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Nel 1794, potevi dire che il Terrore volgeva al termine perché a Robespierre mancava una testa.

Nel 2019, c’è un segno inequivocabile che si smorzi la rivolta in Catalogna: sono tornati i bidoni fuori al Corte Inglés! Finalmente non devo farmi i chilometri fino al Mercat de Santa Caterina per buttare le lattine di acqua tonica dell’ultima cena in casa mia, a cui si aggiungerà il vetro del Nero d’Avola ora che ne ho organizzata una io, e ho preparato due tipi diversi di pesto: quello hipster, con kale e pasta di legumi, e quello “ignorante”, con una piccola modifica (so che già preparate le balestre) al posto del parmigiano.

Sapete il bello qual è? Che rischiavo di non arrivare in tempo alla mia stessa cena. E tutto per provare a comprare una cavolo di baguette, tra la folla di cui ho parlato qui. E mi è venuto da pensare: ma che davero?

Mai come quest’anno ho la sensazione che il problema non sia il Natale in sé, anzi, capisco pure perché a molti piaccia: bei ricordi, buoni propositi, affetti da condividere. Però il sospetto è che ci siamo incamminati tutti su una strada che non sappiamo più abbandonare, vittime di una reazione a catena iniziata da troppo tempo.

Un fenomeno del genere, nel mio cervello allucinato, mi fa venire in mente Harari, il “guiriguru” del momento: nel senso che gli stranieri anglosassoni (in spagnolo, “guiris”) tendono a farne il loro guru perché in Sapiens, tra le altre cose, dice che ‘sta storia dell’agricoltura è stata una trappola che ci ha resi schiavi delle stagioni. Con quella, ci saremmo condannati per secoli a una dieta meno varia, e saremmo diventati troppo numerosi per sostentarci con la cara, vecchia raccolta dei frutti spontanei della terra.

Adesso, io mi scoccio pure di cercare i bidoni della differenziata: figuratevi con che gioia girerei in cerca di cibo, specie se me lo devo contendere con belve ancora più fameliche di me col ciclo! Più modestamente, allora, ricordo l’amico che confessava che in ufficio non funzionava niente, in disastrose reazioni a catena, perché nessuno aveva il coraggio di far notare “ai piani alti” i problemi tecnici, e organizzativi: il suo racconto diventava uno di quei tetri aneddoti staliniani, in cui il primo che smetteva di applaudire a un comizio risultava anche il meno devoto alla causa, e spariva nel nulla… Insomma, nessun impiegato voleva essere il primo a dover raccogliere le sue cose e ciccia! Anche lì, posso comprendere il fenomeno fin dai tempi di scuola, spesso dominati da un gregge fantozziano che prometteva già di fare onore a quella massima di Don Abbondio sul coraggio… Ma parlo facile io, che non ho uno stipendio fisso né, ahimè, figli da mantenere.

Ma questa corsa forsennata a regali che non durano, che schiavizzano la gente e che ci costano due ore di traffico e dieci minuti per fare cento metri, che la facciamo a fare?

Perché una donna deve passare le giornate a cucinare per dieci, quindici, anche se non lo fa con piacere? E perché le poche che ammettono di non farlo con piacere passano per egoiste?

Se ‘sta roba vi piace davvero, beh, come dice il poeta, “de gustibus non ad libitum sputazzellam”! Ma in giro leggo tante di quelle persone che si lamentano del Natale, che mi chiedo se non sia uno di quei fenomeni da cui crediamo che uscire sia impossibile. E invece basta un no, anche piccolo: no a fare il regalo anche alla zia della cognata della comare, no alla cena aziendale quando abbiamo pilates (oddio, lì sceglier non saprei!). Ed è, anche questa, una reazione a catena.

Potremmo scoprire che pure zio Anacleto, a proporglielo, pensava da un po’ di togliere di mezzo i regali. E piuttosto che strapazzare zia Gesualda, che poi scola le linguine quasi sfatte (interessante fenomeno di certi anziani delle mie parti), si fa che cucina un po’ ogni famiglia, o si va al ristorante. Che poi, Suraci belli, io ci avrò il cuore come un ghiacciolo, ma se uno a Natale non torna sopravvivono tutti, anche senza pinzillacchere e nonne capuzzolone. Va bene ridere, ma non siamo un po’ stanchi di autoridurci a macchiette?

