Archivio degli articoli con tag: amore

Image result for rossella o'hara curtain dress Vi è mai capitato di credervi “fatti apposta” per qualcosa, per poi scoprire che… servite a tutt’altro?

A me sì. Per questo adoro il termine pugliese “fattapposta”, che indica “l’apposito oggetto” da adoperare in una determinata situazione. Oggetto che, ovviamente, cambia a seconda del problema. Se perde il rubinetto, il fattapposta sarà una chiave inglese. Se in forno scotta il “ruoto” (ma davvero davvero non si chiama così in italiano?!), una presina o un guanto foderato saranno il fattapposta perfetto.

Ovviamente, in tempo di bisogno, tutto diventa fattapposta.

Soprattutto, le cose a volte si creano per uno scopo, e si utilizzano per un altro.

Come le tende che, in tempo di guerra, possono diventare abiti – vero, Rossella O’Hara?

Come il classico libro che regge un tavolo traballante (quando tutto va male potete usare così il mio, anche se è piccolino).

Il che ci porta a un’altra questione: esistono soluzioni “sbagliate” solo perché non erano previste in quel modo lì?

Torniamo sui banchi di scuola. Ricordate quante volte ci sgamavano a copiare perché, dopo mesi di “impreparato”, avevamo azzeccato tutte le risposte del questionario? I più furbi, infatti, ne sbagliavano apposta un paio, pratica utilissima nel mondo di concorsi truccati in cui alcuni sarebbero finiti in seguito…

Insomma, quanti fattapposta non sono per niente “fatti apposta” per i problemi che risolvono, ma li risolvono lo stesso!

Anche le persone diventano, ahimè, “fattapposta”, quando le usiamo per tappare vuoti esistenziali, o per raggiungere i nostri scopi.

Ma noi umani, come fattapposta, facciamo davvero schifo: un’amicizia nata in un momento delicato può diventare amore anche se non era previsto, e sì, a volte succede perfino il contrario, se non ci si sbatte troppo perché sia così.

E le nostre faccende? Le lauree che dovevano assicurarci un certo lavoro magari ci portano a fare tutt’altro, in tutt’altro posto. Oppure gli studi scientifici ci spingono ad aprire un ristorante dalle ardite sperimentazioni culinarie.

Insomma, nessuno è fatto apposta per quello che si è scelto, ma, se cambiano le scelte, può riciclarsi. Come la pasta avanzata che diventa frittata (splendido “fattapposta” per i buchi della fame, anche in questa versione).

Chissà che prima o poi non scopriamo che non siamo fatti “apposta”, ma siamo fatti meglio: meglio della vita che ci siamo scelti, o affibbiati.

E allora starà a noi trovare la soluzione.

 

 

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Joakim Lund, Unfinished Landscape,  http://www.joakimlund.com/artwork/paintings/landscapes/

Ok, l’espressione che più detesto, dopo tutte quelle con “almeno”, è:

“È già tanto che…”.

Sapete perché? A vent’anni me la dedicavano spesso. Di solito si riferivano allo scoppiato di turno che volevo a tutti i costi al mio fianco. E poi non osavano, ma a volte alludevano proprio a me, alla mia vita: e a vent’anni si è solo buffi, ad avercela sgangherata.

“È già tanto che lui ti accompagni alla festa, invece di presentarsi con un machete e uccidere tutti” (per il ragazzo).

“È già tanto che le tue colazioni a base di panino napoletano e Coca Cola non ti abbiano portato direttamente all’ospedale” (per la mia vita).

Insomma, fino agli anni di Cristo conducevo un’esistenza amena, ma disconnessa da me e da quello che volevo davvero: hai visto mai che provassi ad averlo e non ci riuscissi.

Poi c’è stata la mia famosa crisi, e da allora è tutto in discesa! Anche se, come s’è detto, certe cose le ho cominciate tardino… E forse, per motivi estranei alla mia volontà (che sono i peggiori), dovrò rinunciare a questo o quel desiderio importante.

