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Amazon.com: Winged Gargoyle BUNNY in the Foggy Woods: Handmade
Primo piano del boschetto della mia fantasia, disponibile su: https://www.amazon.com/Winged-Gargoyle-BUNNY-Foggy-Woods/dp/B015YBE8AM

Forse pensate che io esageri, quando dico che la mia vita è surreale.

Allora vi spiegherò che ieri stavo in fila da cinque minuti in una cartoleria catalana nel Raval (e già così, credetemi, fa un po’ ridere) e aspettavo che il tizio davanti a me comprasse un gargoyle.

Quando ero entrata io, il ragazzo (capelli lunghi, occhiali con la montatura dorata, pantaloni della tuta targati AC/DC) si era già fatto prelevare la statuetta di pietra nera dagli scaffali pieni di orologi vittoriani, e cappelli alla 4 Non Blondes con occhiali incorporati. In attesa che la cartolaia gli ultimasse il pacchetto regalo, il giovine spiegava in catalano che la sua ragazza adorava le cianfrusaglie neogotiche, e quello era il suo regalo di compleanno.

L’anziana cartolaia mi dava più l’impressione di una che ti consiglia il gargoyle giusto (pur schifando il prodotto) piuttosto che quella di una che attiva computer e mi stampa le bollette della luce, che era il motivo per cui ero lì. Il Comune di Barcellona, infatti, mi aveva appena avvisato per raccomandata che avevo dieci giorni per dimostrare che vivevo proprio dove avevo dichiarato di vivere, cioè a casa mia. Ogni tanto lo fanno.

Ribadisco che, da quando sono entrata io a quando è uscito il tizio (che aveva già scelto il suo cazzo di gargoyle quando ancora mi trovavo fuori alla cartoleria), sono passati cinque minuti d’orologio. La cartolaia ci ha messo tutto quel tempo a fare il pacchetto, piazzandosi bene nella mia hit parade di negozianti locali: adesso la tengo giusto sotto quelli che mi fanno aspettare al bancone mentre parlano al telefono con la Marieta del Mercat, e quelle che sconfiggono il patriarcato dibattendo con la cliente in fila alla cassa prima di me (ogni riferimento è puramente casuale). Grazie agli incidenti che vi sto per raccontare, la signora ha superato pure quelli che mi sbagliano due copie di chiavi su tre, oppure chiudono il negozio un po’ a cazzo di cane, quando dicono loro. Già vi vedo sul piede di guerra a difendere la lentezza e il commercio locale, e voglio pure darvi ragione, ma fate una cosa: contate esattamente cinque minuti d’orologio, e vedete se non sono tanti, per fare un pacchetto.

Per ingannare il tempo, con la maturità di donna adulta che mi contraddistingue ho iniziato a fare le boccacce all’uomo che mi aspettava fuori, e che di lì a poco, esasperato, si sarebbe messo a leggere in piedi davanti al negozio. Sì, era il mio compagno di quarantena, e a dirla tutta mi aveva appena regalato a sua volta un nuovo momento WTF: un’oretta prima era seduto con me a una panchina del porto, tra volanti della polizia che scorrazzavano in cerca di un cagnolino smarrito, e mi aveva spiegato che… avevo presente il lavoro d’ufficio che lui doveva iniziare lunedì? Ovvio che avevo presente: per sostenere il colloquio online, l’imbranato mi aveva colonizzato tre dispositivi elettronici per un’intera giornata, bestemmiando in videoconferenza al livello massimo della sua volgarità (cioè, “Oh, shoot.”). Ebbene, aveva proseguito il compagno di quarantena, il fatto era che alla fine non s’era presentato più a lavorare. S’era perso sia il primo giorno di training, che il secondo: aveva rinunciato, insomma. Perché?, avevo chiesto neanche troppo meravigliata. Perché, mi aveva risposto lui, il giorno prima aveva fatto un incubo. Grazie a quello aveva capito che non poteva. Non sopportava di restare nove ore davanti a uno schermo: detestava gli schermi. Detestava la tecnologia. Voleva andare a lavorare per qualche mese come volontario in una fattoria in cambio di vitto e alloggio, finché non finiva questo lockdown di fatto: così almeno finiva lui di scrivere questo benedetto resoconto sulla sua precedente vita in strada.

