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eduardopresepeMa come, “dove stanno i pastori?”.

Nella scatola grande, quella con le pipe stampate sopra!

Mia madre mi guarda sconsolata, sono ignara delle ultime tragedie occorse ai pastori di famiglia. Allora chiede a mio fratello.

– Stanno nella scatola con le pipe, no?

– No, ragazzi, tempo fa si allagò la mansarda e si bagnò anche la scatola. Ora non ricordo dove li ho messi.

Ecco, i miei pastori persi tra i cesti natalizi dei pazienti di di papà (e per fortuna quest’anno non mi sono toccate da leggere le commoventi lettere che li accompagnavano, di criature guarite da brutte cose). Meno male che almeno ho fatto l’albero. In tutta la mia cocciuta adolescenza, dal 23 in poi sparavo a palla nello stereo O è Natale tutti i giorni, e di roccocò e capitoni (porelli, sacrificati a migliaia e sono pure disgustosi) non ne volevo sapere.

Ora ho visto mamma particolarmente provata da un anno faticoso, e allora chi si è offerta di montare l’albero nuovo, appena comprato al supermercato? Anche perché quello di prima aveva visto i miei cicciobelli ai suoi piedi…

Ora, sorvolando sulla cazzimma cinese in quanto a istruzioni per montare gli alberi, ieri sistemavo le palline di cartone comprate per beneficienza il giorno della mia graduation a Manchester, mentre la tv trasmetteva video di cantanti che mi sembravano tutte uguali (Emma Marrone, e poi un’altra bionda col caschetto). Poi è passata a Eros Ramazzotti, e allora ho avuto la sensazione che molti italiani che conosco a Barcellona non temono tanto la disoccupazione, o il fallimento, o le delusioni amorose. Quello che temono di più è ritrovarsi a decorare un albero di Natale canticchiando Eros.

E ho pensato che il pericolo è il mio mestiere.

E poi sono spuntati pure loro, esibiti come trofeo da mamma in una scatola inedita. Erano meno di quanti ricordassi, ma le coppie c’erano tutte. Angela, quella col vestito azzurro, e il fidanzato di cui ho scordato il nome, con una pecorella sulle spalle. Poi l’acquaiola e il cacciatore, messi insieme perché bruttini entrambi. Com’ero “simmetrica”, da piccola, credevo che il mondo fosse semplice e che sarei rimasta sempre una bella bambina. Infatti mi faceva pure strano che la Madonna fosse già impegnata con quel signore barbuto. E non so a quale pastorella sfigata fosse toccato l’angelo, che per me ai tempi non aveva niente di diverso dagli altri signori lì presenti.

Il centurione ha la spada mozzata, scopro adesso. E posso ammirare dettagli che un tempo davo per scontati: il gattino che gioca col filo tesogli dalla tessitrice, e i volti ispirati a chissà chi, se devo credere, come voglio fare, a Lo scurnuso.
E ci sono pure i tre pastori enormi portati un giorno da mio nonno da San Gregorio Armeno. Ora lì espongono Balotelli e la Fico con un criaturo che è nato niro, e il governo Berlusconi al 50% di sconto. Caro nonno, che comprava i pastori enormi o minuscoli, pur sapendo che il nostro era un presepe di taglia media.

So che il Presepe napoletano è di terracotta, ma il mio era di plastica e contento di esserlo, così giocavo tranquilla. Ci ho giocato pure ora, appezzottando i fiumi con la stagnola e maltrattando le luci nonostante le proteste di papà:

– Se tratti male le cose, poi quelle trattano male te.

– Scusi, parlo col Presidente del Darwin Fan Club? Quello che il resto dell’anno m’accide ‘a salute con evoluzionismo e selezione naturale?

Ma davanti al presepe ci rincretiniamo tutti.

Certo, la Catalogna ci supera almeno per un pastore molto particolare, come ci insegna Matteo Manfredi:

Io mi limito a confermare che in questo strano dicembre 2012 pure a me me piace ‘o presepio.

Mi ha messaggiato. A mezz’ora dalla partita.

Petra, la donna che caduto il muro di Berlino andò subito “dall’altra parte” a comprarsi una Barbie.

Mentre aspetto all’ultimo semaforo tra me e la Casa Batlló, luogo d’incontro per andare a vedere la partita, leggo il suo messaggio.
“Maria, in bocca al lupo stassera!”

