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Allora, a Capodanno a Barcellona si va in piazza con dodici acini d’uva e si aspettano i rintocchi della mezzanotte.

A ogni rintocco s’ingoia un acino (sì, uno per mese). Chi lo fa ogni anno mi giura che finisce con la bocca piena d’uva, e va in giro sputando semini.

Io ve l’ho detto, così dal prossimo Natale mi venite a trovare voi: se ogni anno devo venire al paesone per ammalarmi, grazie ma ho altri progetti per le feste.

Però chi sta da una settimana tra le stesse quattro mura ha tanto tempo per fare riflessioni sceme, e una è sul dolore. Considerata l’importanza di tali quattro mura nella mia storia personale, mi sto riferendo a tutto il dolore possibile: da quello per l’ultimo torroncino papabile che ti fa sparire tua cugina, a quello perché la casa di sotto è disabitata da un po’, ormai.

Sul dolore sono noiosa, penso sempre che la via più efficace sia conviverci. Grazie al ca’, direte voi, ma ad arrivarci ce ne vuole. Avete presente da bambini, quando seduti a tavola al cenone simulavamo noncuranza dopo aver ricevuto un roccocò nelle gengive da nostra sorella? (Basta con le armi bianche, proibiamo i roccocò). Ecco, in quei casi quanto ci mettevamo ad abbandonare tutto l’aplomb inglese per metterci a frignare senza ritegno?

E invece nelle feste il dolore deve avere un posto speciale, secondo me: quello defilato ma fisso del parente non invitato che tanto a tavola si siede lo stesso. Come la pietruzza nel cappelletto di altri Natali più nordici, che si lasciava lì a ricordare che la festa prima o poi finisce e torna il dolore (poi dice che siamo un popolo sadico).

Ecco, funzionerebbe così con tutto, e il Natale è la tipica festa caciarona, cafona qb e lunga a sufficienza da ricordarselo.

Allora, ci vediamo Una poltrona per due e salutiamo col pensiero quello stronzo del capo, che non ci ha detto se a gennaio ci rinnovava il contratto o no.

Litighiamo per chi debba scendere a ritirare il pacco spedito da zia Cassandra, e intanto salutiamo via il secondo anno passato senza riuscire a farci il mutuo.

Guardiamo la bambola di nostra nipote e ci chiediamo se sia poi così saggio metterle in mano solo bambole, e solo a lei, che magari da grande si sente menomata se non ne fa una in carne e ossa, e metti che viene pure un’altra crisi, oppure ancora non si è trovata la quadratura del cerchio tra smettere di seguire le tradizioni e sposarsi con le bambole gonfiabili.

Un giorno la troveremo, però. La quadratura del cerchio, o la ricetta degli struffoli perfetti.

Sarà più facile trovare il guanto destro che zia Gioconda ha fatto a Michelino, perso a un certo punto tra il terzo secondo e il quarto contorno.

Ma vedrete che uno di questi Natali salta fuori anche quello.

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L’anno l’ho chiuso bene, ma mi sentivo irrequieta. Era come se fossi capace di divertirmi, abbuffarmi, arrabbiarmi pure, ma non di starmene tranquilla da qualche parte a godermi tutto questo.

Sarà lo stress da 2012 che se ne va, importante ma di passaggio, un punto interrogativo tra i calendari che metti in ripostiglio invece di buttarli, perché le illustrazioni sono belle.

Oppure i miei due tarli di sempre, acuiti da ricorrenze tipo primo dell’anno:

– quello ansiogeno da TSO, tipo adesso pare che va tutto bene, ma appena ti distrai crolla la casa e l’unica cosa che si salva sarà quella ciofeca di regalo di zia Palmina, che se ti sopravvive quello vuol dire che hai proprio fallito;

– quello della bambina dispotica che ero un tempo e che ogni tanto mi ricorda che sto in ritardo sulla tabella di marcia: non ho ancora vinto il Nobel e Johnny Depp è ancora single.

