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Image result for sandwichez dinar de primera Ok, vi ho detto tutto del gruppo di scrittura della domenica: prima gli esercizi “psicologici”, poi il tentativo di truffa

Adesso non mi resta che raccontarvi una cosa che non c’entra niente: la vetrata sullo sfondo del bar che ci accoglie.

È come uno schermo gigante che dà su un angolo di strada, la stessa del mio cinema preferito. Il panorama domenicale – passanti ancora sbronzi, tre bidoni, la maglia leopardata di una prostituta cinese – è interrotto solo da un cartello rivolto alla clientela, che raffigura un pasto frugale – almeno per me! – e qualche bibita: qui, che mangiano pochetto, sarebbe un pranzo – pure un po’ caro – e infatti la scritta recita “Dinar de primera”, pranzo di prima classe, o di prima qualità, se preferite.

Un’altra componente del bar sono i borseggiatori, ma quello è dappertutto. Quasi chiunque entri in un bar del centro di Barcellona e ne esca quasi subito, magari trascinandosi dietro un giornale mezzo aperto, può giubilarsi il vostro cellulare o portafogli senza che ve ne accorgiate.

Immaginatevi, quindi, che mentre scriviamo sparsi tra i tavoli del bar vengano tre persone, due ragazze e un ragazzo, a chiedere l’elemosina, prima che la barista li mandi via.

“Attenzione, sono borseggiatori!” grida dal suo tavolo il più antipatico del gruppo di scrittura.

Come vi dicevo, il rischio c’è. Ma dare per scontato che tre giovani gitani siano borseggiatori mi fa chiedere cosa succederebbe se fossi io a dichiarare la mia città di origine, e avvicinarmi ai tavoli per un’informazione, magari senza il vestito Skunkfunk di seconda mano a darmi un’aria hipster.

“Magari non lo sono” mi limito a ribattere.

Il tipo viene punito dal fato, quando tutto il gruppo si raccoglie intorno al tavolo sovrastato dalla già menzionata scritta “Pranzo di prima classe”, e parte il giro di confronti su quanto scritto stavolta.

Quando tocca a lui, autoproclamatosi maestro di cerimonie in assenza dell’organizzatrice, alle sue spalle appare un uomo che spinge un carrello pieno di… rifiuti. Di questo parlo un po’ nel romanzo sul referendum catalano che leggerete numerosi (vero?) l’anno prossimo: robivecchi locali, di solito di origine gitana o straniera, a caccia di cianfrusaglie nell’immondizia, da riparare e/o rivendere. Il loro forte è el día de los trastos, cioè il giorno, che varia di quartiere in quartiere, in cui si buttano i mobili vecchi.

Facendo di necessità virtù, il nuovo arrivato si mette a frugare in un grande bidone dell’indifferenziato, proprio mentre il tizio arrogante, al di qua della vetrata, ci racconta delle sue prodezze: ha una pagina dedicata ai viaggi (il robivecchi fa leva sulle braccia e ficca la testa nel bidone), si occupa molto di tour “zaino in spalla” (l’atleta estrae dal bidone una scatola di cereali, e la usa per lasciare sollevato il coperchio), e si specializza soprattutto in offerte di viaggio, biglietti e quant’altro.

A questo punto, l’uomo alle sue spalle viene inghiottito dal bidone.

Le mie compagne di scrittura cominciano diligenti le domande al tipo del sito di viaggi, mentre io guardo ipnotizzata il tuffatore, fuori, che riemerge a metà busto dal bidone con: un paio di scarpe décollété in perfetto stato, e una camicia un po’ sgualcita di crêpe beige.

Quando, per fingere di stare attenta, comincio a chiedere a gran voce il link di questo sito di viaggi (pieno di consigli, immagino, per guardarsi dai borseggiatori!), l’atleta della domenica schizza fuori dal bidone, e mi rendo conto conto di due particolari insieme: è un uomo di una certa età, brizzolato ma dal fisico temprato da “tuffi” come quello; ha trovato una bellissima tovaglia di cotone a fiori, che adesso piega con la stessa grazia di mia zia Fortunatina, buonanima, che invano ha provato a iniziarmi a quell’arte paziente.

Dalla mia parte del vetro, gli astanti lasciano sospeso il discorso del tipo dei viaggi per squagliarsela uno a uno, congelati dall’aria condizionata.

Rimango per ultima – anche perché un ben più gentile compagno australiano voleva dritte per pubblicare, proprio da me! – ma presa dalla conversazione non penso a scattarvi la foto della vetrata per il post.

Se l’ho scritto, non è stato per proporre il salto nel bidone come disciplina olimpica, ma per sottolineare una cosa: checché dicano i giornali dell’emergenza criminalità a Barcellona, a quanto pare solo presunta, non sono soltanto i cellulari a sparire.

Quello di cui si sta facendo man bassa è la possibilità della gente con poche risorse economiche di mantenere un tenore di vita al di sopra della mera sopravvivenza, anche per l’aumento a dismisura degli affitti a fronte di stipendi che in dieci anni, scusatemi, non sono cambiati poi tanto.

