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Per dare un po’ di spazio anche a mamma. E dimostrare che la “purezza italica” è vera quanto le fragole a dicembre

Nella puntata precedente avevo portato mio padre a fare un aperitivo, cosa per lui del tutto inusuale, e come regalo di compleanno non gli avevo detto cosa stessi scrivendo: un saggio su come gestire un’annosa voglia di maternità, se all’improvviso ti ritrovi single a trentott’anni.

C’è un aggiornamento: ieri abbiamo ripetuto la scena e, quando mio padre si è lamentato perché “Quella coppia lì ha due figli e i miei ragazzi nessuno!”, gli ho spiegato dei quaderni. Terrorizzato dall’opzione “assenza di un padre” (d’altronde appartiene a una generazione di cambiatori seriali di pannolini, e rinomati chef di pappe), il mio premuroso genitore mi ha suggerito diverse strade alternative:

  • trovarmi uno mommo’, tanto “bastano sei mesi” (sic) a decidersi per una vita insieme;
  • mandare l’email a un povero ex che piuttosto che figliare preferirebbe il colera, arruolandolo per l’impresa: lui sarebbe stato senz’altro entusiasta. Cuore di papà.

Passando davanti a una casa ristrutturata da poco, mi ha detto:

“Forse qui abitava l’unico compagno tuo che aveva un progetto di vita ‘normale’? Quello che un altro po’ si sposa…”.

Grazie, papà.

“Eh, ma si metteva con tipe troppo strane”.

“E allora andavi benissimo!”.

“Troppo strane anche per me”.

Ha pagato i nostri aperitivi in silenzio, rifiutando la mia dieci euro già pronta rispetto al suo fascio di banconote, arrotolato male.

In realtà prima di uscire avevo visto una bambina bellissima, che una mamma già ce l’ha e che per fortuna, mi pare di capire, si è salvata con lei. Perché era Fatima, cinque mesi, a bordo di Mediterranea, la nave sequestrata ieri a Lampedusa.

Non posto l’immagine, perché mi sono ricordata dell’osservazione di un fotografo: i bambini africani hanno più probabilità di essere schiaffati dappertutto a figura intera, e senza autorizzazione dei genitori, perché non ci sono leggi in merito nei loro paesi.

Ho messo dunque la foto di una bimba bianca un po’ stagionata, che attacca una possibile immigrata: tornatene a casa tua, qui siamo ariani!

Ok, siamo io e mia madre.

Che, fedele alla linea dell’altra volta, se n’è rimasta a casa e ci ha lasciati ai nostri deliri.

Capirete che per me è commovente che al mondo esistano meraviglie come Fatima, visto e considerato che, per farne una io, al massimo posso mandare una mail all’ex di cui sopra, nella speranza che replichi con una foto della sua faccia. E allora mi chiedo: perché non siamo tutti là a salvarla dall’acqua, invece di augurarle la morte?

E so la risposta: perché l’idea fraudolenta che passa è che c’è un problema di sovraffollamento, quando la distribuzione dei migranti in Europa è diversa da quella che ci figuriamo. E la gente senza lavoro, né prospettiva di trovarne tramite i suoi leader, diventa feroce o anche solo un po’ stronza (penso a tutte le notizie false della storia, da quella degli untori al grasso di maiale e di vacca per le munizioni dei sepoy “britannici”).

Tuttavia, siccome ci crediamo “brava gente”, magari questa foto-meteora di Fatima che ho visto circolare aprirà coscienze. D’altronde, “cuccioli e tette” erano le nostre pubblicità, secondo una definizione inglese.

O almeno così giura il tipo che ieri s’è preso l’aperitivo con me. E che, niente, proprio non riesce ad accettare “qualcosa da stuzzicare”.

Dice che fa troppo caldo.

 

(Omaggio a Joao Gilberto, un altro che veniva da un paese etnicamente puro)

 

 

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ramboImmaginate la scena.

Siete a Barcellona a una bella festa, soddisfatti ma stanchissimi. Le canzoni demenziali hanno appena ceduto il posto a Marisol, c’è così tanta gente che non si respira e la vostra amica continua a non credere che il cugino bello di Rambo, davanti a lei, sia gay.

A quel punto, tutto ciò che vorreste fare è tornare a casa, al massimo fare una capatina al baretto all’angolo per commentare il Barça coi vicini…

Quando chiama lei.

L’amica straniera della tua amica. Quella che non sa un cazzo delle strade del Raval, perché ad andarci sola Dio scampi, ma vuole proprio raggiungervi.

