Archivio degli articoli con tag: bar

Ricapitolando: sabato i No-Vax erano fuori alla Cattedrale, i cantaores di flamenco erano fuori a un vascio, e io ero al TG.

Un sabato qualunque, un sabato catalano.

Soprattutto, c’era il Napoli al Camp Nou, ma giocava a porte chiuse.

Andiamo con ordine. No-Vax fuori alla Cattedrale: immaginatemi attraversare di pomeriggio questa folla di persone senza mascherina, azzeccate tra loro con la colla, che chiedevano a gran voce Libertad. Uh, indipendentisti a babordo, ho pensato lì per lì. Ma no, la piccola folla non esibiva bandiere, e invocare la libertà in spagnolo non è certo una consuetudine indepe. C’erano giusto due cartelli, e lì ho cominciato a capire: uno diceva “la salute è dentro di noi” (… solo che è sbagliata, mi sarebbe venuto da aggiungere con la penna che avevo in borsa) e “vogliono venderci il vaccino“. Quale? A questo stadio (chiedo sul serio) non ci staranno ancora morendo su centinaia di coniglietti?

Mi sono allontanata in fretta per non prendere nessuno a capate in bocca, e sono finita alla Barceloneta. Dio, no, il flamenco no, ho pensato mentre mi inoltravo in un vicolo e riconoscevo i primi, ehm, ululati tipici di quello stile canoro. È che nei quartieri turistici questa musica rischia di diventare una baracconata senza fine: uno spettacolo troppo caro, specie se scopriamo quanto del prezzo del biglietto vada davvero al complesso musicale. Una pantomima improvvisata a uso e consumo di gente di passaggio che, per qualche oscuro motivo, finisce per associarla al reggaeton e al sombrero messicano.

Macché, mi sono dovuta correggere subito: a suonare ci pensavano tre tizi seduti davanti a quello che a Napoli si chiamerebbe un vascio e che qui, più o meno, si pronuncia uguale. Un appartamento al piano terra, insomma. I due seduti ai lati erano più giovani, uno suonava il cajón. Quello al centro era più anziano e rantolava deliziosamente in versi cadenzati, raccontando non so che dramma a beneficio di due ragazze appostate a loro volta davanti al vascio di fronte (un amico che vive a Granada sostiene che i cantaores esperti ricaverebbero poesia anche da un paio di lacci rotti). Mi sono fermata ad ascoltare, sicura che le mie zampe di gallina tradissero il sorrisone che facevo sotto la mascherina di colore azzurro (ci torneremo). Poi ho cacciato tra i denti un pudico, pacato “olé”: si fa come in Italia, solo che la “l” è un po’ più gutturale, e la “e” finale, almeno in Catalogna, mi suona quasi come una schwa.

Bello vedere gente che si riunisca a cantare flamenco così, perché le gira, ed è bello non dover ribadire che il flamenco non è tipico di queste altitudini, che è roba di giù: spiegatelo all’immigrazione andalusa, e al popolo gitano che l’ha ballato a lungo in queste strade che sono terribilmente vicine al Somorrostro di Carme Amaya.

Ma dicevo della mascherina azzurra: sembrava fatto apposta, ma le mascherine me le hanno sempre passate inquilino e coinquilino. Tutte azzurre. E indossando una delle più fluo, quella mattina ero finita fuori al Camp Nou, a straparlare del Napoli a beneficio di un giornalista del TG2, in compagnia del proprietario del Bar Blau (letteralmente, il Bar Azzurro): Diego parlava davvero di calcio, io invece ricordavo il trofeo Gamper di nove anni fa, e il meraviglioso gol di Cavani che ci aveva fatti volare dalle sedie, pochi secondi prima che lo annullassero.

Allora avevo le idee confuse sulla mia identità: tifavo pure un po’ Barça (ma mi è passata) e mi stavo per prendere il D di catalano, ai tempi il certificato di livello più alto se non ti occupavi di Filologia. Adesso mi sto scordando qualsiasi lingua io abbia mai parlato, soprattutto il catalano (ma solo perché sono asociale) e ho capito finalmente cosa sono: panpolide, che suona come un piatto di tapas e invece è tipo apolide, ma in versione hipster. Alessandro Barbero sostiene qui che la Catalogna carolingia fosse già più europea del resto della penisola iberica. Da qualche altra parte ho letto invece che buona parte del Sud Italia avrebbe più cose in comune con il resto del Mediterraneo che con il Nord.  Sono subcontinenti a parte? Boh, comunque bene così. Io mi sento tutte queste terre nelle vene, nei ricordi, e anche nelle zampe di gallina di cui sopra, che mi sono fatta sorridendo “troppo” (secondo un vicino pakistano del Raval) in tutti i miei spostamenti, tra Inghilterra e Sicilia. E mi piace così.

