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Quando avevo l’età di Julien (gli occhiali pre-hipster sono finti!)

Il mercoledì era il mio giorno preferito, ma adesso lo schifo.

Il principio di “accumulare tutti gli impegni in una sola giornata” mi si è ritorto contro alla grande.

D’altronde l’imprevisto è il mio mestiere, visto che noi insegnanti d’italiano all’estero rientriamo nella categoria dei monitores, che è la stessa degli istruttori di palestra e di sci: ho pure provato a chiamare “collega” la scultorea istruttrice della mia ex palestra, ma non l’ha presa benissimo.

Insomma, tra corsi annullati e proposte di lavoro telefoniche, me ne andavo bella bella per carrer Ferran, con lavagnetta dei cinesi al seguito per illustrarci i misteri dell’articolo determinativo, quando ho incrociato un ragazzo armato di volantini.

Se siete venuti almeno una volta a Barcellona avrete visto questi giovani virgulti freschi d’aereo, che per accomodare i loro vent’anni in cinque metri quadri di ripostiglio nel Gotico fanno anche questo, tanto hanno pure i chupitos gratis.

Sono quasi sempre stranieri: i coetanei del posto qualcosa di meglio rimediano, e poi non sempre parlano quattro-cinque lingue. In compenso questi “volantinari” potrebbero parlare uno spagnolo approssimativo, ma vicino alla Rambla chi se ne accorge!

Questo qui almeno non aveva la tenuta da spiaggia di certi colleghi anglosassoni a novembre, il che lo camuffava abbastanza bene tra i passanti. Solo che, proprio mentre lo evitavo per passare, all’ultimissimo momento mi ha fermata.

“A me! A me che sono la catalanità in persona!” ho pensato con un sorriso, guardandomi la trapuntina grigia presa in saldi e le antiche Calzedonia nere che cominciavano a stingere. Cosa avevo sbagliato? Era per gli occhi truccati? I capelli senza frangetta?

A scanso d’equivoci, ho sventolato la bustona con la lavagna cinese, come a dire: “Guarda che vado a lavorare, non sono una turista”. Ma lui imperterrito mi ha chiesto qué tal.

Due ricordi sono affiorati nella mia mente: la sera dell’ultimo esame di catalano, quando il mio orgoglio si era infranto contro il menù mostratomi da un cameriere che mi chiedeva con finto accento inglese: “Paella? Sangría?”; la sera di Napoli-Verona in cui il barista dello Sports Bar mi aveva chiesto se fossi irlandese.

Stavolta ho dunque gettato la spugna e spiegato al ragazzo che andavo di fretta.

Quello non si è dato per vinto e mi ha chiesto di dove fossi. Gliel’ho spiegato. Lui? Francese.

“Mi chiamo Julián” ha dichiarato, con tanto di jota alla madrilena.

E qui mi ha fatto veramente pena. Perché una delle prime cose che perdiamo partendo è il nostro nome. Cosa c’è in un nome? Beh, quello che credevamo di essere fino a quel momento, fino a un minuto prima di diventare “l’italiana” o “il francese”.

Ci ho scritto pure un romanzo, che nessuno ha pubblicato. Ma in effetti faceva un po’ schifo, quasi quanto i mercoledì.

Allora ho deciso di fare un piccolo omaggio al ragazzo. Prima di filar via gli ho detto:

Julien“.

Con la “u” più a culo di gallina che mi venisse.

È rimasto contento, ma non avevo tempo per un patetico scambio di battute nel mio francese: ho incassato il suo bonne soirée e sono tornata ai miei articoli determinativi.

Però, ve lo confesso, per un secondo ho pensato di prendergli il volantino.

Allora avrei regalato lavagna e libro di testo al vagabondo seduto a terra con cinque bicchieri davanti (“cibo”, “fumo”,”LSD”…) e sarei entrata nel bar di Julien a intascare il mio chupito gratis.

