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Nessuna descrizione della foto disponibile. Diciamo che alla “mani” per il Cile ci sono andata per igiene mentale.

Per ricordarmi che esiste un mondo al di fuori del mio, e uno in cui si uccidono i manifestanti, si fanno sparire le persone e si violentano le donne sorprese in giro dopo il coprifuoco, anche se non c’è bisogno di quel pretesto lì. Questo per attenersi alle ultime “novità”, e dimenticare un momento il resto.

La cosa più inquietante del mio, di mondo, è la calma di ogni giorno: qui la rabbia è diventata una giornata come le altre, in cui ho finito la candeggina. Allora scatta la passeggiata tra sacchi dell’immondizia accumulati in assenza dei bidoni – bruciati e mai rimpiazzati “per motivi di sicurezza”. Il magazzino di elettrodomestici ha gli ingressi sprangati, tranne quello che fungeva da uscita, e tra le infinite file di scaffali del Corte Inglés non si aggirano che qualche signora un po’ stranita, e i pochi turisti che si avventurano in zona. Stanno tornando, eh: quelli lì, letteralmente, chi li ammazza. E tranquilli, ci aggiungo subito un “meno male”. Almeno loro. A voler evitarli, bisogna scapparsene su via Laietana, ma dal lato del chiosco delle riviste, perché il marciapiede della Policía Nacional è ricoperto di transenne. Sono uguali a quelle impilate in attesa all’angolo di casa mia, nell’incrocio col retro della caserma. Stanno lì, come i sacchi dell’immondizia, a ricordare che qualcosa è successo, e qualcosa succederà.

Lo sa anche il bambino che, su un raro spiazzo accanto all’Arc de Triomf, si lancia in picchiata in triciclo gridando: “Al fuoco! Al fuoco!”. E varie teste si girano in fretta a ogni scoppio, fosse anche quello di un palloncino. Poi tornano ad abbassarsi.

In quartieri meno centrali non è così, si capisce. Ma da Plaça Catalunya mi separano pochi passi, e mentre li percorrevo ieri pomeriggio, diretta alla manifestazione cilena, il solito chitarrista di strada sul Portal de l’Àngel intonava i Coldplay dietro i fari blu delle camionette. Erano quattro, disposte in fila davanti al magazzino che vende zen in comodi flaconi di olio e incensi, anche in confezione regalo. Qualcuno dei bei ragazzi in divisa osservava di sbieco le commesse, che offrivano campioncini alle passanti.

Ma tutto quello non era per il Cile, mi sono detta prima d’immergermi nella manifestazione più bella che abbia visto da anni: un trionfo di slogan (“facciamo paura perché abbiamo perso la paura”), percussioni di ogni tipo (uno aveva ancora l’etichetta del prezzo sul bollilatte, comprato apposta per sbatterci su il cucchiaio), e di Inti Illimani cantati con l’accento giusto.

Ho accusato stoica i colpi di chitarra nei reni del suonatore in poncho inca, che però ogni tanto mi chiedeva scusa, e ho scherzato con un amico bassetto che ho incrociato ormai a metà Rambla: si accodasse, che era  la prima manifestazione con poche schiene abbastanza alte da coprirci la testa del corteo… Quello ha riso – per fortuna! – e si è scusato: aveva un appuntamento in un’ora, e ormai si faceva buio,

Se n’è andato lui, ed è venuto l’elicottero.

Addirittura, ho pensato vedendolo volteggiare sulle nostre teste. Ma poi, come per le camionette di poc’anzi, mi sono detta: non è per noi.

Quando abbiamo raggiunto la statua di Colombo, tanto “cara” alle manifestazioni latine, altre quattro sirene hanno fatto per venirci incontro dal lato del mare, ma poi hanno girato tutte a destra, sul lato della Rambla opposto al nostro. Si sarebbe detto che andassero…

Sì, avete indovinato. Verso casa mia.

Ma poi ho letto le notizie: manifestazione di studenti e sindacati indipendentisti a Plaça Universitat. Semplicemente, per l’occasione erano tagliate le stesse strade che non avevano più bidoni.

Nel giorno in cui i resti di Franco sono stati rimossi dal Valle de los Caídos – dio, quanto ci mettono a morire davvero i dittatori – un gruppo d’indipendentisti è andato fuori al Consolato cinese a chiedere libertà per Hong Kong, i cui manifestati, in questi giorni, stanno ricambiando con un ampio sfoggio di estelades.

L’elicottero quasi non lo vedevo più, mentre guadavo la Rambla nella stessa direzione delle camionette.

Sarà anche un autunno caldo, ma a un certo punto mi sono accorta che la giacchetta traforata non mi bastava.

Se stavolta mi lasciano tornare a casa, ho pensato, vado a prendere il cappotto.

(Per la serie Tiempe ‘e Pappagone… “Io non lo vedo piuaaah!”. Sotto, un appello serio dal Cile.)

 

Image result for sandwichez dinar de primera Ok, vi ho detto tutto del gruppo di scrittura della domenica: prima gli esercizi “psicologici”, poi il tentativo di truffa

Adesso non mi resta che raccontarvi una cosa che non c’entra niente: la vetrata sullo sfondo del bar che ci accoglie.

