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Risultati immagini per diddle invito Circola il post di una moglie arrabbiata perché suo marito sia stato invitato a una festa senza di lei.

Ai tempi della mia adolescenza, nelle feste tra amici si usava molto il “+1”: se invitavi qualcuno a una festa, dovevi includere anche la sua “dolce metà”. O tutto il pacchetto o niente. Erano una cosa sola. Sopra la busta dell’invito campeggiavano questi due segni aritmetici che, in qualche occasione, diventavano te.

“Questa saresti tu” mi spiegò infatti il mio primo ragazzo, mostrandomeli in occasione della prima festa insieme.

Non vi dico, coi diciottesimi al liceo, il casino per organizzare i regali. In classe mia si era stabilito che i +1 non sborsassero nessuna quota (davano la loro cinquemila lire all’amato bene, che pensava a sganciare i diecimila delle grandi occasioni). Magari, però, se t’invitava qualcuno di un’altra classe, scoprivi che per quei fighetti dalle mani bucate dovevate pagare entrambi…

Immaginatevi cosa succedeva per gli inviti in pizzeria, considerando che noi terroni siamo soliti offrire a tutta la comitiva!

Una volta, però, niente +1. Me lo ricordo ancora. Era proprio un compleanno in pizzeria, di uno che, come si suol dire, era più amico mio che del mio tipo. Che ci rimase molto male. Per lui, andare ovunque fossi io era un diritto, per il semplice fatto che lui senza di me non volesse andare da nessuna parte.

“Io senza tuo padre non volevo uscire proprio” ammetteva anche mia madre, non giovando molto alla causa.

Insomma, ero la strega che a 16 anni, 17, 18, pretendeva di fare cose da sola.

Aveva ragione, il mio ragazzo, sull’invito in pizzeria? No. Il +1 è cortesia, è consuetudine, mai obbligo. A non rispettarlo si mancava forse di delicatezza, ma si aveva tutto il diritto di non voler pagare due pizze, invece di una sola.

In fondo era malato il sistema alla base di queste questioni d’etichetta: considerarti una sola carne con la persona che ti accompagnava in quel momento.

Quando infatti, intorno ai 20, rinunciai a sta storia del “fidanzato” ufficiale, misi in crisi la mia comitiva: come dovevano considerare eventuali “amici” a cui mi accompagnassi? Nel dubbio, fecero quello che avevano sempre fatto: considerarmi un tutt’uno con loro. Invitarmi insieme a loro. E i ragazzi che mi piacevano mi stavano alla larga, non solo per indifferenza alle mie (in)discutibili grazie. Credo fosse apparso anche un +1, su qualche invito.

Perché vi racconto tutto questo pippone? Perché le regole di umana convivenza sono così complicate che forse, per stabilire chi faccia torto a chi, servono più fattori.

Succede in tutto: in amore come al volante (concedi la precedenza a un’auto che venga da destra, ma in controsenso?), passando per gli affitti a Barcellona (puoi rivendicare i cinque giorni di tempo previsti per pagare, se sei in subaffitto?).

Quando il sistema di fondo si basa su premesse sbagliate (possesso, controllo, arroganza, ingordigia… paura, insomma) stai entrando in un campo minato in cui “fare la cosa giusta” non è così semplice.

Forse uno dei fattori da considerare, in questo guazzabuglio, è l’onestà. Facciamo quello che ci pare, ma mettendolo in chiaro fin dall’inizio. E andiamo pure da soli ai compleanni, anche se il nostro appiccicoso partner non lo farebbe.

Lo so, non sempre capiranno. Avranno grandi difficoltà.

Ma non volevamo fare la rivoluzione?

No, volevamo solo “trovare pace”.

Embe’, per quella certe battaglie ci vogliono.

Risultati immagini per girella motta Ok, precisiamo meglio. La nostalgia la lascio a chi la sa nutrire meglio di me. Al posto delle girelle all’ora della merenda, questo post condivide riflessioni su un conflitto epocale. Lo so, meglio le girelle.