Quindi, capisco che i giornali non avessero molto da pubblicare durante l’estate – nonostante lo stupore di accaniti lettori, quando parlo dell’epopea del Nie – e anch’io rimpiango i due cellulari e il portafogli spariti in due anni, con buona pace dell’amico che ha subito otto furti: però terrei anche in conto il furto enorme di tempo e risorse che presuppone spendere la metà di quello che guadagni nel buco in cui vivi. Specie se si tratta di un ripostiglio svuotato delle sue cianfrusaglie, e riciclato come stanza a trecento, trecentocinquanta più spese, ovviamente “senza finestra” (nota particolarità locale).

Chissà se le cianfrusaglie che conteneva questa stanza “di prima classe” vengono abbandonate in un bidone, in attesa del nostro amico tuffatore.

(Ok, lui ahimè non è di Barcellona, ma la cover è della “barcellonese d’adozione” Shakira, e poi lo amo).

 

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Image result for ruined house Per la serie “voliamo basso”, ho pensato a Harper Lee. All’unica cosa che abbiamo in comune: a un certo punto, ancora da esordiente, lei si è potuta dedicare unicamente alla scrittura.

Nel suo caso è stato grazie al patrocinio di amici lungimiranti, e per la fortuna del mondo.

Nel mio caso, la fortuna è unicamente… mia, appunto. Anche se prossimamente parlerò anche qui del mio libro uscito in ebook e in cartaceo. Quanto al piano per potermi dedicare solo alla scrittura, ci sto lavorando.

Ieri, per esempio, mi sono ritrovata seduta alla destra di un notaio dall’età apparente di quindici anni, in servizio da due giorni, e alle prese con la prima compravendita della sua vita: vendevo casa. Lo assisteva suo padre pensionato da poco, un tipo di “capaciello” (maschio alfa) locale che a un certo punto dubitava che risiedessi a Barcellona, “essendo italiana”. L’amico agente immobiliare, che ormai è il mio angelo custode, gli ha fatto notare che il mio Nie era verde, “dunque non c’erano dubbi”. Non è così semplice, ma la stessa argomentazione, cinque anni fa, mi stava costando il blocco del conto corrente spagnolo perché ancora mantenevo quello italiano: dunque mi sembra giusto che, in questo caso, mi abbia salvata. Il notaio jr ci chiedeva nelle pause “come stava andando”, sostenuto da sorella e zia a loro volta impiegate là, e nei momenti ufficiali traduceva tutte le cifre in inglese, a beneficio dell’affascinante compratore: un londinese di origine araba a cui alla fine ho augurato “Good luck”, senza che si facesse ‘na domanda. Ma avevo fornito almeno due verbali delle riunioni di condominio, e la mia coscienza era a posto.

È anche vero che in quei sofferti resoconti non compariva la misteriosa storia di bambole voodoo che mi aveva ricordato, nell’ultimo addio, l’amministratore. Ma non era il mio, il pianerottolo su cui i feticci erano stati depositati per fare dispetto a una vicina. Io possedevo solo il balcone su cui era precipitata una suicida – o forse l’avevano spinta. Credevo che l’amministratore ne avesse abbastanza di me quanto io di lui, e invece aveva dichiarato che, se ce ne andavamo io e “l’altro normale del palazzo”, che pure voleva vendere, si sentiva avvilito. Nella sua carriera di gestore condominiale, non aveva mai visto una cosa del genere.

Io sì, come sapete voi che assistete allo spettacolo surrealista che può diventare la mia vita. Infatti, la sera prima della visita al notaio, ero reduce da un trasloco anticipato di due settimane, ed ero andata a respirare un momento nel bar dove partecipo al pub quiz.

Anche il barista era in vena di svolte. Parlava d’investire una forte somma per offrire un menù vero e proprio, assumere personale, organizzare una seconda inaugurazione… Voleva farlo tutto in una volta, invece d’introdurre novità a poco a poco come aveva fatto finora, con risultati alterni.

Ecco cosa fa un laureato in marketing, avevo pensato. Non come me, che credevo davvero che tanti cambiamenti si potessero assimilare un po’ per volta nella mia vita.

Però gliel’avevo detto: stai tranquillo, tanto non avrai mai l’ultima parola. Io sono mesi che rischio il trapianto di fegato per tenere tutto sotto controllo, e alla fine c’è sempre una sessantenne filippina che occupa l’appartamento sopra al mio, e poi minaccia di farmi piovere in testa. Oppure un signore coreano prima accetta di vendermi casa coi mobili dentro, e poi cerca di sottrarmi una poltrona IKEA, in cambio di un pranzo nel suo ristorante.

Ed è una costante, per me, affrontare tutto ciò circondata da gente che non capisce cosa io stia facendo: almeno, a ‘sto giro, non mi disprezzano troppo, per il fatto di pensare un po’ a me. Non apertamente.

Allora taccio e spero che, prima o poi, troviamo pace sia io che quell’appartamento sgarrupatissimo che non ho saputo trasformare in casa.

Il buio oltre la siepe sono costretta, purtroppo, a lasciarlo a qualcun’altra.