È come uno schermo gigante che dà su un angolo di strada, la stessa del mio cinema preferito. Il panorama domenicale – passanti ancora sbronzi, tre bidoni, la maglia leopardata di una prostituta cinese – è interrotto solo da un cartello rivolto alla clientela, che raffigura un pasto frugale – almeno per me! – e qualche bibita: qui, che mangiano pochetto, sarebbe un pranzo – pure un po’ caro – e infatti la scritta recita “Dinar de primera”, pranzo di prima classe, o di prima qualità, se preferite.

Un’altra componente del bar sono i borseggiatori, ma quello è dappertutto. Quasi chiunque entri in un bar del centro di Barcellona e ne esca quasi subito, magari trascinandosi dietro un giornale mezzo aperto, può giubilarsi il vostro cellulare o portafogli senza che ve ne accorgiate.

Immaginatevi, quindi, che mentre scriviamo sparsi tra i tavoli del bar vengano tre persone, due ragazze e un ragazzo, a chiedere l’elemosina, prima che la barista li mandi via.

“Attenzione, sono borseggiatori!” grida dal suo tavolo il più antipatico del gruppo di scrittura.

Come vi dicevo, il rischio c’è. Ma dare per scontato che tre giovani gitani siano borseggiatori mi fa chiedere cosa succederebbe se fossi io a dichiarare la mia città di origine, e avvicinarmi ai tavoli per un’informazione, magari senza il vestito Skunkfunk di seconda mano a darmi un’aria hipster.

“Magari non lo sono” mi limito a ribattere.

Il tipo viene punito dal fato, quando tutto il gruppo si raccoglie intorno al tavolo sovrastato dalla già menzionata scritta “Pranzo di prima classe”, e parte il giro di confronti su quanto scritto stavolta.

Quando tocca a lui, autoproclamatosi maestro di cerimonie in assenza dell’organizzatrice, alle sue spalle appare un uomo che spinge un carrello pieno di… rifiuti. Di questo parlo un po’ nel romanzo sul referendum catalano che leggerete numerosi (vero?) l’anno prossimo: robivecchi locali, di solito di origine gitana o straniera, a caccia di cianfrusaglie nell’immondizia, da riparare e/o rivendere. Il loro forte è el día de los trastos, cioè il giorno, che varia di quartiere in quartiere, in cui si buttano i mobili vecchi.

Facendo di necessità virtù, il nuovo arrivato si mette a frugare in un grande bidone dell’indifferenziato, proprio mentre il tizio arrogante, al di qua della vetrata, ci racconta delle sue prodezze: ha una pagina dedicata ai viaggi (il robivecchi fa leva sulle braccia e ficca la testa nel bidone), si occupa molto di tour “zaino in spalla” (l’atleta estrae dal bidone una scatola di cereali, e la usa per lasciare sollevato il coperchio), e si specializza soprattutto in offerte di viaggio, biglietti e quant’altro.

A questo punto, l’uomo alle sue spalle viene inghiottito dal bidone.

Le mie compagne di scrittura cominciano diligenti le domande al tipo del sito di viaggi, mentre io guardo ipnotizzata il tuffatore, fuori, che riemerge a metà busto dal bidone con: un paio di scarpe décollété in perfetto stato, e una camicia un po’ sgualcita di crêpe beige.

Quando, per fingere di stare attenta, comincio a chiedere a gran voce il link di questo sito di viaggi (pieno di consigli, immagino, per guardarsi dai borseggiatori!), l’atleta della domenica schizza fuori dal bidone, e mi rendo conto conto di due particolari insieme: è un uomo di una certa età, brizzolato ma dal fisico temprato da “tuffi” come quello; ha trovato una bellissima tovaglia di cotone a fiori, che adesso piega con la stessa grazia di mia zia Fortunatina, buonanima, che invano ha provato a iniziarmi a quell’arte paziente.

Dalla mia parte del vetro, gli astanti lasciano sospeso il discorso del tipo dei viaggi per squagliarsela uno a uno, congelati dall’aria condizionata.

Rimango per ultima – anche perché un ben più gentile compagno australiano voleva dritte per pubblicare, proprio da me! – ma presa dalla conversazione non penso a scattarvi la foto della vetrata per il post.

Se l’ho scritto, non è stato per proporre il salto nel bidone come disciplina olimpica, ma per sottolineare una cosa: checché dicano i giornali dell’emergenza criminalità a Barcellona, a quanto pare solo presunta, non sono soltanto i cellulari a sparire.

Quello di cui si sta facendo man bassa è la possibilità della gente con poche risorse economiche di mantenere un tenore di vita al di sopra della mera sopravvivenza, anche per l’aumento a dismisura degli affitti a fronte di stipendi che in dieci anni, scusatemi, non sono cambiati poi tanto.

Quindi, capisco che i giornali non avessero molto da pubblicare durante l’estate – nonostante lo stupore di accaniti lettori, quando parlo dell’epopea del Nie – e anch’io rimpiango i due cellulari e il portafogli spariti in due anni, con buona pace dell’amico che ha subito otto furti: però terrei anche in conto il furto enorme di tempo e risorse che presuppone spendere la metà di quello che guadagni nel buco in cui vivi. Specie se si tratta di un ripostiglio svuotato delle sue cianfrusaglie, e riciclato come stanza a trecento, trecentocinquanta più spese, ovviamente “senza finestra” (nota particolarità locale).

Chissà se le cianfrusaglie che conteneva questa stanza “di prima classe” vengono abbandonate in un bidone, in attesa del nostro amico tuffatore.

(Ok, lui ahimè non è di Barcellona, ma la cover è della “barcellonese d’adozione” Shakira, e poi lo amo).