Il fatto è che perfino noi classe anni ’80, segnati da pubblicità come queste, facciamo i fighi con fratelli e nipoti nati negli anni ’90 e 2000, “colpevoli” di aver avuto internet da subito, di non aver mai riavvolto con la penna il nastro di una cassetta, di affrontare restrizioni meno rigide (e sessiste) nei loro spostamenti.

Scorrendo i lunghi testi evocativi di questa o quell’epoca, compresi i Noi che… recitati da Carlo Conti con voce nostalgica, devo constatare che oh, ogni generazione è convinta di essere la migliore.

Chi non ha avuto “la guerra” conta il numero di volte che ha alzato gli occhi, dopo l’11 settembre, ascoltando il rombo di un aereo. Chi ce l’ha avuta accusa “i giovani d’oggi” di non accontentarsi mai di niente, non avendo conosciuto i portenti della polvere di piselli.

Ho scovato un meme fantastico in cui i nati nei ’90 dichiaravano di aver ringraziato i genitori, a Natale, quando sotto l’albero trovavano “solo” la Playstation (!), mentre i classe 2000 riceverebbero decine di regali (tra cui capi di moda per uomo, orrore!1!11!), lamentandosi pure della loro scarsità.

Ovviamente la mia generazione potrebbe rispondere con gli ultimi meccano/Dolce Forno, rigorosamente divisi per sesso (temo siamo fieri anche di questo), e trovare la Playstation un lusso da fratelli minori. E mi sa che andando indietro nel tempo finiremmo alle foglie secche incartate, nel Natale neorealista dei Jackal.

Quindi la nostalgia ci sta tutta, rievocare la propria epoca vuol dire quasi sempre ricordare quando si era giovani, o giovanissimi. Lo capisco bene. È quello, che rimpiangiamo, piuttosto che i lettori CD che s’impallavano.

Però qualche figlio del dopoguerra arriva a scrivere che “la sua generazione ha fallito”, e che da quella dipendeva la vittoria della nostra. Tu chiamala se vuoi, megalomania.

Magari questi supernostalgici fanno parte della stessa élite culturale che resta ambigua sul problema dell’immigrazione, che tanti figli e nipoti, tra Erasmus, fuga di cervelli e compagni cinesi tra i banchi, sanno essere molto relativo, o lo sanno un po’ meglio. D’altronde, tanti di noi “cervelli in fuga” leggiamo perplessi di avversione alla fecondazione assistita, scorrendo i titoli dei giornali italiani in mense universitarie “decorate” da inviti a donare ovuli!

Insomma, se vogliamo farci due risate nostalgiche, fantastico.

Fermiamoci invece quando il nostro diventa il tentativo di liquidare con un “bah” (possibilmente con l’h alla fine) il mondo che cambia.

Perché non è che lamentandoci smetteremo di girare con lui, eh. Ne subiremo solo le conseguenze, senza neanche usare il minimo potere decisionale rimastoci per accomodarlo almeno un po’.

E la malinconia è un rifugio accogliente, ma è difficile trovare la strada del ritorno.

Si è sempre i vecchi tromboni di qualcuno.

romeo and juliet claire danesSto scrivendo un libro che non è sulla mia adolescenza, ma con quella ci deve fare i conti.

Un bravo scrittore di qui, Sergi Pàmies, sostiene che il romanzo sia come una moglie: te la ritrovi ogni volta che torni a casa, a romperti le scatole. Tralasciando la sfumatura un po’ sessista, è vero che sono da giorni immersa nei miei quindici anni, tanto che vi raccomando: se mi vedete con quei collarini neri simil-tatuaggio, la fila in mezzo e la pancia da fuori (soprattutto la pancia da fuori), sopprimetemi.

Il fatto è che a parte questi dettagli vorrei parlare di un’adolescenza che non fosse solo mia, in cui si possano riconoscere anche altri. Ed è stato molto triste apprendere che, intanto che io ricordavo gli infantili “Voglio morire!” scarabocchiati sul diario, qualcuno ha deciso di uscire dal libro e farlo davvero, buttandosi sotto un treno vero, nella stazione reale che infesta eterea, un po’ minaccia e un po’ promessa, i miei fogli A4.

