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Brooke & Ridge Forrester B&B | Nostalgie
Più anarcorelazionali di così…

Cominciamo dalle cose buone!

La faccenda che mi piace di più delle alternative alla monogamia è l’annullamento delle gerarchie tra amore e amicizia.

Vi faccio un importante esempio accademico: Fantaghirò!

In uno dei sequel che non valgono niente, perché non c’è più il principe Romualdo (*fa gli occhi a cuoricino e auspica una monogamia col suddetto*) l’ennesimo pirata bellone anni ’90 si lamentava assai con la nostra principessa dal caschetto inguardabile: il pirata per lei era solo un amico, dunque il sentimento che Fantaghirò provava per Romualdo era superiore! “Diverso” correggeva allora la Nostra.

E sparava una grande palla, perché sì, se li misuriamo in termini di tempo ed energie da dedicarvi, i rapporti umani sono spesso visti come una piramide che inizia con la portiera che ci manda su la posta (il gradino più basso) e finisce con la coppia (in cima a ogni cosa). Dai, scherzavo sulla portiera, cominciamo dagli amici. Non credo che tale gerarchia sia dovuta solo alla questione per cui una relazione sessuoaffettiva richiederebbe più manutenzione di altre: su quello potrei addirittura essere d’accordo. Il messaggio sotteso è piuttosto che con partner e coniugi siamo come “le metà della mela”, mentre gli amici possono restarsene parcheggiati in un angolo, tanto “restano sempre lì”. Con Brigitte Vasallo, tra le teoriche di questa piramide emozionale, non mi trovo d’accordo solo sulla posizione dei figli, che per l’attivista sarebbero comunque in secondo piano rispetto alla coppia: ma d’altronde lei non è cresciuta a Napoli.

In generale, le alternative alla monogamia non sono così: non danno per scontato che ci sia una sorta di podio dei sentimenti su cui un nuovo partner spodesta sempre il vecchio, e gli amici, per quanto importanti, vengono sempre un po’ in coda. Questo non vuol dire che la portiera di cui sopra venga messa sullo stesso piano di nostro fratello: semplicemente, non esistono regole fisse per determinare l’importanza di un vincolo rispetto a un altro. Se l’amicizia fosse un sentimento semplicemente “diverso” rispetto all’amore, e non gerarchico, la frase “Siamo solo amici” non sarebbe così diffusa. E sarebbe ingenuo pensare che quel “solo” si riferisca unicamente alla rarità del sentimento amoroso rispetto all’amicizia.

Secondo il mio ex, la mia situazione domestica da sola mi consegnerebbe dritta all’anarchia relazionale, e per me è una grade notizia! Al massimo pensavo di aspirare al Premio Ridge Forrester per la miglior situazione domestica sfuggita di mano: convivere con l’ex mentre aiutavo il fidanzato attuale a trovare una stanza! (Per fortuna ci è riuscito per conto suo…)

Ok, anche io mi ci giocherei due numeri sulla ruota di Napoli. Ma, se consideriamo che l’ex perdeva la stanza in affitto per il covid, intanto che l’attuale si allontanava da Barcellona per questioni sue, la situazione acquista un maggiore senso logico. Sfugge un po’ meno alla logica, ho scoperto parlando con amici e non, che adesso che l’amato bene è tornato io non faccia semplicemente uno scambio coinquilini basato su “chi debba importarmi più adesso” (ovviamente, l’attuale fidanzato), e finisca lì.

E invece, come la nostra Fantaghirò, voglio bene a entrambi in modo diverso, e non voglio una vita fatta di gerarchie.

Attenzione a non rispondere: “Allora non ami abbastanza il tuo compagno attuale”, oppure: “Ancora non hai trovato la persona giusta”. Questi sono i miti più insidiosi dell’amore romantico, e non dobbiamo cascarci.

Perché, se certi amici rimasti in paese trovano inspiegabile la mia situazione, io la trovo una curiosa coincidenza: per me è inspiegabile la situazione loro! Loro e le loro “dolci metà” (…) hanno accettato di buon grado di restare appiccicati con la colla dai tempi del liceo, e in qualche caso mi hanno parlato di “suoceri” fin da quando erano minorenni. Diversi di loro hanno rinunciato a qualsiasi viaggio che non fosse insieme, e temo che ancora oggi alcuni debbano strappare a botte di liti e pianti un permesso per viaggiare senza l’altra persona. A dirla tutta, gli strappi alla regola venivano concessi più facilmente all’uomo della coppia: sospetto che i viaggi “di sole donne” siano tollerati da relativamente poco, sdoganati magari dalle commedie romantiche sugli addii al nubilato.