Solo che ha degli amici al seguito. Connazionali in visita, carichi di gingilli del Barça e foto della Sagrada Família.

E, udite udite, vogliono mangiare paella. Alle 20 di domenica sera.

Il vostro istinto di conservazione vi dice solo fuje sempe tu. Gli occhioni da cerbiatta della vostra amica dicono “Mica mi lasci sola, vero?”.

Così proponete:

– Vabbe’, ti accompagno dai tuoi amici e poi vado a casa. Dove stanno?

– In questo momento, in Plaça Catalunya con Raval.

Perfetto. Sorvoliamo sulle indicazioni spagnole senza traverse, senza preposizioni (epic win: “ci vediamo nell’Arc de Triomf”, e stavano a 10 metri di distanza dall’arco). Ma Plaça Catalunya, facendo mente locale, è circondata sempre e solo da Gotico ed Eixample. Staranno nel Pelayo?

– Non so – rettifica l’amica – dice che ora stanno nella prima strada del Raval a destra.

La prima… No, questo concetto ve lo dovete segnare. Anche l’amica che propone “Boh, andiamogli incontro, prima o poi li troviamo”. E ripensate a Peppino che in Piazza Duomo a Milano propone: “È la piazza principale? Sediamoci qui, quella qua passa“.

Ma quando già state su Joaquim Costa arriva un altro Whatsapp: “siamo in c. Hospital“.

Ora, a meno che non volino su scope di saggina o abbiano inventato il teletrasporto, all’hospital ce li mandereste voi.

Ma volete aver fiducia nel prossimo, quindi riuscite a portare l’amica nel punto indicato, ancor prima del messaggio “Ora siamo fuori al Macba“. Ok. Sono i Cullen di Twilight.

– Senti, si fermassero lì e non si muovessero, se no succede.

Peccato che in spagnolo “succede”, senza soggetto, non rende l’idea. Ma eccoli lì, i nostri eroi, in attesa tra gli skater di Plaça dels Àngels, che purtroppo continuano a scansarli.

Ora fate un respiro profondo, dite om shanti e spiegate che la paella di domenica sera, a Barcellona, solo surgelata può essere.

A meno che…

– Scusi – chiedono 10 minuti dopo al cameriere della Xaica – El Bastió Blaugrana – la vostra paella è surgelata?

– No. Infatti per mangiarla dovrete aspettare 30 minuti.

Che diventano 40 perché la turista si deve far tradurre tutto il menù, due volte. In inglese e in turco. Il compagno fa lo stesso, ma lo fa dietro la vostra schiena perché vi siede accanto per guardarsi il Barça, lasciandovi lontani dall’amica e letteralmente presi dai turchi.

Che bello, almeno si guarda la partita!

No, si deve anche parlare. Sempre in turco. E la turista vuole la password di Internet per l’iPad, ma la cameriera non collabora perché troppo presa a dimenticarsi dei vostri piatti, che arrivano freddi.

La turca “stanziale” si fa scaldare il suo, e l’amico le diagnostica un ricovero per quello che ci finirà dentro nel processo. La turista richiama la cameriera: password a parte, la coca cola è scaduta.

Adesso. Tutti hanno diritto a bere coca cola non scaduta, ovviamente. Ma, benedetta figliola, come ti è venuto di alzare la lattina di Diet Coke e leggervi la data di scadenza? Sei il mio mito di tutti i tempi.

Intanto l’amica andalusa vi informa che tiferà Sevilla perché Messi ha la cara de mongolo . Cent’anni di diritti dei disabili buttati nella spazzatura insieme alla paella.

Perché ovviamente, quando arriva, la turca ‘nzista ne assaggia giusto due cucchiai.

– Non la voglio. C’è il coniglio.
– Embe’?
– Io non mangio coniglio. Io adoro i conigli.

Già, perché invece mucche e gallinelle le hanno fatto qualcosa.

Fortuna che il Barça vince abbondantemente e siete troppo impegnati a chiedervi per quale arcano motivo il centrocampista del Sevilla faccia di cognome Buonanotte, per accorgervi che, dopo la crema catalana di rito, la cameriera pensa bene di mettervi davanti del liquore alla mela, omaggio della casa. Scordandosi i bicchierini.

Buonanotte è già diventato Va’ te cocca, prima che si rimedi alla svista e la vostra amica spagnola scopra risollevata che non è ancora ora di andare al lavoro.

Voi invece scoprite, prima del canto del gallo, che Buonanotte è argentino. E di nome fa Diego.