E allora famolo strano. Mi ha fatto piacere leggere in questo blog di due bambini che chiedono alla mamma femminista i soliti regali divisi per sesso, e poi mettono la collana al robot e fanno la cresta punk alla Barbie.

Io ho deciso di approfittare del ritorno forzato in paese per costringere i miei a farsi Pasqua a Barcellona: li martellerò a tal punto che cederanno!

“Pasqua con i tuoi”: ci scriverò un post.

“Ragazza!”.

Ora, quante probabilità ho che mi succeda di nuovo, di girarmi e scoprire che ce l’hanno con me?

Quindi mi sono voltata verso la parte di Sant Pere Més Baix che mi stavo lasciando alle spalle, e ho scoperto che era il cantante.

Quello che alla Festa del Marocco ci ha fatto intonare un ritornello in arabo che ho ripetuto sulla fiducia, e i Menas presenti erano entusiasti: Menores Extranjeros No Acompañados. Quelli che Vox accusa di essere il male del paese.

“Sono il futuro della Catalogna!” ha detto invece Med, presentandomeli. E mi ha spiegato, da bravo organizzatore dell’evento, che a rubare non è che l’1% di loro, ma i pregiudizi sono duri a morire.

“Ciccio, io sono di Napoli” gli ho ricordato.

I ragazzi non sapevano bene cosa intendessi, e dove fosse Napoli. Allora Med, passando all’arabo, ha pronunciato la fatidica parola: mafia. Niente, manco una criminalità “a parte” ci riconoscono. È un po’ come quando mi consigliano “una bella pizza croccante” in quel ristorante pisano, ho presente?

I ragazzi sono stati gentili: mi volevano dare due coche invece di una, e l’autrice del couscous più buono della mia vita – in opzione veg su richiesta dell’organizzazione – mi ha offerto un piatto delizioso, anche se meno abbondante di altri. Forse credeva che questa blanquita presentatasi con un vestito sopra il ginocchio avrebbe mangiato come un uccellino.

“Allora, tornate a ballare o state ancora divorando il couscous con frijoles?” scherzava il cantante, confondendo apposta il piatto maghrebino col riso e fagioli latino.

Per lui ero cilena: “¿De dónde sos?” mi ha chiesto – che poi “sos” invece di “eres” lo associo più all’Argentina, e gli argentini mi chiamano “tana“, o al massimo “tanita”. Poi ha detto che gli piaceva la tarantella.

“Tu di quanti posti sei?” ho replicato, per ricambiare.

Marocchino d’origine, ma culturalmente era “del mondo”. Più di preciso, di Sant Pere, quartiere in cui Marocco e Caribe convivono nelle stesse palazzine popolari: infatti il suo concerto comprendeva reggae, salsa, reggaeton e questi ritmi arabi i cui ritornelli imparavo a fatica. Il suo giovane pubblico, intanto, si era impossessato del microfono rimasto acceso: una ragazza con i capelli raccolti in un foulard color sabbia cantava pop arabo e latino; due Menas si alternavano, con tanto di base presa dal cellulare; un bimbo s’intrufolava ogni tanto con lo stesso rap: “Se viene la polizia la uccidiamo, se c’è una spia la accoppiamo…”.

“È tuo, questo bambino?” mi ha chiesto poi il fotografo, indicandomi il piccolo afrolatino che riprendeva il compagnello rapper (“¡Vaya canción que has cantado, loco!”).

“Magari” ho risposto, dubbiosa all’idea di riuscire a generare dei ricci così fitti, o anche la pelle caffelatte della bimba accanto a me, che chiedeva a una pallida zia di “fer un monyo” (fare uno chignon, in catalano) a una brunetta che mi pareva gitana.

“Mi è nato un figlio da quattro mesi” mi ha confessato invece il cantante, dopo avermi chiamato “ragazza” sulla strada della metro. Per questo è passato da quel micromondo arabo-caraibico all’Hospitalet charnego (che è come dire “terrone”) della sua fidanzata, che ha i genitori andalusi. Beh, è un posto tranquillo, lo confortavo io.

“Sì. Ma sai cos’è?” ha sospirato. “Lì sembra proprio di essere in Spagna!”.

E vi giuro che a Barcellona, invece, è una sensazione rara, quella di essere in un posto preciso del mondo: lo ammettono anche il resto dei catalani.

“Qui, invece, è Europa” ha concluso infatti il ragazzo.

Europa. Quella mattina ero stata alla formazione di Mediterranea Saving Humans, e avevo scoperto un’Unione Europea impotente, incapace di far fronte a invasioni solo presunte, e più che disposta ad appaltare le soluzioni a terzi, perlopiù bastardi dentro.

