Archivio degli articoli con tag: Barcelona
Risultati immagini per succo detox

Da verosucco.it

Sia messo agli atti che io volevo andare da Maoz.

Anche se per raggiungerlo dovevamo tornare quasi sulla Rambla: è un guaio dover cercare qualcosa da mangiare nel Born, tra gli ultimi bar sozzi rilevati da cinesi e i nuovi locali hipster. Ero lì solo perché al Rai Art davano uno spettacolo di marionette con un biglietto da visita di tutto rispetto: i pupari si erano fatti qualche mese di galera per apologia del terrorismo (ovviamente erano innocenti).

All’uscita, però, il Cat Bar era pieno (che peccaaato), e il mio accompagnatore non voleva saperne di rischiare un felafel in piedi da Maoz. Allora mi aveva proposto quel locale lì, quello coi succhi in vetrina. Detox poco al disotto dei sei euro, cose così. Io avevo concesso il beneficio del dubbio una volta, e mi era bastata.

Intendiamoci: ci sto a pagare il doppio di un Bar Manolo per un piatto originale, con ingredienti di prima qualità. Ma in questi casi, molto di ciò che chiamano “cura dei dettagli” per me è fuffa. E poi pretendo, dico PRETENDO, di uscire sazia anche da un locale fighetto.

Ma mi ero rassegnata, avevo ordinato il mio Detox, e nella corsa in bagno per ben noti dolori avevo dribblato una coppia di avventori: lui con la barbetta alla moda, lei con le Dr. Martens originali e i calzerotti.

Al mio ritorno i due avevano già disturbato con continue domande il cameriere, che aveva provato a offrire loro un menù, e uscendo coi loro dolcetti da asporto avevano lasciato su un tavolino il bicchiere di Starbucks.

Stavo per tuffarmi nel mio minihamburger di rapa, quando la porta si era aperta di nuovo: che contrasto, con gli hipster appena usciti! Il tizio sulla quarantina aveva un vecchio giubbotto, coppola e sciarpa rossa, e l’aria infreddolita.

Aveva letteralmente dato i numeri, due cifre che il cameriere aveva capito subito e trasformato in altrettanti pacchetti da asporto. Allora, mi ero detta, era di quelli che ordinavano a distanza, con le nuove app che permettono questo servizio! Vedi che le apparenze ingannano? Poi, al di là delle file di succhi in vetrina, l’avevo visto caricare i pacchetti su una bici, in una sporta verdolina.

Glovo, vero?” avevo chiesto al mio accompagnatore, che dava le spalle alla scena.

Lui si era girato e aveva annuito.

Allora ho pensato all’amica che lavora in una clinica privata e riconosce subito le donatrici di ovuli dalle aspiranti madri, e non solo per l’età. Ricordo poi il terrore di una portiera del Quisisana di Capri davanti al mio vestitino della Onyx e a una giacchetta sotto le centomila lire, ed ero entrata solo per un’informazione! Non vi dico quando mi ero presentata alla festa chic della facoltà di Medicina con un abito “indiano” comprato al mercatino studentesco di Manchester. Insomma, ero sempre stata io la vittima di pregiudizi da parte di gente non sempre più ricca, ma certo più elegante, di me.

Adesso, pure se non ordino mai a domicilio (e volevo andare da Maoz!), mi sentivo Maria Antonietta circondata da pietanze troppo care, e quasi mi veniva da dire:

“Che bevano Detox!”.

Da un po’ sono ossessionata da Versailles e derivati, forse perché un amico di Maiorca mi ha informato che la gentrificazione c’est moi: straniera occidentale con casa di proprietà in centro. Ma confesso che io, più che alla dittatura del proletariato, aspirerei ad affitti bassi, stipendi più alti e al fallimento di ‘sti posti inutili che ti fanno pagare un succo quanto una cena completa da Gigino è sempre un amico.

Spero di star facendo qualcosa, nel mio piccolo, per dare una mano.

E la prossima volta si va da Maoz.

