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Nel dormiveglia ho avuto la visione orripilante di Salvini con la fascia per capelli di Mariarca – personaggio dell’indimenticabile Loredana Simioli – mentre nel suo napoletano (quello di Salvini, dico…) affermava che ” ‘A voggarità ‘o saje addo’ sta? Dint’ ‘a gggente che nun sape ama’”.

Anche se io la sapevo un po’ diversa, o mi ricordo meglio lo sketch in cui la personificazione della “vrenzola” napoletana afferma che la volgarità sta “dint’ ‘a gente che nun sape canta’”.

E ieri, nel mio pomeriggio costellato di esperienze indimenticabili, sapevano cantare tutti.

Cantava l’Etiopia raccontata dall’attivista Beza Oliver: i suoi rapper prendevano una base internazionale e ci mettevano su una musica loro, come accade in un paese descritto ieri come “non globalizzato“. Io avevo capito “non colonizzato“, e stavo per protestare: ma come? Eccomi lì nell’ultima fila, quella che si copriva la faccia quando si parlava di certe tradizioni locali sull’età delle spose, che noialtri, una volta lì, siamo stati velocissimi a sfruttare.

Infatti cantavano per motivi diversi le donne immerse in acqua di questo corto proiettato ieri all’Ateneu del Raval: erano intente a piangere i loro morti mai sepolti, quelli che, al contrario di loro, non hanno mai raggiunto l’altra sponda del Mediterraneo.

Per il dibattito si dava priorità alle persone nere nelle prime file, e si offriva così al resto del pubblico l’opportunità di ascoltare voci con poca risonanza mediatica. Era finita che non aveva parlato quasi nessuno, perché le prime file erano troppo impegnate a piangere, e chi poteva permettersi di non farlo doveva, giustamente, aspettare. Per la cronaca piangevo pure io, anche perché l’unica persona che è riuscita a intervenire dalle prime file ha ringraziato la regista e ha detto:

“Non capiscono che siamo persone, che se facciamo questo [rischiare la vita sul mare] è per tutto quello che ci hanno rubato”.

Che come spiegazione è poco esauriente: una femminista algerina un po’ complottista accusa l’Europa di vedere tutto quello che accade in Africa come “colpa sua”, non rinunciando all’eurocentrismo neanche in questo. Ma c’è una verità di fondo che non riusciremo a negare con nessun riferimento a “le strade e gli ospedali”, e cosa hanno fatto i romani per noi? Gli acquedotti, le scuole…

E il deserto: quello vero, che non rifiorisce alla prima pioggia.

E l’hanno chiamato pace.

 

 

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Image result for mariah carey fail all i want is you Ho scoperto questo maestro di canto, su YouTube, che commenta le esibizioni di famosi e meno famosi, per evidenziarne punti forti e possibili errori.

Quando si tratta degli errori, non assume quello che potremmo definire “l’atteggiamento X-Factor” tipo: “Ehi, tu, merda, come osi anche solo prendere un microfono in mano?”.

No, lui spiega cos’è successo, o almeno fa ipotesi, tecniche e dettagliate. Ci prova perfino con la rovinosa esibizione di una Mariah Carey senza voce, oppure con una concorrente di American Idol che sbatteva stivali da cowgirl mentre, a giudicare dalle urla, sembrava fare piuttosto la brutta copia di una danza indiana.

È quello che nel suo paese (e nel nostro, ma nel suo mi sa che è quasi un’ossessione) si chiama “critica costruttiva”, e credo sia qualcosa di cui davvero abbiamo bisogno, senza scivolare in un eccesso di condiscendenza.

Infatti, tra i commenti, una ragazza lo invocava come “maestro di vita”, più che di canto: l’avrebbe pagato per applicare alle sue scelte personali lo stesso metodo d’insegnamento, tutto suggerimenti e valutazioni “oggettive” dei problemi. Da qui il commento che trovo più divertente, e che traduco dall’inglese:

Io (uccido letteralmente qualcuno)

Sam: “Non ti preoccupare, semplicemente non è stata una bella giornata”.

Questo canale mi ha fatto venire voglia di dedicarmi a cose che non farò mai benissimo, per la gioia del Daily Mash, che denuncia un eccesso di arte orribile ad opera dei pensionati inglesi. Sì, cose in cui sarò sempre una dilettante, come il canto, appunto, o la poesia, o la cucina. Le avevo cominciate un po’, e poi abbandonate per due attività in cui o sono una professionista, o vorrei diventarlo: insegnare e scrivere (romanzi).

Io dico che non bisogna per forza infliggere agli altri gli scarsi risultati di qualcosa che stiamo imparando a fare solo adesso, benché abbia amici che suonano egregiamente anche se nella vita fanno i fisici teorici. In ogni caso, cominciare a fare qualcosa che sbaglieremo spesso aiuta davvero tanto con quelle che, in teoria, dovremmo azzeccare quasi sempre. Perché, ci ricorda Sam, se perfino Beyonce può avere “una brutta giornata” al lavoro, figuriamoci noi!

Non so voi, ma io avevo il terrore di sbagliare. Così tanto che, quando non ero portata in qualcosa, non mi ci applicavo proprio, per la gioia del mio prof. di chimica e biologia!

Invece, se passo per questa gogna, oltre a sentirmi più eroica di Superman e di Mario Merola, scopro aspetti di me che posso mettere a frutto in quello che mi riesce meglio.

L’altro ieri, ad esempio, ho preso una penna in mano e ho scritto una poesia piena di citazioni sfacciate, ma che mi ha fatto sentire meglio nel periodo di forte confusione e cambiamenti, nel bene e nel male, che sto attraversando.

Quindi, avete indovinato, questa sì che ve la infliggo:

Buongiorno rabbia

amica mia

mangia con me

e poi stai zitta

solo stavolta

ridi con me

perché non pianga

e non ti dica

che ti ho tradito

troppe volte

ma ti perdono.