Ora, il compagno di quarantena va dicendo questo da un anno, ma intanto che lui si decide a poggiare la penna sul quaderno (figurarsi se ha un computer!) io sono alla quarta stesura del mio resoconto sulla sua vita in strada. Si chiama Sam è tornato nei boschi, è un po’ romanzo e un po’ una cronaca delle peregrinazioni di un senzatetto “per scelta”. Conoscete qualche casa editrice folle che me lo pubblichi?

Vabbè, come non detto.

Tanto, ieri, il massimo che mi toccava stampare erano le cavolo di bollette di casa mia, giusto per dimostrare al comune di Barcellona che sono io a pagarle (un metodo di verifica infallibile, peraltro). Mi vergogno quasi a comunicarvi l’ovvio, ma la stampante della cartolaia s’è inceppata alla fine della prima stampa: dunque, mentre la negoziante strappava via brandelli di carta dalla macchina, ho avuto tutto il tempo di scoprire dai quattro fogli superstiti che la compagnia della luce mi attribuiva ancora l’indirizzo che avevo nove anni fa, proprio nel Raval. Per risalire al mio indirizzo attuale bisognava andare a pagina due della bolletta, e una banalità del genere, al Consolato italiano, mi aveva spostato di ben tre mesi una pratica importante. Il Comune di Barcellona avrebbe mai uguagliato questi livelli di incompetenza?

In compenso, la breve autodichiarazione che allegavo alle bollette della luce, e che era uscita per ultima dalla stampante ormai tornata in sé, presentava due o tre parole attaccate l’una all’altra, come l’iscrizione su un’anfora romana. Ebbene sì: l’unica cartoleria aperta nei pressi dell’Università di Barcellona stampa ancora in doc, invece che in docx. Scusate, in tempi normali vado a stampare in posti in cui non è necessario salvare in pdf una mia dichiarazione sul fatto che vivo davvero a casa mia!

Nell’attesa, almeno, il compagno di quarantena progettava un piano B per sfuggire agli sche(r)mi, che prevedeva un suo ritorno provvisorio in Inghilterra (nota nazione poco digitalizzata). Io, invece, m’ero resa conto di che giorno era. Erano passati esattamente sette anni dalla crisi più nera della mia vita: una roba che mi aveva fatto entrare in abiti che sarebbero stati stretti a Dolce Memole, e svegliare alle sei del mattino per intonare un coro a una voce sola di lamentazioni in assiro-babilonese. Non fraintendetemi: oggi la mia vita è sempre una sit-com, come potete notare, ma rispetto a sette anni fa è il paradiso. Sette anni fa non mi accompagnavo solo a gente folle che potesse auspicare un lockdown in fattoria, ma a gente folle che perdipiù mi disprezzava pure. E magari non dovevo dimostrare la mia esistenza al Comune di Barcellona, ma in compenso provavo a spiegare ai miei amici che, nonostante le apparenze, la mia nuova casa non era popolata da fantasmi (o da gargoyle, se era per questo). Oppure chiarivo al robivecchi pachistano, a cui regalavo le atroci statuine del vecchio proprietario, che i santi non andavano appesi per l’aureola.

Una volta uscita dalla cartoleria, redarguivo pure il mio matto del momento: non tornare al tuo paese, dicevo, che sempre in un bosco finisci, e quelli inglesi sono più freddi delle pinete di qua.

E se il comune decide che non vivo più a casa mia, è la volta buona che in un bosco ci finisco anch’io.

Il boschetto della mia fantasia non sarebbe male, specie adesso che se ne cade di gargoyle in pietra nera.

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Viva i pompieri: fidatevi anche se non capite lo spagnolo!