Lo riconosco, forse il senso di soffocamento che mi provocava questa situazione ha giocato una parte importante nel mio rifiuto a vent’anni della monogamia normativa. Forse, dietro alcune delle mie decisioni sentimentali intorno a quell’età c’era la fatidica paura d’impegnarsi: qui i detrattori furiosi del poliamore e dell’anarchia relazionale troverebbero pane per i loro denti. Però dovrei precisare due cose:

  1. La paura di impegnarsi in una ventenne non dovrebbe essere accolta con osservazioni tipo: “Sei immatura per la tua età”, “Io alla tua età…”; e, vista la situazione da cui si rifugge, tale paura non dovrebbe essere considerata come una questione di egoismo (già che ci sono, a questo proposito ricorderei che “femminista”, nel 2020, non dovrebbe essere usato ancora come un insulto);
  2. per quanto la cosa possa sorprendere, l’anarchia relazionale è l’esatto opposto del rifiuto di impegnarsi: anzi (vi spoilero il prossimo articolo), la mia perplessità principale è proprio che il livello di impegno che richiede è molto alto. Lo è almeno per una società frenetica e precaria, e a parte le buone intenzioni temo che questo immane lavoro di cura ricada ancora soprattutto sulle donne (cosa che, con il premiato metodo “uno stronzo alla volta”, si limitava appunto a uno stronzo alla volta).

La questione è che, ancor più del poliamore, l’anarchia relazionale prevede un impegno etico e forte in tutti i tipi di legami che si intreccino con il prossimo: la dicotomia amore/amicizia viene superata in nome di una bellissima (almeno sulla carta) nozione di rispetto e distribuzione del tempo e della cura. Va da sé che le declinazioni di questo principio teorico vanno declinate nella banale quotidianità, con strategie diverse e molteplici.

Resta l’idea che solo il caso, o il sistema relazionale che meglio conveniva all’economia in un determinato momento, ha scelto chi sia la strana tra: 1) me, 2) una fitanzata in gasa del mio paese, 3) una tizia che ha: due relazioni sessuoaffettive (una con un uomo e un’altra con una donna), un amico con cui ogni tanto fa sesso, e una costellazione di persone che noi seguaci annoiati della monogamia definiremmo “solo amici”. La differenza è che la diretta interessata ci toglierebbe il “solo”.

Perfetto, no? A me pare di sì: sulla carta, però.

Perché conosciamo i limiti immensi e i difetti della monogamia, mentre delle sue alternative ci giungono solo i proclami sull’uguaglianza e le relazioni più etiche.

Cosa succede, invece, quando anche questi vincoli vanno storti?

Lo scopriremo nella prossima (e ultima) puntata!

The Many Brooke Logan Wedding Gowns - Which Was Your Favorite? | Soap Opera  News | Wedding dresses, Movie wedding dresses, Beautiful wedding dresses
Io, in una rara foto a vent’anni

Ok, l’articolo è in revisione e dovrebbe essere pubblicato a dicembre.

Scrivere di alternative alla monogamia, e proprio con l’ex che mi ha lasciata per darsi al poliamore, è stata un’impresa allucinogena!

La gag sarebbe che noi due nella stesura eravamo, che so, Stanlio e Ollio, o magari Gianni e Pinotto (in quanto italiani che scrivevano di argomenti poco italiani), o meglio ancora Mulder e Scully: l’allucinato e la scettica.

Perché lui era quello poliamoroso, o meglio anarcorelazionale, e io ero, mi si dice, la monogama. In effetti la frase del titolo l’ho pronunciata io, benché abbia constatato almeno da fuori l’onestà e la maturità (proprio così!) di queste relazioni alternative alla monogamia. Ma sono sbottata più volte davanti all’ennesima cronaca di amori e disamori fornitami dal co-autore del mio articolo: mi sono persa tra vincoli (cioè le relazioni), metavincoli (i vincoli dei tuoi vincoli), e cura condivisa del pargolame (che può coinvolgere anche i metavincoli), così ho concluso tra il serio e il faceto che Brooke Logan potrebbe realmente pretendere i diritti d’autore! E sorvoliamo sul fatto che “i vincoli dei tuoi vincoli” sarebbe una grande bestemmia in napoletano…

Mi si dice che il mio problema a riguardo è che ci ho il patriarcato nel cervello (ma va’) e sono inesorabilmente monogama (scusate il termine).

Adesso dovrei lanciarmi in una filippica contro le definizioni a tutti i costi, a cui Mulder-Pinotto risponderebbe tirandomi fuori un qualche mio privilegio monogamo, o i vantaggi che avrei a conformarmi al sistema relazionale dominante.

E invece no: per me le definizioni aiutano molto, specie se non pretendono di spiegare tutto. Ma non intendo sacrificare la mia storia personale all’altare del GENDER1!1! Quindi, per spiegare nei prossimi post cosa ho imparato nel backstage dell’articolo (*inforca occhiali da sole*), in questa lunga premessa vorrei raccontarvi due fatti miei, tanto per cambiare.

