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pernacchioQuesto è il classico articolo post-evento in cui sfotto a tutti quanti. E dopo aver faticato tanto alla serata Ricomincio da te – Da Barcellona per Città della Scienza, un cordiale pernacchio non ce lo meritiamo forse pure noi?

E allora sfotto Marco R., che tra un’emergenza e l’altra pareva la tarantola evocata ben due volte in corso di concerto, Matteo ‘o fotografo che, checché ne dica, pare sempre ‘o frate ‘e Saviano (“‘o frate intelligente”, specifica), e pure la sua promessa sposa, maestra di tarantella calabrese per una sera, che sta per passare stu guajo. E poi Ada, che stava lì a correre avanti e indietro appresso alle chiavi del Pou de la Figuera (“L’armadietto… L’armadietto interno!”), mentre Stefania, da brava attrice, proprio s’immedesimava nel suo ruolo di perseguitartisti, mettendoli in riga. A proposito di mettere in riga, Diego poco ci mancava che trasformasse il fulvo barbone in un minibaffetto e ci dicesse alla Acuto “Ki nun akkattare bigliettinen, è propeto ‘nu Kainen”. Il bello è che aveva ragione, fosse stato per me e le mie collaboratrici-attrici alla porta (onore al merito, soprattutto per avermi sopportato), una decina di biglietti dell’estrazione nun se vendevano.

Gli artisti, purtroppo, non posso sfotterli a dovere, perché tra cassa e spedizioni per comprare i piatti e la guardia allo sgabuzzino (la cosa che mi riusciva meglio) ho visto poco e niente. Ho adorato l’ultima canzone di Alessio Arena, che se ne stava soletto con la sua chitarra ad aspettare cu’ ‘na pacienza ‘e Giobbe che, negli orari slittati, venisse il suo turno. E mi ha sorpreso il Buonanotte Fiorellino, dell’allegrerrimo Ciccio De Gregori, cantato dai Ual·la música. Non mi posso manco più godere la Tammurriata nera dei Salentu Taranya, perché per colpa di John Turturro ormai canto Lay that pistol down. E parlando di pizziche e tarante, che dire dell’eroico Marco B, che cercava impavido di far ballare la pizzica a una banda di sfrantummate che, per qualche arcano motivo, proprio non riuscivano.

Sergio si sfotte da solo, immedesimato com’era nel ruolo di plurivaiassa della Gatta Cenerentola, tanto che tra una risata e l’altra mi aspettavo, come insulto fuori programma, un funiculare senza currente! E del bravo presentatore Banzo-Super Almuerzo ricorderò soprattutto gli improperi assortiti nei confronti del Casal, reo di essersi spostato apposta perché non lo trovasse più. Fortuna che poi ce l’ha fatta, e ha resistito 6 ore in piedi con tanto di sfiancante sorteggio finale (ahò, ‘na ventina di biglietti estratti per 5 premi!).

E soprattutto sfotto me, che a un certo punto avrò ‘mbriacato gli eroi del bar mandandogli clienti con 10 bigliettini cocozza (quelli da due euro, ricordo ancora) per consumazioni da 1,50. Che alla terza canzone delle Questioni Meridionali (e ricordiamo sempre che Piero è in realtà Giancarlo Giannini), quando siamo riusciti a far ballare anche l’assessore, mi sono levata gli stivali da trans e mi sono messa a ballare (male) coi soli calzerotti multicolor stile Pippi Calzelunghe (abbinati a una tenuta azzurro transgenico che faceva più Puffetta che curva B del Napoli. A proposito, Fozza Napoli!).

E perché ho fatto quest’articolo a schiovere? Perché sfottere fa bene. Perché sfottendo sfottendo, faticando e senza mai prenderci sul serio, abbiamo fatto un evento di cui siamo orgogliosi. Perché una vrancata di sfrantummati si è messa lì e per una sera si è ricordata che si può essere napoletani, italiani, esseri umani nel mondo senza smettere di pigliare tarantelle.

