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Questo post è stato cambiato in corso d’opera, in seguito alla carrambata che leggerete più sotto.

Aggiornamenti! Ricordate la piantina caduta in piedi nel patio di sotto?

La saga continua, ed è fantastica: una miniserie sull’assurdità delle case a Barcellona, o, anche, sui danni della speculazione. Precisiamo che a scrivere qui non è una potenziale okupa, ma una che ha esercitato il suo privilegio di classe per comprarsi casa e affittarne i due terzi, così da avere il tempo di scrivere questo post e pure qualche romanzo. Però insomma, quello a cui assisto da quando vivo nel Gotico mi fa sembrare Meg dei 99 Posse! (Almeno prima che uscisse dal gruppo.)

Dunque non avevo particolari pregiudizi quando, la settimana scorsa, lasciavo l’immondizia fuori al palazzo, e m’imbattevo in un vicino che rientrava giusto in tempo per l’inizio del coprifuoco serale. Bingo! Il tipo si fermava proprio davanti all’appartamento con il patio incriminato. Era un ragazzo sulla ventina, la carnagione suggeriva che avesse un genitore bianco e uno nero: Einrich, s’era presentato con accento francese. Sentire un francese presentarsi con un nome tedesco mi aveva provocato lo stesso effetto di quando leggiamo una parola come “giallo”, ma scritta in arancione. Provateci con più colori accostati.

Einrich doveva aver deciso che ero matta, ma non pericolosa, così mi aveva lasciato entrare in quello che si era rivelato essere un appartamento in condivisione, piuttosto popoloso peraltro: allora perché nessuno mi rispondeva, quando avevo provato a passare nei giorni precedenti? All’anima della cazzimma! Ma non potevo chiarire il concetto di cazzimma al nostro Einrich, anche perché lui intanto mi rendeva edotta su un particolare per me assurdo e imprevedibile: il patio era inaccessibile da tutti i lati.

Cioè, avevo presente il fatto che in realtà quel cortiletto oblungo attraversasse tutta la facciata posteriore dell’edificio, ma fosse diviso in due da una specie di parete? Ebbene, Einrich e gli altri inquilini non avevano nessun accesso a quella parte del patio su cui affacciava il loro appartamento, che si rivelava così del tutto isolata. Anche perché l’inferriata divisoria che intanto Einrich mi mostrava sembrava il cancello di una prigione. Possibile che non nascondesse una porticina, una serratura? Magari, semplicemente, Einrich e i suoi coinquilini non avevano la chiave! Oppure quelle sbarre erano proprio così: assurde e impenetrabili.

Nel buio intravedevo appena la mia piantina, le foglie giusto un po’ più flosce, nell’angolo in cui era atterrata senza che si rovesciasse il vaso. Intravedevo anche una spiegazione all’enigma. Magari il patio, in passato, non aveva avuto quel muro divisorio giusto in mezzo, e ancora oggi apparteneva nella sua interezza all’appartamento di fronte a quello di Einrich: che poi, a dirla tutta, non era un appartamento. Era lo studio privato di una creatrice di gioielli e un designer, che avevano lo stesso cognome e non mi aprivano mai. Ma allora perché dividerlo, rendendone la metà invalicabile? Mentre elucubravo tutti questi pensieri, il povero Einrich andava e veniva con scope e ramazze, che allungava attraverso le sbarre per raggiungere il vasetto: niente, era sempre troppo lontano. A un certo punto aveva appeso pure una gruccia a un mocho, per provare ad agganciare così la mia salvia. Indovinate un po’: alla fine era caduta nel patio pure la gruccia!

“Se riusciamo a recuperare la pianta, te la lasciamo davanti alla porta” mi aveva promesso un Einrich estenuato, dopo quell’ultimo tentativo.

Quella è stata l’ultima volta che l’ho visto.

In compenso, tre giorni fa, ho sfiorato quasi per abitudine il campanello ultramoderno dei dirimpettai, schiacciando a caso uno dei due pulsanti, e mentre già scendevo rassegnata verso il portone…

“Puerta abierta!”

Pure la vocetta meccanica, tenevano! Sono tornata sui miei passi solo per ritrovarmi davanti un quarantenne altissimo e gioviale, che ridendo si scusava per il fatto di accogliermi senza mascherina. In effetti io, a parte il cespuglio biondo-violaceo che mi lascio crescere in testa da un po’, facevo molto Diabolik: la mascherina nera di Ale-Hop è l’unica che mi faccia respirare a bocca chiusa, nonostante l’allergia.

Quando il tipo mi ha vista ferma sulla soglia, mentre lui era già rientrato, ha capito che: 1) non ero una cliente; 2) dunque, ero una potenziale scocciatrice; 3) nel dubbio, era meglio continuare a essere gentile.

Allora io gli ho spiegato della pianta, lui mi ha detto di bussare di fronte. Io gli ho precisato che era inutile, lui mi ha confessato che non aveva le chiavi della sua parte di patio. E comunque, c’era una rete a maglie fittissime a separarli dal lato in cui si trovava la pianta.

“Mia sorella però ha le chiavi, magari quando viene domani ti faccio contattare.”

Mai più sentiti neanche lui e sua sorella (che, scritto così, sembra un insulto sessista).

Adesso, però, ho capito il mistero e ve lo spiego subit…

No, un momento, fermi tutti. (Rumore di disco rotto.)

