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Da bimboinviaggio.com

Non è necessario cominciare col botto, eh. Rilassatevi, mangiate la fetta di pizza avanzata da ieri a pranzo e preparatevi con serenità al primo giorno dell’anno.

Il 2017 mi ha ricordato proprio questo: dietro ogni brindisi ci sono ore di lavoro in silenzio, con risultati spesso modesti, quasi mai spettacolari.

Ore passate su un foglio Word a cercare di raccontare cosa ti stia succedendo, mentre il mondo intorno sembra essere impazzito. Ore passate a preparare lezioni che credevi poche e invece non finiscono più, e magari l’idea era tenerle su altri argomenti, e in un’aula universitaria. Ma il gioco ormai funziona così: tu ti laurei, ti specializzi, e poi fai tutt’altro, e ringrazi pure che ci sei riuscita.

A volte sì che è un momento, invece: una notizia improvvisa e l’eterna scoperta, una volta di più, che sulla tua vita hai un controllo minimo, per quanto ti sbatta a lavorare e brindare. Se uno proclama l’indipendenza e vola in Belgio, poi sei tu a non vendere casa. Se ti rubano il portafogli a inizio vacanza, la vacanza cambierà. Ci sono cose che di solito si fanno in due, finché non scopri di essere rimasta sola, e ti arrangi.

Insomma, questo botto d’anno nuovo è apotropaico ma fuorviante, se si fa “perché lo fanno tutti”.

E se c’è un proposito da portare avanti nei prossimi 365 giorni mi sembra questo: smettere di fare le cose perché “così si è sempre fatto”.

Ci riusciremo?

Ce lo diciamo tra un anno.

Buon 2018!

 

 

 

 

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  1. Non importa quanti anni io abbia, in paese funziono come i vecchietti del film Risvegli. Ho sempre la stessa età di quando sono partita: 22 anni. Perché non faccio la vita sociale di una ventenne? Semplice: a vent’anni non ne avevo una! Il problema è quando mi metto a dire cose tipo: “Carino, il ragazzo del bar! Come mai non lo conoscevo?”. E poi, facendo due calcoli, scopro che potrebbe essere mio figlio.
  2. VeramÈnte! Hai voglia a barcamenarti tra l’accento spagnolo e l’italiano regionale, epurato da un vecchio corso di dizione… Quando c’è da cantare insieme al coro della parrocchia, sgamato in azione durante una passeggiata, le mie “e” aperte ritornano bassoliniane.
  3. Davanti a qualche vecchio cancello mi giro ancora guardinga, presagendo minacce ormai inesistenti. Probabilmente mi ricordo d’istinto di qualche antico cane ‘e canciello, figura mitologica metà loppide e metà fauci spalancate. Requie e pace, vecchio mio. Insegna agli angeli a latrare con gli stessi decibel di un allarme antifurto.
  4. Nun me piace, ‘o presepio. Niente, le tradizioni natalizie continuo a schifarle non poco. Fortuna che, per sopraggiunta anzianità dei “piccoli” di famiglia, non dobbiamo più seguirle come un tempo. Per esempio, i dessert mi sono sempre piaciuti morbidi e cioccolatosi (canditi o uvetta no, grazie), mentre i dolci di Natale che compra papà possono essere usati come corpo contundente per i ladri di capitoni (e questi ultimi, fosse per me, potrebbero campare cent’anni).
  5. Mi piace il paesello! (Che poi in fondo è un paesone). Non sono cieca, mi rendo conto che cambia, perfino in meglio. Ci sono portici, giardinetti, bar carini. Una coppia gay può addirittura passeggiare per il corso e tornare a casa con tutte le articolazioni a posto. C’è pure un commerciante pakistano che mi vende le spezie e il riso che piacciono a me, meravigliandosi del fatto che li conosca. Anche la mia vecchia chiesa si è data la ripulita del “Tutto cambia perché niente cambi”, portata da questo papa porteño che qui piace tanto. Ma i bambini del coro sembrano divertirsi un sacco, a cantare Tu scendi dalle stelle col berretto di Babbo Natale.
  6. Non sono la sola! Neanche i miei parenti conoscono tutte le strade del paese. Ok, nel mio caso è proprio ignoranza, mentre nel loro, magari, via Cavour è meglio nota come “addo’ sta ‘a baccalaiola”. Bel contrappasso per Cavour! Resta il fatto che a volte, per indicarmi una via precisa (il civico continua a essere pleonastico) devono cercarla su Google, come i comuni mortali. Non era possibile, che sapessero anche quelle stradine minuscole intorno al corso, col marciapiede ridotto a una base per i pali della luce. A proposito…
  7. Non riesco a camminare! Il suolo barcellonese sarà spesso monotono, ma in genere è comodissimo. In paese, qualunque paio di stivali indossi, rischio sempre di sbattere a terra come gli “amichetti del mare” che mi venivano a trovare con le scarpe buone. Ormai. per passare tra la barriera di auto e i marciapiedi ristretti di cui sopra, mi puntello contro il palo della luce in un accenno di lap-dance, che dicono mi riesca piuttosto bene.
  8. Ricordi! Si rivelano ancora più invadenti dei simpatici insettini neri nella mia dispensa barcellonese. Eventi di 8 anni fa mi sembrano risalire all’altro ieri. Ripenso all’improvviso a interrogazioni di grammatica sostenute con gente che adesso porta i figli a scuola. E che fine ha fatto quel vestito Phard per cui ho fatto la dieta un anno, pur d’indossarlo l’estate seguente? … Ovvio che mi starebbe ancora bene, malpensanti!
  9. Non sono più arrabbiata. Quando temevo di non partire mai, vivevo ogni cosa come una gabbia. Maledicevo chi non capisse che a 16 anni volessi uscire anche senza la scorta perenne del mio ragazzo (poi dicono il “mondo arabo”). Sorridevo avvelenata a chi mi offriva ridendo il suo casco, quando ero l’unica in auto con la cintura di sicurezza. E scherzavo sarcastica sull’ammore segreto che, piuttosto che finire con me, mi avrebbe piantata davanti all’altare, scappando col testimone gay. Adesso li guardo tutti con un sorriso indulgente, lo stesso che mi riservo specchiandomi, e mi dico che, anche a distanza, ne abbiamo passate delle belle. E ancora ne passeremo. Se no cosa avremmo da raccontarci, al prossimo struscio di Natale? Ma il prosecchino per brindare proprio no, mi ubriaco subito. Infatti, per chiudere in bellezza, bisogna ammettere che…
  10. Certe cose non cambiano mai. Tipo le figure di merda.

