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Llega al mercado «La rosa de Versalles» el manga en el que se basaba la  famosa serie de animación «Lady Oscar» – SALA DE PELIGRO

Arieccoci! Nell’ultimo episodio abbiamo assodato che sono Claudia Schiffer con la simpatia di Jennifer Lawrence. Adesso, per spiegare perché la ragazza fica sia una risposta comprensibile ma sbagliata al maschilismo, vi racconto della volta che mi misi la cravatta.

Ero l’unica donna di un’associazione culturale, in un paesone vicino al mio. Ero finita lì per un motivo nobilissimo e disinteressato: mi piaceva il tizio che mi aveva inserita. Anche se sembrava poco disposto a fa’ carte. Vabbè, intanto mi ero affezionata agli altri, che però non sapevano come trattarmi: ero femminista dichiarata, cioè, non mi mettevo scuorno. E allora? Un pomeriggio che organizzavamo una pizza, uno dei membri dell’associazione mi annunciò che stavolta, in pizzeria, “mi avrebbe trattata come una donna”. Fino a quel momento mi aveva dedicato un misto di cameratismo e curiosità. Per l’occasione, mi fregai la cravatta buona di papà e la indossai su una minigonna, completando il look con degli stivali. Sì, scusate, avevo vent’anni, e poi volevo sfottere questo qui. Che appena mi vide mi scoccò due baci e cominciò a omaggiarmi di una gentilezza diversa, che includeva addirittura qualche casto complimento. Ricambiai con un baciamano. Cominciai a sospettare che la distinzione di genere fosse come una radiolina a transistor: ti sintonizzavi su “uomo”, o su “donna”, ed era sempre la solita musica. Ma era più difficile trovare la mia frequenza, che un caro amico definiva scherzosamente come: “non-uomo”.

Adesso, a me di quell’associazione non piaceva solo il tizio che non mi cacava proprio. Mi piaceva un aspetto importante: potermi rapportare con delle persone che avessero le mie stesse aspirazioni politiche, ma senza adottare fin da subito quella manfrina, semiobbligatoria per le donne, di doversi “dare un contegno”. Per la mia personalità frenetica, la forma di protezione che offriva il “contegno” mi stava così stretta, che all’inizio ne vedevo solo gli svantaggi. Anche perché i vantaggi si riducevano a uno solo, benché importante: gli uomini non ti sfracellavano troppo le gonadi. Spesso, tuttavia, il contegno in questione veniva scambiato per presunzione, o per il classico “tirarsela”: credetemi, il più delle volte è paura di sbagliare in situazioni in cui l’eventualità è altissima. Dai troppa confidenza, e quello che ti sta gentilmente riaccompagnando a casa si fa strane idee, con conseguenze imprevedibili. Ne dai poca e, appunto, te la tiri. A ogni buon conto, le fanciulle del paese dove si trovava l’associazione si mettevano ‘sti occhiali da sole che sembravano piste d’atterraggio, e con quelli riuscivano a camminare senza scomporsi tra idioti che urlavano loro la qualunque: roba che in confronto, nella mia cittadina non proprio all’avanguardia, eravamo tutti reduci da un comizio di Angela Davis. Io a volte mi fermavo a “pigliare questione”, cioè a litigare di brutto con i molestatori, ed ero più, ehm, eclettica nel look, come avrete intuito. A volte, nelle collaborazioni con altre associazioni, mi incocciavo perfino con ragazze che erano simili a me, però magari guardavano storto uno che desse loro la precedenza alla porta (io mi limitavo al balletto sulla soglia, poi, se l’altro rifiutava, passavo).

Come dicevo, questo territorio ibrido in cui mi trovavo mi dava il vantaggio di non dover stemperare una parte di me. Tuttavia, prima o poi è inevitabile scoprire che fare la ragazza fica comporta un sacco di svantaggi. Questo libro, ad esempio, ne riporta un bel po’. Nel mio caso, il problema principale era la rinuncia al diritto di veto. Che era come un diritto di voto, ma al contrario. Le ragazze che si fidanzavano con i miei compagni di associazione si presentavano due o tre volte agli incontri, annusavano la situazione, poi sparivano. Allora venivano usate come scusa da questo o quel compagno per non “fare serata” con noi: a quel punto, la loro presunta intransigenza nell’accaparrarsi tutta l’attenzione del fidanzato le trasformava in creature strane e capricciose, da “tenere a bada”. Sembrava che l’intero rapporto dei miei compagni con loro fosse basato su questo: tenerle a bada, visto che capirle era una missione impossibile. Erano esseri lontani e profumati e ineffabili, che non erano fatti per restare “nel nostro ambiente”. Mica erano come me, mi sentivo ripetere. Mi sentivo anche confessare che era stato necessario difendermi da “certi commenti” di collaboratori esterni all’associazione. Fortuna che, tra questi ultimi, uno non me la mandava a dire: “Io glielo ripeto sempre, ai ragazzi: voi una femmina tenete, là dentro, ed è così! Ehi, ma mica ti sei offesa, per caso?”. Era “un ragazzo dolcissimo”, mi assicuravano gli altri: a volte diceva cose un po’ particolari, ma poi era il primo a pentirsene. Ah, beh, allora. Allora, tutt’a un tratto, mi sembrava di capire le altre ragazze che si auto-recludevano, o almeno intuivo finalmente perché lo facessero.

