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Lunedì dopo il post mi sono arresa: a casa non resisto più di due ore, al pc.

A trent’anni vivere da sola è stato emancipatore, a trentotto è stato contingente. Continua a piacermi, specie la parte in cui leggo a letto e mangio all’ora che voglio, ma c’è una certa differenza.

Così lunedì ho preso il mio Lenovo, le cui dimensioni devono essere un omaggio a “2001” di Kubrick, e me ne sono andata in quel posto hipsterissimo che avevo giurato a me stessa di frequentare solo in caso d’emergenza.

Ho cambiato idea per motivi nobili, cioè l’aria condizionata e un Rodilla davanti ai lunghi tavoli dall’aria finto-rustica, che peraltro presentavano la seguente situazione: due ragazze con pc enormi, e pezzenti quasi quanto il mio, fiancheggiate da svariati ragazzi col Mac.

Stavolta ho vinto la tentazione di trarne complicate conclusioni sociologiche, e sono stata premiata a scapito di una ragazzetta nervosa. Che a un tratto s’è seduta di fronte a me proprio con un Mac, ma rovesciato, e prima che capissi che succedeva mi ha scroccato una chiamata. A un fisso, ha precisato pure.

Guardinga ma poco propensa a credere in un fantomatico “trucco del Mac scassato” (anche se i ladri di Barcellona ne sanno una più del diavolo), l’ho ascoltata lamentarsi con suo padre perché “Una cinese mi ha rovesciato il caffè sul computer!”, e non si accendeva, era disperata, non sapeva che fare, “papà aiutami”.

Stavo già per fare la quarantenne sfigata che inveisce sulla drammaticità dei Millennials, quando mi sono ricordata che il mio pc costava un terzo del suo, e ho visto il mio vicino di tavolo, pure giovincello, suggerire a chiamata finita: “Vai all’Apple Store qui vicino, hanno un rimedio per questo tipo di incidenti”.

Mancava poco alla chiusura del negozio in questione, ma la ragazza pensava solo alla necessità di “chiedere i documenti alla cinese”, che intanto era entrata in scena solo per infilare la porta con un amico ancora più scocciato di lei: era convinta che il problema fosse risolto.

La ragazza del pc l’ha fermata in tempo per annunciarle che così non era, e scoprire che l’altra girava senza documenti.

Allora ho provato a proporre in spagnolo che andassero da Apple insieme.

L’ “assassina di computer” non capiva un’acca di spagnolo, ma ha proposto in buon inglese: “Andiamo da Apple insieme”.

Il ragazzo vicino a me non capiva un’acca di quell’inglese corretto, e ha proposto nel suo, zoppicante: “Andate da Apple insieme”. Al che l’amico scocciato della colpevole, che non capiva quell’inglese zoppicante, ha chiesto nel suo, corretto: “Puoi ripetere?”.

Prima che entrasse pure Bella Figheira e la scena non finisse più, io che capivo tutto – tranne le bestemmie in cinese – ho mandato il terzetto a cagare da Apple, visto che non c’era un minuto da perdere.

Poi ho fatto un sorriso ironico al vicino di tavolo, che sulla strafottenza dei due amici “incriminati” mi ha fatto notare: “Sì, però che propongano loro stessi di andare insieme in negozio è la cosa giusta da fare, e non è da tutti, di questi tempi”.

Mi sono resa conto che aveva ragione. Purtroppo, fare cose giuste non è troppo scontato. Dunque, ispirandomi a quel tipo che ancora vagiva mentre io guardavo Pollon, ho commiserato il troll che, dei centocinquanta naufraghi nel Mediterraneo, scriveva che “potevano affondare tutti, se li prendesse l’Europa“: ho segnalato il commento e invitato altre persone raccapricciate a fare altrettanto senza perdere tempo, che “a quello ci aveva pensato la vita”.

Ho poi accolto con un sorriso serafico, alla festicciola che mi sono ritrovata sulla strada del ritorno, i vari connazionali stile “Ma davvero sei vegana?”, “Ma come fai!”, “Carbonaraaa!”. Ma sono abituata alle reazioni che scatena la mia sola presenza  tra carnivori particolarmente insicuri, e di fronte all’immancabile scusa: “Non è per te, è che certi vegani…”, ho fatto solo notare che gli unici che mi abbiano mai rotto anni fa sulla questione erano del team “il latte è veleno” (e questi, scava scava, quasi sempre mangiano pesce). Invece, il numero di sfigati che rompe in nome di “certi vegani” è secondo solo a quelli che fanno le faccette scandalizzate quando si comincia a parlare dei furti a Napoli.

Indovinate di cosa si è parlato dopo.

“Non vi rendete conto che Barcellona è al primo posto in Europa per furti di cellulare?” si lamentava un israeliano che a Napoli ci aveva vissuto. “Vedete, nell’indice delle nazionalità felici, le prime posizioni sono occupate dai paesi scandinavi…”.