 

 

 

 

 

Annunci

da mostracatalognabombardata.it

L’altra sera ero a quest’incontro tra un movimento catalano e la comunità italiana, e dovevo rappresentare la mia associazione. L’argomento bombardamenti nella Guerra Civil era coperto da gente più esperta, così avevo deciso di parlare non degli italiani che radevano al suolo Barcellona in nome di Mussolini, ma di quelli che adesso si svegliano alle quattro del mattino per fare la fila per il Nie a Sant Cugat (comunicazione di servizio: non lo fate, adesso anche lì vanno solo per appuntamento).

Alla fine il pubblico aveva gradito e gli organizzatori mi avevano citata un paio di volte, magari un po’ a sproposito perché, quando ho detto che non possiamo votare alle politiche, non stavo raccontando un aneddoto, ma segnalando un’ingiustizia. Però ok.

In particolare mi ha citata un ragazzo che non si poteva certo accusare di guardare solo al passato, visto che gestisce la piattaforma che cerca di salvare il suo quartiere dagli speculatori. Stavolta però non parlava di investitori esteri e gentrificazione, ma di due ragazzi di ottant’anni fa.

Non ricordo bene la storia, ma lei suonava il piano e studiava, prima che una bomba italiana cadesse sulla sua casa e le togliesse quella e il padre, e le insegnasse il significato letterale di “guadagnarsi il pane”.

Anche lui, narrativa simile: la giovinezza con problemi e speranze, poi la guerra, poi la nostra bomba, e l’atrocità di ricominciare daccapo senza affetti e denari.

Questi due si erano incontrati e sposati, e anni dopo, parlandone, avevano scoperto che la loro vita era cambiata lo stesso giorno, per le stesse bombe. Avevano avuto tre figli alla faccia di quel pilota italiano, che magari un giorno sarebbe stato condecorato in Parlamento.

“Questi due” aveva concluso il ragazzo, “erano i miei nonni. E io da ragazzo ho studiato in Italia, e ho scoperto che non era solo il ‘paese della bomba’, ma una terra bellissima. E sono contento di quest’incontro, stasera, con la comunità italiana”.

E allora si era commosso, e anche io, che ascoltavo, mi ero chiesta quanto potesse essere opportuno irrompere sul palco in nome di quei due grammi di rappresentatività che potessi avere come italiana, e abbracciarlo e dirgli “mi dispiace”.

Perché ‘sta storia che siamo brava gente ci ha privati di questa possibilità: del diritto, oltre che del dovere, di dire “mi dispiace”. Pensiamo sempre che non sono fatti nostri, che lo facevano tutti, che ‘sta bomba poteva averla lanciata un tedesco o un franchista (spoiler: no, impossibile) ma era la stessa cosa…

Io poi avrò anche fatto le elementari con Garibaldi, spiritosoni, ma per l’inverno del ’38 ho un alibi di ferro, visto che mio nonno allora aveva diciannove anni.

Però sentite, non regge ‘sta storia che “noi italiani” siamo santi, poeti e navigatori, ma chi lanciava bombe erano “i fascisti”. Noi al massimo eravamo nelle Brigate Internazionali. Eppure i tedeschi si tengono Einstein e Goebbels, Freud e Himmler, Marx e Hitler (ah, no, quello era austriaco, come Conchita Wurst). Si prendono la responsabilità del bene, e del male. È così difficile fare la stessa operazione?

Alla fine ho abbracciato in privato il nipote dei bombardati e il “mi dispiace” mi è rimasto qua, ma nel corso della serata uno più bravo di me aveva già detto: se non possiamo fare giustizia, facciamo memoria.

E credetemi, non c’è nulla di retorico in questo.

 

Da https://it.wikipedia.org/wiki/Calzotata

Vivo in un quartiere, il Poble-Sec, che ha tanti significati quanti sono i suoi abitanti.

Qualcuno che ci è nato, e già da un bel po’, lo vede ancora come un “quartiere operaio”, facendomi chiedere esattamente da quanti decenni non esca di casa: nei suoi sacrosanti tentativi di salvare il “barri”, in catalano, posterà anche foto di uomini addormentati a terra, e le sue rivendicazioni sfoceranno pericolosamente nel concetto a me odioso di “mantenere il decoro”. Però ha dei nipoti che si sono presi lauree, hanno viaggiato, e che nel quartiere vedranno la loro antica colla de diables o de castellers, e inseguiranno un po’ più i diritti e meno il decoro. Certo, per questi giovani di belle speranze gli ambulanti asiatici non sono benvenuti, alla festa del barri, perché sono una mafia: le birre le devono vendere solo loro.