Intorno a noi, invece, il Sant Pere mezzo gentrificato diventava via Laietana – con le transenne di stagione fuori la Policía Nacional –  e poi Plaça Urquinaona: ma io già attraversavo il carrer Comtal, dopo aver dato due baci napoletani al “marocchino del mondo”.

Lui mi ha ricordato che sabato prossimo c’è un evento simile, con altra musica, e che ho una promessa da mantenere: a quel karaoke improvvisato dopo il concerto, uno dei ragazzi più grandi mi chiedeva di continuo di prendere il microfono, e gli ho garantito che sabato prossimo, se lui canta in arabo, anche io faccio la mia parte.

E questa è la canzone che ho da offrire all’Europa.

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Da betevé.cat

“Papà, tu mi porteresti con te a un evento con migliaia di persone che protestano fuori, e non ci vogliono lì?”.

Mio padre solleva la bocca dal fiero pasto – cioè, il piattone del buffet vicino casa – e capisce che mi riferisco alla visita del re con sua figlia, che deve consegnare alcuni premi intitolati a lei.

“Se è tuo dovere, sì”.

La forchetta rischia di schizzarmi via mentre m’inalbero: come, “dovere”? Una ragazzina di quattordici anni già sa che mestiere deve fare, perché ha gli stessi geni di suo padre? Ma veramente facciamo?

“La solita esagerata: dovete essere superiori a queste cose”.

E m’immagino la nonna mai conosciuta, o chi per lei, a dotare il figlio di questa scusa di comodo: ignorate quello che è al di sotto di voi. A “fare i superiori” non si rischia mai di cambiare niente (per carità!), e non si rischiano neanche le coltellate, eterno spauracchio delle signore nostrane a cui “scippano ‘o burzelli'” (semicit.).

Eppure mio padre, “superiore” a queste cose, mi ha accompagnata quella stessa sera a vedere la manifestazione avanti all’hotel che doveva ospitare il sovrano spagnolo con sua figlia. L’idea era controllarmi, assicurarsi che non facessi “scemenze”. Perché l’indipendenza continua a non sembrarmi la soluzione, ma sulla monarchia ho le idee chiare: specie con un monarca piazzato lì, in fin dei conti, da un dittatore. E allora eccoci in metro, con lui che protestava per “il viaggio” fino alla fine della Linea 3. Fuori alla decina di camionette al di là delle transenne erano già spiegati una ventina di agenti col volto coperto, ma col casco ancora in mano: nessun pericolo, per il momento.

Ci siamo fatti strada tra le persone munite di pentole e coperchi, o di fischietti, o di qualsiasi cosa che potesse fare casino per la cacerolada: il frastuono doveva sentirsi da un’oretta, ormai. Ho offerto un rumoroso mazzo di chiavi a mio padre, che all’inizio osservava basito le sue coetanee che “spentolavano” con forza instancabile, e constatava che i pochi incappucciati, a parte un paio proprio a ridosso delle transenne, avevano sedici anni. Io, dopo una breve tammurriata per il “re Borbone” – con le chiavi usate a mo’ di castagnette – facevo il mio video, che era il mio modo imbarazzato di partecipare a qualcosa che non condivido del tutto, ma che non mi suscita il livore che percepisco altrove: alcuni amici e conoscenti mi sembrano condannare il fenomeno con una rabbia uguale e contraria a quella dei manifestanti, ma con progetti politici non meno fumosi di quelli che sul fronte indepe si prevedono “a re cacciato” (che fa un po’ “a babbo morto”). In effetti sul fronte “non indepe” (bollato come “unionista”, come se avessi mai avuto la sensazione di vivere in Spagna) ascolto soprattutto generici richiami all’unità dei popoli, oppure sfuriate che rivelano che si tratta di una questione “personale”: contro la fidanzata indipendentista con cui si sono lasciati male, o la collega che si è permessa di meravigliarsi – neanche d’indignarsi – se dopo quindici anni a Barcellona non spiccicano una parola di catalano (e, se conoscete un po’ certi nostri connazionali, intuirete che la tizia che me lo raccontava era di quelle che se ne facevano un vanto). La mia sensazione quando vedo questo, e lo dico solo a voi, è che invecchiamo male.