Per non sentirli più mi sono messa a guardare il tramonto dalle fessure della persiana, poi mi sono detta perché non alzarla, poi perché non uscire sul balcone (specie se consideriamo che la vicina era rientrata e non dovevo fare gli auguri).

Mi piace molto, il tramonto dalla mia stanza. A volte sospendevo i compiti per scriverci favole, con mia madre che faceva la croce a smerza. Mi piace il contrasto tra i toni arancio, affumicati dall’umidità, e i casoni di provincia con le soffitte abusive. Mettici quel poco di verde che consentono i cortili, e manca solo il canto di un uccello.

E prontamente se ne materializza uno sull’albero all’orizzonte, tra le foglie nere nell’ultimo sole.

Ecco, adesso sto bene. E con sorpresa, io che da anni amo le grandi città con buona pace di Marcovaldo, scopro che mi piace l’orticello di una vicina che non conosco, e i due alberi che sopravvivono tra il mio giardino e quello di fronte. Che una cosa tranquilla con uccellini e tutto non mi dispiacerebbe troppo. E se avessi una figlia che interrompesse i compiti per godersi sto tramonto non mi farei la croce a smerza.

E a proposito di croce, suona la campana. La messa del primo dell’anno.

In effetti nella mia cultura quello che sento ora si convoglia nel pensiero di Dio, se no resta incandescente come il tramonto trafitto dalle antenne.

E stavolta addirittura potrei seguirlo, il richiamo della campana, a costo di far venire un infarto a nonna che ormai mi crede Satana.

Ma poi decido di farla campare altri 100 anni, che per il Dio che vedo adesso non fa differenza.

Che è dappertutto, pure sui balconi.

Che l’uccello che adesso passa dall’albero a un antennone alto che non capisco manco cos’è, che per fortuna nelle favole non esce mai, quel pennuto testardo che non smette di cantare ora è Dio pure lui.

Oreste– Ma veramente sai tutto il testo? – la ciaccara si stacca un momento dal gruppo che intona con Oreste ‘O tiempo se ne va.

Le sorrido:

– È il riassunto della mia vita.

Ho chiuso l’anno in bellezza col Piricioccola Show, “rilettura in chiave Rock, Punk, Surf, Afro-Beat, Cubana, Brazil, Dance, Electro del repertorio neomelodico napoletano e trash italiano a sfondo metaforico-sessuale”. E mi pare giusto dedicargli il primo pensiero del 2013, per la serie “il buon anno si vede dal mattino”.

D’altronde, voglio dire, al primo spettacolo, 7 anni fa al Jarmusch, io c’ero. Presi apposta l’aereo da Manchester.

E c’ero pure alla prima trasferta, a Roma. Allora l’aereo lo presi da Barcellona.

So’ soddisfazioni.

Quindi, da brava crupie, ieri all’Officina del Seggio, prima di strafogare, mi toccavano Oreste, Braccione, Costantino, Luciano, e una vrangata di niu entris che non conoscevo. Come un grande Michele Picone, vestito da ricuttaro (piacere, Miche’, scusa ‘a cunferenza), che al ritorno dal bagno si mette a ballare sul tavolo. E quello che suonava sto tamburello, che per esempio potevano pure presentarmi. Per esempio.

Ma come già annunciato su feisbucc c’era una guest star, nel firmamento degli artisti storpiati in salsa cubana: direttamente da Gomorra, comincia per A e finisce per O… Insomma, dopo avermene mandata, che a mezz’ora dall’inizio annunciato (15.15) stavano ancora a fare le prove, al ritorno mi hanno fatto trovare Alessio, featuring OMD, A-Ha, e nun m’arrecordo cchiù, perché ero intenta a mangiarmi il limone intero della Coca Cola senza che nessuno mi notasse.