 

Cantamañanas: è l’insulto più bello che abbia visto rivolgere a Pedro Sánchez. Persona irresponsabile, indegna di fiducia.

Ho scoperto il termine in un commento nella pagina barcellonese di Mediterranea, sotto a quest’articolo da cui, a beneficio di chi ha ancora bisogno di eroi in salsa brava, mi permetto di citare uno stralcio:

In altre parole, secondo [la vicepresidente spagnola] Calvo, Open Arms sta infrangendo la legge «a cui siamo tutti sottoposti» giacché la Spagna «è uno stato di diritto». Dimenticando che il codice della navigazione prevede espressamente l’obbligo di salvataggio dei naufraghi. La vicepresidente ha quindi confermato che all’arrivo in Spagna il governo, attraverso la Direzione generale della marina mercantile (che dipende dal ministero spagnolo dei trasporti), potrebbe multare la ong catalana per ben 900mila euro. Il che equivale a distruggere l’associazione, che vive di donazioni e aiuti. E di fatto, allineando completamente il governo spagnolo alla posizione di Toninelli e Salvini.

Il commento migliore a dichiarazioni del genere è stato quello di Oscar Camps di Open Arms: “Non so se parla lei, o Salvini è ventriloquo”. Che mi sembra una provocazione sublime, anche, e lo dico per chi ha dubbi sul mansplaining, se a dirla è un uomo a una donna.

Quello che non può dire un uomo a una donna è quanto questa debba far dimenticare all’elettorato di avere un bel corpo, anzi, di avercelo proprio, se vuole “giocare ad armi pari” (che poi, “donna” e “armi pari” nella stessa frase mi suscitano un sorriso che diventerebbe sghignazzo se fossi nera).

Ma, intanto che si risolveva tutto il casino dell’Open Arms e continuava l’odissea dell’Ocean Viking, l’Italia se ne stava un po’ a misurare i centimetri del bikini di un’ex ministra e un po’ a fare meme divertenti sulla crisi di governo, mentre l’Open Arms, finalmente lontano dai riflettori, entrava indisturbata nel porto di Lampedusa.

Stamattina mi sono alzata con un’idea balzana, stropicciata dal sonno: e se non li cacassimo proprio più, i migranti? Se i giornali si dimenticassero di loro, se invece di pensarci andassimo da questi a dire: “Ciccio, e i bilanci da approvare? I 49 milioni?”, oppure “Guapo, e il ‘commissariamento‘ della Catalogna? E i tagli?”. All’improvviso salvare vite non diventerebbe uno strumento indegno di lotta politica per afferrarsi alle poltrone, e cominceremmo a capire che, stato di diritto o no, se fossimo noi in mezzo al mare vorremmo essere salvati, e, pensate un po’, avremmo pure la legge dalla nostra parte.

Un momento! Era una provogazzione, ok? Più che altro un brutto risveglio.

Sì che dobbiamo parlarne, del razzismo mosso dalla paura mossa dalla crisi (come se il razzismo avesse bisogno di moventi). Però se dicessimo, tipo, non è questo il punto?

Che cazzo, ci sono migliaia di leoni da tastiera che ogni giorno mettono bene in chiaro che quello dei migranti non è un problema nostro, di noi che ce ne stiamo a discutere all’asciutto, ma non abbiamo un lavoro fisso o dei figli che ce l’abbiano. E allora ascoltiamoli: perché non guardiamo ai problemi che ci riguardano davvero?

La domanda sia piuttosto: questi qui del Governo, in un anno, che diavolo hanno fatto? E non è una domanda retorica. Di tutto quello che hanno fatto, cosa ce ne viene in tasca a noi?

Brucio dalla curiosità di scoprirlo. E in questo momento, mi sa, non sono l’unica a bruciare.

(Ho sentito questa versione di Aquarela do Brasil, cioè “Brasil nanananananana”, dopo aver letto il capitolo sul Brasile di Inhuman Bondage, libro sulla storia della schiavitù. Da allora mi commuovo ogni volta che l’ascolto.)