In televisione hanno tagliato la stragrande maggioranza delle minchiate che ho detto, in quello che potrebbe essere l’unico caso recente di donna messa a tacere perché davvero non capiva niente dell’argomento in questione: il calcio. Che volete. Prima di queste giocatrici, che ci hanno tolto gli schiaffi da faccia, ho trovato spesso divertente come le donne delle mie zone fossero in qualche modo escluse da una parte importante della propria cultura: tifose anche più sfrenate degli uomini, senza mai la possibilità di diventare “come Maradona” (oggi “come Messi”, se proprio ci tengono!) e a volte senza aver  mai dato un calcio al Super Santos. Con l’amico che mi aveva messo in contatto col giornalista del TG, e che era con noi al Camp Nou a registrare l’intervista, ci divertivamo della nostra incapacità di riconoscere i tre giocatori su cinque dei manifesti che sovrastavano gli ingressi: “però due sono boni”, commentava l’amico, che ha una bellissima bambina col compagno. Oh, a una certa si può scegliere cosa assimilare della propria cultura e cosa no.

Al ritorno in motorino con Diego del Blau, che andava piano perché avvertiva la mia presa angosciata alle sue spalle, riflettevamo sui locali che non aprivano più, messi in ginocchio dalla quarantena o troppo specializzati in turismo per sopravvivere a “incidenti di percorso” come una pandemia. Diego, che a quanto ho capito vive in un appartamentino al di sopra del suo bar, è stato bravo e lungimirante a diventare un abitante in più della zona: quello che parla catalano, propone piatti del giorno italo-catalani, e organizza in prima persona la festa del quartiere. Non è un obbligo fare così, e io, ribadisco, sono la prima asociale. Ma quella sera stessa, proprio nel Blau, mentre il Napoli portava a casa almeno un gol, Alessandro del Napoli Fan Club di Barcellona spiegava allo stesso giornalista che avevo incontrato quella mattina che a Barcellona e dintorni c’era un’incredibile presenza di gente di Napoli, e negozi napoletani. Aiuterebbe un sacco diventare una realtà del quartiere invece di un’enclave, di un negozio che vende pizzette lievitate male o arancini surgelati, e il giorno dopo magari ha già ceduto l’attività, come fanno sul serio alcuni sensali della comunità italiana.

Certo, questo non salva dalla bancarotta. Però aiuta assai, o almeno così mi sono detta sabato sera in un Bar Blau che era finanche affollato, nei limiti consentiti dalle misure di sicurezza.

E gli Squallor, subito messi su da Diego a partita finita, erano là a confermarmi che quella di mischiarci tra noi è proprio la strada giusta.

 

Qui il secondo servizio:

http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-4f62ad24-fafa-4634-a676-1ce558730d65.html?fbclid=IwAR0MfyZefjWBWEe4HvUgBJUzUDJIs8W8wujERUXOZ2grXaUi5GNxXuFCPy0

Qui, scusate, momento mandolino:

 

 

 

 

Image result for sandwichez dinar de primera Ok, vi ho detto tutto del gruppo di scrittura della domenica: prima gli esercizi “psicologici”, poi il tentativo di truffa

Adesso non mi resta che raccontarvi una cosa che non c’entra niente: la vetrata sullo sfondo del bar che ci accoglie.

È come uno schermo gigante che dà su un angolo di strada, la stessa del mio cinema preferito. Il panorama domenicale – passanti ancora sbronzi, tre bidoni, la maglia leopardata di una prostituta cinese – è interrotto solo da un cartello rivolto alla clientela, che raffigura un pasto frugale – almeno per me! – e qualche bibita: qui, che mangiano pochetto, sarebbe un pranzo – pure un po’ caro – e infatti la scritta recita “Dinar de primera”, pranzo di prima classe, o di prima qualità, se preferite.

Un’altra componente del bar sono i borseggiatori, ma quello è dappertutto. Quasi chiunque entri in un bar del centro di Barcellona e ne esca quasi subito, magari trascinandosi dietro un giornale mezzo aperto, può giubilarsi il vostro cellulare o portafogli senza che ve ne accorgiate.

Immaginatevi, quindi, che mentre scriviamo sparsi tra i tavoli del bar vengano tre persone, due ragazze e un ragazzo, a chiedere l’elemosina, prima che la barista li mandi via.

“Attenzione, sono borseggiatori!” grida dal suo tavolo il più antipatico del gruppo di scrittura.

