Ho passato tutta la notte a leggere.

Lo scrivo perché fa figo e perché è la verità: in questi giorni di clima incerto e possibili nuovi confinamientos, sentivo prima caldo, poi freddo, poi di nuovo caldo. Tanto valeva.

Mi sta piacendo molto Jonathan Bazzi, che mi ha fatto scoprire, ahimè tardissimo, Cristina Campo: sto adorando quest’ultima nonostante nel libro che linko ci sia uno sconcertante prologo, il cui autore fa una distinzione tra “scrittrici scrittrici” e “scrittrici scrittori” (ok).

Poi, verso le cinque del mattino, ho attaccato a leggere Gone Girl, con tutti i pregiudizi del caso su un romanzone che temevo fosse un po’ leccato, scritto a uso e consumo del film che non avrebbe tardato a farvi seguito: e invece no, niente, non c’è stata storia. L’autrice plasma in descrizioni spicce ed efficaci una lingua che per me è una seconda pelle, riesce a tenermi incollata alle pagine con una storia sorprendente e allo stesso tempo complessa, piena di risvolti profondi.

Spesso invece, quando leggo in italiano, mi devo sparare un pippone di quattrocento pagine sulle nevrosi del(la) protagonista, in attesa dell’evento esterno (magari una morte) che risolva il romanzo. O mi devo affidare a un giallo scritto bene, pregando di non trovarci troppi cliché su donne e personaggi di altre nazionalità. Datemi il tempo di smentirmi: dopo anni di anglofilia ho ricominciato da poco a leggere nella mia lingua. So che mi sono persa anche belle storie, da sempre. Il fatto è che mi chiedo quante altre storie non approdino neanche in libreria, respinte dalle case editrici per motivi molto diversi dalla loro qualità.

Non sarà anche per il mondo dell’editoria in sé? Se lo chiedeva ieri Roberta Marasco:

Il problema è che non c’è la voglia di leggere. E se è così, la colpa è anche di chi di quella voglia ci campa, che dovrebbe suscitarla, risvegliarla o crearla dal nulla e invece spesso si limita a darla per scontata e a pretendere che ci sia, che esista a priori. Ergo, la colpa è nostra, non dei lettori. Gli ignoranti, se proprio vogliamo trovarne uno, siamo noi che lavoriamo nell’editoria e che ignoriamo come farla nascere e proliferare quella voglia. La voglia di una delle cose più belle e gratificanti del mondo, quasi magica, per il modo in cui ti arricchisce e ti cura, e noi invece di farla venire la facciamo passare.

D’altronde quella editoriale è un’industria che si fonda sulle passioni di chi ci lavora, come ricorda quest’articolo, e che con questa scusa sottopaga la schiera di dipendenti che la mandano avanti: editor, correttori di bozze, lettori professionisti… Più parlo con voi che lavorate nel campo, più mi sento quasi fortunata, nei pur surreali screzi con parte della piccola editoria: quella che ti chiede soldi per i firmacopie ai festival e ti dice bugie sulla quantità di copie vendute.

Se questo è il quadro, afferma un’amica editor che ha il vizio di pagarsi l’affitto con regolarità, si finisce spesso per lavorare male: tu come editore mi dai due, tre euro l’ora? E io ti devo dedicare per forza meno tempo, meno attenzione. Poi vatti a lamentare perché i giovani rifiutano il lavoro. Ci sono “giovani” di quarant’anni che, a furia di accettare lavori pagati una miseria, hanno davanti un futuro che definire incerto è un eufemismo, oltre che un cliché.

Allora che si fa? Ci si organizza. Come questi giovani qui.

Ieri, con un amico, discutevamo dell’idea (un po’ controversa) per cui, se non troviamo la felicità dentro di noi, non la troveremo da nessuna parte. Per me, l’unico modo per non trasformare lo slogan in una trappola per dipendenti da sfruttare è prenderlo come una sfida: sapere chi siamo, sapere che siamo noi a prescindere da quanto possediamo o siamo riusciti a “fare” nella vita. Nella mia esperienza, una volta raggiunta questa consapevolezza siamo anche meno propensi ad accettare che ci trattino come bassa manovalanza, come sa bene chi si mobilita per ribellarsi a condizioni molto peggiori delle nostre.

Ecco, da privilegiata senza un affitto da pagare posso solo immaginare quanta disperazione ci sia dietro le mobilitazioni, i dibattiti interni, i “no” detti a fatica e con la paura del licenziamento: ma prevale il pensiero delle spese, della rata del mutuo, dei tanti anni persi in stage quasi gratuiti.

Non è tutto, però: come ci si aspetta che gente che legge, gente che ai libri si dedica per mestiere perché ha letto tanto, se ne stia anche con le mani in mano mentre la sfruttano?

A questo proposito, e per agganciarmi ad altre lotte a cui tengo, vi lascio con un meme che mi è piaciuto molto:

Poi dice che i libri non migliorano la vita.