Fatemi giurare su quello che volete, ma mentre ultimavo questo post, e vi illustravo la mia soluzione perfetta (“i fratelli gioiellieri sono eredi dell’intero pianerottolo e ne hanno affittato la metà a Einrich, lasciandosi un unico ingresso al patio”), hanno bussato alla porta.

Era la sorella gioielliera, quella delle chiavi. Aveva la pianta.

Mi ha parlato catalano finché non ho aperto la porta, poi mi ha guardata in faccia ed è passata allo spagnolo. Ma quello non è un fenomeno troppo misterioso: il miracolo è stato quando io ho insistito nel chiedere “Come hai fatto?” in catalano, e allora lei, in quella lingua, mi ha spiegato la soluzione.

Avevo sbagliato tutto, la faccenda era ancora più assurda: prima, nell’appartamento di Einrich, c’era un calzolaio. Il patio appartiene a quell’interno, non a quello dei fratelli. La salvatrice della piantina ha le chiavi solo per sicurezza, ché il cortile funge da uscita antincendio (inchesse’, poi, se è chiuso?). Dunque, Einrich che non ha la chiave può anche morire bruciato.

Ricapitolando, è molto semplice:

1) tutto il patio appartiene alla persona che possiede la casa di Einrich,

2) che l’ha diviso in due in modo che i suoi inquilini non vi abbiano accesso, ma gli estranei di fronte sì.

Elementare, vero?

Chi ne esce meglio, credetemi, siete voi, che vi siete risparmiati il mio pippone conclusivo alla Sherlock Holmes: tutto infondato, ovvio. Anche perché, temo, seguiva una parvenza di logica.

La logica, qui, non è di casa.

(La soluzione alternativa, indicatami da un blogger di successo)

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Da TimeOut

La mia prima volta al Sor Rita – nome che può significare sia “Suor Rita” che “zoccoletta” – il collega carino, che per mezzo ufficio “mi andava dietro”, s’era presentato nel locale con una bella andalusa. La tipa, però, mi aveva subito rassicurata: mica ci stava insieme, era solo un’amica della sua ragazza!

Il giorno dopo mi avevano sparato allo sciopero generale.

Quello dopo ancora mi avevano licenziata con tutto il resto della ciurma, compreso il collega carino e (segretamente) fidanzato.

Capirete che inso’, per me il Sor Rita portava un po’ sfiga.

Però era fantastico, dai! Col suo soffitto di tacchi incollati, la parete stracarica di foto di dive del passato, e quell’atmosfera volutamente kitsch: il suo “muso ispiratore”, Pedro Almodóvar, aveva ricevuto in regalo una Barbie, forse una di quelle sul retro, impegnate in pose collettive del kamasutra, con o senza Ken.

Purtroppo, da quella prima disavventura, c’ero tornata poco: il tempo di vedere un “paesano” mio ospite insidiato per scherzo da un amico gay, e di sentirmi dire da uno sconosciuto ghiotto di aglio che i miei occhi sono “oliva, tesoro”, ma la matita che ci metto è orrenda.

Tuttavia ho inserito il locale in due romanzi: la mia Barcellona non ha volti né contorni precisi, ma siccome volete tutti le descrizzzioni (tutti tranne De Giovanni, che mi “taglia le mani” se mi cimento), almeno le faccio di un posto che vende fantastiche mutande leopardate, sfoggia un cuore gigante fatto di teste di bambola, e organizza corse coi tacchi, vinte da gente nata col pene.

Purtroppo mi sono persa queste ultime, e anche il Cutreoke, cioè il karaoke tamarro, suppongo zeppo di canzoni di Raffaella.

Sì, perché si dà il caso che il Sor Rita chiude oggi, e l’ha comunicato ai social con annunci strappalacrime stile: “Ci chiudono il convento!”.

Perché? La pagina Facebook recita:

A volte neanche le migliori intenzioni, né tutto l’amore che ci metti nel tuo lavoro, possono qualcosa contro la rispettabile decisione di un nuovo proprietario del palazzo, che non vuole un bar sotto il suo futuro progetto immobiliare.

Tutto legale, tutto “rispettabile”, ma… È questo che vogliamo? Il Gotico sta diventando un unico grande bar, a immagine e somiglianza dei turisti: non so niente di questo caso specifico, ma capita che qualcuno compri un intero palazzo, mandi via gli inquilini in un modo o nell’altro, e… All’improvviso ti ritrovi annunci di appartamenti affittati a più di 4000 euro al mese. Vogliamo questo per le nostre città? Chi sorrideva delle mie preoccupazioni sul turismo di massa a Napoli, adesso condivide i post di Set Napoli – I diritti al tempo del turismo.

Ieri c’è stato il funerale di questa suora un po’ scollacciata, con una fila impossibile che mi ha impedito di entrare a lasciare Un beso y una flor, come nella canzone-simbolo del locale.

Credo che la lapide migliore sia il commento lasciato da una tizia che, a giudicare dal nome “quasi italiano”, dev’essere argentina:

Sono una ragazza trans che ha trovato sempre il suo spazio, e un sorriso accogliente, in questo incredibile posto di spirito almodovariano, che però sfugge a ogni tipo di definizione. È una grande perdita e mi addolora molto.

Speriamo che l’unica suora che io abbia mai amato risorga il terzo giorno, e il più lontano possibile da questa valle di lacrime.

 

(La corsa sui tacchi… Io sicuro che arrivavo prima, ma all’ospedale.)