In compenso ci siamo noi, scanzonati trentenni stranieri che cercavano una zona abbastanza centrale ma non troppo incasinata: i “salvatori” di cui sopra ci confonderanno con i turisti e ci accuseranno di girare le capitali europee gentrificando tutto quello che tocchiamo. Avranno ragione? In parte. Purtroppo per alcuni di noi il Poble-Sec è un posto in cui non imparare mai lo spagnolo (il catalano ahahah) e avere sempre un bar aperto fino a mezzanotte in cui mangiare l’unica specialità locale che conosciamo: il montadito.

Ci sono altri stranieri, eh, ma non so come vedano il Poble-Sec perché, in realtà, interagiamo poco: le pakistane sono troppo indaffarate a portare un nugolo di bambini alle giostrine, intanto che loro chiacchierano un po’ in santa pace, e la nutrita comunità latina sembra aver creato un micromondo tutto suo, in cui non sia necessario ricordarsi di vivere in una città europea (se non al lavoro, quando le donne devono pulire camere d’albergo per due euro a stanza, e senza le mance americane).

Ci sono i numerosi senzatetto che vivono, letteralmente, negli sportelli bancomat, quando la polizia non li caccia a beneficio dei turisti: ma s’era detto che “minacciano il decoro”, quindi scusate se mi permetto di menzionarli.

Infine, sì che ci sono i turisti: magari occupano gli appartamenti clandestini che aumentano a dismisura l’affitto ai vicini, e durante le manifestazioni per “salvare il quartiere” incitano dal balcone il corteo, per sentirsi rispondere a volte “Madarfaca!” (l’accento quello è). Per loro il quartiere è: Montjuïc, Mies van der Rohe (per pochi eletti) e, sì, i pinchos del carrer Blai (ma loro diranno “calle Blai”).

Non è una scoperta sensazionale che il significato dei posti ce lo mettiamo noi.

Per me il quartiere si riassume tutto in un angolino della strada dietro casa, che poi era la mia strada fino a un paio d’anni fa: a un certo punto, scendendo in direzione opposta alla montagna, ci trovi a destra uno di quei locali che non si capisce bene cosa vendano, una sorta di bar minimalista con una sedia, un caffè “speciale” e una sola torta conservata sotto una teca, come un diamante (sospetto che il prezzo giustifichi la premura).

Di fronte, invece… Beh, di fronte c’è lui: milanese barbuto che ha affittato un magazzino, ci ha piazzato due tavoli e un letto per lui nell’altra stanza, e ci vende il miglior tiramisù mai assaggiato, oltre a lasagne, salumi e pacchi di pasta italiana a un euro, “consegne anche a domicilio”. In pochi ci siamo seduti a quei tavoli odorosi di sigarette fumate sul retro, ma sul tiramisù siamo tutti d’accordo.

Tuttavia è scendendo che troviamo la chiosa ideale a questo spettacolo, la nota locale che ci dice che il Poble-Sec non morirà mai: il classico Bar Manolo (versione locale del Bar Sport), con fuori il cartello antidiluviano “Tenim calçots”. Ora, i calçots sono una specialità invernale tutta catalana, è molto improbabile che ne abbiano tutto l’anno, a meno che non abbiano trovato il modo di congelarli. Non c’è bisogno però di ricordarlo alla clientela, fatta perlopiù di vicini non ancora disposti a pagare più di due euro per un café con leche. Loro sapranno esattamente quando troveranno calçots e quando no.

Ma passare là fuori mi fa bene, regala alle mie giornate un certo ottimismo: ogni volta mi devo trattenere dall’entrare, ad agosto come a novembre, e scoprire davvero se solo lì, nel giardino di cicche che il proprietario coltiverà sul retro, solo lì i calçots crescono tutto l’anno.

L'immagine può contenere: una o più persone

Incredibile foto di Fulvio Ambrosio

A Barcellona se sgomberano un centro sociale scende in piazza mezzo quartiere.

Non i fricchettoni, proprio i vecchietti.

E quelli che si beneficiavano delle distribuzioni gratis di alimenti in questi tempi di crisi feroce. Quelli che andavano ai corsi gratuiti, che partecipavano alle attività culturali e ricreative. In quartieri ormai ben poco popolari come Gràcia.