Ricambio in italiano, che di bello in tedesco so solo strudel, krapfen e Stadtluft macht frei, una reminiscenza di Storia medievale.

L’aria di città rende liberi,

È vero, Barcellona mi ha resa libera, anche se mi fa passare le giornate ai semafori!

In compenso, una volta a Casa Baglioni scopro che dei 3-4 candidati a vedere la partita alla Casa degli italiani manco l’ombra.

Gli do 5 minuti, poi ciao, che è stata un’altra giornata bella piena.

Al corso di catalano, per esempio.

– Facciamo una simulazione di esame orale. Chi si offre?

Il toro per le corna, il toro per le corna…

Avevo alzato la mano.

– Portati la sedia.

Avevo dato un’occhiata al testo: il nudismo. No, era uno scherzo.

– Leggi.

A mezza voce, perché gli altri intanto facevano esercizi. Mi aveva fatto fermare alla prima frase:

– La pronuncia è molto buona. Ovviamente si nota che la tua fonologia d’origine non è catalana.

E io ci ero rimasta un po’ male.

Che pretendevi, direte. Lo so. Ma una parte di me non si rassegna al fatto che in quanto essere umano ho dei limiti.

– Ora fai il commento.
– Eh?
– All’orale dovrete farlo.
– Ma abbiamo 5 minuti per prepararcelo, no?
– Eh, ma adesso non c’è tempo.

Che potevo dire. Che ero d’accordissimo, che il sesso non c’entrava proprio niente (e anche se fosse stato…), era una questione di libertà. Avevo citato un tizio del brano che la pensava come me.

Lei aveva concluso:

– Ragazzi, non citate mai troppo il testo.

Avevo sbattuto la sedia contro il banco alle mie spalle.

Poi il convegno. Genere e postcolonialismo 2, la vendetta. 4 ore di letteratura e postcolonialismo, Africa nera e autrici lesbiche, e l’Algeria della mia Assia Djebar: “Noi tutte, appartenenti al mondo delle donne dell’ombra, che invertiamo il processo. Noi che finalmente guardiamo. Noi che incominciamo”.

(“E io che furnesco, ccà”, aveva commentato una volta mia madre, dalla cucina)

Tutto fila liscio finché, a 10 minuti dalla fine, la prof. francese più ‘nzista si era fatta uscire la seguente frase: “È impossibile scrivere una storia dei vinti”.

Come “embè”?

Apriti cielo!

La mia prof. aveva aperto il fuoco: io ho dedicato la vita agli anarchici della Guerra Civil, non perché sia d’accordo col loro pensiero politico, ma lo faccio (cito) “desde un sentido de honestidad y obligación moral para recuperar la historia que en mi infancia, en mi colegio, en mi propia historia, me fue negada”.

Si erano fermati gli uccelli in cielo, e me n’ero scappata prima della rissa.

A saperlo, che all’appuntamento non veniva nessuno…

Almeno mi posso avviare senza rimorsi e raccogliere gente per strada: amici di amici, conoscenti che non sapendo del catering si sono portati la birra.

– Sarà già affollatissimo.

Una milanese mi suggerisce un termine che dopo una giornata multilingue non mi viene.

– Bravissima! – ringrazio.
– È che sono madrelingua, sai.

Vabbuo’. A distribuire focacce/panini, Lorenzo “del Grande Fratello”, prima edizione. Sapevo che vivesse qui, ma non che facesse catering, e niente, ci rimango un secondo, ripenso alla Gialappa’s e al fatto che finalmente hanno interrotto la trasmissione. E che il panino è buono.

Dentro è pieno come un uovo, in mancanza di giacche hanno occupato tutto con accendini, fazzoletti, non c’è una sedia libera nella grande sala con schermo gigante. Mi siedo a terra, davanti, unica over 20 tra gli studenti del Liceo italiano.

Che al momento dell’inno battono pure le mani a ritmo e la sala si riempie di “fratelli d’Italia” che l’Italia non la vedono da un po’. Per me ultracampanilisti e cosmopoliti non capiscono una cosa: l’inno italiano è antinazionalista per eccellenza. Prenderci sul serio? Ma se facciamo pure il parapa, parapa, parapapapapapapa… !

