Archivio degli articoli con tag: Barcellona estate

da homeaway.es

Il giorno che lui è partito mi ha chiamato il manager per dirmi che non mi assumeva.

La prima cosa che ho pensato è stata: meno male.

Brutto segno. La crisi ti fa accettare lavori che quando li perdi ti senti meglio.

Non lavorerò perché sono laureata da più di 5 anni, e per spacciarmi per stagista dovrei avere un titolo più fresco.

I manager hanno la stessa voce, quando te ne mandano, contrita quanto basta, solidale quanto basta, sempre un po’ impersonale.

Mi hanno segnalato un altro annuncio, più o meno la stessa storia, ma contratto di 6 mesi invece che 3. 6 mesi a guadagnare 10 euro in meno dell’affitto. Lo sapete meglio di me, questi ormai vanno a scatafascio, sono indebitati fino al collo e la gente è esasperata.

Adesso, quindi, mi tocca pensare a cosa fare.

Ed è difficile perché qui è veranito, piena estate. L’estate non si dimentica mai di cominciare. Concerti e cinema all’aperto ogni sera, spesso gratis. I vicini hanno cominciato il Ramadan. I marocchini hanno chiuso i ristoranti giusto venerdì scorso, che con Petra finalmente si andava a mangiare il cous cous.

E i poliziotti che li fermano sono scuri quanto loro. A volte vedo le volanti da lontano, magari a Plaça Universitat, e so che fa un po’ figo, alzare la testa preoccupata come se fossi Lupin, ma dallo sciopero generale tante volanti insieme mi fanno un po’ paura. Adesso, poi, dopo i minatori a Madrid…

Chissà dove vanno al mare, i poliziotti. In quei posti in culo al mondo in cui vanno quelli di qua, snobbando i guiri, come ci chiamano.

Pure io ho inaugurato la stagione delle ustioni. Sabato a Sitges, tra addii al celibato per matrimoni gay (c’era un clone di Borat) e venditori statuari ma quasi più ‘nzisti dei pakibeer della Barceloneta. Volevo pure fare la battuta “è succieso ca m’aggio appicciato”, ma coinciderebbe col più devastante incendio della storia recente di Catalogna, che ci arriva fino alle narici e avvolge Barcellona in una nebbiolina irreale.

Sabato invece minacciava pioggia, il sole sembrava non voler proprio uscire, e poi…

Prima o poi Barcellona lo fa sempre uscire, il sole, e le sono grata per questo.

Ma non mi basta più. Quattro anni a settembre e quasi non ho amici fissi, che non se ne vadano o pensino di farlo, che non si sentano in vacanza tutto l’anno per poi fuggire appena decidono di metter su famiglia, perché di Barcellona conoscono solo i bar e le agenzie interinali.

E allora ho pensato perfino a…

Sì. Perfino a tornare.

Come soluzione estrema. Fare quelle cose che ho rifiutato a 20 anni, il master chiattillo per comprarmi il tesserino, o il lavoro aggratis per fare curriculum. No, fin lì non ci arrivo.

Gli italiani quanti sono? 60 milioni. Non è detto che perché non mi sono trovata bene con quei 3 o 4 debba essere sempre così.

Sarebbe una specie di tregua. Tornerei a casa serena e “riconciliata” come se fossi appena uscita a giocare, a saltare sulla pietra enorme spuntata un giorno in mezzo al marciapiede. Chissà da dov’era uscita. Magari era un avanzo di costruzione.

“La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo”, diceva il protagonista di un best-seller che leggevo allora.

Io è già tanto che non prendo a testate gli angoli di casa!

Ma vi dico cosa faccio. Faccio passare un altro po’ d’estate, che Barcellona non la lascio facile, e decido finalmente che sarà di me.

Parola di scout.

Non l’ho mai fatta, la scout.

(Indice Stugots ***)

Niente, volevo solo dire che oggi è andato tutto bene.

Qua pare che Barcellona dev’essere per forza caotica, o molesta, o malinconica, per essere lei.

E invece sono giornate come questa che me la fanno amare, o quantomeno stimare moltissimo.

I giorni in cui il sole non ha ancora capito che vuole fare, come me che in attesa di scoprirlo lavoro un po’, faccio i compiti di catalano, litigo su facebook e, udite udite, pulisco casa.

