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cioccolato_5Lo so, che dopo aver letto l’ultimo post non avete dormito, chiedendovi in che senso ci serva complicarci la vita non fiutando i pericoli nell’attimo necessario. E come evitare questo errore.

Che vuol dire, che non ricordavate neanche di che parlasse l’ultimo post? Ma di tutti quei guai che ci risucchiano tempo ed energie e che potremmo evitare con un pizzico di attenzione in più.

Il tipo manipolatore che mi aggiunge a facebook di stramacchio, per esempio. Forte di un botta e risposta con me davanti allo scarno buffet di una conferenza, prima mi aggancia proponendomi un caffè e, dopo che il “quando sono più libera” raggiunge il primo compleanno come S.B. (Scusa Banale, di quelle che in realtà significano “evapora”), mi mette sto commento distruttivo a un link che con lui non c’entra niente. E qui come si diceva provvidenzialmente lo ignoro (e perculo con un like), ma rifletto anche un po’.

A un manipolatore serve una vittima e a una vittima serve un manipolatore. Il tizio del commento l’aveva subodorato, che potessi essere adatta alla bisogna, solo che con me ha sbagliato epoca, perché ho già dato.

A me qualche tempo fa pareva servire una cosa ancora più diabolica: stare con uno che non mi volesse, per dimostrare a me stessa di essere degna di amore. Evidentemente, l’ho fatto perché da sola non riuscivo a dimostrarmelo e dovevo per forza assoldare questo assassino seriale di gioia di vivere. Pratico, no?

Infatti, precisiamo: non è che ci serva proprio quell’esperienza sgradevole, per risolvere questo o quel conflitto interno. È che l’elemento che ci manca e che troviamo in quell’esperienza, in questo momento non sappiamo ricavarlo da situazioni più salutari.

Avete presente quelle tabelle messe in giro dai salutisti zelanti? Se il tuo corpo ti chiede cioccolata, è che vuole questa sostanza, e la stessa sostanza la trovi in questo frutto.

Fermo restando che la crema di nocciole nessuno me la tocca, non è un ragionamento sbagliato: possiamo arrivare a ottenere la stessa cosa per strade diverse. E, se diventa una questione di scelta, indovinate un po? Meglio imboccare quella più breve e comoda per noi.

Perché cominciare una lite infinita e sgradevole con uno che non sta bene con se stesso? Possiamo ignorare lui e assicurarci senza fallo che non ci serve, l’approvazione di uno così.

Perché cominciare una relazione con un buzzurro che è stato scortese con noi? Possiamo lavorare sulla nostra autostima e chiederci addirittura se i gusti femminili del tipo in questione ci piacciano davvero (che ne so, se a lui per qualche motivo serve una che lo tratti male, purtroppo con noi ha sbagliato palazzo).

Insomma, il trucco, difficile ma basta lavorarci, è cercare ciò che ci serve in quel momento senza il bisogno di trovarlo in qualcun altro.

Nella mia esperienza, quando le relazioni di qualsiasi tipo iniziano da un bisogno, tendono a sopirsi una volta esaurita la propria funzione iniziale. A prescindere da tutto il resto, che in piedi da solo, soddisfatto il bisogno primario, spesso non ci sta.

Quello che possiamo fare è impedire che succeda, cercarci gente non perché ne abbiamo bisogno, in qualche modo perverso, ma perché stiamo così bene con noi stessi che ci piace condividerCi, e proprio con quella persona.

La gente che ha fame fa pessimi acquisti, si dice.

Io la cioccolata nel carrello me la metto, ma ora so quando voglio quella e quando una bella mela succosa sia tutto ciò che mi serve.

A volte saperlo è tutto. O almeno è un inizio.

chocolate-11Sapete che sono il personaggio di un libro? In realtà, avendo amici scrittori che a differenza mia pubblicano, di più di uno. Ma in questo sembro saggia (come si vede che è finzione). Alla protagonista, un’olandese appena arrivata a Barcellona, raccomando: “Fai tutti gli errori che devi il primo mese”.

Ecco, questo, ai tempi del libro, era il mio approccio kamikaze alla vita. Adesso m’introdurrei nella conversazione, sorriderei alla svampitella che ero e griderei alla protagonista: “Ma va’, evita tutti gli errori che devi, fin dal primo giorno“.

Perché ce ne sono un sacco, di persone che appena scese dall’aereo si premurano di trovarsi la casa sbagliata, la compagnia sbagliata, quando va bene il lavoro sbagliato. È incredibile quanto questi errori possano essere evitati in un attimo. In una seconda occhiata all’inquilino dal sorriso falso, nella lettura delle righe piccole, nella decisione fulminea di evitare per un po’ l’aperitivo italiano, se ancora non sai che l’h spagnola è muta.

Spesso un attimo è tutto quanto si frappone tra la decisione giusta e un incredibile spreco di energie.

L’altro giorno un tipo che conoscevo appena, aggiunto a facebook su sua richiesta, ha postato un commento sgradevole a un mio link. Mi avevano avvertito troppo tardi che fosse un manipolatore, avevo anche pensato che uno così, per scegliermi come vittima, dovesse trovarmi in qualche modo adatta al ruolo. Al suo commento avrei potuto rispondere in vari modi, perdendo mezz’ora del mio tempo e facendo il suo gioco. Invece gli ho messo “mi piace” e sono passata appresso. Lo faccio spesso, in queste circostanze. Prendetelo come un abbraccio di Gianni Morandi.

È in realtà il messaggio: “La tua spazzatura non venire a buttarla a casa mia, e se lo fai te la rilancio”. Un po’ come la storiella di Buddha che spiega che, se non accetti un regalo, quello resta al donatore, come le offese che ci rifiutiamo di cogliere.

E a volte è davvero un attimo, in questi casi innocui come in quelli pericolosi sul serio. Prima di arrivare alla saggezza zen di Morandi, infatti, mi sono rovinata la vita per attimi equivalenti.

Per esempio, ho cominciato una relazione assurda perché il tipo in questione (che fino a quel momento mi piaceva, eh, non sono così folata) aveva buttato lì un commento poco lusinghiero su di me. No, non sto raccontando la trama di Orgoglio e Pregiudizio. Non se n’era manco accorto, quello lì, avete presente empatia zero? Ecco, dove c’era un tizio che ne fosse dotato, là c’ero anch’io. In quel momento avrei potuto fare diverse cose. Dire “Sei bello tu” e piantarlo lì in strada. O ridere e rendermi conto che avessi di fronte un infelice, cambiando argomento.

Perché mi sono decisa per la soluzione più logorante, senza manco la prospettiva di diventare la signora di Pemberley?

Perché non ho riconosciuto la classica “tragedia” che potesse essere evitata in un attimo, con una reazione immediata e appropriata. Per arrivare a quella, in effetti, ci vuole molta più preparazione che fare l’opposto, occorre un ingrediente che non si trova ogni giorno: un certo amore per se stessi o, se proprio ci manca, almeno un po’ di rispetto.

Perché, probabilmente, se ci mettiamo in situazioni assurde come queste, dalla lite con l’arrogante di turno alla storia infinita con lo psicopatico, è anche perché ci serve.

In che senso? Come evitarlo? Ci sarebbe da scriverci un romanzo e invece vi ho già stordito di chiacchiere.

Ne parliamo lunedì, va’. Intanto non fate troppi errori!