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Anima and Animus | Anima, animus, Animus jung, Carl jung

Animus e Anima. Quando nonno Jung si dava all’arte!

Lo premetto io stessa, guardate: sto ancora a rosica’ perché sono stata esclusa dall’accademia junghiana spagnola.

Però devo anche chiedermi: che ci azzeccavo, io, nella stessa cricca che produce esternazioni come quelle di Raffaele Morelli? Perché voi, giustamente, leggevate nelle sue dichiarazioni il maschilismo di un settantenne italiano, ma io ci vedevo anche la punta dell’iceberg: del patriarcato, ovvio, ma anche di tutti i libri che ho letto sul metodo junghiano. Certo, non erano quasi mai testi dell’originale, cioè di quella creatura di un’altra dimensione che è stata Carl Gustav Jung (un particolare che, comprensibilmente, mi ha tolto cento punti con la commissione dell’accademia junghiana). Confesso tuttavia che mi interessava di più scoprire come le peculiarissime (diciamo così) teorie del maestro fossero state riprese dai suoi allievi. Dalle allieve, soprattutto.

Perché neanche nel momento più nero della crisi nerissima che mi ha fatto approdare a Jung ho preso sul serio l’universalità degli archetipi, che sarebbero inquilini innati di un presunto inconscio collettivo. Semmai ci ho scritto sopra un saggio di master, per la gioia di un professore di mitologia molto critico con l’intera questione: a lui ho indicato gli archetipi come risposte statisticamente rilevanti a problemi comuni all’umanità. Mi  spiego meglio. Secondo me non è che un paziente schizofrenico, quando afferma di vedere il pene del sole, stia richiamando in qualche modo un antico rituale persiano a lui sconosciuto: è che noi esseri umani conosciamo il sole, e nasciamo nella metà dei casi con un pene. Curiosamente, nella storia abbiamo associato spesso le due cose.

Perché, avete indovinato: il maschile sarebbe energia, e il femminile ricettività. Le donne hanno una componente maschile che si chiama Animus: nella sua forma negativa, quest’archetipo le allontanerebbe dalla gentilezza e dall’empatia, mentre in quella positiva costituirebbe, indovinate un po’, l’autorità e la ragionevolezza. In bocca al lupo con la scoperta di cosa sia l’Anima negli uomini! Jung, va da sé, la associa alla vita stessa, e per lui l’unico modo per non essere schiavi delle donne (e fa l’esempio più o meno scherzoso di un anziano che abbandona la famiglia per un’adolescente!) è sviluppare in autonomia il proprio “lato femminile”. Ma cos’è, invece, il femminile per le donne? Facciamocelo spiegare da Morelli in persona:

Tu puoi fare l’avvocato, il magistrato, avere tutti i soldi che vuoi, ma il femminile in una donna è la base su cui si siede tutto il processo. Prima di tutto sei femminile e il femminile è il luogo che suscita desiderio. Le donne lo sanno bene perché tutte le volte che escono di casa e hanno indosso un vestito con cui non si sentono a loro agio, tornano indietro a cambiarsi. Gli uomini non lo fanno, perché noi uomini non diamo così importanza alla forma. La donna è la regina della forma. La donna quando mette un vestito chiama il desiderio, guai se non fosse così.

Forse qualche altro terapeuta avrebbe specificato che il femminile è anche il luogo che suscita desiderio, ma è molte altre cose che, a quel punto, a me non interessa più scoprire. In ogni caso, lo psichiatra italiano non fa che ripetere, temo, i fondamenti della sua disciplina.

Niente paura, però! Già vedevo segni di ribellione a quest’andazzo ai tempi della mia infatuazione junghiana. Nel suo classicone che è diventato un’icona femminista (!), Clarissa Pinkola Estés scrive:

By classical Jungian definition, animus is the soul-force in women, and is considered masculine. However, many women psychoanalysts, including myself, have, through personal observation, come to refute the classical view and to assert instead that the revivifying source in women is not masculine and alien to her, but feminine and familiar.

Se proseguite con la lettura in questo link, vi accorgete che la stessa Pinkola Estés finisce per dare un valore importante alla rappresentazione dell’Animus come di una componente al maschile, ma la premessa che ho citato mi convinceva a suo tempo a dirmi: ok, si tratta solo di eliminare questo preconcetto per cui, nelle dicotomie dentro/fuori, dare/avere, la prima parte tocchi al femminile e la seconda al maschile. Anche la mia analista junghiana, che con me faceva quello che poteva, ammetteva che l’importante era distinguere questi fattori dell’animo umano: poi, che ciascuno traesse le conclusioni del caso sul “genere” dell’energia.