Dove inizia il mio romanzo, è finita la vita di un ragazzo in carne e ossa.

Immagino che il dolore cieco e sublime sia stato appannaggio dei nostri nipoti e cugini più piccoli. Tra i miei coetanei, invece, serpeggiava una certa indignazione. Per le manifestazioni di lutto che dovevano pullulare in bacheche facebook che non visualizzavo, o per la morbosità che spingeva dei giovani quasi scampati all’adolescenza sui binari di chi invece aveva deciso di tagliare corto.

O forse perché noi siamo sopravvissuti.

Perdonate l’enfasi, ma dalla Polaroid sfuocata che diventa la vita in paese, quando la guardi da lontano, non posso fare a meno di pensare a quando gli adolescenti eravamo noi. E di trovare sbagliato fare ciò che rimproveravamo ai nostri genitori: razionalizzare senza mettersi nei panni altrui, ridurre a parole di biasimo ciò che è pura irrazionalità, sorpresa, tristezza, a volte delusione infinita.

La mia adolescenza è stata quella di tanti altri ragazzi in paese, che si sono ritrovati guarda caso in classe con gente i cui genitori facessero mestieri simili. Con qualche professore che credesse di fare la lotta di classe insultando figli di papà tredicenni e venerando le “sezioni peggiori”. In genere erano professori sgrammaticati, finiti in cattedra in modi strani. Non avevano guadato la fluida barriera dell’italiano, questo spartiacque che vuol dire tutto in una società che ha rinnegato se stessa per non arrivare mai a essere altro.

A parte la pressione sociale da liceo classico, coi voti finali esposti e tutti a guardare quelli dei figli altrui, a parte l’epilogo con le telefonate di condoglianze per un 100 mancato di poco, a parte gli alberi genealogici sciorinati al solo accenno di un cognome a me nuovo, la mia adolescenza è stata come tante, migliore di altre.

È stata la scoperta della vita fuori casa, coi suoi pericoli gonfiati ad arte per tenere le ragazze rinchiuse (non me, per fortuna). La scoperta della libertà, con Napoli che improvvisamente sembrava l’Eldorado anche se intravista da Piazza Garibaldi. Perfino la sorpresa della diversità, con l’orgoglio di ammettere che Axel Rose mi fa cagare e il poeta che preferisco non è Jim Morrison, anzi, se mi fate incazzare vi rivelo perfino che mi piace Leopardi.

Soprattutto, la scoperta della delusione. La delusione d’amore, ovviamente, che ti fa concludere che più uno fa il Kurt Cobain della situazione e più si sparerà a 27 anni, perlopiù metaforicamente, per mettersi una giacca e una cravatta e andare a lavorare nello studio del padre. E il disprezzo lenito dal tempo per compagni che abbracciano una volta per tutte il detto dei genitori: “Se sei martello, batti, se sei incudine, statti”. E si stanno sempre.

Spero che ora insegnino ai loro figli anche a essere martello, ogni tanto, quando serve.

Intanto, alla nostra adolescenza, in un modo o nell’altro, siamo sopravvissuti.

Con chi l’attraversa ancora potremmo essere più indulgenti.

Potremmo ricordarci di quando, senza permetterci il lusso secchione di adottare Anna Karenina, quel treno l’abbiamo guardato anche noi, pensando quasi quasi…

Io invece di buttarmici sotto ci sono salita sopra. E non è partito davvero che quando ho imparato anche a restare.

Ma questa è un’altra storia.

romualdoEbbene sì, non ve l’ho mai detto. Se lo ricorderà la mia compagna di banco delle medie, che è l’ex di Richard Gere.

Ai tempi la pedofilia non ci spaventava, perché ovviamente eravamo donne fatte. E prima ancora di chiamarci Mrs. Williams e Mrs. Owen, coi cognomi dei Take That (che all’epoca dovevano essere poligami), avevamo questa vita matrimoniale intensa con attori, cantanti e modelli, tra cui il principe di Fantaghirò.

Avevamo pure due figli, Kim e io: Eufrasia Fulgenzia Prassede e Taldegardo Sofronio Oroveso. Ma certo, i nomi mi erano venuti spontanei, buttati lì tipo Annuccia e Mimmo. Comunque eravamo molto felici.