Manco a coorte, ci sappiamo stringere, ma “a corte”, per la gioia di Scipio e del suo elmo. Aggiudicato all’unanimità (cresta permettendo) a Balotelli, per una volta lucido e presente quando non cade da solo (ma per quello c’è Di Natale).

Dietro di me una sicilianuzza in maglia azzurra grida cose come “apri a destra”, “sali”, “chiudi, chiudi!”. Quello alla sua destra è più taciturno, dice solo “suca!” ogni tanto.

Ma a un certo punto si alzano tutti e due, ci alziamo tutti, mentre salvo dai colpi di tacco quel che resta dello spritz e grido:

Goooal!

Lo grida anche il messaggio che ricevo al 35esimo, e che non mi aspettavo. “Grazie per l’invito ma sono lontano”.

E mi gioco la borsa tra le gambe sudate che non sei solo.

Chiudo di scatto il cellulare. Va bene così, Maria, i patti erano questi, ci si vede di tanto in tanto se accetti che non-è-cosa. Il triangolo no.

Buffon para ancora. Si può fare.

Un minuto dopo, il secondo goal.

Decisamente.

E per una volta non finiremo ai rigori.

Davvero sto urlando “Vai Mario”?

La sicilianuzza socializza col vicino a sinistra, torinese in vacanza, in nome della comune passione (ebbene sì) per la Juve.

La sala ulula alla vista delle tifose tedesche (“italiani”, scuoto la testa), i ragazzi alla mia sinistra si lanciano in amenità tipo:

– Ma sti vecchietti tedeschi in prima fila facevano i giurati a Norimberga! Quelli che poi dicevano “ma no, che avete capito, erano solo campi estivi…”.

Ma la perla è:

– Passa questo spread, stronza!

Qualcuno da dietro ripete “suca”.

Isabel mi raggiunge al secondo tempo e siede con me.

Ormai il grosso è fatto, siamo tutti più rilassati. Troppo.

Ma il rigore tedesco, vi dirò, mi è andato bene.

Così Petra porta a casa il goal della bandiera, e noi vinciamo lo stesso.

Certo, la mia storia d’amore con Hummels non è ancora cominciata che già parte un corale “scemo, scemo…”.

Ma il “chi non salta un tedesco è”, a partita finita, se lo potevano pure risparmiare. Isabel salta. Io messaggio Petra, “siete stati bravi, e un portiere che va all’attacco non s’era mai visto!”.

Isabel dice: – Non so se potremo vedere la partita insieme, domenica…

Claro que sí!

Domenica vorrei andare in un posto in cui ci siano spagnoli e italiani insieme, senza musoni e antinazionalisti in giro, solo gente che vuole divertirsi.

Tanto l’inno spagnolo non dà problemi: è senza testo.

(canzone stonata sui muri che cadono)

da zimbio.com

Il camion dell’immondizia si ferma sulla Rambla, di fronte ai poliziotti fuori la centrale.

– Abbiamo questo per voi!

Il poliziotto riconosce da lontano il documento d’identità:

– Italiano. L’avranno perso mentre festeggiavano per la partita.

6 ore prima, ero seduta contro un lampione del Porto Vecchio di Barcellona, di fronte all’acqua torbida, e ridevo, piangevo e un po’ m’incazzavo sottolineando il libro sulle mie gambe. Ero tesa, dovevo ammetterlo. Dopo mesi ancora mi succede, di essere tesa, finché non arriva la telefonata:

– Sicura che vuoi vedere la partita allo Sports Bar?
– Veramente no, sarà una bolgia infernale, ma lo facciamo per Mark, no?
– No, che hai capito! Sta a Madrid, nell’e-mail che ci ha mandato diceva solo che “gli sarebbe piaciuto” guardare la partita con noi. Ma non può.
– Vuoi dire che ho organizzato questa follia per niente?
– Ahah, ci vediamo là.

L’e-mail di Mark, scozzese non proprio tenero con la vicina Inghilterra, aveva un titolo molto significativo: “The Free World is With You”. Seguito da un video di 8 minuti su un’epica partita Inghilterra – Scozia del 1985. Avevo risposto con toni altrettanto enfatici:

Figli di Scozia,
è giunta l’ora. Siamo in guerra, signori. Dobbiamo mandare l’intera compagine spart… ehm, italiana, per preservare la libertà, la giustizia e la ragione. E soprattutto la speranza.
Mai più parmigiano sulle linguine allo scoglio!

