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Caffè al bar: come riconoscerne la qualità | Goglio Packaging System

A Barcellona ritornano i mercatini!

Alla chetichella e perlopiù all’aperto, o con accesso limitato/percorso fisso stabilito da alcune frecce. Ma tornano.

C’è la Fiera Vegana, sponsorizzata per l’occasione dal distretto in cui si tiene. C’è questo mercato, che ha il primato di vendere solo quelli che le mie amicizie, in omaggio a me, chiamano”vestiti Maria” (cioè, a fiori e sul vaporoso andante), ma i modelli mi hanno sempre fatto schifo: la coerenza innanzitutto!

E poi c’è un mercatino che non taggo, perché per me segna un anniversario importante: quello di uno dei più grandi bidoni della mia vita! Cominciato, appunto, mentre mi aggiravo tra le bancarelle in cerca di “vestiti Maria” (ma belli), e avevo finito per trovare una ragazza che mi stava pure simpatica, e mi aveva offerto un caffè. Con altra gente di sua conoscenza. Per parlare di “un certo progetto”.

Devo dire che in quel preciso momento mi era rimbombato nelle orecchie il lacerante “Run!” di Tom Yorke in Creep: ma le casse del mercatino trasmettevano solo pop spagnolo, quindi dev’essere stato il mio stomaco che mi mandava il primo segnale. Il secondo segnale era stato… di fumo, letteralmente: il caffè offerto dall’amica era troppo caldo, ed ero sicura che fosse bruciato. Perché non andavamo in un certo bar là vicino, che offrivo io?

Ssst, mi aveva fatto lei: la riunione era già iniziata. Oddio, “riunione” era una parola grossa: l’idea delle altre persone sedute al tavolo era mettere su un progetto di volontariato, a metà tra cultura e beneficenza, ma senza la politica di mezzo… Insomma, il classico progetto campato in aria che piace sempre un sacco, e di solito non serve a una ceppa. Magari l’organizzatore principale, mi suggeriva il solito stomaco impudente, aveva pure qualche secondo fine, tipo arrivare a certi fondi pubblici, o a qualche contatto politico

“Che ne dici, Maria? Sei dei nostri?” mi aveva chiesto l’amica a nel bel mezzo della riunione.

“Beh” avevo abbozzato per non fare la guastafeste “se ho tempo e non mi prende più di un’ora a settimana…”

Non l’avessi mai fatto! L’ora a settimana è diventata un’ora al giorno, poi anche due: ma a poco a poco, eh, come per la storia della rana nella pentola. Il resto del gruppo? Uccel di bosco: uno stormo intero, a ben vedere. L’interesse nascosto? Sfidare un’organizzazione rivale, su cui, sia messo agli atti, io non avevo niente da ridire.

Ma non vi racconto tutto questo per ammorbarvi con le mie disavventure ai mercatini. La vera domanda è: avete notato il particolare più importante della storia?

Armiamoci di cronomentro. Quanto ci avevo messo a dire la frase con cui accettavo di collaborare? Ebbene sì, l’ho calcolato davvero: 3 secondi e 96 centesimi. Quanto ci avrei messo a dire un no educato, fosse anche possibilista? Qualcosa tipo: “Adesso non posso, e non voglio fare false promesse, però chiamatemi per progetti specifici!”. Rullo di tamburi… Avrei impiegato ben 8 secondi e 77 centesimi! Troppo, eh? Un vero e proprio spreco di tempo!

Mi seguite fin qui? Adesso, pensate a quanti mesi e anni ho sprecato, per non pronunciare quella frase che richiedeva meno di nove secondi.

“Ma è stato tutto tempo sprecato?” mi chiederete. Ottima domanda! Quand’è che sopravvalutiamo il cosiddetto istinto?

  • Quando, per “istinto”, indichiamo solo un insieme di paure e pregiudizi, che ci precludono anche belle esperienze.
  • Quando entriamo nel tunnel delle profezie autoavverantesi: cioè, iniziamo un progetto pensando sia tutto sbagliato, e usiamo ogni minima difficoltà per rafforzare la nostra convinzione, finendo davvero per sbagliare tutto.