Come vi dicevo, il rischio c’è. Ma dare per scontato che tre giovani gitani siano borseggiatori mi fa chiedere cosa succederebbe se fossi io a dichiarare la mia città di origine, e avvicinarmi ai tavoli per un’informazione, magari senza il vestito Skunkfunk di seconda mano a darmi un’aria hipster.

“Magari non lo sono” mi limito a ribattere.

Il tipo viene punito dal fato, quando tutto il gruppo si raccoglie intorno al tavolo sovrastato dalla già menzionata scritta “Pranzo di prima classe”, e parte il giro di confronti su quanto scritto stavolta.

Quando tocca a lui, autoproclamatosi maestro di cerimonie in assenza dell’organizzatrice, alle sue spalle appare un uomo che spinge un carrello pieno di… rifiuti. Di questo parlo un po’ nel romanzo sul referendum catalano che leggerete numerosi (vero?) l’anno prossimo: robivecchi locali, di solito di origine gitana o straniera, a caccia di cianfrusaglie nell’immondizia, da riparare e/o rivendere. Il loro forte è el día de los trastos, cioè il giorno, che varia di quartiere in quartiere, in cui si buttano i mobili vecchi.

Facendo di necessità virtù, il nuovo arrivato si mette a frugare in un grande bidone dell’indifferenziato, proprio mentre il tizio arrogante, al di qua della vetrata, ci racconta delle sue prodezze: ha una pagina dedicata ai viaggi (il robivecchi fa leva sulle braccia e ficca la testa nel bidone), si occupa molto di tour “zaino in spalla” (l’atleta estrae dal bidone una scatola di cereali, e la usa per lasciare sollevato il coperchio), e si specializza soprattutto in offerte di viaggio, biglietti e quant’altro.

A questo punto, l’uomo alle sue spalle viene inghiottito dal bidone.

Le mie compagne di scrittura cominciano diligenti le domande al tipo del sito di viaggi, mentre io guardo ipnotizzata il tuffatore, fuori, che riemerge a metà busto dal bidone con: un paio di scarpe décollété in perfetto stato, e una camicia un po’ sgualcita di crêpe beige.

Quando, per fingere di stare attenta, comincio a chiedere a gran voce il link di questo sito di viaggi (pieno di consigli, immagino, per guardarsi dai borseggiatori!), l’atleta della domenica schizza fuori dal bidone, e mi rendo conto conto di due particolari insieme: è un uomo di una certa età, brizzolato ma dal fisico temprato da “tuffi” come quello; ha trovato una bellissima tovaglia di cotone a fiori, che adesso piega con la stessa grazia di mia zia Fortunatina, buonanima, che invano ha provato a iniziarmi a quell’arte paziente.

Dalla mia parte del vetro, gli astanti lasciano sospeso il discorso del tipo dei viaggi per squagliarsela uno a uno, congelati dall’aria condizionata.

Rimango per ultima – anche perché un ben più gentile compagno australiano voleva dritte per pubblicare, proprio da me! – ma presa dalla conversazione non penso a scattarvi la foto della vetrata per il post.

Se l’ho scritto, non è stato per proporre il salto nel bidone come disciplina olimpica, ma per sottolineare una cosa: checché dicano i giornali dell’emergenza criminalità a Barcellona, a quanto pare solo presunta, non sono soltanto i cellulari a sparire.

Quello di cui si sta facendo man bassa è la possibilità della gente con poche risorse economiche di mantenere un tenore di vita al di sopra della mera sopravvivenza, anche per l’aumento a dismisura degli affitti a fronte di stipendi che in dieci anni, scusatemi, non sono cambiati poi tanto.

Quindi, capisco che i giornali non avessero molto da pubblicare durante l’estate – nonostante lo stupore di accaniti lettori, quando parlo dell’epopea del Nie – e anch’io rimpiango i due cellulari e il portafogli spariti in due anni, con buona pace dell’amico che ha subito otto furti: però terrei anche in conto il furto enorme di tempo e risorse che presuppone spendere la metà di quello che guadagni nel buco in cui vivi. Specie se si tratta di un ripostiglio svuotato delle sue cianfrusaglie, e riciclato come stanza a trecento, trecentocinquanta più spese, ovviamente “senza finestra” (nota particolarità locale).

Chissà se le cianfrusaglie che conteneva questa stanza “di prima classe” vengono abbandonate in un bidone, in attesa del nostro amico tuffatore.

(Ok, lui ahimè non è di Barcellona, ma la cover è della “barcellonese d’adozione” Shakira, e poi lo amo).