E dopo un’altra serie di menate mi firmavo Maria Gorgo Schillax de Neapoli.

Alti livelli, consideravo guardando gli yacht tamarri di fronte a me.
Ogni tanto un turista si fermava al mio fianco e faceva una foto al veliero alla mia destra, riproduzione di non so che nave storica.

Finché uno dall’aria un po’ nerd invece di scattare la foto mi fa:
– Española?
– No.
– Your country?
– Soy italiana.
– Ah. You’re beautiful. I like you.
Fa il pollice alzato e se ne va.

Il cameriere che fuma fuori allo Sports Bar, mezz’ora dopo, dice solo:
– Per un tavolo da 5 chiedi dentro, sarà impossibile dirti di no.
Ma Mimmo è carta conosciuta, è nuovo e già so che mi porterà lui la clara in cui affogare i 45 minuti di anticipo sacrificati sull’altare della patria (e del posto a sedere). E ci proverà con tutte le ragazze del tavolo di fronte, che piano piano prendono posto insieme agli amici inglesi e tedeschi (ah, l’Erasmus…), imitandomi col surrogato di birra che fa tanto estate.
La prenderà anche la tedesca alla mia destra, appena giunta col fidanzato napoletano e perplessa per la splendida porzione di zeppulelle alle alghe che lascerà a metà.

Quando sopraggiunge l’amica sarda gliele indico, ma lei è indecisa. Lo scozzese superstite, quasi abbronzato e fresco di sbronza di San Juan, è più facile da gestire:

– Maria, come si chiama quella pizz…
– Salsiccia e friarielli.

Friarielli, ripete al cameriere con accento perfetto.
I miei napoletani preferiti, invece, giungono tardi ma non hanno bisogno di consulenze, semmai cercano un motivo per restare 90 minuti a sudare davanti a una squadra di cui non gliene frega niente.

– Come sei patriottica – ironizza lui mentre canto l’inno.
– Grazie!

In realtà canto un peana neomelodico alla mia infanzia, l’Italia ‘90 che m’insegnò che guardare la nazionale in compagnia era divertente.

– Io non mi sento italiano. Solo di Napoli.
– E allora sei venuto a intossicarti?
– No. A tifare Maggio!

Non fa una piega, penso attaccando il saltimbocca Positano. Le melenzane non sanno di niente, la partita nemmeno. 45 minuti e già sudo e soffro, la sarda impreca con me, lo scozzese è soddisfatto: alla fine giocate bene, sentenzia.
Ma il vero capo ultrà è Mimmo, che tra una caña e una pizza a metro incita la curva e distribuisce complimenti tra le nuove venute, che si piazzano davanti allo schermo. Uff, che fatica. Ma Balotelli quando minchia segna?

Nocerino ai supplementari va bene lo stesso?

Sì!`
No.
Fuorigioco.

Ingoiamo l’esultanza e torniamo all’ansia.
In fondo che ne capisco, io, di calcio. Vedo solo che Balotelli non segna mai e il falloso Carroll non è niente male.

E che i rigori mi daranno l’infarto.

– Non ci credo, io sto schiattando in cuorpo e Buffon ride!

Ripenso alle discussioni di tesi altrui, che mi davano l’ansia finché non toccò a me.

– Ma ti credo, che ride – fa il napoletano – ha i milioni! Tu ce li hai i milioni? – .

No, ma ho un coccolone, quando Montolivo sbaglia il rigore. E un po’ mi fa pena, cavolo, io mi sarei sentita uno schifo a non trovavare posto dopo aver organizzato la serata, figurati a far uscire la mia squadra dagli europei. Solo Rajoy non si sente in colpa a mandarci sul lastrico, direbbe un’amica di qua.

Mi accorgo che in queste cose che mi riportano all’infanzia, i rigori in nazionale, penso ancora come un tempo: è finita, non farti illusioni. E invece insorge la me che ci ha lavorato tanto, in questi due anni. Siediti e aspetta.

Aspetto. Esulto. Aspetto. Esulto.

Finché lo scozzese da albicocca si fa paonazzo dalla gioia e capisco che è finita.