Allora, invece dell’antico “È già tanto che…”, devo pensare “È già tanto”. E basta.

Perché spesso ce lo dimentichiamo, il tanto che c’è.

È già tanto che io sia arrivata a essere serena, perfino felice. È già tanto che sia riuscita a recuperare la cosa che più amo al mondo, a farci perfino  qualcosa di buono.

Dirmi questo non significa fare come la volpe e l’uva: perché la sento, la rabbia e la frustrazione delle mosse false, delle scommesse che ho perso (un master, una relazione, un lavoro finito dopo pochi mesi), e di quello che mi costeranno. Quello va sempre ammesso, per salvare il salvabile.

Ma ci sono due modi di vedere lo stesso quadro, che è quello un po’ desolato e un po’ troppo barocco di ciò che siamo diventati.

Diciamo che scoprire che “È già tanto” non è il peggiore.

E poi dice che è l’unica speranza perché anche quelle cose che mancano all’appello, prima o poi, possano fare capolino: leggenda vuole che succede quando credevamo di averle perse per sempre.

Che vi devo di’.

È già tanto che ci credo ancora.

 

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da buonissimo.org

Io ve lo dico: la Vueling è impazzita di nuovo.

L’indepe di casa è rimasto, appunto, a casa. Io, in un Armageddon di sportelli non funzionanti, ho lottato prima con un terminale automatico, e poi con un giovanotto piantonato da due russe in lacrime, che volevano essere spedite a Mosca. Il mio incredibile 1E, assegnato “last-minute”, è diventato 1A per la distrazione di una passeggera: dunque, primo finestrino a sinistra, in categoria lusso.

Ma il “trova l’intruso”, per le hostess, è stato fin troppo facile: ero l’unica sotto i 60 anni, avevo un vestito a margherite slabbrato dai lavaggi e due sporte della spesa, di cui una conteneva il Lenovo.

Insomma, la sensazione di non appartenenza che mi prende quando torno “a casa” è cominciata, comicamente, in aereo: ormai è un gioco, per me, scoprire cosa c’entro col posto a cui torno, e cosa proprio ci separa per sempre.

Come la villa antica che contemplavo ammirata al ritorno dai pomeriggi con le amiche: è diventata un Bed & Breakfast! A un quarto d’ora di treno da Napoli: mi hanno fregato l’idea, maledetti.

I pettegolezzi, invece, non cambiano mai: chi si è lasciato con chi, e chi (di solito donne) sta con qualcuno che “dovrebbe lasciare”. Mi fa ridere sempre un po’, quest’ultima idea di dire a una con chi deve stare, perché non funziona e fa sentire ancora più sola la tizia in questione. Che magari lo sa benissimo, che non dovrebbe starci, ma lo vuole fare per motivi assortiti, che c’entrano con l’amore e con… Whitney Houston (sì, proprio lei), che chiede a Kevin Costner se non ha mai fatto qualcosa che non avesse nessun senso, tranne “dentro di te, nel tuo stomaco”.

Se non è caponata, è amore romantico, ed entrambi vanno presi a piccole dosi: ma ormai il secondo l’abbiamo respirato con l’aria fin da piccole, ed è difficile capire perché non va.

Allora, quando un’amica sta con uno che la considera un’alternativa in 3D a youporn, o una minaccia alle sue convinzioni, parto con lei da quell’idea balzana per cui, se l’altro la disprezza, in fondo in fondo ha ragione. Finché una parte di lei lo penserà davvero, sarà difficile tracciare limiti.

E la forza che la può cacciare da quest’impiccio è come la presa per caricare il cellulare, in ufficio: da qualche parte esiste.

Tutt’è spostare mobili.

 

L'immagine può contenere: sMS La lezione su San Valentino e San Faustino era inevitabile, un 15 febbraio in cui il libro di testo mi dava un’unità sull’anima gemella.