Forse, se invece di cedere agli occhioni della vostra amica imparate voi a dire “buonanotte” e filare a casa, la prossima volta andrà meglio.

Io l’imparo pure in turco, non si sa mai.

– Oggi ha vinto Obama, che è nero… È normale che un nero adesso vinca il Barça!

Queste parole, di colore oscuro (mo’ ce vo’), scambiate in spagnolo tra due asiatici, mi hanno regalato un sorriso a pochi minuti dalla sconfitta del Barça, stasera che gironzolavo senza meta per il Raval e, passando fuori al mio bar preferito, mi sono accorta che c’era la partita. Allora ho chiesto contro chi giocassimo, ma intanto riconoscevo già le maglie, e ridevo tra me mentre sorpresa e un po’ turbata ordinavo un hamburger. Come temevo il cameriere bengalese mi aveva portato un piatto con due hamburger, senza panino, ma intanto ero a metà birra e in uno slancio di romanticismo postumo mi chiedevo già se guardare la stessa partita fosse un po’ come guardare la stessa stella. E se i miei occhi, per quanto verdognoli, cangianti e apprezzati, avrebbero mai retto il confronto con quelli che immaginavo accesi dalla vittoria e da qualche birra in più, a svariate miglia da me…

Cominciavo pure a contare quante, mentre Messi, sotto di 2, segnava almeno il goal della staffa, quando dal tavolo a fianco ho sentito la battuta di cui sopra e il mio pensiero, come quello di tanti oggi, è andato a OBAMA.

Lo scrivo in maiuscolo perché ricordo ancora il suo nome su Internet a caratteri cubitali, il giorno dopo le elezioni di 4 anni fa. Io stavo a Barcellona da meno di due mesi. Lui aveva vinto, a dispetto di quelli che dicevano che “la gente non era pronta per votare un nero”. Quel giorno, per l’occasione, comprai El País, che ancora conservo in una grande busta accanto a un baby-doll appeso per scherzo, sopra dei boxer olandesi, nella vetrinetta del mio primo comedor, e un test di gravidanza mai utilizzato (falso allarme, erano i frijoles di Romesco).

Di tutta la vicenda Obama, e di quello che sarebbe seguito, delle truppe non ritirate e i raid a sorpresa, oltre alle riforme mezzo riuscite e al fatto di essersi tolti i pistoleri matti di torno, confesso che mi era rimasto impresso soprattutto questo: che tutti dicevano che l’America non era pronta per il cambiamento.

Manco io lo ero. Ero una persona completamente diversa, 4 anni fa, appena atterrata già mi ero messa nei guai, avevo scelto l’appartamento sbagliato, mezzo litigato con l’università che mi mandava, e mandato a puttane il sogno d’ammore della mia vita prima ancora che si avverasse.

No, non ero pronta al cambiamento.

Oggi ho acceso il PC nel mio appartamentino, sgarrupato ma tutto per me, ho letto Obama’s Night sul New York Times e ho pensato che siamo cambiati assai, tutti e due. Alle primarie contro Hillary (“la gente ha votato un nero pur di non votare una donna”) era lui a non avere un programma definito, ora si accusa il suo avversario dello stesso. Era uno sconosciuto che aveva stravinto, ora è il Presidente, riconfermato, che non essendo più eleggibile si spera faccia grandi cose, foss’anche per vanagloria.

Io sto facendo, per la prima volta, esattamente quello che mi piace, e solo quello.
E sono così pronta al cambiamento, che in questi stranissimi 4 anni, di errori, tesi di dottorato, diplomi di lingue, zen e self-help poi messi da parte, e addirittura un accenno di dieta, ho sperimentato quelle che per me, l’Election Day di 4 anni fa, potevano benissimo essere parole a vuoto: Yes we can.

Un afroamericano può essere Presidente. Un Presidente può essere un buon presidente, visti gli standard. Gli standard possono cambiare. Io posso cambiare. Tutto il mondo può cambiare.

E il Celtic può vincere il Barça, mentre osservo in silenzio, unica a non tifare.

C’è una frase che giuro di aver sentito, 4 anni fa, in una sitcom americana, ma che non trovo più da nessuna parte.

Things never change. Till they do.

Le cose non cambiano mai. Finché non cambiano.

Foto di Stefano Buonamici http://buonamici.photoshelter.com/

– Scusa…

Alzo gli occhi dal libro.

Un tizio occhialuto e magro mi copre le onde della Barceloneta.