Ci sarei entrata come se dall’ultima volta fosse passato un week-end, e non un decennio o giù di lì. Mi sarei messa a scherzare col francesino al bancone, anche se stavolta avrei tenuto bene a mente che mi avrebbe ceduta volentieri al suo amico, se ne avesse trovata un’altra “mejor”. Così come mi sarei guardata bene, stavolta, dallo spiegare al bellissimo barman di Liverpool che ho vissuto due anni a Manchester.

Avrei bevuto dimenticando di dover andare il giorno dopo in biblioteca, specie adesso che la biblioteca è diventata la scuola di lingue, la lezione a Sant Cugat, il colloquio occasionale per entrare nell’ennesimo gruppo di ricerca rimasto senza fondi.

Avrei bevuto alla salute di tutti e avrei dedicato l’ultimo chupito a Julien, che magari a fine serata sarebbe entrato a brindare con me.

Poi sarei tornata a casa col singhiozzo, mi sarei sentita male e mi sarei chiesta che cavolo stessi facendo con la mia vita.

Va detto che è una domanda a risposta multipla, eh, ciascuno trovasse la sua dove meglio crede: in fondo a un chupito di tequila (prima il sale, poi tracanni, poi il limone), o in quel vecchio progetto démodé del tetto sulla testa e del marmocchio da finanziare fino all’università. Tra le due opzioni ci sono anche tante vie di mezzo. Io è da un po’ che ho trovato la mia.

Così, anche questo mercoledì ho sollevato un po’ meglio la borsa che mi scivolava dalla trapuntina, ho stretto forte la busta che cadeva sotto il peso della lavagna cinese, e sono corsa ad ammazzare il resto del mercoledì.

Il mio vecchio mondo lo lascio a Julien.

 

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starrynightLo incontro per caso, in mezzo alla strada.

Mi aveva mandato un invito per una rimpatriata al Manchester Bar del Gotico, ma no, dovevo ritrovarmelo davanti proprio mentre andavo a correre in pantaloni neri, scarpe blu e felpona grigia del 1998.

Lo invito al compleanno e ricambia con una paella, salvo scoprire che da Romesco non accettano carte di credito e chiedermi 20 euro (che mi restituisce al primo Bancomat).

In questo non cambia mai, è quello del culo olandés. A chi gli chiedeva, 3 anni fa, perché non ballasse nei vari locali che frequentava quasi ogni notte, tanto al lavoro aveva il turno pomeridiano, rispondeva serio: “Mi spiace, soffro di una malattia congenita che si chiama sindrome del culo olandese, non posso muovere i fianchi”.

Da allora sono passati un trasferimento in un altro paese e un figlio di due anni, fatto con la “ragazza interessante” che aveva incontrato una sera allo Sugar Bar. Conosco almeno 3 coppie sposate e/o con figli che si siano conosciute tra lo Sugar e il locale accanto. A lui, però, è andata male, “la puttana” si è trasferita fuori città e il bambino lo può vedere due giorni a settimana. Se non fosse per lui, mi sa, tornerebbe a Barcellona.

Perché quello che più mi colpisce, del mio amico, è che lui la vita che facevamo la rimpiange.

Quella che fanno tanti stranieri nei loro primi mesi a Barcellona. Di bar in bar, a ubriacarsi con gente interessante che dura lo spazio di una notte, di una crociera, a sentirsi giovani e belli e senza pensieri. Qualcuno dice “questo non sono io”, lo considera una parentesi prima di tornare a una vita noiosa e reale. Qualcun altro non smetterebbe mai di farlo.

Poi c’è il post-sbronza, che in spagnolo e in inglese un nome ce l’ha, hangover, resaca. Più hangover, mi sa, perché questa Barcellona parla soprattutto inglese. La puoi vivere e bere tutta per anni, lo spagnolo lo impari poco e male. Il catalano? A che serve.

E lui era il più accanito, quello che non si stancava mai, additato come caso curioso dai pochi amici autoctoni che avevo.