Allora sono andata di meme, con i più cinici trovati su San Valentino, poi ho dedicato al rivale Faustino la lettura di un articolo “indignato” di Famiglia Cristiana: ‘sto povero ragazzo, a ben vedere, non è “single” neanche sul calendario, visto che è sempre accompagnato dal fratello Giovita. Io poi ho pensato a lungo che quest’ultimo fosse una donna, quindi champagne!

Alla voce “svantaggi della vita di coppia” ne ho dovuto aggiungere uno io:

“Non aprire subito agli ospiti per occultare in ripostiglio uno stenditoio pieno di jeans XL”.

So che il proprietario di tali indumenti potrebbe aggiungere nella sezione svantaggi “Non avere mai più ordine in casa”, al che avrei replicato “Io almeno so usare una pentola a pressione” e il conflitto sarebbe andato avanti “per sempre”, come in una favola al contrario.

Va detto che, nei miei vent’anni ribelli, festeggiare San Faustino era il mio modo stupido di contrastare l’aut/aut tra monogamia e ascetismo, ancora sdoganato nella provincia denuclearizzata pre-Tinder. Avrei scoperto solo dopo che l’amore romantico uccide: per allora mi limitavo a dire che mi sfracellava le gonadi.

Adesso so che le soluzioni dei dilemmi esistenziali non si vendono all’ingrosso, ma sono fatte su misura. E anche così, non sempre… “soluzionano”, come diciamo noi italiani a Barcellona che abbiamo dimenticato la lingua natia (posto che la conoscessimo).

Perché a certe persone la vita di coppia fa bene, o è preferibile a una vita da single, e altra gente in coppia proprio non ci vuole stare. Poi c’è chi si trova bene in tutte e due le condizioni, e chi come me sta un amore da single, ma ha deciso di dare una chance alla coperta tirata da un lato solo (il mio). Mi spiace che chi se ne sta per conto suo venga sempre definito un “cuore solitario” alla ricerca dell’anima gemella: ribellatevi, non siete gemelli di nessuno!

Per tutta la lezione di ieri non riuscivo a non pensare a Irene e Tati, due ragazze che non conoscete perché le ho inventate io, in un romanzo che è la cosa più vicina a un figlio che abbia avuto finora. Irene ha scambiato un idillio da Erasmus per le basi di una convivenza, e Tati, che la sa lunga, le spiega che non può costruire la sua vita attorno a un uomo. Poi la costruisce lei intorno a una donna. Finisce che Irene che voleva partire resta, e Tati che voleva restare parte. Raccontato così fa cagare, e magari è vero, ma posso dirvi che Tati aveva le sue buone ragioni (rimettersi in gioco con un viaggio, un nuovo patto raggiunto con l’amata…), come d’altronde Irene aveva le sue (reinventarsi da sola, imparare dai suoi errori…).

Vale anche per la gente in carne e ossa: si tratta di vedere, fatta salva l’incolumità fisica e psicologica degli individui, quale scelta vada bene per noi.

Già sapete, c’è chi per amore finisce a prendere la Bastiglia. E non sempre va benissimo.

 

 

 

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John Lewis Christmas Advert 2013

La “canzone a mia insaputa” è un fenomeno meraviglioso che attraversa tante storie d’amore, reali o immaginate.

Si verifica quando attribuiamo all’amato bene una certa melodia che lui (o lei) magari schiferà a morte, ma che intanto ce lo ricorda. Perché? Perché la passavano nel bar quella volta che ci ha fatto un cenno con la mano più lento del solito (“è amore”). Oppure la davano alla radio quando ci ha offerto quel passaggio così generoso e “interessato” (poco importa che ci avesse trovati nel mezzo di una rissa, in un vicolo cieco, verso mezzanotte). Fatto sta che oh, quella è la “nostra canzone”, e se l’altro ne ignora pressocché l’esistenza (a meno che non sia Despacito), è un problema suo.