– No, è che eri così immersa nella lettura che dovevo disturbarti!

Un’esperienza quasi ventennale in posteggia (da me gli idioti so’ precoci) e so solo sorridere a denti stretti:

– Ah, be’, grazie del pensiero!

Non se ne va.

– Sembra che ti piaccia il viola

Mi passo una mano tra il vestito viola e la borsa in tinta, sbattendo gli occhi bistrati di viola.

– Pare di sì.

Allora la butta sul sociale:

– Passeggiavo e mi chiedevo cosa fosse successo, alla spiaggia. Sembra il festival dell’immondizia!

L’argomento giusto con una di Napoli. Alla fine riesco a dire:

– Buona passeggiata, allora!

Perfino il mio alunno di posteggia è meglio. Quando sono entrata nel panificio dopo 12 giorni di assenza ha detto:

– Italiana bellisima, come stai?
– Male, fa caldo!
– Se lo dici tu…
– E tu come stai?
– Fa caldo!
– Ah, adesso lo senti?
– Sì, perché sei entrata tu!

Si vede che non si allena da un po’. È pure smunto, sarà stato il Ramadan. Meno male che adesso è finito e il venerdì si mangia di nuovo cous cous. Giovedì, invece, paella.

Insomma, rieccomi a Barcellona.

L’amaca era ancora lì, sembrava rinchiusa su se stessa per sfidare il vento.

Ho guardato il clásico (Barça-Real) a la Xaica, adesso Bastió Blaugrana, e vi sconsiglio il nuovo piano per le partite: razioni piccole, poca scelta (fatevi portare il menù del piano di sopra) e uno schermo per tavolo è un po’ alienante. Meno male che abbiamo “portato a casa il risultato” , coi giocatori che si sono risvegliati come marionette al primo goal di Ronaldo.

Poi la coppia napolucana mi ha aggiornato sulle novità.

Una collega francese di lei è stata sospesa al lavoro insieme a un tecnico della manutenzione. Sesso orale in bagno a porta aperta.

Un’altra che vive nel Raval, come me, si è ritrovata un incendio al piano di sotto, dove vivevano 18 pakistani. Intossicati ma salvi.

18. E noi ci lamentiamo…

No, scusate, discussioni oziose da Barcellona senza.

L’amica comune parla spesso di lui, ma soprattutto della ragazza. Quando sentiamo una canzone unz tunz dice “oh, questa a lei piacerebbe tantissimo!”. Pure ieri, alla festa di Sants, tra le decorazioni ispirate a Hello Kitty: “Oh, vorrei che fosse qui con noi, lei adora Hello Kitty!”.

Sono cose che fanno bene al cuore.

Ma la festa di Sants è carina. Stanotte torniamo per i correfocs, che l’amica catalana, come tutte qua, li adora. Le ricordano l’infanzia. Noi che abbiamo avuto un’infanzia altrove non siamo altrettanto entusiasti, ma mi piacerà giocare tra le scintille.

Un’ultima considerazione oziosa: qui, l’ho già detto, si va per feste. C’è la disoccupazione, l’alienazione, l’amicizia usa e getta che dura un’estate. Ma poi ci sono le feste di quartiere, i concerti gratis, i cinema all’aperto.

Le feste mettono gioia e tristezza insieme.

Per adesso ci prendiamo la gioia.

(il momento più alto della festa di Sants. Passata subito dopo l’originale)



Quest’uomo ci piace ricordarlo così, sottotitolato (in inglese e in spagnolo se premete su CC sotto al video). È il suo discorso davanti al Parlamento catalano e al padre muratore in lacrime. La frase che dice a 11:50 è ormai più famosa di quelle di Jim Morrison.

Se avete ancora dei dubbi, da me commenti tecnici meglio non aspettarsene. Il calcio lo guardo per altre cose. Nemmeno per il fisico dei giocatori, come l’amica che mentre soffro appresso al Napoli aspetta che il bomber avversario si tolga la maglietta.

No, io il calcio lo guardo per mangiare e fare bordello.

Ieri ho approfittato della letargia ormai conclamata per saltarmi pilates, svegliarmi giusto un’oretta prima di Barça – Chelsea, e fare il mio ingresso trionfale in un Folgoso semivuoto.

Adoro gli ex vicini di Riera Alta, dei bengalesi che hanno rilevato un bar galiziano. Pure l’eterna tavolata di catalani è identica a due anni fa, quando scoprii che lì si guardava il Barça e si mangiavano buone tapas.