649df3b915237269533bdf2c928ca551  … O almeno spero!

Perché l’ultimo dell’anno ci invade una tale valanga di buoni propositi altrui, tra social e discorsi ubriachi a tavola, che quando andiamo a fare la prima pipì del primo gennaio ci passa davanti agli occhi tutto l’anno nuovo, come la nostra vita quando zia Drusilla ci taglia la quarta fetta di panettone, e ci diciamo: “Ua’, c’è da fare!”.

Ma io, che trascorro il 31 come una nonnetta e il giorno dopo sono già attiva alle 9 (si vede che non ho consegnato tutte le tesine del master?), in effetti non ho la salvifica incoscienza che accompagna i miei amici devastati, fino all’ora di rimettersi a tavola e affogare le loro inquietudini in altro alcool.

No, a me l’anno nuovo si presentava così, questo primo di gennaio: come un’enorme stanza piena di cianfrusaglie da mettere in ordine. Meglio degli anni che mi sono apparsi come una gigantesca casa vuota da arredare da cima a fondo (lo so, volete chiedermi cosa metta mio padre nello spumante).

Ma subito dopo il Mammarocarmene della prima impressione, mi sono fatta la domanda chiave:

– Ok, quest’anno devo vincere il Nobel per la Letteratura, guadagnarmi una cattedra a Harvard e mettere al mondo due gemelli. Ma oggi, che devo fare?

Risposta: pubblicare il post di Capodanno e rivedere la tesina.

E basta. Impegnativi per un giorno festivo, specie una tesina scritta in uno spagnolo che se la gioca con quello di Raffaella Carrà. Ma niente di trascendentale, su.

Passo dopo passo. Little by little. (A) poc a poc.

Basta fare i compiti ogni giorno. Anzi, dopo quelli viene ancora più voglia di lavorare.

Infatti ho sferruzzato per tre ore (davanti a terribili programmi TV seguiti da mia madre), ho abbozzato un inizio di romanzo, evidente parto mostruoso delle pizze avanzate il giorno prima, e mi sono fatta una mefitica maschera di argilla, prontamente rifiutata dai familiari invitati a “favorire”. Me ne sono pure messa troppa sulle labbra, finendo per fare indigestione di Olio di Tea Tree.

L’importante è aver fatto quello che dovevo, quei due compitini di cui sopra. È un segreto così scontato e facile da dimenticare, quello di dividere un progetto in tanti passaggi brevi…

O anche, per procrastinatori cronici, fare solo cinque minuti al giorno, ogni giorno, di quello che non ci va di fare, e aumentare gradualmente il tempo.

Non mettiamocelo solo in bacheca, il meme con la strada e la frase di Martin Luther King (e invece è Lao-Tzu): “Anche un viaggio di mille miglia inizia con un passo”.