E scusate se è poco.

(Messaggio per il tipo bellissimo con cui, dopo mesi di pizziche solitarie, stavo per ballare un secondo prima che finisse il tunnel umano: di solito le porto, le scarpe, eh).

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mondoazzurroPer la cronaca: Diego ha fatto ‘a pasta e patane.

– Con la provola? – chiedo diffidente, pagando la mia coca.
– E certo.

Stiamo nell’intervallo di Napoli-Pescara, vinciamo 2 a 1 e il tavolo del Bar Blau su cui appoggio il bicchiere è disseminato di copie autoprodotte di Mondo Azzurro, il documentario di Marco Rossano che a partita ripresa torna a sedere allo sgabello vicino al bancone, per osservare Cavani su rigore infilare la terza rete al 58′, e bissare al 63′, diversi minuti prima che Inler tolga ogni dubbio sull’esito della partita. Esultiamo eccome, ma moderati, rispetto ai filmati del documentario. napes (6)

Perché ce l’abbiamo presente, Marco, noi tifosi di Barcellona, così come i colleghi napulegni del Paris San Gennar. In tutti gli appuntamenti con la squadra del quoro (pure in trasferta) ce lo siamo ritrovato lì, pronto a puntarci addosso la telecamera e riprenderci in pose scomposte.

Ma il documentario, scopriamo gustandoci la pasta e patate della vittoria, non è solo urla sfegatate e petardi scoppiati in pieno bar (lassammo sta’, va’…). È anche una raccolta di storie, un’intrusione allegra e ben accetta (per noi l’ospite è sacro anche fuori Napoli) nella vita di ragazzi che avranno pure lasciato mammà a casa con la scafarea di pasta al forno, ma il ciucciariello di peluche se lo sono portato appresso come Chiara Vanacore, che alla vigilia di Barça-Napoli, quel trofeo Gamper perso 5 a 0, spiega che il Napoli Fans Club dimostra “che c’è un pezzo piccolo, ma così enorme, di Napoli” a cui aggrapparsi anche qui in terra “blaugrana”.

E giù le scene della marcia sulla Rambla, nella vigilia, con la testa fasciata d’azzurro di Peppe che mi fa da punto di riferimento per riconoscermi dietro lo striscione ni merengue ni culé: come dire né Real né Barça, noi tifamo Napoli, tie’.

Che poi nel mio caso non è esatto, e infatti sono l’unica al mio tavolo a cantare l’inno del Barça, mentre i miei compagni di pasta e patane dicono “quanto ‘e schifo”. Pure la partita in Champions col Manchester City è un colpo basso, per l’amore incostante che porto a questi azzurri d’Inghilterra, buttato in valigia assieme ai migliori ricordi di questa vecchia sporca città (ok, quella è Salford, ma per me sarà sempre e per sempre Manchester). C’è anche la trasferta col Villareal, sulle note degli Squallor e della My Way napoletana, come la chiama spiritosamente qualcuno sul pullman. Chi diceva che sarebbe stata una grande canzone d’amore, se il testo fosse un pelino diverso?

E a proposito di amori contrastati, a questo punto mi chiedo se Marco farà vedere anche la partita col Chelsea, quando nel marasma esultante del Blau si trovarono pure due scozzesi, e uno aveva gli occhi belli. L’altro (i cui occhi, per carità, manco erano da disprezzare), mi disse: “Questo è il gol più bello che abbia visto, non per l’esecuzione, ma per il tifo. Incredibile”.

Il neotifoso non fu intervistato, troppa folla. Compare spesso il sublime autore della pasta e patane popular offerta a porte chiuse per l’occasione. pasta e patane

Che dopo aver concesso pure il bis scioglie la messa. Non prima che io prenda la mia copia del documentario, da mettere sotto l’albero perché i miei si ricordino di avere una figlia pazza.

E magari di fare l’abbonamento a Sky per l’anno che viene.

Se no, vabbe’, a farmi un riassunto della stagione ci pensa di nuovo Marco.