Ora che l’ho detto, spiego anche il resto: che mio padre, mentre giravo il video e aggiungevo dettagli, è sparito dalla mia visuale. L’ho scoperto ripiegato verso un tombino, mentre svuotava lo scarso contenuto di due birre prima ammonticchiate in un cestino (e a questo punto vanificherei lo spirito repubblicano della protesta perché alcuni, di fronte alla penuria non so quanto casuale di bidoni, non hanno fatto la differenziata!). Dopodiché ha cominciato a sbattere le due lattine, unendosi al casino generale davanti agli occhi divertiti di un paio di signore.

Image result for cerveza estrella lata roja Devo dire che “Repubblica!” – slogan inventato da lui – lo diceva quasi bene, a parte quelle tre o quattro “b” che impone l’accento nostrano, ma non riusciva a pronunciare granché gli altri refrain (“Llibertat presos polítics”, “Fora les forces d’ocupació!”). Così ne ha proposti di suoi, tipo:

“Feli’, si te fai ‘na serenga ‘e porcellana addeviente ‘nu Richard Ginori!” (sì, l’ho censurata un po’).

“Si’ ‘a schifezza d’ ‘a schifezza d’ ‘a schifezza d’ ‘a schifezza ‘i l’uommene!” (in corsivo, la variazione frattaiola sull’originale).

Gli insulti classici non ve li sto a raccontare: diciamo che all’inizio credevo chiedesse anche lui le dimissioni del capo dei mossos, che di cognome fa Buch… poi però la parola continuava! Quindi si è accostato alle transenne. Io gli facevo notare che, più della minaccia di una carica – il re non c’era, non si trattava di “difenderlo” – c’era il pericolo di falsi allarmi e fughe generali, e lui, quanto a mobilità, non lo vedevo benissimo. Quello che mi ha risposto è stato:

“Secondo te quell’agente lì è una donna?”.

Quando l’ho convinto a lasciare le transenne ai pochi incappucciati – o a qualche donna cresciuta sotto Franco, che osservava in silenzio gli uomini in divisa – ha deciso che era  direttamente il caso di andarsene.

Insomma, è finita che io ho accompagnato lui.

Che, detto tra noi, a casa ha precisato che una quattordicenne dovrebbe fare la sua vita senza essere coinvolta in beghe politiche perché “figlia di”.

Però la sua, di figlia, è venuto a “difenderla”.

Anche se un altro po’ e dovevo fare il contrario.

 

(Uno dei cavalli di battaglia di mio padre!)

 

L'immagine può contenere: una o più persone, folla e spazio all'aperto Ancora con la storia dei fiori nei cannoni? Antichi!

Nel mio vicolo, coi fiori, ci facciamo direttamente le barricate!

Infatti sabato, a manifestazione finita, mi sono ritrovata davanti tre fioriere, schivate da sedicenni che cominciavano a mettersi il bavaglio, mentre i poliziotti uscivano in massa dal vicolo adiacente: quello dietro la Policía Nacional. Sì, erano in tenuta da Darth Vader, e se non è stato uno scherzo della mia immaginazione uscivano davvero a culo indietro, tipo gamberi. In ogni caso, mi è come scesa dal cielo la voce di Fabrizio Frizzi: “Maria, per te la manifestazione… finisce qui!”.

Il tempo di avvisare dei turisti giapponesi con bimbo al seguito che non era una buona idea passare per i Darth Vader, solo perché il loro albergo era “dall’altra parte della strada”: meglio allungare il cammino oggi, che finire all’Hospital del Mar fino a domani! Non c’è stato bisogno di spiegazioni, invece, per le ragazze che passavano sgarzole in cerca dei localini su via Laietana, che supponevo chiusi, sprangati, e arrivederci a mai più.

Devo dire che la manifestazione di sabato (circa 380.000 persone) si è svolta davvero tranquilla e partecipata quasi fino alla fine: quindi, se allo sciopero generale è stata la polizia a caricare, stavolta mi sa che i giovanissimi di turno avevano messo le fioriere per conto loro. Non sono servite invece le transennine di questo bar a fermare la furia degli agenti che hanno scassato un po’ tutto, perché un avventore li sfotteva.