Ma tanto, tutti gli occhi erano per il bel cantante, che a un certo punto mi deve guardare per ricordarsi il testo del Parco dell’amore. L’importante è che il Medley di Gigione/Jo Donatello sia stato servito completo di carcioffola e gelatino. Il nostro pensiero va a tutta quella gente che soffre e combatte quotidianamente per la libertà.

Il Nord era già stato omaggiato con le sue sbarbine, che noi non siamo razzisti, e tra una citazione e l’altra i nostri riescono a scassare un piatto della batteria.

Ma il coro di ciaccare de La Piricioccola, dov’è finito? Non possiamo accettare questa chiusura, e allora all’umanità invochiamo gli Squallor di cui sopra. Che tardano un po’ per il semplice motivo che la band di sfasulati aveva già sciarmato.

Si chiude con un dramma domestico pari a quelli che ci aspettavano a tavola, tra ‘nzalata ‘e rinforzo e il capitone astipato da Natale. Non prima che i nostri artisti, da brave personcine laureate in Lettere, ci facciano notare che Lorenzo il Magnifico, tamarro fiorentino d’altri tempi, l’aveva detto qualche anno prima degli Squallor: “chi vuol esser lieto sia/del doman non v’è certezza“.

E in effetti la mia giovinezza s’è fuggita tuttavia tra questi vichi di Aversa, e lo rivendico con orgoglio.

Vi aspetto a Barcellona, ciaccari.

(qua ci provo anch’io)

A tavola c’è la simpatica usanza che al posto dei morti mi siedo io.

Intendiamoci, non lo fanno apposta. Quando sto in Italia la mensa domenicale mi vede itinerante, magari seduta alla destra del padre, sempre col poggiabicchieri blu che quando parto mamma mette nel mobile in alto in cucina, per non vederlo.

Però, quando qualcuno dei commensali ci lascia, i primi tempi al posto suo ci finisce una a caso. Così, quando la badante di nonna si è aggiunta alla cena di Natale, eccomi all’altro capo della tavola, posto storico della zia. Che in un pranzo di famiglia a Napoli sarà l’unico modo per finirci se sei femmina e sotto i 70. È vero che da me non ci formalizziamo, ma guarda un po’, tutti gli schieramenti intorno al tavolo di Natale/Capodanno, compresi il 5-5-5 e il modulo a farfalla (in genere al salmone) non sono mai venuti meno alla tradizione.

Per mamma, poverina, fa lo stesso. Lei con una mano governa qualcosa di molto grasso in pentola, con un’altra gira la pasta, con un’altra prepara l’insalata, e con un’altra raccoglie la caraffa di vino fetido, “fatto con l’uva e col cuore”, appena rovesciata da mio padre con buona pace dell’avvelenatore che gliel’ha regalato. Certe mamme napoletane sono delle divinità indù!

Mia nonna, invece, è un caso più unico che raro: non solo odia cucinare, ma odia mangiare. Che le nonne cucinassero bene l’ho scoperto a 20 anni, parlando con degli amici sbalorditi, “Perché, la tua no?”. No. La mia insegnava e badava a 3 figli con un marito meraviglioso, che però aveva la stessa propensione al lavoro domestico dei suoi coetanei degli anni ’50. Durante la guerra, piuttosto che mangiare la polvere di piselli, moriva di fame. Per la verità ha rimosso completamente viveri e gesta dei ‘mericani, mentre la casta zia del posto a tavola, che ricordiamo ancora come ‘a signurina, li ricordava sospettosamente come belli guagliune (definizione che per lei andava accompagnata almeno a 100 kg di peso per 1 metro e 70, quindi tremo al pensiero).

Ma a tavola i ‘mericani li vediamo al massimo in TV, che abbiamo questa brutta abitudine di lasciarla accesa. Ma è uno spettacolo la linea gotica che si crea tra mio padre e i suoi pargoli, interessati a TG e affini (con papà che chiede chiarimenti impedendoci di ascoltare e rispondergli), e mamma che non perde mai di vista il principale scopo della giornata: abbuffarci come maiali.