Non capisco mai qual è il rigore decisivo, non mi concentro. Pure nel 2006, mi ritrovai un amico addosso a Piazza Plebiscito e intuii che forse eravamo campioni del mondo.

Adesso abbiamo solo sconfitto l’Inghilterra, e possiamo saltare e fare il solito poporopopopopo… Pure in strada, almeno gli altri avventori, che invadono il c. Ample mentre io mi riparo già dagli scrosci d’acqua che prevedo dai palazzi intorno.

Il cameriere ci caccia con gentilezza, e fa bene.

Noi ci facciamo un’altra birra al Sor Rita (gioco di parole tra “Suor Rita” e zorrita, “zoccoletta”) e tra parati kitsch e bambole che fanno il kamasutra ci diciamo che Barcellona è un fumettone per turisti, che illude chi voglia vivere una vita vera. In realtà io stento ancora a crederci. Ma ripenso anche alle considerazioni del libro di oggi, e temo che prima o poi dovrò farmene una ragione.

Intanto, però, viviamo il fumettone, dico dando appuntamento a La Casa degli italiani per Italia-Germania.
Chissà che tra le pagine chiare e le pagine scure qualcosa di autentico non si trovi.

Come l’ansia sottile che aveva preceduto la telefonata, e poi l’aveva pure seguita, e che qui non ha spazio, perché qui si ride e si scherza e si cerca un bandolo a questa matassa intricata che chiamano serenità.

(la lettera di Mark per intero, letta con un accento strano)

– Secondo te è forte, Balotelli?

Guardo i miei interlocutori. 16 anni in due, dividono la sedia e sono bellissimi. Uno coi capelli a spazzola e gli occhi blu, l’altro scuro scuro con gli occhi a mandorla e la maglia dell’Italia.

– Mi pare di sì.

Protestano vivamente, mentre dietro imprecano per l’ennesimo goal mancato. Accanto al maxischermo c’è lo striscione della Casa degli italiani con una frase che dimentico presto, qualcosa come “Per sentirti sempre a Casa!”. Casa con lettera grande, però, questo lo ricordo.

Ricordo anche la mia replica:

– E voi chi preferite, Balotelli o Cassano?

Quello con gli occhi chiari spiega:

– Cassano. È molto meglio. E poi sono genoano.

In effetti l’accento è di Genova. Prima non l’avevo sentito, quando ha chiesto al padre, dietro di me, “Qual è il portero de l’Italia? Si dice ‘l’Italia’?”.
Il bambino con gli occhi a mandorla, invece, ha un accento del centro e un dubbio atroce:

– Ma Chiellini non è identico a Voldemort?

Romano, decido.

Mentre cerchiamo di segnare questo benedetto spareggio con la Croazia nei cinque minuti di recupero, parlottano tra loro come certi cuginetti napoletani in presenza dei genitori, quando censurano dialetto e parolacce. Mi domando se il loro “dialetto” non sia lo spagnolo, qui. O il català.

– Vedi, Cassano è maleducato. Balotelli è nero e lui è razzista, quindi non vanno d’accordo.
– Balotelli è gay.
Detto come una constatazione, nel senso di “Cassano lo odia per questo”.
– No, sembra che è gay, ma non è gay.

Alla fine escono a giocare, e io ascolto le voci della Casa degli italiani.

– Ma figa, non possiamo fare queste robe qui, sono alti per i falli!
– Ma n’ ‘o poteva sbaja’, er goal?

La Casa degli italiani, invece, sente me in prima fila dire solo “No, uagliu’, no!”, e invocare continuamente quello che sembra un giocatore della nazionale giapponese, tale Maronna-San.

Ma niente, oggi è pareggio. È una nazionale un po’ triste, commento con Stefano, uscendo dal viale nascosto nell’Eixample più elegante. Lo scandalo Juve, Buffon indagato, e tutti che trovano una ragione o un’altra per non guardare gli europei.

Chi lo fa per una giusta causa, i cani ucraini sacrificati al dio Calcio.
Chi non ci crede che ci sia una giusta causa da sbandierare, quest’anno, insieme al solito “il calcio è l’oppio dei popoli”.
Chi si tortura tra vedere la partita e rinnegare il nazionalismo, scomodando deliziosi stornelli anarchici.
E infine, quelli che non si sentono italiani, ma per fortuna o purtroppo sono italiani a Barcellona.

