Archivio degli articoli con tag: Black Friday

Image result for meme black friday

Sabato, mentre passeggiavo senza meta tra la folla del Black Friday, pensavo che è diventato un problema non rientrare in nessun gruppo d’acquisto in particolare. Nemmeno in quello che demonizza il Black Friday.

Forse c’entra qualcosa con il corollario per cui ci vogliono infelici, così compriamo di più. Io, come vi dicevo tempo fa, avrei questo vizio di essere felice, che mi aliena certi amici di vecchia data (insoddisfatti per vocazione senza per questo essere consumisti) e non mi apre le porte dei “cuorcontenti” a oltranza, con cui neanche m’identifico.

Purtroppo per chi ha deciso che la mia dieta è una moda, non compro quinoa e avocado, e sono #teamsecondamano nell’annoso dibattito sui capi usati di origine animale. Infatti compro tutto su Wallapop, e ho approfittato degli sconti di questi giorni per procurarmi le poche cose che non riesco a trovare lì: calze non sfilate; articoli dell’unica marca che non trovo mai usata; un mini-calcio balilla per il piccolo Lucien, che viene sei giorni al mese a trovare il papà che ora vive a casa mia.

In giro sui social ho letto frasi interessanti – o divertenti – sul consumismo, mescolate però alle solite invettive contro i ‘mericani, uno di quei popoli su cui nel mio contesto sociale è lecito generalizzare. È vero, proprio ieri a pranzo una ragazza di Harlem mi diceva che la gente muore calpestata, al Black Friday; è vero, gli acquirenti compulsivi che ho visto per strada non erano tutti reduci da un trasloco in cui hanno regalato i 3/4 del vestiario a una colf appena atterrata, e certo non cercavano bigliardini per Lucien. Ma chi può dire chi abbia bisogno di cosa? Alcuni quartieri ne hanno poi approfittato per allestire sfiziose fiere artistiche o tradizionali, con tanto di “crocchette della nonna”, o vini del Penedès.

Il problema è che non me ne importa di emanare anatemi sulla falsariga dei missionari che intervistavo da ragazza, e che pensavano che evangelizzare i poveri del mondo fosse una priorità (per fortuna anche quella categoria è variegata). Il consumismo non dev’essere un “peccato”, piuttosto devono essere un reato le condizioni assurde dei lavoratori, e mi riferisco anche alle commesse pagate 400 euro al mese nel tanto celebrato “commercio locale”. Va anche detto che, purtroppo, più di un’associazione per il commercio equo (nel 2011 ho fatto un seminario a Parigi con Frères des Hommes) sostiene che il boicottaggio dei singoli può essere inutile o addirittura controproducente, se non sostenuto dalle istituzioni con accordi ad hoc (“li fate sbaraccare in Sri Lanka e trasferire in Bangladesh“, ci provava a spiegare in inglese creativo un’avvocata del commercio equo). In ogni caso, io dei prodotti scadenti non li comprerei per igiene mentale, proprio.

Non ho soluzioni in tasca, al massimo dovremmo farci domande di quelle che non si risolvano con un giretto su Google.

Intanto, credo di aver individuato da Fnac un acquisto che mi sono risparmiata:

Almeno su questo, ormai, non ci serve niente, grazie.

(Votata come la peggior canzone mai scritta sul venerdì 🙂 . Non vi aspettavate mica i Cure?)

Annunci

funny-pics-funny-quotes-funny-sayings-funny-pics-2014-Favim.com-1093250E niente, come dicevo nell’altro post sono sopravvissuta alla canzone di Adele, mai ascoltata che io sappia, e pure al Black Friday.

Sono passata per Portal de l’Àngel proprio mentre chiudevano i negozi, ma ho fatto in tempo a vedere la scritta che troneggiava sulle vetrine: tutto al 20%. Il ven-ti-per-cen-to? A me serve giusto un paio di calze, marroni. Secondo voi mi vado a prendere a capelli con mezzo mondo per pagare 1 euro e 60 in meno sul prezzo normale? Vabbe’ che non lo farei neanche se me le regalassero, ma a maggior ragione, chi si è fatto abbindolare da una roba del genere? Ah, molti?

Ok. Ognuno facesse quello che vuole. È che ultimamente mi sto rendendo conto della famosa differenza, che ebbene sì, mi tormenta spesso, tra volere e avere bisogno.

