero, non dobbiamo mai sparire dal quadro e inserire il pilota automatico, o vivere per interposta persona.

Ma, se ci concentriamo su noi stessi, ci perdiamo la vita. Se scriviamo solo di noi, ci perdiamo il romanzo.

Finiamo per scrivere qualcosa di diverso, in cui i personaggi sono incatenati ai “fatti”, dimentichi che oltre alla strada che abbiamo imboccato noi ce n’erano mille altre che abbiamo scartato, e che sarebbe divertente esplorare con loro.

Dieci anni fa avevo imboccato diversi vicoli ciechi, ma ho imparato un sacco di cose, nel modo meno pratico possibile. A un’olandese appena arrivata a Barcellona finii per raccomandare: “Fai tutti gli errori che puoi il primo mese”. Mi ha pure citata nel libro che ha scritto anche lei! (Ma l’ha pubblicato nella sua lingua, quindi non lo trovo…)

E io, di errori, quanti ne ho fatti: ho sbagliato casa, coinquilini, metodo di studio, e mi sono giocata ogni possibilità, ammesso che ce ne fossero, di coronare il sogno d’ammmore romantico dei vent’anni, da realizzare a patto di tornare “a casa” a un certo punto. Sono tornata? No. Anche questo è stato un errore? Boh.

Ma, se sto qua da dieci anni, qualcosa ci avrò pur trovato.

È vero, molti di noi fanno la vita che fanno anche per paura, per inerzia, o per una serie di decisioni prese in un momento diverso da quello che vivono ora, le cui conseguenze, però, stanno ancora scontando.

Non ho ricette, solo la consapevolezza che c’è quasi sempre qualcosa che possiamo cambiare, e un tentativo va fatto, se no è uno spreco.

Forse è questa la vera sfida dei dieci anni: non sprecarci.

 

 

 

Image result for rossella o'hara curtain dress Vi è mai capitato di credervi “fatti apposta” per qualcosa, per poi scoprire che… servite a tutt’altro?

A me sì. Per questo adoro il termine pugliese “fattapposta”, che indica “l’apposito oggetto” da adoperare in una determinata situazione. Oggetto che, ovviamente, cambia a seconda del problema. Se perde il rubinetto, il fattapposta sarà una chiave inglese. Se in forno scotta il “ruoto” (ma davvero davvero non si chiama così in italiano?!), una presina o un guanto foderato saranno il fattapposta perfetto.

Ovviamente, in tempo di bisogno, tutto diventa fattapposta.

Soprattutto, le cose a volte si creano per uno scopo, e si utilizzano per un altro.

Come le tende che, in tempo di guerra, possono diventare abiti – vero, Rossella O’Hara?

Come il classico libro che regge un tavolo traballante (quando tutto va male potete usare così il mio, anche se è piccolino).

Il che ci porta a un’altra questione: esistono soluzioni “sbagliate” solo perché non erano previste in quel modo lì?

Torniamo sui banchi di scuola. Ricordate quante volte ci sgamavano a copiare perché, dopo mesi di “impreparato”, avevamo azzeccato tutte le risposte del questionario? I più furbi, infatti, ne sbagliavano apposta un paio, pratica utilissima nel mondo di concorsi truccati in cui alcuni sarebbero finiti in seguito…

Insomma, quanti fattapposta non sono per niente “fatti apposta” per i problemi che risolvono, ma li risolvono lo stesso!

Anche le persone diventano, ahimè, “fattapposta”, quando le usiamo per tappare vuoti esistenziali, o per raggiungere i nostri scopi.

Ma noi umani, come fattapposta, facciamo davvero schifo: un’amicizia nata in un momento delicato può diventare amore anche se non era previsto, e sì, a volte succede perfino il contrario, se non ci si sbatte troppo perché sia così.

E le nostre faccende? Le lauree che dovevano assicurarci un certo lavoro magari ci portano a fare tutt’altro, in tutt’altro posto. Oppure gli studi scientifici ci spingono ad aprire un ristorante dalle ardite sperimentazioni culinarie.

Insomma, nessuno è fatto apposta per quello che si è scelto, ma, se cambiano le scelte, può riciclarsi. Come la pasta avanzata che diventa frittata (splendido “fattapposta” per i buchi della fame, anche in questa versione).

Chissà che prima o poi non scopriamo che non siamo fatti “apposta”, ma siamo fatti meglio: meglio della vita che ci siamo scelti, o affibbiati.

E allora starà a noi trovare la soluzione.

 

 

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Joakim Lund, Unfinished Landscape,  http://www.joakimlund.com/artwork/paintings/landscapes/

Ok, l’espressione che più detesto, dopo tutte quelle con “almeno”, è:

“È già tanto che…”.

Sapete perché? A vent’anni me la dedicavano spesso. Di solito si riferivano allo scoppiato di turno che volevo a tutti i costi al mio fianco. E poi non osavano, ma a volte alludevano proprio a me, alla mia vita: e a vent’anni si è solo buffi, ad avercela sgangherata.

“È già tanto che lui ti accompagni alla festa, invece di presentarsi con un machete e uccidere tutti” (per il ragazzo).

“È già tanto che le tue colazioni a base di panino napoletano e Coca Cola non ti abbiano portato direttamente all’ospedale” (per la mia vita).

Insomma, fino agli anni di Cristo conducevo un’esistenza amena, ma disconnessa da me e da quello che volevo davvero: hai visto mai che provassi ad averlo e non ci riuscissi.

Poi c’è stata la mia famosa crisi, e da allora è tutto in discesa! Anche se, come s’è detto, certe cose le ho cominciate tardino… E forse, per motivi estranei alla mia volontà (che sono i peggiori), dovrò rinunciare a questo o quel desiderio importante.

Allora, invece dell’antico “È già tanto che…”, devo pensare “È già tanto”. E basta.

Perché spesso ce lo dimentichiamo, il tanto che c’è.

È già tanto che io sia arrivata a essere serena, perfino felice. È già tanto che sia riuscita a recuperare la cosa che più amo al mondo, a farci perfino  qualcosa di buono.

Dirmi questo non significa fare come la volpe e l’uva: perché la sento, la rabbia e la frustrazione delle mosse false, delle scommesse che ho perso (un master, una relazione, un lavoro finito dopo pochi mesi), e di quello che mi costeranno. Quello va sempre ammesso, per salvare il salvabile.

Ma ci sono due modi di vedere lo stesso quadro, che è quello un po’ desolato e un po’ troppo barocco di ciò che siamo diventati.

Diciamo che scoprire che “È già tanto” non è il peggiore.

E poi dice che è l’unica speranza perché anche quelle cose che mancano all’appello, prima o poi, possano fare capolino: leggenda vuole che succede quando credevamo di averle perse per sempre.

Che vi devo di’.

È già tanto che ci credo ancora.