C’è anche lui, il ragazzo con la barbetta che mi abbagliò al primo sguardo, più per la t-shirt giallo canarino che per l’avvenenza. Chissà se intanto si è fatto la ragazza, mi chiedo sedendomi al tavolo accanto al bancone.
Che bello, 6 posti tutti per noi, Isabel può piazzarsi dove vuole nonostante il ritardo. Come un altro habitué, un sessantenne con riporto, orecchino d’oro, pantaloncini jeans e t-shirt rosa fluo, che muovendosi come una baiadera annuncia di essersi portato un panino da casa per non mangiarsi le unghie.

Ispirate dallo stratagemma ordiniamo bravas e tapa de jamón, mentre Messi a sua volta si mangia goal su goal e un suo compaesano strafatto mi si siede accanto con una busta della spesa. Quando arrivano i suoi amici si trasferisce sotto lo schermo, davanti a Piqué che muore in diretta per un colpo di fianco di Valdés.

Il tizio con l’orecchino d’oro commenta: – Se gliel’ha rovinato, Shakira gliela insegna lei, la danza del ventre!
E si alza per una dimostrazione omaggio.

Il goal di Busquets viene festeggiato con boato di rito e improvvisa smania gastronomica dei tavoli al centro, che senza consultarsi cominciano a ordinare montagne di biryani. Non sapevo che il cuoco offrisse anche specialità del suo paese! La paella asiatica alletta anche me, ma ormai sono immersa nelle bravas, per consolarmi della rimonta del Chelsea e soprattutto della scoperta che il biondo con la zazzera accanto al mio amato è in realtà la sua ragazza.

Al secondo goal del Barça alzo la forchetta con aria trionfante, schizzando di all i oli il braccio d’Isabel.

L’argentino strafatto si consola del rigore sbagliato chiedendo gli avanzi del biryani. Ovviamente il cameriere stranito gli porta un piatto normale, che ritorna in cucina.

Mentre medito di donare 5 centesimi al derelitto, Torres (!) segna praticamente a porta vuota.

La partita è finita, i compagni di sventura digeriscono il biryani bestemmiando sul rigore mancato e sulla fase nera di Messi.

Col consueto egocentrismo gli attribuisco le mie disgrazie e dico a Isabel:
– Secondo me è innamorato di Shakira.
Lei mi guarda incuriosita, la clara lasciata a metà. La mia anima “letterina” ha il sopravvento e le parlo del castello di un mago, tale Atlante, in cui tutti si perdono inseguendo l’ombra di ciò che più vogliono, amori compresi. E ciascuno insegue qualcun altro, a ripetizione.

Isabel chiosa:

– Allora Messi è innamorato di Shakira, Piqué di Sara Carbonero e Guardiola de su puta madre.

Io la farei telecronista ufficiale del Barça.

Il problema ora è il sonno. Per il resto tutto bene, le buone notizie non mancano e le cattive, per quanto reiterate, già si sanno. Ma mi sveglio prestissimo e non mi riaddormento più, se non 12-13 ore dopo (e la pennica alle 7 di sera non è proprio il massimo).

Insomma, arrivo stanca morta a una giornata zeppa di coincidenze: il picnic con gli ex colleghi lo stesso giorno della Fira de la Terra, e il Barça che scende in campo col Real 45 minuti prima di NapoliNovara.

Ma alle 13.45 scendo in campo anch’io col mio fagotto di sartù di riso (vegetariano per accontentare tutti) e m’incammino verso il Parc de la Ciutadella.
Tra l’Arco e il Parco inondo i bancarellari di energia negativa: coi loro poteri New Age intuiscono senz’altro che i miei chitevvivo alla folla radical-chic non sono proprio amichevoli. Purtroppo non ho nemmeno intravisto la bancarella che per 5 euro ti fotografa l’aura.

La Fira de la Terra è così: un concentrato di prodotti naturali ed energie “alternative” per farti rientrare in contatto con la Madre Terra, e pagare 5 euro una cucchiarella di legno. L’anno scorso avevo ascoltato le catalane in saree che pregavano in sanscrito e gli indiani veri, che si aggiravano tra i fricchettoni spalmati sulle aiuole con la stessa litania di sempre: cerveza beer
Anche stavolta i pakibeer ci prendono letteralmente d’assalto, ma la danza messicana alle nostre spalle, con tanto di tamburi e piume colorate, è il punto di riferimento ideale perché i ritardatari ci trovino subito.