Insomma, anche questa è andata: gli unionisti del giorno dopo erano “manifestanti della domenica”, in tutti i sensi. Gente che parlava di soldi e di vacanze quando non sventolava la bandiera spagnola e cantava canzoni che io associo al franchismo, e loro, semplicemente, all’infanzia. I pochi col braccio alzato e il bavaglio, che cantavano Cara al sol, sono stati ripresi invano da vecchietti con bandiera spagnola, che l’inno della Falange lo dovevano intonare sul serio ogni giorno, a scuola. Io facevo amicizia con i venditori ambulanti di bandiere (stavolta spagnole) che si lamentavano dei magri affari, e mi chiedevano se fossi “spagnola o catalana”, per poi ridere: “Napoli! Mafia!”. Al mio ex, loro compaesano, rispondevo simulando un’esplosione, ma adesso mi scocciavo di riaprire anche questo fronte qui.

Anche perché la Policía Nacional, intanto, altro che assetto antisommossa: veniva coccolata da cori stile “A por ellos”, in pratica un invito a menare gli indipendentisti, che pure hanno adottato, ironicamente, lo slogan (e chiedono subito dopo “dove sta il lampione” contro cui si è impigliato il paracadutista il Día de la Hispanidad). Si limitavano a sbarrare il passo alla vittima, come potete vedere, anche i mossos presenti quando una che andava sulla Rambla con la bandiera catalana ha ricevuto un ceffone da una “patriota”.

A parte questo, tutto bene.

La questione è che queste cose non cancellano la vita di ogni giorno, per fortuna o purtroppo. Devi fare quello e quello: nel mio caso, stare attenta alle fioriere a centro strada e capire come farmi una visita medica due volte all’anno senza che mi spennino, o mi diano appuntamento tra sei mesi. Oppure, capire se Leroy Merlin taglia il legno su misura, o mi devo trascinare fin dal carrer d’Aragó il mensolone che farà da scrivania alla stanza piccola: quella che, in mancanza di soluzioni più ampie, doveva ospitare un bambino, e invece ospiterà me ora che vengono i miei per la Castanyada (coraggiosi!).

Tutto come prima, niente come prima.

Continuo ad avere la sensazione che la mia vita, da un po’, sia come la megafesta a cui ti prepari comprando chili di palloncini e passando ore in cucina, e poi si presentano giusto tuo cugino, la collega più simpatica e magari la vicina di sotto, se mettete la musica troppo alta: insomma, molto sbattimento, per risultati modesti.

(Tra l’altro ho capito perché la vicina di sotto si lamenta degli schiamazzi, e aspetta sempre pacchi di Amazon: ci ha l’AirBnb clandestino!)

“Sei felice?” mi è stato chiesto. Contenta, ho risposto: difficile fare il botto in un momento di scelte e rinunce, e in un’epoca da definire.

Però mi è stato detto di nuovo, stavolta da una giovane donna di belle speranze, che “le ho cambiato la vita”, e questo mi ha ringalluzzita peggio di una pubblicazione inaspettata della Penguin (che se vuole sto qua, eh). Perché ho ricordato che questo momento sospeso che vivo è il seguito di tempi molto più bui, da cui sono uscita benone. Figurarsi se non succederà anche adesso!

E no, non è vero che cambio le persone: sono loro che a volte vengono da me, attirate da qualcosa che ho detto nel gruppo di scrittura, o da una battuta che ho fatto sulle case editrici truffaldine. Mi lasciano intravedere le loro vite che cercano solo una spintarella per trasformarsi: la motivazione per scrivere più racconti (e magari ne esce un progetto artistico), o per andare a vivere da sole (e all’improvviso spunta la casa giusta). Allora consiglio libri – di solito con le mie artiste funziona Julia Cameron , consigliatami da una vera scrittrice – e spiego cose di quello che è successo a me: il miglior aiuto per cambiare è mostrare come l’hai fatto tu.

Questo è alla portata mia, e vostra, e di chiunque.

 

 

 

 

L'immagine può contenere: spazio all'aperto

Panorama dal mio balcone. Foto di Stuart Farquhar

“È che a queste cose mettono sempre dei nomi così insulsi…”.

La donna seduta accanto a me si è tolta il bavaglio per sfottere il soprannome dell’idrante “La Ballena”, che quella sera, venerdì 18 ottobre, sarebbe stato usato dalla polizia catalana per farsi strada tra le barricate in fiamme. La tipa era l’unica, bizzarra imbavagliata del gruppetto dell’altra volta, a cui mi sono accollata stavolta per riprendere lo sciopero generale: migliaia di persone sono venute apposta, a piedi, a Barcellona. Come l’altra volta, eravamo soprattutto noi donne a chiederci perché diavolo dovessimo andare proprio verso le mazzate: in questo caso, verso il fumo che si alzava in volte nere, più alte del Corte Inglés.