E l’ultimo che arriva passa Capodanno con me.

mandala  Sì, sono sempre io, la sferruzzatrice folle. Quella che passa le giornate di fine anno a scrivere una cosa che si chiama “El fracaso del duelo: anti-monumentos de la Primera Guerra Mundial (Virginia Woolf y Käthe Kollwitz, 1922 – 1939)”. E la sera bestemmia appresso all’ineffabilità della maglia bassa all’uncinetto. Per non parlare di quella bassissima: che mi prendi per il culo?

In ogni caso, sferruzzando sferruzzando (i ferri mi riescono meglio), ho imparato quello che decine di anni di cantonate ed errori orgogliosamente ripetuti, in caso la prima volta non avessi afferrato il concetto, non mi hanno inculcato: la già menzionata e ancor più ineffabile arte di lasciar andare.

Pure le cose belle, come per il mandala tibetano. Specialmente quelle, quando è ora.

Me lo prefiggo come proposito di inizio anno, e mi permetto di suggerirlo anche a voi.

Perché, immaginatevi la scena: sto sferruzzando da almeno tre film (io lavoro a maglia la sera, davanti al pc, così se non mi piace la trama sullo schermo mi consolo con quella della sciarpa). Quando ormai la mia creazione si è fatta così lunga da coprire tutti gli spifferi di casa mia (e non basta tutta la lana del mondo), mi accorgo che un centinaio di ferri fa ho fatto uno di quegli errori irrimediabili che, pure a ripassare tutti i tutorial sulle soluzioni facili, condanna per sempre il resto del lavoro a essere una ciofeca.

Che faccio? Disfo. Tutto.

Ma se sta sciarpa, mi sussurra la voce della coscienza, si è sciroppata almeno due film nuovi di Woody Allen!

A maggior ragione. Disfo. Quando non c’è niente da fare per migliorare una situazione, uscirne è la via più pratica. Ed è quasi sempre possibile.

No, poi non è come se non l’avessi mai fatta, la mia sciarpa fallita. Innanzitutto, il gomitolo è diventato una matassa inestricabile, che mi fa rimpiangere di non avere il cugino sfigato a reggermelo con le mani disposte a telaio, come nelle migliori commedie anni ’80. Non è che abbandonando una brutta cosa ti rifai una verginità laniera!

Ma vuoi mettere l’esperienza? Il punto a grana di riso non ha più segreti, per me. Semplicemente, l’ho applicato allo schema sbagliato. Anzi, quando si è inceppato il meccanismo dovevo essere persa nell’unica scena decente della quarta stagione di Homeland. Mai distrarsi, nella vita. Il conto arriva troppo tardi per risputare la bottiglia di fiele ordinata come antipasto. Ok, dimenticate l’ultima frase, che state ancora digerendo il cenone.

E davvero, se non avete idea di cosa significhi disfare una sciarpa ormai avviata, pensate all’ultimo piatto costatovi un giorno in cucina, che avete dovuto buttare ai piccioni. O al pc che si mangia l’articolo che dovevate mandare entro il 31 dicembre, a cui avete sacrificato svariate partite a rubamazzetto (ecco, adesso mi viene la paranoia, vado a controllare se ho salvato El fracaso ecc.).

Pensate a quando state portando avanti una qualsiasi situazione che ormai è tutta sbagliata, ma “avete lavorato troppo tempo” per disfarvene. Così proseguite infelici nel vostro errore, il tempo aumenta e non avete il coraggio di liberarvene mai.

No, no, dite al Dalai Lama che i suoi mandala mi fanno un baffo: si mettesse a fare sciarpe!

Abbiate il coraggio di produrre cose belle e lasciarle andare, quando sono ormai fritte.

È l’unico modo di farne ancora più belle con l’esperienza accumulata.

Io per esempio ho fatto una sciarpetta a punto inglese che è la fine del mondo.

Ok, mi è caduto qualche punto per la via, ma quasi non si nota. Giuro.

Auguri.

 

The-Hunger-Games-Mockingjay-–-Part-1-Jennifer-Lawrence-9Un anno fa, di questi tempi, mi svegliavo verso le 5 del mattino e avevo due possibilità:

a) piangere fino a cadere addormentata per sfinimento;

b) alzarmi, farmi una tisana e leggere The Hunger Games finché non mi si chiudessero gli occhi.

Riuscivo solo con The Hunger Games, quasi a rifarmi un’adolescenza che mi aveva insegnato poco.

Capirete ora che non ho bisogno di essere reduce da un tremendo naufragio, di quelli che osserviamo impotenti alla TV, per dire che quest’anno per me è una rinascita, una seconda opportunità. E voi non avete bisogno di conoscere The Hunger Games a memoria, per pensare altrettanto.

