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Dal Facebook di Sindihogar

Le ho viste nominare più spesso di quanto temevo nei dibattiti sul lavoro, e sulle categorie colpite dalla pandemia: le collaboratrici domestiche, le badanti, le donne delle pulizie… tutte quelle categorie che in spagnolo sono definite trabajadoras del hogar, lavoratrici della casa (o domestiche).

Adesso si tratta di ascoltarle, perché loro alzano la voce ma hanno pochi microfoni a disposizione: un tizio su Facebook, tempo fa, rispondeva ai pur blandi propositi istituzionali di regolarizzazione con una considerazione tipo “Poi chi si può permettere la badante per i nostri vecchi?”. E certo, la soluzione a un mancato welfare è schiavizzare una lavoratrice straniera che è privata strategicamente dei mezzi legali per far valere i propri diritti. Uhm, mi sa che non è la mia rivoluzione.

E da apprendista alleata, bianca e di classe media, sospetto non sia neanche la rivoluzione di Rocío Echeverría, rappresentate di Sindihogar/Sindillar: Sindicato Independiente de Trabajadoras del Hogar y del Cuidado. Traduco l’intervento di Echeverría in una manifestazione tenutasi davanti alla Borsa di Barcellona lo scorso 21 giugno. Sono sicura che esistono interventi del genere anche in italiano. Per il momento, ecco il testo, tradotto alla buona, di quanto dichiarato dalla portavoce di Sindihogar (Sindillar in catalano):

“Abbiamo la segretaria Hana Jalloul, segretaria di stato addetta alle migrazioni, che ha detto poco tempo fa alla stampa, che le persone come noialtre, perché siamo molte donne, la maggior parte in situazione irregolare, lavoratrici sfruttate, schiavizzate, tenute come interne in casa, senza avere la possibilità di reclamare i loro giusti orari di riposo, perché gli sono confiscati i documenti d’identità, perché non sono ascoltate nelle questure quando vogliono sporgere qualche tipo di denuncia, perché siamo ignorate di continuo… Questa signora dice che di noi, compagni e compagne in una situazione irregolare, ci si prende cura per bene perché le ONG si fanno carico delle nostre esigenze, e noi le diciamo che è una bugia: questo è burlarsi della nostra precarietà, della nostra miseria, della nostra fame! Lei non può dire che l’irregolarità delle persone migranti non è di competenza dello stato, ma dei comuni, perché siamo stanche del fatto che se ne lavino le mani, e si palleggino tra loro i nostri diritti. Voglio anche dire oggi, in rappresentanza delle mie compagne, che questa pandemia, questa crisi, ha buttato la maggior parte di noi in mezzo a una strada, che non abbiamo avuto niente da mangiare in questi giorni, signori dello Stato, signore dello Stato, dei Governi, che si vantano tanto di essere femministe, ma non applicano questo femminismo inclusivo!

Voglio dirvi qui, a nome di tutte le mie compagne, lavoratrici domestiche, badanti, donne delle pulizie come le compagne Kellys, che siamo maltrattate ogni giorno, veniamo a dirvi che abbiamo tutte le forze per poter reclamare, e continuare a farlo, per vederci riconosciuti i diritti fondamentali come a qualsiasi lavoratore qui nello Stato, e voglio concludere rivolgendomi ai signori, ai gran signori della Generalitat, e in particolare al signor Oriol Amorós, e glielo dico perché ero presente, perché mi chiesero di partecipare a una riunione, perché volevano informare su un piano d’azione diretto esclusivamente a lavoratrici della casa e badanti in situazione irregolare, e in tale riunione in nessun momento mi vollero dare la parola, o ascoltarono le mie domande. E allora dico io a loro: come vogliono fare un piano d’azione, reclamando a gran voce che hanno come obiettivo noi, lavoratrici in situazioni irregolari, se non sono neanche capaci di ascoltarci e sapere cos’è che vogliamo? Siamo stanche, stanche che il patriarcato istituzionale ci dica cosa è meglio per noi. Siamo noi che dobbiamo dire a loro cosa vogliamo e cosa ci serve! Per questo ripetiamo oggi e sempre, finché non ci venga concesso fino all’ultimo diritto: documenti per tutte! Documenti per tutte!”.

 

Un altro regalo di compleanno

Dio, come odiavo la domanda: “E per il resto, come va?”.

“Il resto” era tutto quello che esulava dal mio problema del momento. Per giunta, intorno ai vent’anni, la domanda mi era rivolta proprio da ragazzi che erano, appunto, parte del problema. Ok, lo ammetto, spesso erano l’intero problema.