“Ma lì si suicidano!”.

Lo statistico e io ci siamo guardati con un sorriso di commiserazione, poi ho deciso che potevo chiudere lì la serata, e tornare alla mia trista cena senza carbonara, nell’appartamento vuoto e rovente che, a conti fatti, non era poi il posto più brutto in cui stare.

La vita è quella cosa che nello stesso pomeriggio ti dimostra che vale la pena uscire, e che in fondo casa tua non è poi così male.

 

 

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da amarilloverdeyazul.com

Il bello di prendersi il caffè con un vecchio vicino del Raval è che comincerà a parlarmi di sua sorella professoressa, poi di quella sposata, poi di suo fratello che sta in Turchia, e di quello che per seguire i corsi va in moto fino a Islamabad… Al che timida gli chiederò: “Quanti fratelli hai, scusa?”. E lui: “Sei”. Insomma, quando ricambio l’onnipresente domanda: “Come sta la tua famiglia?”, rischio di ricevere una luuunga risposta.

La seconda costante è la stessa che si verifica per Abdul: non ci capiremo. Posso stare un’ora a ripetergli che prendo solo un caffè, e poi devo scappare a fare la spesa dal mitico Paki del Parlament (senza offesa, così lo chiamano): terminata la soda hipster che avrà finito per offrirmi, mi porterà in un ristorante pakistano di sua fiducia in attesa di sua moglie e suo figlio “che pranzeranno con noi”. Infine, deluso dalla mia defezione, avviserà per telefono la consorte (filippina, dallo spagnolo perfetto), e scoprirà che lei non aveva nessuna intenzione di scendere di casa, e il bambino dorme ancora. Il sospetto è che non si sia capito neanche con lei, e no, stando a quanto mi accenna lui non è la garanzia di un matrimonio felice. Confesso che a volte anch’io, in Inghilterra, ho fatto solo finta di comprendere, e ripeto l’errore ancora oggi, quando i coinquilini francesi mi parlano alla velocità della luce e capisco di più il loro cane. Ma, contrariamente ai miei amici pakistani, se un equivoco prende pieghe inquietanti so quando fermarmi e affrontare la figura di me’.

Perché, e veniamo al terzo punto, siamo entrambi immigrati. Però io sarei “expat” e i miei ex vicini no. Mia madre ha preso un aereo per aiutarmi con dei lavori in casa, la madre del mio amico non può venire perché ha “problemi col visto”. Santo cielo, io a una che ha avuto sette figli spalancherei le porte di tutti i paradisi.

Nessun problema, comunque. Adesso il mio amico e io abbiamo un’altra cosa in comune: non ci vogliono! Almeno i padroni di casa. Come è già successo a una mia collega italiana, il mio amico voleva affittare uno schifo di due vani senza ascensore, in un palazzo di merda, a 700 al mese, e gli è stato detto: “Vogliamo solo gente di qua”. Da un po’ succede a molti stranieri. E a nulla vale presentare buste paga, garanzie, caparre più consistenti… L’idea è: perché rischiare? Metti che per una volta tornano finalmente al loro paese! Poi chi li acchiappa più.

Il problema è che non attacca neanche cercando di essere pratici: se proprio vuoi discriminare, fallo con chi non può fornirti garanzie di pagamento, buste paga o documenti validi che attestino per quanto possibile che la persona non se ne andrà. Se tutto questo c’è, che ti frega dell’origine di chi ti paga? Magari ti capita quel pazzo del mio ex vicino spagnolo, buttato fuori con la forza dopo averci riempito le scale ogni giorno di cacca di cane.

E non m’importa delle storie lacrimevoli che pretendono di giustificare queste ottusità: la mia vecchia padrona di casa che a momenti conta le forchette, “perché quelli prima di me le hanno distrutto l’appartamento”; la milanese che, avendo avuto problemi con due ospiti arabi, non dava una stanza al mio ex e a sua sorella, cittadini britannici nati in UK con cognomi pakistani; il catalano che non affitta al mio amico perché dei suoi compaesani se ne sono andati senza pagare.

Il fatto è che i miei incubi, quando vivevo a Forcella, li ho avuti con un’inqualificabile coinquilina francese, e sapete che c’è? Il tizio che mi ha preso una stanza ieri mi ha sfottuta: “Ma tu affitti solo ai francesi?”.

“Perché no?” stavo per rispondere. Come dice l’amico con cui ora ho un pranzo in sospeso, “Non è che, perché uno si comporta male, ci comportiamo tutti male!”.

E siccome in tanti non afferrano questo concetto banalissimo, ne approfitto per riportare il contenuto di un meme che ho visto in giro:

Pretendere che i musulmani chiedano scusa per il terrorismo è come chiedere ai musicisti di chiedere scusa per Gigi D’Alessio.

E questo è quanto.