Le due cose andavano a braccetto per la zia novantenne che si chiedeva perché comprassimo le patatine fritte surgelate, quando bastava prendere una patata e tagliarla a sigaretta: l’olio l’avremmo scelto noi e avremmo fritto una volta sola. Ma a noi nipoti consumisti piacevano di più così.

Adesso no, mi sto rendendo conto che, se superiamo l’equivoco della comodità, tendiamo a volere solo le cose di cui abbiamo bisogno. L’insalata imbustata sarà comoda, ma quando comincia a marcire la rucola prima della lattuga a un paio di giorni dalla data di scadenza, e non riusciamo né a mangiarla né a buttarla, ci ricordiamo che il fruttivendolo ha la gentilina rossa a 10 centesimi in meno, un cespo intero. Ho cronometrato il tempo che ci metto a lavarla: cinque minuti perché sono lenta. Non ne valgono la pena?

Così per tutto il resto. Sono stata a un mercatino di beneficenza e ho preso vestiti carini e originali, roba di Nolita, Benetton, Miss Sixty. Alcuni nuovi, modelli che mi piacevano e nei negozi non trovo più, e adesso sto pensando a cosa mi servirebbe comprare e non trovo risposta (a parte le famose calze marroni). Ho tutto e mi scoccio di far posto ad altra roba che non mi serve.

Ho scoperto la passione per la cucina cinese, quella vera di zuppe e tagliatelle fatte a mano, e mi lascia perplessa chi dice che non può “permettersi di essere vegetariano”, forse pensando ai prezzi di Valsoia e prodotti bio. Dici che non vuoi, magari, non ti obietto niente, ma se mi tiri fuori l’economia ti ricordo che a fronte dei cinque euro delle tue ultime fettine io ho speso 80 cent di farina di forza e ho fatto tanto di quel seitan che pensavo di surgelarlo. Peccato che non surgeli mai niente, non ho bisogno neanche di questo. Lo spleen domenicale a che serve, se non a cucinare per mezza settimana?

Ma d’altronde, a che serve il Black Friday? A far girare l’economia. La stessa che condanna al precariato i commessi che fanno turni massacranti non retribuiti per farci comprare gli ultimi regali di Natale.

A proposito, sto facendo sciarpette per tutti, e non crediate che i gomitoli costino poco, vanno dai 5 ai 7 euro e per un lavoro decente ce ne vogliono almeno un paio. Ma volete mettere “‘a cazzata pe’ tu’ cognato”, come direbbe Osho, presa all’ultimo momento al centro commerciale, con la sciarpetta sbilenca che i miei amici fingeranno di apprezzare con un sorriso a denti stretti? Apprezzeranno il lavoro fatto pensando a loro ogni sera davanti a un film, o non sono amici miei.

Quello che voglio dire, in tutto questo, è: perché c’è la corsa ai regali, coi nuovi rituali dello sconto inventati negli ultimi anni? Perché così si usa. E perché così si usa? Perché abbiamo sempre fatto così.

Non sarà, allora, che sia questione di abitudine?

Perché, se è così, è fantastico: basta cambiarla! No, che non è difficile, basta fare un’altra cosa ogni giorno e diventa un’abitudine pure quella.

Sarà che i miei coinquilini, in questa casa, vengono e vanno a intermittenza, sarà che essere abbandonati al proprio destino genera mostri, ma io un po’ per volta ho assunto uno stile di vita basato molto sul fai da te, che mi taglia i costi perché compro quasi solo materie prime, e mi fa capire sul serio che tante cose che ci sembrano indispensabili lo sono diventate all’improvviso e quando impariamo a farne a meno non le rimpiangiamo affatto. Sì, lo so che non ho scoperto niente e siamo in tanti. Ma non sarà che siamo ancora pochi, a giudicare da come si sbattevano quelli del Black Friday?

Ok, le calze marroni mi servono ancora e non mi priverò della busta di germogli quando torno famelica dal corso delle 21.00. Non si tratta di riciclare per sempre le camicie smesse come stracci per la polvere e mangiare la stessa zuppa per una settimana, come “chi ha visto la guerra”.

Si tratta di scegliere come vogliamo vivere. Il resto, quello che dico succeda quando abbiamo cominciato, potrebbe sorprendervi sul serio.