Peraltro qualche volta la canzone a insaputa si trasforma davvero in ricordo condiviso! È successo a me quando il mio ragazzo, in un soggiorno di studio all’estero, si è messo a sentire Staje maje ccà dei 24 grana e, forse per ragioni linguistiche, l’ha attribuita indelebilmente al mio ricordo. Detto fra noi, io la canzone la schifavo pure un po’, perché non capivo bene il ritornello! Adesso la ascolto con orecchie nuove.

Ma il fenomeno più becero e salutare, con le canzoni, è forse il “riciclo canoro”: quando un motivo che ci faceva pensare all’ex viene “riciclato” per un nuovo amore. Orrore! Oscenità!

Beh, un momento. Se dobbiamo credere a The School of Life (e non è necessario), quello che ci fa coltivare i bei ricordi non è tanto la persona con cui stavamo, ma la sensazione che provavamo in quel momento. In tal caso può essere solo qualcosa di bello, no?, che la persona che amiamo ora ci faccia provare lo stesso senso di benessere che credevamo non sarebbe tornato più.

Ancora non siete convinti? Ok! Allora vi racconto una storia personale.

Nella più nera delle mie crisi sentimentali (ed è una bella gara), mi aggiravo da sola per una grande casa tetra, in cui mi ero scoperta “mollata a mia insaputa” (questo sì) al terzo giorno di trasloco. In quei mesi deliranti presi ad ascoltare una canzone del mio periodo a Manchester, che di per sé non mi ricordava nulla in particolare, ma che parlava di un luogo che “solo noi conoscessimo”. Perché credevo che l’avessimo raggiunto, nella nostra storia sgangherata, un piccolo posto solo per noi. E speravo che gliene venisse la nostalgia e prima o poi lo ritrovassi lì, ad aspettarmi.

Ovviamente lui non sentiva una ceppa di nostalgia, perché se ne stava beato con un’altra, e probabilmente la canzone gli avrebbe pure fatto schifo.

Qualche anno dopo, in un momento di difficoltà ben diverso dal precedente (crisi “strutturale” in una relazione stabile e serena), mi ero ritrovata ad ascoltare la canzone in una versione diversa, che avevo sempre considerato un po’ stucchevole. Invece stavolta, come per magia, aveva senso. E, condividendone l’ascolto “a distanza” con l’altro chiuso in camera a studiare, ci eravamo scoperti a desiderare la riconciliazione che poi è avvenuta.

Il ricordo di un sentimento arido e unilaterale, mai condiviso, ha così preso vita, è tornato nella mia esistenza per essere motivo di gioia.

Ed è quello che dovremmo fare con tutto, accettando di morire e risorgere ogni tanto, di rinnovare sentimenti vecchi, salutare sentimenti nuovi, accogliere senza troppe riserve quello che di volta in volta ci si presenta davanti nel percorso disordinato che facciamo per vivere.

I sentimenti sono più saggi di noi, sanno quando ci fanno male e se ne stanno lì in attesa, pazienti, che li lasciamo liberi di tornare a renderci felici.

Sta a noi scegliere, accettare questo ciclo come una melodia che è sempre la stessa, sempre diversa.

Sempre nostra.

Risultati immagini per stuck funny  Questo è lo spinoff di un post sugli ostacoli insormontabili, culinari e non. E che, gli spinoff li può fare solo la Rowling? Ah, già, lei sa scrivere.

In ogni caso, descrivendo le mie peripezie con una cheesecake sbagliata, osservavo che rimandando la pulizia dello stampo, e quindi del frigo e della casa, guadagnavo un pomeriggio a poltrire, ma con l’ansia delle faccende domestiche sospese. Materialmente, sarebbe stato uguale al pomeriggio che avrei passato a riposare dalla difficile operazione di pulizia. Ma che differenza.

Non tutta l’immobilità è uguale. Possiamo rimanere immobili per riposarci dopo aver vissuto, o farlo per paura di vivere. Tra le due opzioni si annidano tutte le nostre paure, in primis quella del fallimento.

