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Image result for kit harington testament of youth Figurarsi essere donna! Ma oggi, a cento anni e un giorno dalla fine della Grande Guerra, vorrei spezzare una baionetta a favore di chi è ancora chiamato “in trincea” (ormai un non-luogo carico dei significati più bislacchi) in nome di una mascolinità che non esiste. E no, se non esiste non bisognerebbe inventarla, anche perché è tutta lì fuori, un copione da imparare a pappardella finché “i miei uomini”, amici parenti amanti e… Abdul, che è una categoria a parte, non arrivano a credere che sia la loro vera natura.

Ma io li ho visti, in crisi nera mentre cercavano lavoro. E da loro un po’ se li aspettano ancora, in famiglia, quei posti fissi che nessuno più ottiene, che le donne si vedono preclusi finché mantengono questo brutto vizio di essere quelle capaci di riprodursi. Cresciuti come me a latte e Nesquik, illusi per bene su uno stipendio da favola appena fuori dall’università (da quella giusta, però, che le materie umanistiche sono “per donne e figli di papà”), tanti di questi uomini mi sono sfilati davanti con le loro angosce, le borse di studio già assegnate in segreto, le notti insonni per concorsi truccati o inabissati dai ricorsi. Ho appreso con preoccupazione delle goccine per dormire, o in qualche caso della sveglia messa a mezzogiorno, giusto per mangiare, con genitori che “non facevano rumore” mentre il ragazzo studiava, oppure preparavano “il pacco da giù” mentre cambiava regione, stato, continente, magari per ritornare tre mesi dopo, con le pive nel sacco.

Tanti che conosco sono tra le creature più fragili che abbia mai visto, e magari è una questione loro: in fondo mi prendevano molto in giro su questo, sulla “Corte dei miracoli” che accoglievo alla mia mensa, quando ero ancora a Napoli, pronta a elargire le pizze fritte delle Figliole e i consigli che non avevo il coraggio di seguire io.

Ma no, non credo che questi uomini di cui parlo siano un caso isolato. Credo piuttosto che ripensare i sacrosanti e intoccabili ruoli che cercano ancora d’imporci a ogni costo libererebbe anche loro, nella stessa maniera contraddittoria con cui certe donne “di oggi”, secondo un’espressione della Mafai che non trovo più, vorrebbero tenersi sia l’emancipazione che il posto in tram.

Infatti alcuni pretendono ancora di valutarmi le tette, certi che altre loderanno la loro panza da birra (insicurezza, rassegnazione o de gustibus?), o vogliono insegnarmi a campare anche quando mi va meglio che a loro. Oppure rivendicano quella serie di privilegi mai esplicitati (il piatto più abbondante, morire senza mai stirarsi una camicia, essere chiamati eroi se passano un intero pomeriggio coi figli) che erano sempre stati parte del bottino che comportava avere un pene, e il nome del nonno, e l’accesso prioritario alla borsetta di mammà: al mio paese c’è una donna che ha rinunciato al liceo perché in casa c’erano soldi solo per il fratello svogliato, che adesso lavora come vigilante.

Come donna bianca, di classe media, e sotto la quarantina ancora per un po’, non riesco a pensare a creature più fragili di noi che credevamo senza dircelo, senza mai pensarci su davvero, di avere un qualche remoto diritto a essere felici a spese di qualcun altro.

Noi che credevamo.

 

 

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annoE no, non voglio rompervi le scatole con l’anniversario. Gli anniversari sono numeri, ti ricordano solo cosa è successo e perché.

Ma due parole vorrei scriverle, a un anno dall’inizio della crisi più lunga e triste della mia vita (la peggiore, se non mi avesse già trovata preparata). Proprio perché il brutto degli anniversari, e il bello, è che ti fanno misurare le cose. Il percorso che hai fatto, per esempio. Quanti chilometri e notti insonni hai camminato da qui a là. Quante persone hai incontrato, intanto, per strada, quante buone.

Gli anniversari brutti servono a dirti se ne è valsa la pena, di muoversi da quel momento di dolore perfetto, se a sporcarlo col brutto vizio di tirare avanti abbiamo avuto una buona idea.

E, spoiler: claro que sí. Abbiamo avuto un’ottima idea.

Per questo vi scrivo.

Per questo vi dico, con la sola forza della mia voce, con nessun’altra autorevolezza che la mia: se c’è qualcosa della vostra vita che volete cambiare, che sentite non vada, non aspettate la tranvata. Non aspettate di essere mollati per qualcuno che credano di amare di più (in realtà, che credano di amare), non aspettate che vi convochino insieme ai colleghi e vi licenzino in tronco perché “la gestione gli è sfuggita di mano”. Agite. La gente aspetta di naufragare, per agire.

Voi non fatelo. Agite e basta.

Scoprirete che, in molti casi, nella crisi vi ci siete infilati voi. Che ci sono cose che non potevate impedire in nessun modo (un amore mai nato, la morte di una persona cara), ma potevate evitarvi la deriva che le ha precedute, o seguite.

E se vi chiedete quanto tempo ci metterete, se vi conviene, in fondo, lasciare una tristezza statica per un incerto futuro di lavoro solitario (perché certe cose, nonostante l’appoggio altrui, si fanno in gran parte da soli), allora vi dico che, anche quando c’è molta strada da fare, un anno già cambia tutto.

Un anno dopo le persone, le cose, gli eventi che hanno causato tanta distruzione è come se non contassero più, di per sé, avete presente? Quando vedete un ex e vi dite “veramente mi ha fatto patire tanto?”. O la scuola delle suore e… “veramente avevo paura di quelle tappette baffute?”. No, il minimo comune denominatore siete sempre stati voi.

Un anno è abbastanza per smettere di farvi danni e cominciare a esserlo davvero. A essere voi, dico.

E a scoprire che abbiamo un bel criticare gli altri, specie quelli che ci fanno paura, ma il fatto che “piangiamo nella stessa lingua” è il più vero dei luoghi comuni, insieme al fatto che nella stessa lingua ridiamo pure.

Per me è l’empatia, il regalo più bello di quest’anno, un regalo che di anni così ne vale due (si scherza, eh, per gli dei in ascolto), che mi fa dire che non sono mai stata così bene con me stessa, e con gli altri.

Mai così sola, e mai così insieme.