In un altro post dicevamo che il più grande grattacapo, quando decidiamo di cambiare pagina, sono gli errori del passato.

Le nostre scelte infatti ci vincolano, ci costruiscono, il fatto che improvvisamente le troviamo sbagliate non significa che le possiamo cancellare.

Ma se quest’ anno lo passassimo bene fin dall’inizio?

Per me possiamo farlo, se…

Se ammettiamo che spesso recitiamo una parte, da cui non sappiamo più sganciarci.

Se ce ne sganciamo.

Se abbiamo il coraggio di dirci cosa vogliamo davvero.

Se abbiamo il coraggio di ammettere che potremmo non ottenerlo.

Se abbiamo il coraggio di provarci lo stesso.

Insomma, immaginatevi l’anno perfetto che perfetto non sarà,  perché, come sempre, ci si metteranno tre fattori: noi, gli altri e il caso.

Ma immaginate che almeno uno dei tre fattori, il “noi”, funzioni bene. Che abbia imparato la cosa fondamentale: seguire la corrente.

Attraversare la vita più che cercare di forzarla, finendone attraversati. Sfidare i venti contrari senza pretendere di cambiare la corrente.

Non so, secondo me una cosa così potrebbe fare meraviglie.

Quindi, pazienza e olio di gomito e che sia un anno “perfetto” nel senso umano di perfezione.

Un anno passato a essere interamente noi stessi, esattamente come sappiamo fare.

Vedrete che basta questo.

Oreste– Ma veramente sai tutto il testo? – la ciaccara si stacca un momento dal gruppo che intona con Oreste ‘O tiempo se ne va.

Le sorrido:

– È il riassunto della mia vita.

Ho chiuso l’anno in bellezza col Piricioccola Show, “rilettura in chiave Rock, Punk, Surf, Afro-Beat, Cubana, Brazil, Dance, Electro del repertorio neomelodico napoletano e trash italiano a sfondo metaforico-sessuale”. E mi pare giusto dedicargli il primo pensiero del 2013, per la serie “il buon anno si vede dal mattino”.

D’altronde, voglio dire, al primo spettacolo, 7 anni fa al Jarmusch, io c’ero. Presi apposta l’aereo da Manchester.

E c’ero pure alla prima trasferta, a Roma. Allora l’aereo lo presi da Barcellona.

So’ soddisfazioni.

Quindi, da brava crupie, ieri all’Officina del Seggio, prima di strafogare, mi toccavano Oreste, Braccione, Costantino, Luciano, e una vrangata di niu entris che non conoscevo. Come un grande Michele Picone, vestito da ricuttaro (piacere, Miche’, scusa ‘a cunferenza), che al ritorno dal bagno si mette a ballare sul tavolo. E quello che suonava sto tamburello, che per esempio potevano pure presentarmi. Per esempio.

Ma come già annunciato su feisbucc c’era una guest star, nel firmamento degli artisti storpiati in salsa cubana: direttamente da Gomorra, comincia per A e finisce per O… Insomma, dopo avermene mandata, che a mezz’ora dall’inizio annunciato (15.15) stavano ancora a fare le prove, al ritorno mi hanno fatto trovare Alessio, featuring OMD, A-Ha, e nun m’arrecordo cchiù, perché ero intenta a mangiarmi il limone intero della Coca Cola senza che nessuno mi notasse.

Ma tanto, tutti gli occhi erano per il bel cantante, che a un certo punto mi deve guardare per ricordarsi il testo del Parco dell’amore. L’importante è che il Medley di Gigione/Jo Donatello sia stato servito completo di carcioffola e gelatino. Il nostro pensiero va a tutta quella gente che soffre e combatte quotidianamente per la libertà.

Il Nord era già stato omaggiato con le sue sbarbine, che noi non siamo razzisti, e tra una citazione e l’altra i nostri riescono a scassare un piatto della batteria.

Ma il coro di ciaccare de La Piricioccola, dov’è finito? Non possiamo accettare questa chiusura, e allora all’umanità invochiamo gli Squallor di cui sopra. Che tardano un po’ per il semplice motivo che la band di sfasulati aveva già sciarmato.

Si chiude con un dramma domestico pari a quelli che ci aspettavano a tavola, tra ‘nzalata ‘e rinforzo e il capitone astipato da Natale. Non prima che i nostri artisti, da brave personcine laureate in Lettere, ci facciano notare che Lorenzo il Magnifico, tamarro fiorentino d’altri tempi, l’aveva detto qualche anno prima degli Squallor: “chi vuol esser lieto sia/del doman non v’è certezza“.

E in effetti la mia giovinezza s’è fuggita tuttavia tra questi vichi di Aversa, e lo rivendico con orgoglio.

Vi aspetto a Barcellona, ciaccari.

(qua ci provo anch’io)