Quand’è che, invece, l’istinto è utilissimo?

  • Quando per quello intendiamo la parte irrazionale che accompagna qualsiasi decisione, e che si chiede: “È tutto molto bello, ma io voglio fare davvero questa cosa?”: e la volontà ha una cattiva fama nei processi decisionali, ma è importantissima.
  • Quando si tratta soprattutto di intuizione, cioè della capacità di compilare dati e informazioni seguendo percorsi mentali più rapidi della logica comune.

Per tutto il resto, ho una confessione da farvi: considerando che ogni scelta è una rinuncia a qualcos’altro, devo ammettere che a dire di no mi sarei risparmiata molti casini, ma mi sarei anche persa momenti belli: la festa a sorpresa per un organizzatore redivivo, il momento di solidarietà che non mi aspettavo…

Però, sapete qual è il grande assente, in considerazioni del genere? Tutto. Il. Resto. Tutto ciò che avremmo potuto fare non ficcandoci in un progetto che prometteva qualche bel momento, e un indicibile spreco di tempo ed energia. Perché non pensiamo mai a quello che ci perdiamo, quando prendiamo decisioni affrettate? Per puro buonsenso, o così crediamo: Martin Seligman sostiene che al giorno d’oggi “pensare al futuro” è quasi una maledizione, anche la psicoterapia moderna si sofferma o sul passato, o sul presente a tutti i costi.

E invece io, quando ho cominciato a credere nel “tempo che vorrei“, mi sono migliorata la vita un bel po’. Anche perché questo tempo in realtà è uno spazio: un posticino che ci apriamo giorno per giorno, per metterci dentro qualcosa che vogliamo sul serio, e che nella peggiore delle ipotesi non riusciremo a ottenere. Non so voi, ma io preferisco “fallire” in qualcosa che mi piaccia, piuttosto che in un’attività che non mi interessa nemmeno, così da non godermi neanche il percorso!

Dai, concedetevi questo spazio anche voi, se ancora non lo fate.

A volte ci vogliono davvero nove secondi per darsi l’autorizzazione, e in palio ci sono giorni, mesi, anni di reale serenità.

E non so voi, ma io con la serenità prenderei volentieri un caffè: magari, stavolta, uno che non sia bruciato.

(In fondo, Tom Yorke riprende il concetto napoletano di: “Fuje sempe tu!”).

Lunedì dopo il post mi sono arresa: a casa non resisto più di due ore, al pc.

A trent’anni vivere da sola è stato emancipatore, a trentotto è stato contingente. Continua a piacermi, specie la parte in cui leggo a letto e mangio all’ora che voglio, ma c’è una certa differenza.

Così lunedì ho preso il mio Lenovo, le cui dimensioni devono essere un omaggio a “2001” di Kubrick, e me ne sono andata in quel posto hipsterissimo che avevo giurato a me stessa di frequentare solo in caso d’emergenza.

Ho cambiato idea per motivi nobili, cioè l’aria condizionata e un Rodilla davanti ai lunghi tavoli dall’aria finto-rustica, che peraltro presentavano la seguente situazione: due ragazze con pc enormi, e pezzenti quasi quanto il mio, fiancheggiate da svariati ragazzi col Mac.

Stavolta ho vinto la tentazione di trarne complicate conclusioni sociologiche, e sono stata premiata a scapito di una ragazzetta nervosa. Che a un tratto s’è seduta di fronte a me proprio con un Mac, ma rovesciato, e prima che capissi che succedeva mi ha scroccato una chiamata. A un fisso, ha precisato pure.

Guardinga ma poco propensa a credere in un fantomatico “trucco del Mac scassato” (anche se i ladri di Barcellona ne sanno una più del diavolo), l’ho ascoltata lamentarsi con suo padre perché “Una cinese mi ha rovesciato il caffè sul computer!”, e non si accendeva, era disperata, non sapeva che fare, “papà aiutami”.