In effetti a riposare dopo aver lavorato e a starcene con le mani in mano facciamo la stessa cosa. Solo che nel primo caso stiamo “in santa pace”, e nel secondo, per quanto cerchiamo di allontanarla, la signora ansia fa capolino ogni tanto a ricordarci che le cose rimandate ci aspettano sempre di là.

In questioni più importanti e urgenti ci succede un po’ lo stesso, no? Rimandare costantemente un importante colloquio familiare fino alla prima lite domestica. Oppure congelare per sempre la scopamicizia che ci è sfuggita di mano senza mai diventare una relazione. Peccato che a stare incollati a WhatsApp in attesa di un improbabile invito proveremmo un malessere simile a quello che sperimenteremmo a chiudere la storia. Ma senza il rischio di piantare in asso l’amica chiamata per una birra, perché a “qualcuno” è saltata la serata coi colleghi di lavoro.

Insomma, a me pare un sollievo illusorio, la calma apparente di chi non fa le cose.

Non è un caso che, se ci chiedono quale sia il peggiore esito possibile della situazione che ci blocca, in tanti rispondiamo solo: “Continuare così”.

Risposta esatta.

Risultati immagini per madonna delle sette spade Di recente ho avuto un’interessante discussione con qualcuno che odia con tutta l’anima il detto “Volere è potere”.

Il mio interlocutore mi faceva notare quanto fosse vano e poco accurato un motto che, parafrasando, riconduce alla volontà umana fenomeni in gran parte estranei al suo controllo.

Sono consapevole di questo, infatti volevo spiegare la mia posizione in merito.

Per me volere è patire.

Farò l’esempio della classica amica, o se preferite “mia cuggina”, che l’ha sperimentato sulla sua pelle.

Fin sulla soglia dei 30, costei era convinta di volersene restare in beata solitudine. Figli ok, ma magari anche quelli da sola.

In realtà, la Nostra stava trascurando la parte di lei che non era troppo d’accordo, non sapendo che queste parti ignorate possono cacciare una cazzimma non indifferente.

Sì, perché a evitarle, le paure, si avverano. La Nostra precipita dunque in una relazione caratterizzata dalla più totale assenza di ciò che fa belle le relazioni: amore reciproco, allegria, rispetto, sostegno… Continuate voi.

Datele un anno per crogiolarsi nel suo errore ed essere scaricata nel più ridicolo dei modi.

Datele un anno e mezzo per riprendersi.

In questo lasso di tempo, la Nostra dice: voglio cambiare! Adesso ci metto tutte le mie energie, mi prendo tutto il tempo necessario, ma volli, sempre volli ecc.

E quando finalmente diventa una personcina più consapevole e responsabile verso se stessa, le si presenta un regalo fantastico: una relazione con tutto quello che fa belle le relazioni! Amore reciproco, allegria, rispetto, sostegno… Che ve lo dico a fare.

Ma, ma… Allora è vero che volere è potere!

Seh.

Dopo un bel po’ di tempo, all’improvviso… CAMBIO DI PIANI! Il lavoro minaccia di separare le strade della coppia, e il piano B (Bebé), fino ad allora condiviso, si fa improvvisamente un desiderio unilaterale.

La Nostra che deve fare? Ha fatto una scommessa, l’ha persa.

Qualunque decisione prenda, non le porterà con certezza quello che voleva.

Volere è potere, dunque? Manco per il ca’.

Volere è patire. Sbattersi a lavorare seriamente su qualcosa, senza neanche sapere se riuscirà.

Così deprimente che la gente si dimentica di provarci.

Ecco, mia cuggina almeno ci ha provato.

Devi volerlo fortissimamente (cambiare, dico) e non sai manco se riesci.

Ma se non vuoi, non riesci sicuro.

La vita è un film d’azione che al confronto Speed è Babbi l’orsetto.

Io, nel dubbio, comincerei a volere. Poi nel caso a patire.

Buon venerdì di Passione!