 Una volta al sicuro, avremmo guardato il video in cui la polizia apriva le danze sparando su manifestanti seduti. Dice che è stata provocata, ma dalle immagini non si evince. In ogni caso, la tizia del bavaglio aveva ragione: ecco un elenco di cose di cui abbiamo solo il nome nudo.

Folla: mezzo milione (e secondo la questura!), con tanto di odore di stallatico negli angolini del centro… Ma i giornali parlano molto di più dei facinorosi, magari con titoli differenziati per pubblico.

Bandiere: tra quelle indipendentiste sventolava, ogni tanto, quella della Repubblica spagnola, contro un re schiaffato lì da Franco, e un primo ministro che viene solo a visitare i poliziotti feriti (mentre quattro persone hanno perso un occhio per lo sparo di proiettili di gomma).

Paura: di chi? Ormai sul tardi, le camionette avrebbero rincorso gente ferma in Plaça Catalunya, per costringerla a raccogliersi al centro della piazza.

Aria.

Quella cosa di cui ti accorgi solo quando manca.

Non avrei mai pensato che potesse essere un problema, non verso le otto, mentre tornavo a casa. E invece, da un lato della mia strada c’erano loro, giovanissimi e imbavagliati, e dall’altro c’era una transenna gialla, con dietro tre sagome in elmetto e fucile. Provavo a farmi strada tra incappucciati e telecamere – anche i giornalisti avevano rinculato, brutto segno – e non capivo in che direzione detonassero gli scoppi.

“Corriamo, loco!” ha gridato quasi divertito uno dei ragazzetti col volto coperto. Loco è un appellativo usato con una certa insistenza dalla gioventù tamarra locale, e il tamarretto è riuscito nell’intento: eccoci a defilarci come marionette ai suoi ordini, per scoprire solo dopo che non c’era un reale pericolo. Un giornalista, che parlava a debita distanza davanti a una telecamera, mi ha guardata con insistenza: che faccia dovevo avere?

Torniamo alla voce paura: la coppia di cinquantenni che era venuta a piedi lungo le autostrade bloccate mi spaventava perché non sapeva cosa fare in una manifestazione – defilarsi senza panico, chiudersi a paguro davanti agli idranti… – ma ci credeva. Quei ragazzetti incappucciati sapevano piuttosto bene come andavano queste cose, ma in realtà non sono sicura che credessero in qualcosa, che non fosse la loro divertita capacità di far correre tutti. Quello che voglio dire è: alcuni sembrano avere le idee chiare, almeno sulla funzione difensiva delle barricate davanti alle violenze. Quelli che mi facevano spazio venerdì sera, nel mio secondo tentativo di rientrare, mi sembravano più giocare alla guerra. Ma sto speculando: la vista di una folla preoccupata che usciva dal vicolo mi ha convinta a tentare di nuovo, facendomi sotto le pareti per evitare eventuali proiettili.

Sono passata quasi liscia: l’imbavagliato fuori al mio portone non si è neanche girato a guardarmi. A conti fatti, avrei potuto essere sua madre.

Sono in salvo, ho pensato chiamando l’ascensore. Poi me ne sono accorta.

L’aria: mi faceva male respirarla. Prima la gola, poi il naso. Come quando avevo messo troppa soda nella ricetta del sapone, e avevo dovuto aprire le finestre, o quando avevo inalato il peperoncino che bolliva con l’aceto, per fare il sambal oelek.

Qui era peggio: una parte di me mi diceva “Non respirare”. E mi buttava sulle scale prima ancora che capissi che erano i lacrimogeni, usati nella piazza, e nella metropolitana, a due passi.

Salendo i quattro piani, l’affanno si aggiungeva al bruciore, e dal telefono a cui mi ero attaccata mi arrivavano domande strane: “Hai del limone?”. No. “Te lo vengo a portare adesso!”. No: non venite, nessuno venga. Vi sparano.

Allora sono partite le istruzioni: apri la finestra – una che dia sull’ascensore, e non sulla strada – fatti una doccia, lava i vestiti, bevi tanto.

Sì, sì, dicevo. Mi sono resa conto solo dopo delle macchie di mascara sotto gli occhi. Non credo fosse solo la tosse.

Dopo aver fatto la doccia – “Devo lavare pure gli stivali? Ma no, sono i più comodi che ho per scappare!” – mi sono accorta che Siri Hustvedt aveva vinto il Premio Princesa de Asturias, e l’erede al trono di Spagna aveva fatto il suo primo discorso, in presenza dei regali genitori che si lanciavano sguardi orgogliosi.