Fino al giorno in cui…

Fino al giorno in cui incontrai sul serio Kim Rossi Stuart.

Mi ero intrufolata dietro le quinte del teatro, dopo uno spettacolo, al seguito di una compagnella particolarmente intraprendente. Se oggi mi ricordassero che stava vicino a Turi Ferro e non me l’ero cagato proprio, mi mangerei le mani. Ma vabbuo’, mi limito a ricordare che fui l’ultima a salutare il mio ormai ex idolo, e che nell’istante in cui mi guardò, cortese ma un po’ seccato, mi sorpresi sul serio perché non mi riconoscesse.

Cioè, razionalmente sapevo perfino io, che da adolescente ero fuori di melone, che Kim non fosse mio marito e non avessimo veramente due figli, specialmente con quei nomi. Ma che il personaggio su cui ricamavo ménage familiari fosse anche una persona che ignorasse la mia esistenza, ai tempi mi sorprese tanto, anche solo per un secondo.

Avrei dovuto tenere a mente la piccola lezione, perché ho passato un sacco di tempo a ricamare su cose mai esistite nella realtà, che alla prova dei fatti si rivelavano puri miraggi.

Fossero i famosi sogni che aiutano a vivere di Marzullo (già che stiamo in vena anni ’90, completo l’amarcord), la cosa avrebbe un senso.

Invece certi voli pindarici non fanno altro che rovinare l’esistenza reale, oppure ostacolare quello che davvero vogliamo ottenere.

La linea è sottile, lo so: avere bene in testa ciò che vorremmo non è affatto malaccio. Anzi, a volte è risolutivo quanto difficile da ottenere (vedi alla voce autoinganno). Ma agire, pensare, reagire come se fosse un prendere o lasciare, o succede quello che dico io o niente, è un bel guaio. Ci impedisce di vedere cosa abbiamo sul serio in quel momento, cosa possiamo fare per rendercelo più gradito e godercelo così com’è.

Che ne so, prendiamo a esempio uno che oggi è coetaneo del Kim di quando eravamo sposati: il mio ragazzo. Il problema è che se uno ha 25 anni adesso, e non nei primi anni ’90, ne ha quasi 10 in meno a me.

Io mi sentivo finalmente pronta per una relazione con uno che potesse anche essere più “maturo”, responsabile, diverso dai piccoli fiammiferai perlopiù coetanei che in genere mi porto a casa per offrire soccorso e sentirmi proprio figa.

Figuratevi se fossi rimasta ferma nel mio proposito: avrei detto “Su, su, piccolo, vai a giocare, ritorna quando avrai fatto lo sviluppo”. E invece ho provato ad aprirmi al dono che mi dava la vita in questo momento. A scoprirne la maturità inedita anche per certi miei coetanei non proprio entusiasti di crescere. Ad ammettere che sotto certi aspetti la bambina sono io, cioè diciamo che la mia crescita è avvenuta come la cottura delle mie tortillas, che vengono bruciate da un lato e crude dall’altro.

Allora, con buona pace di Kim, l’ho tradito con una persona reale e più giovane prima ancora di diventare ufficialmente milf.

E riconosco che le cose che attualmente mi possono affliggere hanno tutte a che vedere con aspettative che mi ero fatta in momenti in cui non ero proprio lucida: dov’è questo best-seller che deve cambiare la letteratura occidentale? Ancora non mi avete eletto Presidentessa del Mondo? E che fine ha fatto mia figlia, futuro Premio Nobel per la Fisica? A quest’ora dovrebbe avere già 10 anni!

Insomma, scherzi a parte: sapere cosa vogliamo è una fortuna. Pretenderlo, da noi stessi e dalla vita, è l’errore più grave che possiamo fare.

Così non vediamo cos’abbiamo davvero e perché dovremmo tenercelo come la cosa più cara al mondo.

Comunque a Carnevale qualcuno avrà in regalo un costume da Principe Romualdo: mi ci vedrete volar giù da una finestra, con quell’inguardabile pelliccia finta che fluttua nel vento.