 

Image result for ruined house Per la serie “voliamo basso”, ho pensato a Harper Lee. All’unica cosa che abbiamo in comune: a un certo punto, ancora da esordiente, lei si è potuta dedicare unicamente alla scrittura.

Nel suo caso è stato grazie al patrocinio di amici lungimiranti, e per la fortuna del mondo.

Nel mio caso, la fortuna è unicamente… mia, appunto. Anche se prossimamente parlerò anche qui del mio libro uscito in ebook e in cartaceo. Quanto al piano per potermi dedicare solo alla scrittura, ci sto lavorando.

Ieri, per esempio, mi sono ritrovata seduta alla destra di un notaio dall’età apparente di quindici anni, in servizio da due giorni, e alle prese con la prima compravendita della sua vita: vendevo casa. Lo assisteva suo padre pensionato da poco, un tipo di “capaciello” (maschio alfa) locale che a un certo punto dubitava che risiedessi a Barcellona, “essendo italiana”. L’amico agente immobiliare, che ormai è il mio angelo custode, gli ha fatto notare che il mio Nie era verde, “dunque non c’erano dubbi”. Non è così semplice, ma la stessa argomentazione, cinque anni fa, mi stava costando il blocco del conto corrente spagnolo perché ancora mantenevo quello italiano: dunque mi sembra giusto che, in questo caso, mi abbia salvata. Il notaio jr ci chiedeva nelle pause “come stava andando”, sostenuto da sorella e zia a loro volta impiegate là, e nei momenti ufficiali traduceva tutte le cifre in inglese, a beneficio dell’affascinante compratore: un londinese di origine araba a cui alla fine ho augurato “Good luck”, senza che si facesse ‘na domanda. Ma avevo fornito almeno due verbali delle riunioni di condominio, e la mia coscienza era a posto.

È anche vero che in quei sofferti resoconti non compariva la misteriosa storia di bambole voodoo che mi aveva ricordato, nell’ultimo addio, l’amministratore. Ma non era il mio, il pianerottolo su cui i feticci erano stati depositati per fare dispetto a una vicina. Io possedevo solo il balcone su cui era precipitata una suicida – o forse l’avevano spinta. Credevo che l’amministratore ne avesse abbastanza di me quanto io di lui, e invece aveva dichiarato che, se ce ne andavamo io e “l’altro normale del palazzo”, che pure voleva vendere, si sentiva avvilito. Nella sua carriera di gestore condominiale, non aveva mai visto una cosa del genere.

Io sì, come sapete voi che assistete allo spettacolo surrealista che può diventare la mia vita. Infatti, la sera prima della visita al notaio, ero reduce da un trasloco anticipato di due settimane, ed ero andata a respirare un momento nel bar dove partecipo al pub quiz.

Anche il barista era in vena di svolte. Parlava d’investire una forte somma per offrire un menù vero e proprio, assumere personale, organizzare una seconda inaugurazione… Voleva farlo tutto in una volta, invece d’introdurre novità a poco a poco come aveva fatto finora, con risultati alterni.

Ecco cosa fa un laureato in marketing, avevo pensato. Non come me, che credevo davvero che tanti cambiamenti si potessero assimilare un po’ per volta nella mia vita.

Però gliel’avevo detto: stai tranquillo, tanto non avrai mai l’ultima parola. Io sono mesi che rischio il trapianto di fegato per tenere tutto sotto controllo, e alla fine c’è sempre una sessantenne filippina che occupa l’appartamento sopra al mio, e poi minaccia di farmi piovere in testa. Oppure un signore coreano prima accetta di vendermi casa coi mobili dentro, e poi cerca di sottrarmi una poltrona IKEA, in cambio di un pranzo nel suo ristorante.

Ed è una costante, per me, affrontare tutto ciò circondata da gente che non capisce cosa io stia facendo: almeno, a ‘sto giro, non mi disprezzano troppo, per il fatto di pensare un po’ a me. Non apertamente.

Allora taccio e spero che, prima o poi, troviamo pace sia io che quell’appartamento sgarrupatissimo che non ho saputo trasformare in casa.

Il buio oltre la siepe sono costretta, purtroppo, a lasciarlo a qualcun’altra.

 

 

Image result for los chistes que me cuenta la ensalada

“Quando la tua insalata ti racconta le barzellette”

Nell’eterna sindrome premestruale che è la mia vita, vi confesso un’idiosincrasia di più: il mio fastidio per l’insalata.

Adesso non mi riferisco alla pietanza in particolare, anche se è vero che io sono la schifezza dei vegani, e la detesto quasi quanto la frutta.

