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barmanolo  Mi rode raccontare ai miei alunni una Sicilia senza tempo, così come la vende il loro libro di testo, per poi imbattermi online nel menù multietnico del mio locale catanese preferito, il giusto incrocio tra tradizione e innovazione.

Ma qui a Barcellona succede qualcosa del genere, perché c’è la questioneindipendenza. No, non è come la Lega, è più complicato, si può essere d’accordo o meno ma questi non sono razzisti. Inoltre subiscono davvero un turismo che porta pochi soldi alla gente di qua, ma intanto fa lievitare i costi delle case, aumenta i prezzi dei supermercati, e grava secondo cifre non ancora stimate sulla manutenzione del trasporto pubblico e sulla sanità locale.

Quindi mica bruscolini, ma con un effetto collaterale: chiudersi a riccio intorno a una cultura che devi difendere su due fronti. Quello percepito dell’omogeneizzazione spagnola, e quello della gentrificazione turistica.

Risultato? L’apologia del Bar Manolo.

Scelgo quello perché lo trovo più trasversale di altri simboli maggiormente patriottici, ma meno condivisi dalle famiglie “terrone”. Scelgo questo fenomeno mitologico, metà bar del quartiere e metà slot-machine dell’anteguerra, messa rigorosamente accanto al distributore delle sigarette. Sì, è la versione locale del Bar Sport di Benni, Luisona compresa. Solo che qui si chiama Magdalena ed è la cugina spagnola di quella di Proust.

Per me rappresenta l’immagine senza tempo che certa gente di qua ha del suo paese, della sua bella nazione che si ritrova tutto il mondo a attraversarle la strada, e tutto ciò che ci vede sono turisti molesti (ci sono, ma c’è altro). Il rischio che si corre nella giusta lotta per difendere la propria cultura è questo: vedere il cambiamento come una minaccia. 

Insomma, insegno un’Italia rappresentata come immutabile nella prima città che si è dichiarata vegan-friendly (roba da linciaggi, nell’Italia immutabile), e che più di ogni altra, in Europa, riunisce gente di origini diverse senza per questo diventare un’enorme metropoli caotica.

E per uno strano equivoco più o meno condiviso difenderla è diventato preferire il Bar Manolo al nuovo baretto che mescola sapori catalani a quelli indopakistani del Raval.

Che o viene considerato ultraturistico o resta il Barrio Chino, quello malfamato, l’unico luogo che le emancipatissime donne locali si rifiutano di espugnare, memori delle raccomandazioni delle loro nonne (che magari ci abitavano prima della “promozione sociale”).

Eppure di Bar Manolo, nel Raval, ce ne sono quanti ne volete.

Basta non cascare nella trappola di chi, a Napoli o a Barcellona, ci voglia far credere che modernità sia pagare un panino 8 euro (ma i pomodorini sono dop, eh).

E non dare mai per scontato di sapere cosa sia la nostra cultura.

Potrebbe cambiarci sotto gli occhi senza che neanche ce ne accorgiamo.

Innanzitutto un appello a San Gennaro, Sant’ Edinson (se non esiste, provvedere) e pure a Santu Sossio, probabilmente invocato dal compaesano Insigne nell’entrare in campo: quando la partita la vedo in Italia, il Napoli deve vincere sempre. Grazie.

E ora mi rivolgo a tutti voi: aridatece il Bar Sport! Quest’italica istituzione, tutta aperitivi e grappini, fatta apposta per guardare la partita tutti insieme. Io che sono fautrice della tecnologia, che non ne ignoro i pericoli ma ne apprezzo soprattutto le opportunità, non rimpiango certo gli anni ’50 di Lascia o raddoppia, con le famiglie costrette a riunirsi in una casa sola per penuria di mezzi, televisivi e non.

Ma cavolo, la soddisfazione di esultare e soffrire tutti insieme, a parte qualche sporadica eccezione ai Mondiali, ormai la viviamo solo noi italiani all’estero, che ci arrabattiamo per sfuggire allo streaming e cercarci un baretto di fiducia, magari tenuto da italiani come noi che controllano tre schermi alla volta per poi esultare, come è capitato ai miei camerieri preferiti, per aver “pigliato ‘a bulletta”.

Ebbene sì, sono disposta a soprassedere sulla novità del multischermo, e a vedere l’intramontabile Luisona di Benni sostituita con dolci più moderni (e, possibilmente, più freschi), come la grandiosa Torta Pan di Stelle che riesce a far gola perfino alle amiche catalane. D’altronde la preclusione alle donne, altra caratteristica del Bar Sport, almeno all’estero è stata ampiamente archiviata, con qualche agguerrita tifosa che oltre ai pettorali in campo bada anche ai lardominali dei camerieri.

Sarà che a casa mia la partita la vedono a spizzichi e mozzichi, ovvero a intermittenza. A volte, ahimé, per noia, a volte perché, al contrario, “non gli regge il cuore”. Ed eccomi da sola sul letto di mio fratello, che ha dovuto comprarmi l’evento Sky (e faccio presente che la Luisona è più economica), a seguire attenta i balletti di Zuniga e a esultare a sproposito di qualche azione sfortunata (ma tanto chi mi sente). Intanto il neolaureato, nello studio, interpreta un mio rantolo come un goal della Juve, e mi chiede ragguagli, e mia madre viene a fumarsi la sigaretta proprio sul balcone alle mie spalle. Mio padre, poi, entra ogni tanto a fare qualche commento sul bimbo Insigne, che ricorderebbe sotto il suo fonendoscopio in un’età in cui si era più certi della sua scarsa statura che del suo futuro di attaccante. E magari lancia qualche seccia tipo: “Attenzione, è a questo punto della partita che cominciano a rubare”. E allora BAM! Due goal in 5 nanosecondi e io a bestemmiare in diverse lingue di origine incerta. Ma stavolta, va detto, furti niente.

In ogni caso, anche se la vostra situazione è migliore, anche se avete una postazione già assegnata sul divano e il numero della pizzeria memorizzato sul Blackberry (e poco importa se stasera vi è andata la margherita di traverso), la partita in compagnia vi farebbe bene. Si parla tanto d’isolamento, d’individualismo, di chiusura in se stessi, che sarebbe carino cominciare da queste piccole cose. Anche quando ci si rattrista tutti insieme, tra una battuta e due chiacchiere la serata un po’ s’appara.

Insomma, che il Bar Sport non sia relegato a istituzione da neoemigranti. Che torni a risplendere tra le nostre tradizioni migliori. E se qualcuno prova di nuovo a mangiarsi la Luisona, la difenderemo con le unghie e coi denti.