Io, invece, un giorno mi ero svegliata con la testa che mi scoppiava, i capelli che puzzavano di sigaretta (ancora si fumava) e mi ero resa conto di vivere il vuoto. Uno sfavillante nulla innaffiato di birra e cicchetti di tequila e cervezabeer 1 euro, amigo, in cui gli “amici” si ricordano di te solo il fine settimana, e il francesino giovanissimo che ti tieni si tiene un’altra in un locale a pochi metri.

E me n’ero chiamata fuori.

Ora scopro che anche il nulla evolve, si sviluppa, invecchia. Che delle altre coppie etiliche una si è trasferita a Edinburgo, la città di lui, e lei che è colombiana si sta deprimendo. Un’altra si è sposata da poco e pensa alla patria di lei, il Messico.

– Quello che mi colpisce – spiego all’amico sulla Rambla del Mar, dopo la sua pisciatina di rito sotto al ponte – è che nessuno di voi ha pensato nemmeno un momento che Barcellona fosse un buon posto per crescere un figlio.

E non per la crisi, sta gente lavora e non sempre torna in paesi che se la passino meglio. No. Semplicemente conoscono solo la Barcellona che ho descritto, l’altra non la sospettano nemmeno o la credono una noiosa chimera per catalani.

Io stessa stento a conoscerla, anche se ci provo. So per certo che la Barcellona che mi ha vista crescere con quest’amico balzano e dolcissimo, nel caos interno che si porta sempre dietro, quella Barcellona che lui rimpiange io non la rivorrei mai e poi mai.

Gliel’ho lasciata sulla Rambla, coi due baci di rito, e sono tornata a casa.

Leggere attentamente le avvertenze

Tanto per sfatare i luoghi comuni sugli italiani all’estero, ecco i 10 locali che preferisco a Barcellona. Per ascoltare musica, chiacchierare e ubriacarsi. Oddio, io mi ubriaco con una clara, che non è una birra chiara, ma un misto di birra e Fanta al limone, detta anche Xampú. Capirete, quindi, quanto sia attendibile in merito. La mia Barcellona da bere l’ho inaugurata in ritardo e chiusa alle prime avvisaglie di squallore. Diciamo allora che questa è la classifica dei posti in cui mi piace perdere il tempo, sapendo che mi verrà restituito in qualche modo.

NB: Cliccate sui nomi dei locali.

10) La Fianna: vicino Santa Maria del Mar. Bei cocktail, un sacco di gente di tutto il mondo, e se vi accaparrate i “posti a stendere” avete risolto la serata. Per me va bene i primi mesi, per la fase “la gente está muy loca”. Sappiate solo che dopo una serata lì potreste arrivare a dire cose come: “Mi fai un favore? Vorrei baciarti ma sono troppo bassa. Lo fai tu?”. Basato su una storia vera.

09) Robadors 23: ve lo segnalo a malincuore, per due motivi. Ci dovete andare un’ora prima per sperare di sedervi, ed è troooppo fricchettone. Il fior fiore del radical-chic internazionale si riunisce lì ad applaudire, a seconda della serata, un flamenco, del cabaret o una buona jam di jazz (sui 3 euro, in genere). La “grotta” in cui si suona è caratteristica, la zona bar invece è carina e accogliente. Occhio alla strada, considerata la più malfamata in centro. Non che vi succeda niente, eh, è solo piena di spacciatori e puttane. Quella vestita da Cleopatra platinata è una personalità indiscussa: le hanno dedicato anche questo documentario.

08) Sugar Bar: il percorso più semplice, per me che mi perdo subito, è Rambla – c. Ferran – c. Raurich. Baretto rosso, vicino a Plaça Reial, con tanto di musica britannica e barman (bellissimo) di Liverpool. Se siete di Manchester, o ci avete vissuto, evitate di dirglielo, buttatevi sulla birra economica e i chupitos (gratis coi flyer omaggio), e parlate col vicino, tanto per poter bere gli avrete senz’altro assestato una gomitata nei reni. Attenzione, però: la gente che si conosce qui a volte si sposa. Io vi ho avvertito.