Sì, sono sempre andata con uno stronzo alla volta (definizione personale di monogamia seriale). Almeno quando, in termini monogami, si è trattato di una “relazione ufficiale”. Ma ho sempre trovato ridicole le limitazioni che comportavano le relazioni in paese, fin dalla prima a sedici anni: si era negli anni ’90, nella provincia di Napoli, ed era ancora piuttosto diffuso il fenomeno di “sposare la tua prima cotta”, o giù di lì! In un ambiente paesano in cui tutti si conoscevano era complicato lasciarsi. Magari il fenomeno non era poi così affermato tra noi del liceo classico (*inforca occhiali da sole griffati*), ma era comunque visto come qualcosa di strano che una uscisse di casa da sola, o a ben vedere facesse qualsiasi cosa che non fosse eminentemente “femminile” senza la compagnia del ragazzo.

La differenza nel mio caso era che avevo l’unico ragazzo che a sua volta non volesse uscire senza di me. Che bello, no? Come potevo anche solo avere voglia di uscire da sola, magari a girovagare senza una meta? Ero proprio una strega! Ricordo bigliettini tra me e l’amato bene, spiegazioni e pianti per questa mia presunta eccentricità, mentre mi chiedevano tutti se eravamo “fidanzati in casa” (e scatta subito Tony Tammaro, vedi video alla fine). Quando non ne potei più, e troncai a diciannove anni, passai per quattro anni a una fase che oggi si definirebbe, mi dicono, di anarchia relazionale: “non voglio relazioni esclusive, posso andare con chi voglio”. Purtroppo finivo invece per inventare la friendzone (quando ancora non era sessista) e per non andare, spesso e volentieri, proprio con nessuno: ma era il principio che contava!

Le mie amicizie di sempre non erano attrezzate sul piano teorico per affrontare la cosa: così, l'”amicone” dell’epoca (come lo definii una volta per il divertimento generale), veniva considerato a tutti gli effetti il mio ragazzo, e invitato alle feste come tale. Dunque io ero considerata off limits da gente che poteva piacermi. Anche quando intrecciai un rapporto che di fatto era esclusivo, gli amici di lui non capivano perché non dicessi apertamente che “stavamo insieme”: nessuno capiva la mia regola d’oro di non voler sentirsi in galera e di voler essere libera, almeno in teoria, di avere altre storie.

Una mattina, quando ormai vivevo in Inghilterra, mi svegliai con la voglia di una casa con un giardino sul retro, in cui organizzare dei barbecue insieme a un tipo che vivesse con me: soccombevo alla voglia di tranquillità, di “non complicarmi la vita”. Avevo ventitré anni. Allora mi fidanzai con un coetaneo che, essendo nato lì e da una famiglia di migranti, già pensava a mutui, convivenze e matrimoni: anche lì qualcosa non andava, lui in tempo di crisi mi rinfacciava le occasioni in cui mi era stato “fedele nonostante tutto”, e io gli rispondevo: “E perché? mica te l’ho chiesto”. Avevo ben chiaro il fatto che non possedevo il corpo di nessuno, e volevo che se ne rendesse conto anche chi credeva di possedere me. Più che un patto equo, la cosiddetta fedeltà mi sembrava un do ut des dei più beceri: la devozione esclusiva in cambio della stabilità, con la premessa fallace che fosse il modo più spontaneo e naturale di relazionarsi. E le contravvenzioni al patto, che avvenissero in segreto! In realtà io preferivo non andare con altri, ma volevo che fosse una scelta mia, non un’imposizione del mio compagno per un iniziale patto granitico, stile “prendere o lasciare”.

Alla fine sono passata di nuovo dal supermercato britannico di corpi e mutui agevolati alle care dicotomie mediterranee dei primi anni 2000: scopamica segreta vs “potenziale madre dei miei figli”. Ho anche sperimentato il raro passaggio dall’uno all’altro stato, e l’ho trovato schizofrenico e umiliante: ormai ero un ibrido su tutti i fronti, e sono ripartita.

Barcellona, da questo punto di vista, è stata forse la sintesi perfetta: ormai ero monogama per quieto vivere, ma nelle storie che ho avuto qui ho negoziato ogni volta, stabilito magari che “per ora non volevamo interferenze esterne nella storia”… ma non ho mai dato per scontato di possedere il corpo dell’altra persona o poter controllare le sue passioni.

Quindi, in tutta franchezza, mi fa strano riassumere vent’anni di vita ed errori e ripensamenti nella parola monogamia.

È una vocazione di comodo, la mia, che passa per le tonnellate di asocialità che ho accumulato nel tempo. E si nutre di una sola certezza: ci imbrogliano quando ci fanno credere fin dall’infanzia che restarcene per conto nostro (non in solitudine, per conto nostro) è solo un fallimento e mai un’opzione.

Se non chiariamo questo equivoco, dubito che qualsiasi relazione possa mai essere davvero una scelta.

Intanto mi tengo la mia vocazione: monogama per caso, col forte sospetto che la cosiddetta solitudine sia il mio stato di grazia.

Ho visto vocazioni peggiori.