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puppy-eating-shoelaceHo imparato tardissimo ad allacciarmi le scarpe.

Ed è stata tutta colpa del fiocco sul grembiule, a scuola.

Quando mi si scioglieva, me lo rifaceva qualche compagna di quelle che facevano le O e le aste con grazia infinita, disegnavano bambine coi capelli biondi perfetti e bocca a cuoricino, e quando avrebbero imparato a scrivere l’avrebbero fatto con quelle grafie rotonde e nitide, con puntini sulle I che a un certo punto, molti anni dopo, si sarebbero trasformati a loro volta in cuoricini, su qualche “Smemo”.

Ma no, ai tempi del fiocco vivevano per complessare me: prendevano i due lati del nastro che pendeva inutile, li piegavano in due graziosi circoletti con altrettante codine equidistanti, annodavano i circoletti, ed ecco il fiocco perfetto. Esattamente quello che non sapevo fare. E una cosa è non sapertelo fare al grembiule, che maestre arpie a parte non ti arreca troppi danni, e una cosa è non fartelo alle scarpe.

Quando mi si slacciavano le scarpe potevo mai chiedere a qualcuno di abbassarsi? Specie quando già ero grandicella, a 6, 7 anni (e ne dimostravo una decina, tra l’altro)… Che fare?

Finché una coppia di zii, quella figa che dici “sono i miei zii preferiti” (si erano conosciuti in una radio indipendente, negli anni ’70!), decise di aiutarmi: oltre alle varie prodezze di sposarsi in Comune al mio paese in pieni anni ’80 (le anziane della famiglia sarebbero morte credendoli sacrileghi), di viaggiare in Turchia e comprarci gioielli da vendere e svilupparsi le foto da soli (ovvio che mi regalarono la prima e unica Polaroid), mi insegnarono ad allacciarmi le scarpe.

E, sorpresa: non dovevo per forza fare la cosa del fiocco! Non dovevo raccogliere le stringhe in due cerchietti con codina equidistante ecc. Mi riusciva più facile fare un cerchietto alla volta? Perfetto, il nodo si faceva uguale. Magari non così artistico, ma chi minchia ti guarda il “fiocco” alle scarpe? Poi, la questione nodo, doppio nodo… Insomma, svoltona.

Ci ho ripensato ieri, riflettendo ancora una volta su ciò che vogliamo e ciò che ci serve davvero. E non è colpa mia, è una cosa che trovi in un sacco di canzoni in inglese! È proprio un luogo comune, “you get what you want but you don’t get what you need”, con una sfumatura che, detto tra noi, in italiano ci sfugge pure, non è così ovvia.

Ma c’è, e ora la percepisco. Ora capisco che ho fatto spesso come coi lacci delle scarpe, ho rinunciato a farmeli rischiando di cadere, perché credevo che ci fosse un solo modo, perfetto, di farlo. Quello degli altri. Mentre alla stessa cosa ci arrivi per vie diverse, col fiocchetto simmetrico e il nodino improvvisato, con un cerchietto solo, col doppio nodo o meno. Il problema è pensare che ce la fai solo nel modo che credi tu, solo per quella strada. Perdendo tempo che potrebbe servirti a correre con le scarpe belle che allacciate.

Insomma, basta pensare che ci sia un solo modo di arrivare alle cose: ci creiamo un falso problema. Come quando crediamo davvero che comprandoci quella crema idratante in mousse saremo felici, e senza il nuovo tablet nostro cognato ci sputtanerà al cenone di Natale. Come quando crediamo che avere il fisico palestrato ci porti alla stima altrui, mentre ci porta al massimo a un’ammirazione che per me non vale tempo e sudore. Come quando crediamo che solo quella persona ci possa fare felici al mondo e ora che non c’è possiamo anche morire, o solo quel lavoro può darci un senso, e ora che ci hanno licenziato non possiamo fare nient’altro.

No, ci sono molti modi per allacciarsi le scarpe. E l’obiettivo ultimo non è farsi il nodo perfetto. È correre.

Comunque io, ormai, metto solo stivali.

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coffee-2Appena traslocato, è successo di nuovo.

La prima volta, in Italia, mi ero ritrovata a bere latte e zucchero a merenda, che quasi quasi i cavoli ci sarebbero stati meglio (e poi la merenda, a 20 anni passati…).

Adesso che ho gli anni di Cristo, mi potevate ammirare dal balcone dei miei nuovi vicini, direttamente sparato su camera mia, a mangiare il seguente spuntino di mezzanotte: cartoccio unto di patatine con salsa brava; panino con lattuga, pomodoro e uovo fritto. Il tutto innaffiato da Coca Cola, ovviamente.

Capisco che a questo punto scatti il paragone con le spedizioni al fast food di una 35nne Charlize Theron in Young Adult, e se non vi è manco passato per l’anticamera del cervello di paragonarmi a Charlize… Be’, mi domando proprio il perché!

In ogni caso, la morale della favola è: la nostra vita è routine. Anche la felicità. Si basa su gesti ripetuti ogni giorno, in modo più o meno metodico, finché non diventano i nostri gesti. Per questo è difficile essere felici: anche l’infelicità si costruisce giorno per giorno, ma pare che quella la mettiamo su con più entusiasmo, manco fosse una credenzina Ikea. Ed è difficile accettare le novità anche quando sono belle.

Ma quando siamo costretti a cambiare routine, come in caso di trasloco, o di cambio di un lavoro, o di fine di una relazione, allora entriamo nella Terra di Mezzo della possibilità. E del potere sul tempo e sullo spazio, di gestirli improvvisamente come meglio crediamo.

La prima reazione, tornando a Hollywood, è quella dei personaggi che scoprono improvvisamente di avere un potere magico.

Ed è facile che le prime mosse, giustificate un po’ dalla stanchezza, siano come le mie del post-trasloco: cartoni di pizze sparsi sulle scatole appena svuotate, tre giorni di seguito a mangiare roba cinese, passeggiate a mezzanotte perché non riusciamo a dormire nella nuova stanza.

Poi, col tempo, anche la nostra nuova vita diventa routine, e semplicemente il nuovo posto in cui mettiamo lo spazzolino si sostituisce a quello vecchio, e neanche più ricordiamo delle nostre manovre per aprire la scassatissima serratura dell’altra casa.

A questo punto, però, fermiamoci.

E cerchiamo di sfruttare la cosa a nostro vantaggio, per costruirci una vita migliore.

Come? Eh, saperlo. La prossima volta vi spiego come sto facendo io, con l’aiuto di un film. Indizi: commedia americana scema, con Bill Murray, ha decisamente a che vedere con la routine.

Per chi ha indovinato, in palio… Niente. E ja’, per una volta fingiamo che sia un blog serio!