07) Rai Art: avete presente il covo di fricchettoni che evitate come la peste se siete snob, e frequentate ogni sera se avete solide idee di sinistra? Trasferitelo nel Born a 5 minuti dalla metro Jaume I. Metteteci cineforum e attività mensili che comprendano anche la danza del ventre… E ancora non avete capito cos’è il Rai. Tanto per intenderci: per meno di 20 euro potete affittare la cucina e organizzarvi il vostro evento. Altraitalia ci festeggia il primo maggio, ad esempio, con cori partigiani al terzo bicchiere di vino. E le rassegne cinematografiche con film di Monicelli, o documentari attuali come Cento passi per la libertà… Interessante.

06) Casa Almirall: ha 2 vantaggi. Sta su Joaquim Costa, strategico tra Macba e Rambla Raval, e fa una gran figura nelle foto. Bar modernista che ha mantenuto più o meno lo stile (e il vermut) dell’epoca. Perfetto per approdarci con una moleskine e l’aria sofferta di chi ha visto cose che noi umani… Oppure buttate la moleskine e buttatevi sulle birre. Già che ci siete squillatemi, sto a 2 minuti.

05) Sala Monasterio: qui ci vado solo qualche mercoledì a ballare il forrò, danza brasiliana che troverei pallosissima, almeno nella versione proposta, se non fosse condita da una chiacchierata col compagno di ballo. Peccato che la comunità brasiliana, maschi e femmine, tenda un po’ a isolarsi, tranne qualche provolone. Voi aggrappatevi saldamente a chi ne capisca qualcosa, ma anche no. Tanto la musica è un’occasione per chiacchierare. Anche se qualcuno ne approfitta per collezionare numeri di telefono.

04) Sala dos Rosas: il Cafè da Madeira, al piano di sopra, sembra un ristorantino come tanti, ma la Barcellona più fricchettona si dà appuntamento al piano di sotto per ascoltare musica “afromandinga” (?), jam multietniche e gruppi di ogni provenienza. C’è una canzone splendida, senegalese credo, che cerco da secoli tra youtube e siti nerd, ma l’ho sentita solo là. E la conoscevano tutti.

03) Manchester Bar: ce ne sono due: uno sotto casa mia, in una traversa di Joaquim Costa, e un altro nel Gotico. Ovviamente mi piace quello del Gotico. Atmosfera carina, specie se ti accaparri la saletta, cocktail un po’ più cari della media e musica britannica di tutti i tipi, da David Bowie in giù. Una volta misero una canzone dei Cure e ci lambiccammo il cervello in 5 per ricordarne il titolo. Era questa.

02) Pastis: vicino Santa Monica. Bar marsigliese con proprietario finto-marsigliese, il pot-pourri di cianfrusaglie messe ad arredare mi ricorda un po’ Il Magnifico (gli aversani sapranno). Lo spazio è infinitesimale, ma in caso di concertino vi stupirete della capienza. E anche del concertino. Gare di slam, cantautori di tutto il mondo e perfino musica popolare del Sud Italia, con occasionali giri di pizzica. E poi c’è il pastis. Che è buono assai, ma non lo dite al burbero barman a meno che non vogliate ubriacarvi: a me, almeno, ne offrì un altro.

01) Big Bang: qui se ci lasciate l’anima non la trovate più. Ve l’avranno calpestata le decine di giovani e nongiovani che si accalcano per ascoltare le jam. Ben nascoste, peraltro: il bar da fuori sembra un magazzino, all’ingresso è un misto tra Twin Peaks e Paese delle Meraviglie (con dj set rétro) e in fondo vi ricorderà la saletta prove dell’adolescenza. Solo più grande e affollata. Le jam di jazz sono belle assai, quella di rock e blues la domenica è più fracassona e partecipata. Io poi voto il personaggione della serata… Anche se è una bella gara.