Per certi sgomberi la gente non muove un dito, e questo dice molto. I centri che fanno bene alla popolazione sono tanti e si vedono, in una città in cui un solo proprietario può avere non so quante palazzine vuote per un’operazione di mercato. E il mio presidente preferito (dopo di me!) cerca casa perché gli hanno chiesto il 55% in più d’affitto.

Per questo, pur non condividendo diversi aspetti del movimento okupa, come viene chiamato qua, riconosco e rispetto un’attività sociale che spesso le istituzioni non sanno garantire. E so che si tratta solo di una parte della gigantesca costellazione di movimenti sociali che può ospitare una città.

È per questa confusione lessicale e semantica (“i centri sociali contro Salvini”?!) che mi dispiace che in Italia si cada ancora nella trappola di guardare cosa facciano duecento persone su migliaia di manifestanti che gridavano slogan, esibivano striscioni, facevano sentire la loro voce. Lasciamo perdere le mie dispute coniugali sull’inutilità o meno di esercitare violenza, che finiranno con la defenestrazione dell’aspirante facinoroso. Adesso parlo proprio di proporzioni tali da non giustificare titoli come questo.

Ho letto in giro diversi commenti critici verso la manifestazione di sabato. Alcuni li comprendevo, pur non condividendoli. Altri erano fatti da uomini che consideravano particolarmente strategico difendere la libertà di parola sul razzismo. Non scarseggiavano le donne convintissime di sapere cosa fosse una manifestazione, cosa un centro sociale, pur mancando di evidenti informazioni di base sull’argomento.

Soprattutto  ho trovato pericolose generalizzazioni.

È curioso che i giornali vengano creduti solo quando facciano sensazionalismi, solo quando sfoggino il titolo che meglio riassume cosa pensino di movimenti non inquadrati nei partiti che appoggiano: “Scontri con la polizia”.

E mi fa male al cuore pensare che la vecchietta non esattamente punkabbestia che abbracciava il palo allo sgombero del Banc Expropiat (una vicenda che mi vede in netto disaccordo col centro sociale per la gestione dei tumulti) sembri capire meglio cosa sia in gioco, al di là della solita domanda su chi sia il vero nemico da combattere. Sulla questione del nemico in Italia rispondiamo da tempo con una citazione mutilata e decontestualizzata di Pier Paolo Pasolini (che non amo particolarmente, ma difendo il diritto degli autori a essere citati bene!). Allora evitiamo di nominare “nemici” e soffermiamoci sulla posta in gioco.

I diritti. Questa parolaccia in cui nel mio paese non sembriamo credere neanche più, allora sfottiamo chi la invoca, credendoci furbi nel nostro cinismo, pardon, realismo.

La questione sul diritto di parola a uno che predica l’odio razziale (caratteristica di un movimento politico che nel nostro paese è illegale) è come l’uovo di Colombo. Da un punto di vista meramente strategico, non so se faccia meglio lasciar parlare o manifestare energicamente il proprio dissenso. Quel che so per certo è che non saremo tanto noi a pagare le conseguenze di questo dilemma, ma le vittime di quest’odio razziale. E questo per me è intollerabile.

Ma per favore, non riduciamo ogni tentativo di dissenso a una fede cieca nel fatto che i centri sociali siano degli sbandati pericolosi, che una manifestazione di migliaia di persone sia un gigantesco scontro con la polizia.

E infine: piantiamola-di-citare-a-sproposito-Pasolini.

Non ce lo cachiamo per 364 giorni all’anno.

L’unico in cui potremmo lasciarlo quieto, che riposi in pace almeno lui.

Immagine correlata C’è un’insalata greca che per me è ‘a fresella. Anche se a quanto pare, per gli italiani sprovvisti di questo piatto, è più una bruschetta.

Giudicate un po’ voi: base di pane secco (solo che è d’orzo), formaggio (solo che è feta), e pomodorini, con un filo d’olio.

Il mio ragazzo protesta: non puoi ridurre tutto a qualcosa che già sai.

Dalle sue parti, come intuirete, non hanno ‘a fresella.

Però ha ragione. Il fatto è che ci viene spontaneo, vero? Cercare di ricondurre qualsiasi cosa scopriamo a schemi e nozioni che abbiamo già.