Loro mi sembravano aver scelto la sponda opposta alla mia, nell’aut aut tra “femmina” e non-uomo: si chiudevano in un mondo in cui i loro passi erano letteralmente limitati (io ero l’unica che usasse l’auto anche di sera, per più di un motivo), ma in cui, “almeno”, venivano rispettate. Se ti metti da sola nel “recinto delle ragazze”, come lo chiama Vichi di Casapound, nessuno ti tocca.

Dai, mi fermo qui. In questa situazione fantastica in cui i compagnelli miei potevano spostarsi a piacimento, dire ciò che volevano e sintonizzarsi sulle donne a onde alterne, mentre le ragazze o stavano nel recinto dell’alterità o diventavano non-uomini: acquisivano cioè tutti gli oneri degli uomini, senza averne anche gli onori.

Riusciranno le nostre eroine a trovare una loro dimensione, invece di confrontarsi al di qua e al di là di una staccionata?

Lo scopriremo nell’ultima puntata!

associazionismoMi sta venendo un sospetto sui progetti a lungo termine. Di qualsiasi tipo. Di lavoro, d’amore. Soprattutto, forse, di quelli che facciamo nel nostro tempo libero e non sono costanti: associazione di volontariato, giornalino amatoriale, circolo di amici che si incontrino per uno scopo comune, dalla partita di bridge alla birra ogni tanto.

Credo che la chiave perché funzionino e si mantengano sia accettare che il progetto iniziale si modificherà, prima o poi, e va bene così. 

Perché cambieranno le persone che ne fanno parte e le circostanze che l’accompagnano.

Prendiamo un’associazione politica, o di volontariato. Capita che nel corso del tempo alcune persone la lascino, o perché vanno altrove, o perché non hanno più tempo o interesse, o, come spesso capita, per dissidi con altri membri.

Allora, se tutto va bene, arrivano nuove forze, nuove persone, che non erano presenti al momento della fondazione e non possono condividere in toto il progetto iniziale. Se tutto va bene, l’incorporazione avviene senza troppe scosse. Spesso, però, i fondatori cominciano a nicchiare, a brontolare, a volte a litigare. Parlano di una fantomatica età dell’oro, mai esistita, in cui sembrava avessero fondato Greenpeace, della situazione attuale dicono “Non era quello che mi aspettavo”, e in nome dell’idea astratta che si erano fatti del progetto ne boicottano gli inevitabili cambiamenti.

Questo capita anche a livello individuale, ovviamente: mettere fine a una storia perché “la mia idea” era che avessi le farfalle nello stomaco ogni volta che ti vedo. Potrà funzionare i primi mesi, ma ce li vedete i vostri nonni a vivere cinquant’anni di matrimonio con le farfalle nello stomaco ogni giorno? È ovvio che le cose cambiano, senza per forza doverlo fare in peggio: si attraversano varie fasi, l’attrazione è molto forte all’inizio, si consolida, magari sparisce per un po’, a volte ritorna…

Succede così anche in un qualsiasi collettivo, che non ci pare, ma a volte fa un po’ storia d’amore, o così sembra dai litigi che ne accompagnano la vita: “divorzi” improvvisi, porte che sbattono, malelingue incrociate, “ma cosa va dicendo, di noi?”. Perché sotto c’è rancore, frustrazione, la delusione per non aver visto i propri bisogni colmati dalla realizzazione di quello che volevamo.

E invece siamo noi a boicottare il tutto. Noi, con la nostra pretesa di vedere realizzate esattamente le nostre aspettative.

Perché i sogni, le idee, i progetti, sono creature vive, specie quelli condivisi: si passano agli altri perché li nutrano esattamente quanto noi, e il loro sviluppo non dipende da noi così come non dipende del tutto da noi che nostro figlio venga su come vorremmo: se scarichiamo su di lui i nostri sogni frustrati inganniamo lui, ci inganniamo noi e il risultato sarà un disastro (e quante volte capita, questo, in un’associazione)

Allora, lascio che i miei progetti, al momento di condividerli, diventino nostri. Col rischio di non riconoscerli più come miei, ogni tanto. In questo caso, niente di più sbagliato che sbattere la porta, gridare ai compagni “non vi riconosco più” e poi stupirci del fatto che, quando ci decidiamo a tornare indietro, non li riconosciamo più davvero. Dov’eravamo, noi, quando si era presa quella decisione così contraria ai nostri principi? Perché ci meraviglia che sia stato fatto, se non eravamo lì a opporci?

Vivere con gli altri è sempre una sfida, per la parte di sacrificio dell’ego che comporta. Bisogna trovare il giusto equilibrio tra annullarsi e imporsi, ed è difficile perché non ci riusciamo neanche con noi stessi.

Io cerco di attenermi a queste due regole, quantomai fluide: accettare il cambiamento e restare lì anche quando le cose non vanno come vorrei. Resistere ancora un po’, invece di vivere nell’ambiguità dentro-fuori che porta solo disagi a me e agli altri.

Speriamo di star bene, tutti insieme, prima o poi.