Poi esco verso le 18, quando l’astro bastardo ha deciso di uscire e ustionarmi ma è ormai troppo tardi, e a Drassanes scopro un mercatino “di prodotti del Raval”. Saranno progetti finanziati dagli enti locali per promuovere l’artigianato multietnico: bancarelle di borse marocchine, pakistane che ti offrono tatuaggi all’henné… Ma la Catalogna è in ogni dove, nelle bandiere bicolori in ogni stand e nei formaggi che ti offrono a prezzi su cui è meglio non indagare (come è meglio non chiedere se quelle che vedo sono pizze o… coche salate).

Dev’essere giorno di mercatini, ormai, la domenica, perché ce n’è uno anche a Barceloneta: tanti vestiti fricchettoni e una Xurreria ambulante che mi affumica di deliziosa fritanga, l’inconfondibile odore spagnolo di frittura che ti appesta per giorni. Proseguo, che i miei amati Made in Barcelona sono cambiati, ne è rimasto uno solo ed è cambiato un po’ lo stile: più melodia, meno spettacolo e meno pubblico seduto sulle scale ad ascoltarli.

Mi siedo in riva al mare col mio libro, che mi sta appassionando. Finora l’anziana signora estone del 1992 non capisce ancora che ci faccia nel suo giardino una ragazza russa vestita da zoccola e sporca di fango, timorosa che passi una macchina nera stile pappone a riprendersela. Vediamo quanto ci mette.

Barceloneta scoppia di gente, ovvio, ma a parte che sotto l’Hotel Vela al tramonto è bellissimo (nonostante l’Hotel Vela), non capisco quelli che vanno a Masnou, o Montgat. Capirei la Costa Brava, Sant Pol de Mar, Calella: anche un’ora di treno mi sembra più sensata di mezza per una spiaggia che fa tanto Villaggio Coppola con l’acqua pulita. A questo punto, non è meglio Poblenou, a portata di metro? Con le sue reti da pallavolo, la gente giovane, la collinetta per nudisti, la rambla elegante e tranquilla lì vicino… E l’acqua che alla fine non è malaccio. Boh, per leggere un libro va bene anche Barceloneta.

Al ritorno passo per il 7 Portes, ristorante übercatalà carissimo, in cui magari mi faccio portare dai miei quando vengono. Sarà la punizione per l’ora d’attesa che già mi piango davanti alla Cervecería catalana, ma mamma ci tiene. Poi, forse, accontenterò papà mettendogli il salmorejo nel microonde, che è come mettere una margherita di Michele calda in frigo.

Entro pure a Santa Maria del Mar. È bellissima, l’unica chiesa che mi piace finora. Oggi alla Casa del Tibet c’era un festival di musica, ma era per il compleanno del Dalai Lama, mi faceva strano partecipare a una ricorrenza così.

Niente di nuovo sotto il sole. C. Ferran puzza di vomito anche se qualche cameriere ha cercato di pulire. Nel tragitto scopro Troika, meganegozio di prodotti russi in c. de la Unió, con in vetrina una sfilza di annunci in russo di cui capisco giusto “Natalia, centro di bellezza”.

Lì vicino due ragazze bussano a un portone senza insegne e dicono serie “Hola, due pizze da portare”, e non saprò mai se è uno scherzo o una pizzeria clandestina.

Più avanti una ragazza in shorts piange e un poliziotto prende appunti. Le faccio un sorriso triste, solidale, sperando che nel suo non ci fosse nessun documento, come successe a me.

A fine strada, in un bar da due soldi esplode una canzone latina, e mezza clientela si mette a cantarla.

Mi resta solo un mercato, quello domenicale per eccellenza.

Compro una quiche alla tenda marocchina su Rambla Raval. Me le mangiavo con gli occhi da ieri, ma andavo in palestra e avevo già provveduto al pranzo. Oggi scopro che stanno 2 euro. E il profumo di tè alla menta è sempre eccezionale.

Anche Joaquim Costa profuma di menta. Sarà passato il furgone a rifornire i negozi di frutta.

Ma questi minuti in cui l’odore rimane nell’aria, e ti giri per capire da dove viene, sono la parte più bella.

(i Made in Barcelona che mi piacciono)