 

 

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“Quando la tua insalata ti racconta le barzellette”

Nell’eterna sindrome premestruale che è la mia vita, vi confesso un’idiosincrasia di più: il mio fastidio per l’insalata.

Adesso non mi riferisco alla pietanza in particolare, anche se è vero che io sono la schifezza dei vegani, e la detesto quasi quanto la frutta.

In questo caso parlo però dell’insalata che vendono in quei bar carucci in tutti i sensi (ma sempre meglio di Starbucks) in cui vado a prendermi i miei tè intrugliosi e a scrivere, il pomeriggio.

Le mie orecchie vengono affinate in modi strani dai mastini premestruali che mi dilaniano la pancia, e sono dunque molto sensibili al raspare di forchetta in piatti finto-rétro: è l’inequivocabile ricerca delle ultime foglioline unte, sfuggite ai denti d’acciaio. Quelli della forchetta, non della cliente. Che spesso è sola, seduta su un cuscino imbottito, col culo ben coperto da maglie “strategiche” di cui, a mio modesto parere, non avrebbe bisogno neanche se seguisse alla lettera le norme della pressione estetica.

Tra un momento pagherà dai sei ai dieci euro quell’insieme di verdure crude che, al supermercato, avrebbero superato l’euro solo se fossero state “gourmet” (?). Lo so che in un locale come quello paghi anche il condimento (che di Gourmet ha solo la marca discount dell’olio), la playlist stilosa, le lucine da party inglese, e un po’ addirittura il personale: ma che ci volete fare, quando accanto a me si siedono degli uomini è quasi sempre una festa. Mi arriva odore di pizza. Di lasagna. Roba che o si mangia con le mani o si taglia di netto, senza raspare. Scrivo contenta anche se già so che, 9 su 10, di pizza e lasagna quella roba avrà giusto l’odore.

In compenso, difficilmente mi si siede accanto un uomo con un gelato alla fragola. O al mirtillo. Non so neanche se ne sono coscienti, del curioso spettro di colori spenti che accompagna i loro gusti, e d’altronde la mia esperienza non ha valore statistico.

Comunque, tranquilli: anche se i mastini dovessero cominciare a maciullarmi le ossa, non prenderò mai una pistola per costringere le clienti del bar a ordinare pizza e lasagna, e gli uomini in sala a gustarsi il gelato ai mirtilli.

Però continuo a sospettare che, nelle piccole e grandi questioni, potremmo imparare un sacco gli uni dalle altre. Perché non si tratta di costringere l’altro a privarsi delle stesse cose nostre: siamo noi che dobbiamo godere in egual misura di quelle altrui.

Io, nel dubbio, torta al cioccolato.

 

Cocktail verde con ombrellino: Midori sour, a base di liquore al melone

Da winedharma.com

Non “se”: il punto è “perché”, sono felice.

Grazie al ca’, direte voi: è agosto, e perfino la tua alunna più secchiona è attaccata come una cozza a uno scoglio o a un ventilatore.

Ok, ma per essere felici non basta NON fare qualcosa (tipo lavorare per due soldi). Anche se in effetti aiuta scrollarsi di dosso i progetti iniziati in modo leggero, e finiti tipo a ristrutturare la Grande Muraglia.

Vi do un indizio: si tratta di FARE, qualcosa.

No, ancora non ho comprato quella reggia sul mare con amaca in terrazzo, e Kim Rossi Stuart ignora sempre la mia esistenza (a meno che non ricordi con fastidio la quattordicenne che s’infilò dietro le quinte di un suo spettacolo…).

Per fortuna, però, sono diverse le cose che ci rendono felici, e una o due sono a portata di mano.

Oggi ho le prove che farne una ogni giorno cambia la vita, in meglio.

Perché sto scrivendo ogni giorno: mi costruisco da me i mondi che voglio abitare. Oppure metto su mondi orribili e ci mando ad abitare altri, che m’invento di sana pianta. La cazzimma dà le sue soddisfazioni.

Poi chiudo il quaderno o il foglio Word, e guardo un po’ in faccia il mondo mio: vi assicuro, ci guadagna. Di sicuro ci guadagna anche il bar dove vado a prendermi bibite sovrapprezzo intanto che scrivo tutta ‘sta roba! Ma sono soldi ben spesi: è una reazione a catena.

Infatti torno a casa più contenta, e più paziente verso mio padre, che quindi evita di chiedermi per la quinta volta come si dica “momento” in spagnolo (spoiler: si dice uguale). Allora mamma, non sentendoci litigare, sopporta meglio il caldo di questi giorni. Così non si mette a cacciare le farfalle che hanno trasformato la mia cucina in un luogo d’appuntamenti, e circolano in lussuriosi rombi a due teste che sfuggono ai nostri tentativi di fare da buoncostume.

Inso’, se anche uno solo di noi fa quello che ama, stanno tutti meglio, farfalle arrapate comprese: come suggerisce nonno Watzlawick, se introduci un elemento nuovo, l’intera situazione cambia.

Adesso tocca a voi.