Anche io ascoltavo questa tredicenne bionda impappinarsi, e impegnarsi a servire “la Spagna e tutti gli spagnoli”: l’ascoltavo sullo sfondo dell’elicottero e degli spari.

Forse il problema è tutto qua.

Tweet di Nacho MG, ripreso da publico.es

 

(Questo è un video girato da Stuart Farquhar, il mio inquilino che ha due balconi sul carrer Comtal, prima che facesse buio e arrivassi io. Lo sentite gridare: “Jesus!”).

Image result for spaghetti face Adesso pare che Barcellona se ne cade di ladri.

I giornali locali non sembrano in grado di parlare d’altro, a parte i soliti fatti indepe sì, indepe no: sta’ a vedere che i vostri aneddoti del furto sventato (perché avete urlato in tempo nella metro), o di quello andato in porto (perché vi hanno tagliato la cinghia della videocamera), si sono verificati tutti negli ultimi mesi, e non nel corso di anni.

Boh, in effetti il fenomeno è stato gonfiato, esiste da tempo, e va a braccetto con l’aumento degli affitti e dei lavori precari. Però tutto questo “al lupo, al lupo”, mi ricorda due cose.

Una è la battuta, in famiglia, che la mia città di residenza “sta diventando peggio di Napoli“, e per quello che mi riguarda in prima persona lo è da tempo.

L’altra è la prima volta che mi hanno rubato il cellulare: oltre alla beffa di aver perso un rottame che neanche volevano… rottamarmi, per l’appunto, c’era la sensazione che non mi sarei trovata a mio agio con gli altri modelli. Il mio rapporto con la tecnologia è leggendario: risolvo i problemi insultando lo schermo. Poi mi chiedo perché quello non fa come dico io. Allora, sebbene ormai quel cellulare non mi permettesse di visualizzare bene Facebook (con la sezione commenti era un casino), non mi andava di prendermene un altro. Però quello che ho acquistato nella concitazione, sebbene fosse un’altra offerta a buon mercato di Orange, si è rivelato molto migliore, e la maggiore efficienza mi risparmiava anche tempo (poi mi hanno rubato anche quello, ma vabbe’). Ecco, senza il furto starei ancora a lottare con le app. È stato un bene che mi derubassero? Manco per il ca’, anzi. Sarei rimasta con quel cellulare sgangherato per sempre. Però ho fatto buon viso a cattivo gioco, e un evento spiacevole ha finito per risolvermi un problema.

Il che mi fa pensare a quando sono stata licenziata, con tutto il dipartimento dell’azienda. Avevo abbandonato il mondo accademico per descrivere appartamenti turistici. Mi piaceva perché era facile, era divertente e mi pagavano. Il venerdì, coi colleghi, ci fermavamo a bere una birra nella cucina aziendale. Era una vita solitaria e poco avventurosa, ma facile, così facile… Dopo il licenziamento, però, ho preso il diploma per insegnare italiano, attività che mi è piaciuta così tanto da dire no ad aziende più “generose”. Poi mi sono ricordata che la vita è breve, che in realtà voglio scrivere, e buonanotte al secchio. È stato un bene che mi licenziassero? Macché, avrei descritto appartamenti tutti uguali per il resto della mia vita. Già che è successo, però, ne ho approfittato per raccattare quel che restava del coraggio di fare ciò che volevo.

Il che mi fa pensare alla mia svolta recente, e i suoi esiti alterni. Il piano, come saprete, era diabolico: togliermi l’affitto dalle gonadi, dedicarmi a scrivere a tempo pieno, risparmiare qualcosa per figliare. Non so più dirvi quante cose siano andate storte, a cominciare dalla più scema, ma non irrilevante, della scoperta che il terzo bagno della casa era chimico! Va da sé che, quando esco la mattina e mi ritrovo quasi in Plaça Catalunya, vorrei portarmi un machete per farmi strada tra i monopattini elettrici, gli zaini Eastpak, e le coppie attempate di autoctoni a spasso (che, forse per un articolo dell’Estatut che ignoro, devono camminare per forza mano nella mano, alla velocità di un bradipo influenzato). Ah, beh, poi c’è quel dettaglio che i bambini ciao, anche perché ho ancora qualche problema pecuniario a seguire il metodo Madonna. Però, già che ci sono, sto sistemando cosine della mia vita che in coppia, e con un affitto sulle spalle, non tanto potevo: tipo svegliarmi e mangiare ai miei orari, e non pensarci due volte ad assumere un’editor professionista, per i miei improbabili scritti in spagnolo. Per caso avrei voluto che metà del mio piano andasse a gambe all’aria? Macché, a ben vedere sarei rimasta addirittura nella mia casa in affitto, a dividermi la spesa per tutta la vita. Già che è successo, però, faccio del mio meglio per andare incontro a questi “anta” che si prevedono un po’… culumbrini, come li avrebbe definiti la mia prozia: cioè, più scanzonati di quanto avrei voluto.