Se visitate le pagine junghiane su Facebook vedete però che è radicatissima l’idea della diversificazione per genere, che d’altronde era uno dei pilastri del maestro svizzero. Che rispetto a Freud, con cui com’è noto era uscito a pesci fetenti, non è stato edipicamente ammazzato a dovere dai suoi seguaci, anche perché, come padre, era per sua stessa ammissione piuttosto spurio: di solito si ammazza il patriarca, mica il figlio ribelle!

Pazienza se il ribelle aveva relazioni con le ex pazienti a transfert non proprio risoltissimo (ma lui non è che credesse tanto nel concetto…) e ha sfornato una delle scuse più belle mai lette in vita mia (purtroppo non trovo più la fonte) per avere un’amante fissa in una società monogama: Toni Wolff per lui era la donna-Anima, a non frequentarla le figlie gli sarebbero venute fuori con problemi mentali, per via del suo “maschile” represso. Viva il poliamore! Pacifico? Be’, non perdetevi le esternazioni della signora Jung (Emma) sulla figura dell’etera, peraltro teorizzata dalla stessa Toni come archetipo femminile: l’etera soffrirebbe per il fatto di non avere figli (Emma Jung, invece, ne aveva in abbondanza), ma ristora l’uomo in un modo che la madre non può uguagliare. Che paraculo ‘sto maschile, oh! Si organizza sempre tutto, “per natura”, in funzione sua.

Vabbe’, di stranezze rispetto ai miei anni junghiani ve ne posso raccontare a decine: la stessa analista junghiana di cui sopra si chiedeva cosa avessi fatto per attrarre ben quattro inseguimenti (tutti “al maschile”) durante il mio soggiorno a Parigi. Morelli sarebbe stato fiero del mio femminile! D’altronde, ricordo anche un autore di self-help che attribuiva gli annunci pubblicitari zeppi di seni e fianchi di donne come un omaggio all’Eterno femminino. Vabbe’, nell’ambito del self-help s’è fatta strage di teorie junghiane, mescolate a caso con le filosofie orientali.

Per tutto questo, mentre leggevo del trattamento subito da Michela Murgia, nello psichiatra italiano vedevo soprattutto una sorta di predicatore di una chiesa molto speciale, in cui avevo tentato di entrare anch’io. È un mondo a parte, che mentre prova a reinventarsi continua anche a dare per scontate e universali le norme che lo governano. Solo che, per una volta, un esponente di quel mondo si è sentito dire: “Ma de che?”.

Ecco, magari diciamolo più spesso.

 

 

portaaperta2 Nell’ultimo articolo vaneggiavo di controllo, del fatto che fosse impossibile controllare tutto.

È una delle regole d’oro della vita che fatico ad accettare. Ma va bene anche così. Ricordo quanto mi sentivo in colpa per non corrispondere all’amore di chi se ne meritasse tanto. Ora spero che nessuno si sia mai sentito in colpa per non aver corrisposto al mio.

O penso a quanto mi sentirò in colpa se, nonostante tutti i miei sforzi, i progetti di lavoro che comincio ora non vadano a buon fine. Non importa quanto sia imprevedibile l’esito, specie in tempi di crisi economica. Preferisco pensare di non star facendo bene le cose, che ammettere che il successo o l’insuccesso non dipenderanno del tutto da me.

Tra qualche articolo rivelerò urbi et orbi che il problema è aspettare e sperare che quanto accade fuori di noi ci riempia dentro, colmi il vuoto che ci porti a cercare approvazione e amore. Lo so, la vostra vita dopo questa ovvietà non sarà più la stessa.

In tutti i modi, forse quello che ci serve è un’assoluzione. Un’auto-assoluzione, visto che ho fatto l’errore di farmene una colpa. Per il fatto di essere umana. Di non essere la superdonna che avrei voluto, di non poter piacere a tutti, di non riuscire a fare bene tutto.

Temo che ne abbiate bisogno anche voi.

Ebbene, ho scoperto una cosa. È vero che l’autoassoluzione non arriva razionalmente, non è qualcosa che possiamo “procurarci”, come ci si procura un litro di latte. Ma la gabbia in cui ci siamo messi è autoprodotta, non importa a che età ce la siamo costruita. Prima non eravamo così. E allora è da sperare che da qualche parte ci siano tracce di questo prima. Quelle del mio ci sono, le riscontro spesso e volentieri. Per fortuna c’è una… voce di minoranza, in me, che sa quando smettere il lavoro per sopraggiunto sfinimento, o quando la speranza di cercare soluzioni diventa accanimento terapeutico. E se è sopravvissuta la mia, la vostra sarà in ottima forma!