Stavo già per fare la quarantenne sfigata che inveisce sulla drammaticità dei Millennials, quando mi sono ricordata che il mio pc costava un terzo del suo, e ho visto il mio vicino di tavolo, pure giovincello, suggerire a chiamata finita: “Vai all’Apple Store qui vicino, hanno un rimedio per questo tipo di incidenti”.

Mancava poco alla chiusura del negozio in questione, ma la ragazza pensava solo alla necessità di “chiedere i documenti alla cinese”, che intanto era entrata in scena solo per infilare la porta con un amico ancora più scocciato di lei: era convinta che il problema fosse risolto.

La ragazza del pc l’ha fermata in tempo per annunciarle che così non era, e scoprire che l’altra girava senza documenti.

Allora ho provato a proporre in spagnolo che andassero da Apple insieme.

L’ “assassina di computer” non capiva un’acca di spagnolo, ma ha proposto in buon inglese: “Andiamo da Apple insieme”.

Il ragazzo vicino a me non capiva un’acca di quell’inglese corretto, e ha proposto nel suo, zoppicante: “Andate da Apple insieme”. Al che l’amico scocciato della colpevole, che non capiva quell’inglese zoppicante, ha chiesto nel suo, corretto: “Puoi ripetere?”.

Prima che entrasse pure Bella Figheira e la scena non finisse più, io che capivo tutto – tranne le bestemmie in cinese – ho mandato il terzetto a cagare da Apple, visto che non c’era un minuto da perdere.

Poi ho fatto un sorriso ironico al vicino di tavolo, che sulla strafottenza dei due amici “incriminati” mi ha fatto notare: “Sì, però che propongano loro stessi di andare insieme in negozio è la cosa giusta da fare, e non è da tutti, di questi tempi”.

Mi sono resa conto che aveva ragione. Purtroppo, fare cose giuste non è troppo scontato. Dunque, ispirandomi a quel tipo che ancora vagiva mentre io guardavo Pollon, ho commiserato il troll che, dei centocinquanta naufraghi nel Mediterraneo, scriveva che “potevano affondare tutti, se li prendesse l’Europa“: ho segnalato il commento e invitato altre persone raccapricciate a fare altrettanto senza perdere tempo, che “a quello ci aveva pensato la vita”.

Ho poi accolto con un sorriso serafico, alla festicciola che mi sono ritrovata sulla strada del ritorno, i vari connazionali stile “Ma davvero sei vegana?”, “Ma come fai!”, “Carbonaraaa!”. Ma sono abituata alle reazioni che scatena la mia sola presenza  tra carnivori particolarmente insicuri, e di fronte all’immancabile scusa: “Non è per te, è che certi vegani…”, ho fatto solo notare che gli unici che mi abbiano mai rotto anni fa sulla questione erano del team “il latte è veleno” (e questi, scava scava, quasi sempre mangiano pesce). Invece, il numero di sfigati che rompe in nome di “certi vegani” è secondo solo a quelli che fanno le faccette scandalizzate quando si comincia a parlare dei furti a Napoli.

Indovinate di cosa si è parlato dopo.

“Non vi rendete conto che Barcellona è al primo posto in Europa per furti di cellulare?” si lamentava un israeliano che a Napoli ci aveva vissuto. “Vedete, nell’indice delle nazionalità felici, le prime posizioni sono occupate dai paesi scandinavi…”.

“Ma lì si suicidano!”.

Lo statistico e io ci siamo guardati con un sorriso di commiserazione, poi ho deciso che potevo chiudere lì la serata, e tornare alla mia trista cena senza carbonara, nell’appartamento vuoto e rovente che, a conti fatti, non era poi il posto più brutto in cui stare.

La vita è quella cosa che nello stesso pomeriggio ti dimostra che vale la pena uscire, e che in fondo casa tua non è poi così male.

 

 

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da amarilloverdeyazul.com

Il bello di prendersi il caffè con un vecchio vicino del Raval è che comincerà a parlarmi di sua sorella professoressa, poi di quella sposata, poi di suo fratello che sta in Turchia, e di quello che per seguire i corsi va in moto fino a Islamabad… Al che timida gli chiederò: “Quanti fratelli hai, scusa?”. E lui: “Sei”. Insomma, quando ricambio l’onnipresente domanda: “Come sta la tua famiglia?”, rischio di ricevere una luuunga risposta.

