Ho un po’ di amici in fissa col worst case scenario.

In chat lo nominano proprio in inglese, anche se è ovvio che lo “scenario”, a Shakespeare, gliel’abbiamo prestato noi! In ogni caso, specie di questi tempi, ci si sente meglio a prefigurarsi la peggiore delle ipotesi, in ogni situazione. Lo capisco e a dirla tutta mi sembra un’operazione ottimista, quasi rilassante: come si suol dire, ci si prepara al peggio, nella speranza evidente che non si verifichi.

Vi ho già spiegato che il mio unico problema con questo modo di fare è che si finisce per confondere la peggiore delle ipotesi con quella più probabile: se il worst case scenario diventa ai nostri occhi il finale più plausibile, non solo non ci stiamo facendo un favore, ma rischiamo anche di avere ragione! Perché, come vi spiega il link su cui avrete senz’altro cliccato, generiamo una profezia che si autoavvera.

Adesso mi chiedo: e se il vero coraggio consistesse nel pensare al best case scenario?

Perché, vedete, immaginarsi il meglio di una situazione (ma un esito attendibile, eh, non un miracolo!) vuol dire anche avere il coraggio di ammettere che questo quadro così ottimistico potrebbe comunque non coincidere con ciò che speravamo! Esempio stupido: se ho un manoscritto da pubblicare, nella peggiore delle ipotesi posso temere che non ci riuscirò mai (probabilissimo!) e nella migliore… che ci riuscirò! Però, a sentire ciò che mi predicava la buonanima di mia nonna, dovrei aspirare direttamente a vincere il Nobel per la letteratura (ogne scarrafone è bello a nonna soja). Converrete con me che non sarebbe una mossa molto scaltra, immaginare quello come migliore esito possibile per il mio manoscritto. Magari farei prima ad aspirare a vincere Miss Universo (a quanto ammonta il premio?) o ad ammettere qualcosa che, scommetto, rode anche a voi: amiamo tanto pararci il culo con la peggiore delle ipotesi, perché la migliore che abbiamo in mente non è realistica. Quindi, se rischiamo di scambiare la peggiore delle ipotesi per la più probabile, l’errore che facciamo più spesso col best case scenario è confonderlo con la soluzione che desidereremmo (e già fidarci del nostro giudizio in merito mi sembra ottimistico!), quando si tratta di un’operazione più complessa e ponderata.

Pensate alle coppie che sono state provate da questi mesi, che si trattasse di un allontanamento forzato, di una convivenza prematura o, peggio ancora, di una convivenza e basta! Scherzi a parte, in alcuni casi la migliore delle ipotesi e la peggiore potrebbero coincidere: una bella rottura strategica e passa la paura! Solo le persone coinvolte potranno sapere se restare insieme a oltranza sia lo scenario migliore, o il peggiore. Certo, a volte è difficile guardarsi con gli occhi di prima, specie quando siamo stati costretti a vederci al massimo su Zoom, oppure quando, al contrario, abbiamo scoperto cosa sia capace di fare l’altro pur di aggiudicarsi l’ultimo panetto di lievito al supermercato

Quindi, ecco a voi un esempio di best case scenario che, lungi dall’essere ottimista, mi diventa coraggioso anziché no: a volte, nella migliore delle ipotesi, possiamo giusto restare amici. E ci vuole un bel coraggio ad ammetterlo!

Insomma, voglio proprio vedere cosa combiniamo se ci troviamo alle prese con una situazione che magari è la migliore possibile, ma non è quella che volevamo: anzi, a ben vedere non ci contempla proprio nel quadro!

Davanti a siffatti scenari, worst o best che siano, lascio perdere le espressioni in inglese o le previsioni più o meno azzardate, e auguro a voi e a me un magnifico, tempestivo cambio di scenario!

(Qualche suggerimento, con licenza, su dove recarci in paranza…)