Per evocarla, mi accorgo, il metodo è farle spazio. Lasciarle aperta una porta, aprirci noi alla possibilità che rientri, in modo che le barriere che abbiamo eretto tra noi e lei non si alzino subito. Non è qualcosa che controlliamo, ma succede, come quando le nostre pupille si dilatano o si contraggono a seconda della luce. Non è un riflesso di cui ci accorgiamo, ma meno male che c’è.

E accorgersi che sia così è un gran sollievo.

Perché, se dobbiamo imparare a lasciar andare il controllo, ad ammettere che non tutte le nostre sconfitte sono opera nostra, è confortante sapere che anche le cose belle che ci capitano, possano capitare a prescindere da noi.

Quindi basta martirizzarsi, cercare il perdono da altri, da altro.

C’è una parte di noi che è più che disposta ad assolverci, a farci vedere che quello che chiamiamo colpa è solo autenticità, il nostro sfuggire ai nostri stessi schemi mentali. Ed è più che disposta a riprendersi ciò che è suo, il ruolo nella nostra vita che le spetta.

Tutto quel che dobbiamo fare, sospetto ogni giorno di più, è farle spazio.

Lasciamole la porta aperta e lei saprà come tornare.

taroluna
Il titolo alternativo era “Lo zen e l’arte del pane e puparuole”. Poi ho pensato che fosse un titolo poco serio, per una che sta per annunciare, a chi non abbia di meglio da leggere, che il blog è tornato, ma un po’ cambierà.

Perché è cambiata, e molto, l’autrice.

L’oscuramento era dovuto proprio a questo, in fondo, all’oscura notte dell’anima, come direbbe San Juan de la Cruz, che poco dopo il trasloco alla “mia” casa, a un passo dalla realizzazione di tutto ciò che volessi, mi ha trascinato via con un colpo di vento tutto il castello di carte che avevo costruito su chi fossi e cosa volessi fare.

Perché erano tutte bugie.

Quante bugie ci raccontiamo, per paura di essere delusi? Quante volte ci diciamo che va bene lavorare male purché si lavori, tenersi questa relazione anche se non siamo più innamorati, uscire con gli stessi amici di sempre per non ammettere che ormai siamo cresciuti e parliamo lingue diverse?

Mentirsi è facile: basta spegnere il filo invisibile che collega gli occhi alla pancia, e non vedere più di cosa abbiamo bisogno.

Finché una carta del castello di menzogne crolla, e allora ci ritroviamo a bocca aperta davanti a un tavolo pieno di carte, sparse in disordine.

E quel tavolo è la nostra vita.

Possiamo alzarci e costruire altri castelli, dare un calcio al tavolo o cominciare a farci cose utili, tipo preparare la cena e riflettere davvero su ciò che vogliamo.

Cos’è che vuoi, davvero, in questo momento? Proprio adesso. A parte andare in bagno, e chiedermi indietro i due minuti passati a leggere sta cosa.

Io, per esempio, adesso lo so. E non sono tutte cose che mi piaccia volere. Troppi bisogni, troppe smentite all’assioma “mi basto da sola”. Ma è buono a sapersi, meglio che far finta di niente e pagare il conto tutto insieme.

C’è una carta, nei tarocchi, che è la Luna. Non La Luuunaaaa Neeeraaa, quella l’ho cercata anch’io, ma non c’era negli Arcani Maggiori. I tarocchi non raccontano il futuro, raccontano storie. Anche su di noi, se le vogliamo vedere.

E questa carta parla di un viaggio, illuminato da una luna enorme accompagnata da latrati di cani e chele di molluschi, con due torri in lontananza e molta, molta strada da fare.

Come notte non è poi così oscura, ma ti ci perdi lo stesso. Il tratto più difficile è quello in cui si è troppo lontani dalla partenza per tornare indietro, ma c’è ancora molta strada da fare per arrivare da qualsiasi parte.

È allora che bisogna ascoltare quel brontolio nello stomaco che per una volta non ci dice solo che è passato un po’ dall’ultima birra, dall’ultima sigaretta, dall’ultima chiamata a chi è stat@ capace solo di farci mangiare bile.

Per una volta ci dice che ne vale la pena.