La prima partita l’ho guardata tra uno di loro e una maiorchina che “se segna la Spagna sono contenta, perché in pratica è il Barça, ma se vincete voi non mi uccido mica”.

Stavolta la Spagna non ce la faccio a guardarla, tornando nel Raval. Tanto qua la nazionale (“de qui?”) la seguono e non la seguono, il Folgoso è mezzo vuoto e mezzo pieno, e la parte piena accoglie l’unico goal che vedo con rumore di sedie: ci sono i soliti, la signora mezza ubriaca con accento andaluso, il vecchietto compito che siede in un angolo, e il cameriere bengalese che mi sorride come per dire “Ora siamo al completo. Una clara?”. La novità è un gruppo d’italiani, con uno che spiega all’unica spagnola che non depilarsi le ascelle non è una rivoluzione. “Il femminismo…” conclude laconico. Guardo la spagnola, le auguro mucha suerte e vado prima dell’intervallo. Mi spiace per l’Irlanda, ma vince la Spagna.

Davanti al Macba c’è il Sonar, dalle mura improvvisate e tappezzate di manifesti psichedelici mi accoglie un ronzio che mi fa vibrare la borsa e invidiare assai quelli che hanno pagato una fortuna per entrarci.
La musica migliora mentre ormai svolto verso il Carme, con un argentino che vende empanadas e un collega che mi chiede in moglie (“a vos te pido casamiento”). Per gli standard di qua devo essere particolarmente guardabile, stasera, e la clara comincia pure a farmi effetto, così canto la canzone di un film che guardavo sempre a Manchester, imparata a memoria nel limbo-ricotta tra laurea e dottorato. Mi domando se sia il barrio adatto, ma tanto chi mi capisce, e poi ho una pronuncia che l’ex coinquilina israeliana mi chiuderebbe con gli scarafaggi nella vecchia cucina.

A proposito di cucina, mi arrendo. Voglio il curry di Bismillah, da portare. È una droga. Speriamo solo che al bancone non ci sia…
C’è.
L’amico del mio ex, quello che non approvava la mia presenza e non saluta manco sotto tortura.
E mi serve lui.
Porello, tutto sto viaggio dal Kashmir per servire una zoccola occidentale che sorride troppo. Ma mi accorgo di aver peccato di superbia, magari non saluta nessuno perché è orso e basta.

– Muchas gracias.
– Qué? – sgrana gli occhi, tra il meravigliato e lo schifato.
– Que muchas gracias!
Passa al cliente successivo.

L’alunno di posteggia è più gentile. Sta lì, nel panificio, ad aspettare che le lancette facciano ¾ di giro. Gli sto insegnando a “ligar”, a “posteggiare” in napoletano. Lui mi fa un complimento e gli dico se andiamo bene. È giovane, si farà.
Stavolta mi dice:

– Sono stanco, italiana, è quasi ora di chiudere e sto solo in negozio, meno male che è venuta una chica guapa, grazie per l’energia che mi trasmetti.

Non male, commento con un avventore appena entrato in bicicletta. Mancano le palette alzate, ma brandisco la baguette calda di forno (me la sceglie apposta) e infilo le scale giusto affianco al negozio.
Il cartone che ho trovato stamane proprio fuori la porta è ancora lì. Lo uso per coprire la finestra per il sole, non c’è tenda che tenga e l’altro è bucato, pensavo di cambiarlo. Allora la Provvidenza esiste? Viva il Dio dei cartoni, che veglia su di me.
Mi sfugge un particolare, la morale della favola.

Ah, già.

Io il calcio, l’ho già detto, lo vedo per abbuffarmi e fare bordello, ma in questi 4 anni sono migliorata. Prima quando perdevamo era solo sfiga. O un arbitro bastardo, o degli avversari fallosi.
Adesso li vedo,i goal che non arrivano perché gli attaccanti non si capiscono, perché “il centrocampo è debole” o “non siamo abbastanza cattivi”.
Adesso ho imparato che la sfiga è l’alibi di chi non è abbastanza cattivo con se stesso da dirsi che era colpa sua.

E poi concedersi il bis.

Anzi, il ter.

Lo diceva, quello, che ci vorrebbe il terzo tempo.

(L’inno italiano di riserva)