Che devo fare? Lo stesso che provate a fare voi.

Cucinare con quello che abbiamo, e augurarci buon appetito.

 

 

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Da mercurynews.com

Una cosa strana di qua è che non capisci se piove.

Te ne accorgi alle porte dell’autunno.

Guardi attraverso la vetrata di un bar, o di una biblioteca, e vedi gente che cammina veloce, ma solo due hanno l’ombrello. Certi autoctoni ci ridono su, accampano ragioni tipo che perdono l’ombrello, o che poi in realtà qui non piove tanto (maro’, un’ansia: tre giorni di nuvole di piombo e piove il quarto, magari col solleone).

Quando è successo ieri, e ho dovuto espormi alle gocce in infradito, ho capito che “l’inverno sta arrivando” (o meglio, è più vicino) prima ancora del solito segnale: lo Starbucks sotto casa aveva “uscito” la zucca. Perché, vedete, per me da piccola l’estate cominciava con la pubblicità della Coppa del nonno: adesso capisco che è autunno dal cartellone del Pumpkin Spice Latte. Lo so, ho una vita appassionanteMarcovaldo sarebbe fiero di me.

Poi vabbe’, c’è stato anche il gran cambiamento nel Wifi del coworking ultrafighetto – e gratuito, elemento determinante! – in cui mi rifugio per una traduzione che mi sta lacerando l’anima (confermo che voglio scrivere romanzi, non tradurre quelli che ho già scritto). Dai, ve la svelo: la password nuova è quella che vedete nel titolo. In cambio offritemi un macchiato. E non fate come la mia vicina di tavolo, che mi ha insegnato che quel trattino in spagnolo si chiama guión bajo, ma poi stava scrivendo “by by summer”!

Allora devo proprio rassegnarmi alla ripresa delle attività, alla paura di mandare nuovi scritti ad agenzie che li ignoreranno, e rivedere il famoso saggio sulla maternità da single sulla soglia dei quaranta, hai visto mai che a qualcuno possa interessare… Però sto ricavando una storia divertente, un potenziale romanzo, dalle candidature semiserie presentate da due aspiranti genitori, volenterosi di aiutare!

Ecco, se quest’estate ha segnato una svolta, non è stata sul profilo balneare, perché mi sa che anche quest’anno farò un tuffo solo al mio onomastico: al massimo ho messo un po’ i piedi in acqua a Marsiglia, tra bimbi arabi che giocavano felici. Invece, sulla questione che mi tormentava ho trovato ‘sta grande soluzione: rinunciare! L’inseminazione mi pare una mezza truffa, l’eterologa non fa per me, cercarmi un potenziale papà non m’interessa, e più decostruisco l’amore romantico e meno m’interessa… Inso’, è andata. Quest’estate mi ha insegnato a lasciar andare, per quanto possa lacerare l’anima peggio di una traduzione in spagnolo vrenzolo. Ma bisogna accettare che, a meno di miracoli last-minute, certe cose semplicemente non succedono.

E non è un “fallimento“, come scrivevo nel blog di una divorziata: il fallimento è quando non ti prepari per l’esame, non quando trovi il prof. stronzo che ti chiede un programma diverso da quello che porti. Il fallimento è quando non ce la metti tutta per fare almeno la tua parte, l’unica che dipende da te.

Io non sono una fallita, sono una naufraga. Naufraga di casa mia. A un certo punto mi sono trovata la casa allagata, e dovevo mettere in salvo tante cose, in poco tempo.

Ho fatto quello che ho potuto. Il resto toccherà affidarlo a questa brezzolina che comincia a pungere.

Che dire: metto a fare la zucca.

(Volevo prepararvi alla battutona del 30 settembre, ma mi sono commossa guardando il video: saprete che l’argomento mi appassiona).