Come i turisti italiani che vengono a Barcellona e affermano che la paella è il risotto alla pescatora. Peccato che nella versione catalana si prepari sia con carne che con pesce, nella padellona che le dà il nome, e che la ricetta non turistica preveda che il riso sia quasi abbrustolito. Tale e quale, no?

Ovviamente, la ricetta valenciana, quella classica, è totalmente diversa: niente frutti di mare e solo carne bianca, ridotta al minimo.

Ma quant’è facile dire “ce l’abbiamo anche noi”? Specie delle cose che ci piacciono.

Lo sanno bene un po’ di persone che elencherò qui di seguito:

  • Quelli che assimilano gli indipendentisti catalani alla Lega Nord: peccato che i primi non siano particolarmente razzisti, siano spesso di sinistra, anche radicale, e che rivendichino un territorio omogeneo con una propria lingua e tradizione letteraria, non una favolosa Padania messa insieme da un cantante di pianobar, sposato a una maestra siciliana.
  • Beppe Grillo quando, ai tempi degli indignados, è andato in Plaça Catalunya a spiegare che tutta quella roba “già l’aveva fatta lui”.
  • Un giovane politico di sinistra, in visita a Barcellona per un evento sul referendum. Gli ho detto che volevamo condividere le nostre esperienze politiche catalane con l’Italia. Mi ha risposto che gli indignados fossero un’invenzione italiana, col movimento No Global d’inizio anni 2000 che la sinistra non aveva saputo catalizzare. Sì, perché Seattle è in provincia di Frosinone. E i No Global erano anche vecchietti di ceto medio che si sedevano in una piazza come questa per partecipare ad assemblee di ore intere.

L’ultima posizione non mi sorprendeva, dopo gli articoli che a suo tempo si pubblicavano in Italia, con titoli tipo “indignados o manovrados“? Incapaci di capire che un ceto medio potesse scendere in strada sfuggendo alla logica politica italiana.

Impossibile concepirlo per noi guelfi e ghibellini, che associamo l’appartenenza politica con le Feste dell’Unità o le visite annuali a Predappio (brivido), con l’orgoglio delle regioni rosse o con le acerrime lotte guareschiane coi vicini.

No, l’idea è che o sei schierato o sei qualunquista. Anche quando non attacca più, perché qualcuno  ne approfitta per spacciarsi per entrambe le cose.

E gli indignados, al massimo, erano dei poveri ingenui. Peccato che da quei poveri ingenui siano venute fuori delle realtà che l’Italia si sognerà, finché non smetterà di ridurre tutto a una sua invenzione.

Allora lo ammetto, quell’insalata greca sarà anche simile alla fresella, ma ha un sapore diverso.

Adesso tocca a voi.

 

Piccolo_buddha Ok, ormai è finito il tempo in cui, se non vivo nel quartiere più vituperato della città, non sono io.

Ma qui stiamo esagerando, in effetti. Sono andata a fare una passeggiata in una bella strada pedonale del quartiere fighetto e ho chiesto al mio ragazzo: “Ti piacerebbe di più vivere qui o a Vallcarca [zona residenziale e insieme un po’ hippie vicino al Parc Güell]?”. E lui con mia grande sorpresa mi ha risposto: “Qui”.

Allora ho guardato le signore con fazzoletto a righe abbinato alla borsa, poi il bar di cupcakes di cui occupavamo un tavolino all’aperto, e ho sbarrato gli occhi per il terrore.

Vivere lì, davvero? E perché no, mi sono detta. In fondo è una bella strada, costosissima ma quanto altri quartieri che non mi spiacerebbero, e disprezzare un posto perché è troppo perfettino significa essere più snob degli snob.

Finché accanto a me, sullo sfondo di un’aiuola perfetta, non è spuntata una mendicante, la testa avvolta in un fazzoletto ben chiuso intorno al collo, come fanno tante musulmane. Il mio ragazzo le ha messo una moneta in mano, mentre io pensavo.

Ricordavo, più che altro. Cosa? L’ho visualizzato dopo, a chai latte finito, allontanandomi verso la metro.

La visita di Buddha alla sua città, quando è ancora il principe Siddharta. Sarà per Keanu Reeves, ma io la immagino esattamente come nel film di Bertolucci.