In questo caso parlo però dell’insalata che vendono in quei bar carucci in tutti i sensi (ma sempre meglio di Starbucks) in cui vado a prendermi i miei tè intrugliosi e a scrivere, il pomeriggio.

Le mie orecchie vengono affinate in modi strani dai mastini premestruali che mi dilaniano la pancia, e sono dunque molto sensibili al raspare di forchetta in piatti finto-rétro: è l’inequivocabile ricerca delle ultime foglioline unte, sfuggite ai denti d’acciaio. Quelli della forchetta, non della cliente. Che spesso è sola, seduta su un cuscino imbottito, col culo ben coperto da maglie “strategiche” di cui, a mio modesto parere, non avrebbe bisogno neanche se seguisse alla lettera le norme della pressione estetica.

Tra un momento pagherà dai sei ai dieci euro quell’insieme di verdure crude che, al supermercato, avrebbero superato l’euro solo se fossero state “gourmet” (?). Lo so che in un locale come quello paghi anche il condimento (che di Gourmet ha solo la marca discount dell’olio), la playlist stilosa, le lucine da party inglese, e un po’ addirittura il personale: ma che ci volete fare, quando accanto a me si siedono degli uomini è quasi sempre una festa. Mi arriva odore di pizza. Di lasagna. Roba che o si mangia con le mani o si taglia di netto, senza raspare. Scrivo contenta anche se già so che, 9 su 10, di pizza e lasagna quella roba avrà giusto l’odore.

In compenso, difficilmente mi si siede accanto un uomo con un gelato alla fragola. O al mirtillo. Non so neanche se ne sono coscienti, del curioso spettro di colori spenti che accompagna i loro gusti, e d’altronde la mia esperienza non ha valore statistico.

Comunque, tranquilli: anche se i mastini dovessero cominciare a maciullarmi le ossa, non prenderò mai una pistola per costringere le clienti del bar a ordinare pizza e lasagna, e gli uomini in sala a gustarsi il gelato ai mirtilli.

Però continuo a sospettare che, nelle piccole e grandi questioni, potremmo imparare un sacco gli uni dalle altre. Perché non si tratta di costringere l’altro a privarsi delle stesse cose nostre: siamo noi che dobbiamo godere in egual misura di quelle altrui.

Io, nel dubbio, torta al cioccolato.

 

Cocktail verde con ombrellino: Midori sour, a base di liquore al melone

Da winedharma.com

Non “se”: il punto è “perché”, sono felice.

Grazie al ca’, direte voi: è agosto, e perfino la tua alunna più secchiona è attaccata come una cozza a uno scoglio o a un ventilatore.

Ok, ma per essere felici non basta NON fare qualcosa (tipo lavorare per due soldi). Anche se in effetti aiuta scrollarsi di dosso i progetti iniziati in modo leggero, e finiti tipo a ristrutturare la Grande Muraglia.

Vi do un indizio: si tratta di FARE, qualcosa.

No, ancora non ho comprato quella reggia sul mare con amaca in terrazzo, e Kim Rossi Stuart ignora sempre la mia esistenza (a meno che non ricordi con fastidio la quattordicenne che s’infilò dietro le quinte di un suo spettacolo…).

Per fortuna, però, sono diverse le cose che ci rendono felici, e una o due sono a portata di mano.

Oggi ho le prove che farne una ogni giorno cambia la vita, in meglio.

Perché sto scrivendo ogni giorno: mi costruisco da me i mondi che voglio abitare. Oppure metto su mondi orribili e ci mando ad abitare altri, che m’invento di sana pianta. La cazzimma dà le sue soddisfazioni.

Poi chiudo il quaderno o il foglio Word, e guardo un po’ in faccia il mondo mio: vi assicuro, ci guadagna. Di sicuro ci guadagna anche il bar dove vado a prendermi bibite sovrapprezzo intanto che scrivo tutta ‘sta roba! Ma sono soldi ben spesi: è una reazione a catena.

Infatti torno a casa più contenta, e più paziente verso mio padre, che quindi evita di chiedermi per la quinta volta come si dica “momento” in spagnolo (spoiler: si dice uguale). Allora mamma, non sentendoci litigare, sopporta meglio il caldo di questi giorni. Così non si mette a cacciare le farfalle che hanno trasformato la mia cucina in un luogo d’appuntamenti, e circolano in lussuriosi rombi a due teste che sfuggono ai nostri tentativi di fare da buoncostume.

Inso’, se anche uno solo di noi fa quello che ama, stanno tutti meglio, farfalle arrapate comprese: come suggerisce nonno Watzlawick, se introduci un elemento nuovo, l’intera situazione cambia.

Adesso tocca a voi.