– Io dico che Berlusconi non muore nel suo letto, quello scappa alle Caiman, come fece il suo mentore con la Tunisia
‘O vuo’ ‘nu poco ‘e salamino?

– Uh, che bello, c’è lo speciale su Buscaglione!

Ed ecco mamma gettata tipo quarterback verso il nostro lato della tavola, coprendoci il meglio della canzone solo per dare a nonna un mandarino.
Ma non la batterà mai. Premurosa riferito a nonna è un eufemismo. Chi di solito si siede al suo fianco (indovinate un po’…), si vedrà offrire una decina di volte il parmigiano, poi il pane, poi la frutta.

– Ma non ti piace proprio, la frutta?
– No.
– Eh, a te non piace mai niente!

Detto da una per cui devi cucinare senza cipolla, senza pepe, senza spezie, e che ritiene che il secondo piatto sia la scarpetta nel sugo, è un rimprovero originale. Mio fratello mi sfotte: “Maria, noto un tono irrispettoso che non mi piace”. Lui è un santo. Io a volte, per vendetta, le farei mangiare una genovese.

– Ma Buscaglione è muorto?
– Sì, nonna. Da 50 anni.

Lei invece canta canzoni che ho ritrovato solo grazie a youtube (le uniche che dal mio PC vedo senza lo spot spagnolo di Activia). Titoli allegri e spensierati tipo Buongiorno tristezza e Torna piccina, il cui incipit mi accompagnerà sempre: “nella mia vita triste e senza sole, tutto svanisce e nulla mi sorride più”.

Infatti papà fa da anni la gag di guardarmi e sorridere: “Che ne vulive spera‘”. Insomma, come volevo uscire sana di mente.

Solo con me da piccola la nonna si faceva allegra, dedicandomi Parlami d’amore Mariù. Che quando ascoltai Mio fratello è figlio unico per la prima volta, sparato nel lettore CD di un amico, capii “e ti amo Mario“. E in un raro momento di saggezza mi chiesi che ci azzeccasse.

Ma era sempre stato Mariù.

(un’omonima che nonna non approverebbe)

A volte il treno ti ferma senza preavviso in stazioni che non ricordi.

Ma ricordi quando ci passavi fuori.

Io ricordo una mattina d’inverno, durante le feste, come ora. Ma diversi anni fa, un inverno vero.

Un incontro di lavoro, se così si può dire, se si può chiamare lavoro quello che a 20 anni è passione. E infatti l’incontro era con amici, e c’era anche una coppia.

Anch’io ero fidanzata, ma le cose andavano male.

La coppia partecipava ai discorsi, alle decisioni da prendere, ai sistemi per raccogliere fondi.

E a un certo punto mi resi conto che avevano i piedi intrecciati, il destro di lui al sinistro di lei. Mi avrebbe anche fatto tenerezza, se non mi avesse ucciso.

Ma a quei tempi amavo morire di morte lenta.

E al ritorno, nella mia Micra scassata, blu per me e i giapponesi, viola per il resto del mondo, l’autoradio difettoso mi propose una canzone che non avrei scelto, un successo di quell’anno che trovavo sdolcinato.

E allora per tre minuti, solo tre minuti lasciai che qualcuno gridasse al mondo, per conto mio, che avrei lasciato tutto quello che avevo, da vera egoista e sconsiderata e cattiva amica, e sognatrice ridicola, senza speranza. Ma avrei lasciato tutto per essere per lui come neve, quella che dalle mie parti non cade mai se non metaforicamente, e a volte farebbe bene a cadere.

E invece ci sono questi inverni che sembrano sempre più primavere, signora mia, così il cuore non ti si gela mai davvero, resta sempre ghiacciato a metà, e l’altra ridotta in cenere.

Ma erano i miei 3 minuti e i miei 20 anni.

Ed è quasi comico che mentre scrivessi mi contattasse a sorpresa quello della neve, a ricordarmi che ho ancora freddo, ma si è sciolta da tempo.

E sotto c’ero io.