Uscendo dal palazzo in pompa magna, il giovane si vede venire incontro le persone più giovani e belle tra i suoi sudditi. Ignorando che sotto ci sia lo zampino di suo padre, pensa allora che la vita sia quella e che sia meravigliosa.

E invece, nel quadro manca qualcosa. Glielo dicono senza saperlo due poveri vecchi sdentati, sfuggiti al controllo delle guardie, che con la sola presenza gli danno un’informazione importantissima: non c’è questo senza di noi. La vita è davvero bella quando hai un quadro completo di cosa sia, anche della morte che ne permette il corso, l’esistenza.

Solo quando avrai accettato anche quella, potrai dire che conosci la vita e ti piace lo stesso.

Mo’ il principe Siddharta, il primo hipster della storia, tutto sto discorso articolato non l’ha fatto, limitandosi a mandare tutti affanculo e salvare il mondo con la meditazione.

Però è questa, la questione: il problema di un quadro troppo bello [pensate all’art pompier] è che sembra fatto apposta per esorcizzare quello che rende fantastica la bellezza. Parlo dell’imperfezione che l’alimenta e, a volte, la corregge.

E una cosa è un posto dalla bellezza struggente, che ne rifletta anche le contraddizioni, come certi angoli del centro storico di Napoli. Un’altra cosa sono quei non-luoghi, e se ne trovano dappertutto, fatti apposta per avvolgerti come bolle e proteggerti dal mondo, che così esorcizzato appare ancora più pericoloso e triste di quanto non sia.

E non abbiamo bisogno di un luogo, per fare questo. Quante volte ci chiudiamo in noi stessi, barattiamo la nostra vita con la sicurezza di non soffrire mai? Senza accorgerci che facciamo un pessimo affare.

Quindi non so se vorrò mai vivere in questa stradina assolata di passeggiate piacevoli. Con quello che costano le case, se me ne regalate una non mi metto a piangere.

Ma non per questo avrò paura del mondo, il mondo che dovrebbe chiedere scusa alla donna velata per essersi dimenticato d’includerla, invece che aspettare le scuse di lei, per esser lì a ricordare che la vita non è solo cupcake.

prostituteindignate Insomma, una non si può deprimere in santa pace, a Barcellona, che le ricordano subito che c’è chi sta peggio di lei. E peggio ancora, che a rigirarsi i pollici non si ottiene niente.

Tornavo dalla Biblioteca de Catalunya, mezza stordita dal caldo, da due notti insonni e da un ripasso della Prima Guerra Mondiale in Catalogna (quello che ti tocca quando hai discusso da due anni una tesi di dottorato che i tagli all’università hanno trasformato in carta igienica). Mi dirigevo verso la Rambla in missione speciale (comprare shampoo al Body Shop con la tessera clienti, vedi Matrix). La Rambla invasa nel 1917 dalle donne dei quartieri popolari, rimaste senza carbone e soldi per affrontare il caroviveri, che l’avevano percorsa tra i turisti eleganti che non potevano più passare l’estate a Baden-Baden. Avevano invaso i caffè scintillanti di luci inutili, portandosi dietro qualche ballerina solidale con la causa, tra gli stranieri danarosi attoniti che si facevano un’idea della Barcellona che non vedevano.

Non ho fatto in tempo ad attraversare che ho sentito i primi fischi. E le urla. Un signore si è messo a sbraitare “Dov’erano quelli, quando i chorizos del parlamento ce lo mettevano in quel posto?”.

Non gli ho fatto neanche un sorriso di circostanza. Ho modificato la rotta e sono scesa verso il Banco Popular, una banca che ha una filiale sulla Rambla. Ci ho trovato la Pah, Plataforma de Afectados por la Hipoteca.

Fondata da più di 4 anni, quest’associazione, che per i media ha soprattutto il volto di Ada Colau, è stata recentemente premiata dal Parlamento europeo: si occupano delle vittime di quei famosi mutui a tasso variabile che improvvisamente hanno trasformato la Spagna dal regno della bolla immobiliare a quello degli sfratti. Il PP li ha chiamati nazisti, ha sostenuto che i suoi elettori non mangerebbero, pur di pagare il mutuo, e li ha associati all’ETA… Loro continuano coi loro escrache, delle azioni collettive volte a mettere alla berlina delle personalità pubbliche considerate colpevoli di mancanze gravi verso i cittadini.