Io rimanevo sempre un po’ stupita: non concepivo altra vita al di là della preoccupazione di turno, che il più delle volte concerneva la mia situazione sentimentale. Lo so, questo particolare era di un femminismo inaudito.

Posso dire a mia discolpa che, in seguito, non mi è successo solo con questioni amorose: se qualcosa andava storto nella mia vita, non riuscivo a godermi nient’altro. Furbissima! Invece, oggi sono una fan di Bertrand Russell, o almeno del suo segreto per non invecchiare (una questione che ultimamente mi sta a cuore):

Più sono le cose alle quali un uomo si interessa, e maggiori occasioni di felicità egli ha, e tanto meno è in balia del destino, poiché se perde una cosa può ripiegare su di un’altra.

Yes, sir! Allora, fedele al proposito di coltivare più interessi, tre giorni fa sono andata a vedere questo documentario: riguarda le donne che ci puliscono le case e si occupano dei nostri anziani, e che per farlo hanno lasciato “metà del loro cuore” nei paesi di origine. Nel caso catalano, intuirete che si tratta spesso di donne latine. Una di loro, nel dibattito seguito alla proiezione, ha sfottuto un po’ la classica femminista bianca che alza la mano e sostiene che siamo tutte uguali: “Cosa sono queste differenziazioni per classe sociale o per origine?”. La risposta è stata semplice: “Se non capisci che non siamo uguali, che tu hai maggiore accessibilità al lavoro, alla burocrazia, all’approvazione sociale, abbiamo un problema”. E se c’è un problema che non voglio avere, è quello di non riconoscere i miei privilegi, o di non… condividerli (nozione che ho appreso da un’altra intervenuta alla conferenza).

Il giorno dopo, invece, sono andata a sentire un ragazzo egiziano che ha chiesto lo status di rifugiato perché gay – viene subito in mente una triste notizia di cronaca – che si muoveva in direzione opposta a quella delle collaboratrici domestiche. “Avete un amico come me?” ha esordito, con la domanda che dava il titolo alla conferenza. In che senso, mi sono chiesta a mia volta. Un egiziano gay ventiduenne mi mancava, specie con quell’inglese americano che mi faceva sospettare che non venisse proprio da una famiglia di mendicanti. Il suo obiettivo, però, era di farsi vedere da noi solo “come una persona”, operazione che io provo a decostruire da quasi vent’anni: a ben vedere, quelli che separano la mia età dalla sua. A un certo punto ho provato a suggerirgli che noi emigranti per scelta potevamo dare un aiuto ai rifugiati a partire dalle difficoltà condivise (senso di estraniamento, problemi burocratici e di alloggio…), ma per individuare i punti in comune dobbiamo essere consapevoli delle differenze, tra cui il privilegio di non essere dovuti fuggire dal nostro paese per una questione, letteralmente, di vita o di morte. Lui allora ha replicato gentile:

“Ho notato che sei molto attenta a non fare commenti o domande offensive nei miei confronti. Purtroppo, quest’atteggiamento è controproducente, e ci allontana, invece di aiutarci a vedere le nostre similitudini”.

A quel punto, la presidentessa dell’associazione che organizzava l’evento è intervenuta sugli stessi toni: ha colto l’occasione del mio intervento per sottolineare che la condiscendenza verso i rifugiati non è un buon punto di partenza per un dialogo reale, che ci faccia vedere “quanto siamo simili”. Allora ho riportato le conclusioni della conferenza del giorno prima, su quanto sia pericoloso ritenere di essere tutti uguali, se non lo si è. Soprattutto, ho chiesto al conferenziere: “Cosa ti fa pensare che io abbia paura di offenderti?”.

Il ragazzo mi ha risposto: “Mentre parlavi, a un certo punto sei stata reticente a chiedermi se avessi bisogno del Nie“.

Ok, tutto chiaro allora: era stato un equivoco bello e buono! La mia “domanda” non era reticente, ma dettata da pura ignoranza. Avevo detto testuali parole: “Non so se tu, come rifugiato, abbia bisogno del Nie o del Tie“. La lettera iniziale cambia tutto: il primo è l’unico documento richiesto ai membri dell’Unione Europea. Il Tie è generalmente per extracomunitari. Dunque, la mia esitazione era dettata dalla confusione generale in materia burocratica, non certo dalla paura di fare domande scomode!

Quindi, chi faceva supposizioni azzardate su chi?

Ha ragione Bertrand Russell, dobbiamo avere tanti interessi. Tra le conseguenze di questa sana abitudine, c’è quella di scoprire una volta di più:

  • quanto poco conosciamo delle persone, e delle intenzioni dietro i loro gesti;
  • quanto siamo disposti a rimediare a tale lacuna con la nostra fantasia.

Per il resto, però, va tutto bene.