Le ragazze di Content sono al completo, i nordici si spalmano la cremina fattore 50 alla prima minaccia di sole. Ma il clima schizofrenico ci fa sospettare che gli irrefrenabili danzatori piumati, oltre a spaccarci i timpani, stiano facendo una danza della pioggia. Motivo in più per guardarli in cagnesco.
E a proposito di cagnesco, un simpatico Yorkshire piomba dritto sul mio riso e lo annusa con calma prima che realizziamo di non essere anche noi sotto effetto del Peyote.

Del lavoro parliamo poco, giusto il tempo di dire che a Julia dovevano 1000 euro, ma tanto le costerebbe l’avvocato per reclamarli, e di aggiungere un com’è cambiato l’ufficio, ora che siamo andati tutti a prenderci gli ultimi documenti. Ormai non è più parte della nostra vita, osserva Petra. Nenche noi lo siamo, mi dico io, accorgendomi che prenderei un caffè con ciascuno degli ex colleghi, ma tutti insieme ormai non abbiamo più senso, siamo un’accozzaglia di risate messe insieme da un contratto a termine. Che è, appunto, terminato.

Offro ai ritardatari il riso “da cani” e me ne scappo: il sonno mi vince e non ce la faccio a barricarmi nello Sports Bar due ore prima delle partite. Peccato, mi sarebbe piaciuto sapere in anteprima quale avrebbero proiettato sullo schermo gigante: Napoli o Barça? Il cuore o gli affari?

Nel dubbio raggiungo casa, respirando il rarefatto clima prepartita. Mi addormento con le vuvuzelle e mi sveglio col bollettino di guerra di Marianna: il bar è inavvicinabile, neanche dai marciapiedi s’intravede lo schermo. Addio partita del Napoli. Io resto nel Raval, loro tornano a casa per evitare scontri sulla Rambla.

Li capisco: la strada per Riera Alta, dove vivevo prima, fa tanto Napoli il 31 dicembre, quando scatta il coprifuoco. Non riesco a godermi questo “derby” arrabbiato, c’è troppo livore, troppa politica al di là dei colori e dei giocatori fashion. E poi dallo sciopero generale del 29 marzo ho paura, un occhio non lo perderei manco per i diritti dei lavoratori, manco per il Napoli, figurarsi per il Barça. E i silenzi che seguono a ogni petardo mi confermano che sono paure condivise.

Ma Khedira ormai ha già segnato e il barista del Folgoso dice solo:
– Arrivi tardi, ti aspettavo.
Che carino. Mi aspettava anche se l’ho tradito spesso, per schermi più grandi, piatti più partenopei e occhi più chiari dei suoi pakistani che adesso mi misurano le dosi della clara di rito.

Il bar è quasi impraticabile, gli irriducibili gruppetti catalani fanno massa contro gli immigrati sparsi, che per una sera s’illudono di essere i benvenuti perché gridano “Barça” con la a catalana. E per l’occasione sfoggiano uno spagnolo da manuale:
– Dale, coño, tu puta madre!

Il signore davanti a me ride di un ordine del cameriere pako (“una birra, capo!”) e mi cede lo sgabello di fronte al Barça che perde in casa. Ringalluzzita dai centimetri guadagnati, ordino una tapa de jamón y pan con tomate.
– Pequeña o normal? – fa il barista.
– Normal – rispondo offesa.

Gli altri avventori non mi riconoscono. Nascosto dietro il panettiere pako, il fruttivendolo marocchino fa gli scherzi alla bimba del negozio cinese, che in perfetto spagnolo chiosa un goal mancato:
– Ma che tipo, questo, stava per segnare, e poi… non ha segnato più.

Segna il compagno Alexis, e per un momento è festa grande, mentre mi chiedo che faccia il Napoli e spero che il peruviano antipatico alle mie spalle non mi abbracci nel trasporto generale. Si limita a offrirmi da bere. No, grazie. Rifiuto anche un’altra clara, Ronaldo ha segnato il secondo goal e nessuno ci crede.

Piove in campo e in strada e la partita finisce così. Prima di tornare a casa ho tempo per un po’ di retorica, così facile davanti a un campo di calcio: osservo Pep Guardiola di spalle, lo ricordo sorridente al Gamper e già lo vedo alla conferenza stampa a spiegare come ha fatto l’invincibile Barça a perdere al Camp Nou. Tempi duri, Pep. Ma poserai il culo davanti ai microfoni sponsorizzati e dirai che siete pronti a ricominciare.

Quasi quasi prendo esempio.

Come il Napoli che, scopro a casa con sollievo, finalmente ha vinto.