La seconda costante è la stessa che si verifica per Abdul: non ci capiremo. Posso stare un’ora a ripetergli che prendo solo un caffè, e poi devo scappare a fare la spesa dal mitico Paki del Parlament (senza offesa, così lo chiamano): terminata la soda hipster che avrà finito per offrirmi, mi porterà in un ristorante pakistano di sua fiducia in attesa di sua moglie e suo figlio “che pranzeranno con noi”. Infine, deluso dalla mia defezione, avviserà per telefono la consorte (filippina, dallo spagnolo perfetto), e scoprirà che lei non aveva nessuna intenzione di scendere di casa, e il bambino dorme ancora. Il sospetto è che non si sia capito neanche con lei, e no, stando a quanto mi accenna lui non è la garanzia di un matrimonio felice. Confesso che a volte anch’io, in Inghilterra, ho fatto solo finta di comprendere, e ripeto l’errore ancora oggi, quando i coinquilini francesi mi parlano alla velocità della luce e capisco di più il loro cane. Ma, contrariamente ai miei amici pakistani, se un equivoco prende pieghe inquietanti so quando fermarmi e affrontare la figura di me’.

Perché, e veniamo al terzo punto, siamo entrambi immigrati. Però io sarei “expat” e i miei ex vicini no. Mia madre ha preso un aereo per aiutarmi con dei lavori in casa, la madre del mio amico non può venire perché ha “problemi col visto”. Santo cielo, io a una che ha avuto sette figli spalancherei le porte di tutti i paradisi.

Nessun problema, comunque. Adesso il mio amico e io abbiamo un’altra cosa in comune: non ci vogliono! Almeno i padroni di casa. Come è già successo a una mia collega italiana, il mio amico voleva affittare uno schifo di due vani senza ascensore, in un palazzo di merda, a 700 al mese, e gli è stato detto: “Vogliamo solo gente di qua”. Da un po’ succede a molti stranieri. E a nulla vale presentare buste paga, garanzie, caparre più consistenti… L’idea è: perché rischiare? Metti che per una volta tornano finalmente al loro paese! Poi chi li acchiappa più.

Il problema è che non attacca neanche cercando di essere pratici: se proprio vuoi discriminare, fallo con chi non può fornirti garanzie di pagamento, buste paga o documenti validi che attestino per quanto possibile che la persona non se ne andrà. Se tutto questo c’è, che ti frega dell’origine di chi ti paga? Magari ti capita quel pazzo del mio ex vicino spagnolo, buttato fuori con la forza dopo averci riempito le scale ogni giorno di cacca di cane.

E non m’importa delle storie lacrimevoli che pretendono di giustificare queste ottusità: la mia vecchia padrona di casa che a momenti conta le forchette, “perché quelli prima di me le hanno distrutto l’appartamento”; la milanese che, avendo avuto problemi con due ospiti arabi, non dava una stanza al mio ex e a sua sorella, cittadini britannici nati in UK con cognomi pakistani; il catalano che non affitta al mio amico perché dei suoi compaesani se ne sono andati senza pagare.

Il fatto è che i miei incubi, quando vivevo a Forcella, li ho avuti con un’inqualificabile coinquilina francese, e sapete che c’è? Il tizio che mi ha preso una stanza ieri mi ha sfottuta: “Ma tu affitti solo ai francesi?”.

“Perché no?” stavo per rispondere. Come dice l’amico con cui ora ho un pranzo in sospeso, “Non è che, perché uno si comporta male, ci comportiamo tutti male!”.

E siccome in tanti non afferrano questo concetto banalissimo, ne approfitto per riportare il contenuto di un meme che ho visto in giro:

Pretendere che i musulmani chiedano scusa per il terrorismo è come chiedere ai musicisti di chiedere scusa per Gigi D’Alessio.

E questo è quanto.