Ora toccava al Banco Popular, che non aveva concesso un dación de pago (è quando proponi di estinguere il tuo debito offrendo beni diversi dal denaro) a uno dei membri Pah.

La prima cosa che ho visto sono stati i telefonini dei turisti, increduli di portarsi il ricordo di una manifestazione, insieme a quello della paella surgelata. Poi le auto, che passando tra due file di manifestanti in maglietta verde suonavano il clacson per sostenerli. Infine loro, con fischietti e coreografie che insultavano le banche in rima baciata, mentre un poliziotto osservava discreto, in disparte.

Mi ha colpito che dalle macchine qualcuno incitasse davvero.

Come fosse andata a finire, me lo sono chiesta il giorno dopo, fuori al Parlamento catalano, di fronte allo striscione di Stop Bales de Goma.

Dentro, Nicola Tanno, fondatore di Stop Bales, e Esther Quintana, l’ultima a perdere un occhio per i proiettili ad aria compressa, rispondevano alla Comissió d’Estudi dels Models de Seguretat i Ordre Públic i de l’Ús de Material Antiavalots en Esdeveniments de Masses: raccontavano come avevano perso l’occhio e quanto è importante che siano gli ultimi a perderlo.

E noi aspettavamo fuori, parlando anche dell’azione sulla Rambla. Una signora che era presente ce lo ha detto: verso la mezzanotte, i manifestanti sono stati sgomberati, ecco il video. Due poliziotti per manifestante. Hanno invitato ad andarsene pacificamente, i manifestanti si sono rifiutati. Sono volate manganellate, sono stati chiesti a tutti i documenti. Il problema erano gli stranieri, spiegava la signora. Latini, senza i documenti in regola. Quelli avevano paura. Ma nessuno si è alzato, mi sembra di capire dal video, quando la polizia li ha invitati a uscire coi loro piedi.

Per me la giornata della Pah non era finita al ritorno dalla Rambla, ma vicino alla mia rambla preferita, quella del Raval. Con un altro rumore familiare, quello di pentole e coperchi battuti con un cucchiaio nella calle Robadors.

Ancora loro, le prostitute indignate.

A due passi dal sontuoso (e kitschissimo) Hotel Barceló, la familiare schiera di donne di tutto il mondo e tutte le età che battono a pochi metri dalla cultura istituzionale della Filmoteca de Catalunya. Anche stavolta, però, non ho osato chiedere a loro che succedesse, e mi dispiace. Ho chiesto a una delle poche che non avevano la divisa del mestiere, forse perché come me possono esprimere solidarietà senza mai capire cosa si prova, a essere considerata infetta, l’ultimo gradino della società. L’interpellata ha riposto un momento il fischietto e mi ha risposto: “Protestiamo ogni mercoledì alle 20 contro la repressione della polizia ai danni delle prostitute”. Vero, ricordo. Controlli continui, interrogatori a donne che spesso hanno la gonna più lunga della mia. Se rimorchiassi io in mezzo alla strada mi chiederebbero i documenti?

Tra tanti interrogativi, Barcellona e i suoi abitanti mi hanno insegnato qualcosa che scordo spesso, che la mia terra scorda spesso, forse perché lo riteniamo troppo scontato e banale per ritenerlo degno della nostra attenzione. Non siamo forse quelli del Rinascimento? Quelli dell’Impero Romano? E poi, quelli del Partito Comunista più grande del blocco occidentale?

Seh.

Dalla bacheca di un altro che ieri stava al Parlament:

Tra ieri e oggi ho visto che cosa è una società sana, che ha ancora voglia di lottare per la giustizia e la democrazia, e lo fa, riuscendo anche a dialogare con le istituzioni.

Vero. Nicola e Esther sono arrivati al Parlamento, le prostitute a parlare col sindaco, Ada Colau ha potuto dire alla Commissione di Economia del Congresso che i banchieri sono criminali.

Io ho visto una volta di più che se proviamo a fare qualcosa non sappiamo mai se riusciamo. Figuriamoci se non facciamo proprio niente.

(una canzone che sento spesso per strada, ma con un accento decente)