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Quest’anno, vorrei augurarvi un buon primo maggio con le riflessioni di Unaelle, pubblicate su Facebook e Instagram. Salviamoci insieme, o non ci salveremo.

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Da Automatizzato comunismo memetico: seguite la pagina!

Ormai sapete come funziona.

“Esco, ti serve qualcosa?”, e faccio la lista.

La pasta mi serve sempre, ovvio, ma quale? Scrivo un nome, mostro una foto. La Garofalo nei formati lunghi è rara da trovare sotto casa, e io non amo la pasta corta, ma meglio che niente. “Quello che vuoi tu, ma che sia Garofalo”.

Il risultato lo scopro un’oretta dopo, in cucina. Appoggiato al microonde c’è un pacco che ha tutta la familiarità dei colori giusti: il rosso e nero della confezione, e il colore dorato di queste micropenne… Un momento, che formato è? Allora leggo meglio. Non è Garofalo, c’è scritto Gallo. “Maccheroni al huevo” (sic). Esasperata, apro il frigo. Ah, meno male, ha preso il latte di soia. Sì, aromatizzato alla vaniglia. Addio besciamella, maionese, pasta al forno. Ma tanto, con le micropenne della Gallo, cosa vuoi cucinare?

Tempo dopo vedo un meme che vuol essere divertente: una “lista della spesa per uomini”. Niente parole, solo fotografie del prodotto con la marca bene in vista. Beh, a casa mia s’è visto che magari neanche con quelle.

Ieri ho cominciato il discorso sul carico mentale delle donne, che è una cosa a cui in realtà non avevo mai pensato, per tre motivi: adoro vivere da sola; ho smesso di farlo da meno di tre mesi, e la casa appartiene a me; mi piace essere un po’ l’organizzatrice della situazione. Ma sì, è stressante a un certo punto essere tu quella che decide quando è indispensabile fare una lavatrice, col cielo che minaccia pioggia e un salotto dov’è complicato mettere uno stenditoio; o quella che riconosce che una parte dell’odiato compito di lavare i piatti consiste nel mettere a posto le stoviglie già asciutte, e non limitarsi a pulire solo quello che entrava nel lavandino. E non voglio neanche immaginare cosa diventi quando ci sono maggiori ristrettezze economiche, o bambini di mezzo.

Le donne della generazione di mia madre hanno sempre obiettato: “Che fa? Ti rovini la pace familiare per due scemenze che da sola spicci in quattro e quattr’otto?”. Quando non erano casalinghe, guadagnavano qualcosa come la metà del marito (e se succede il contrario, ho sperimentato sulla mia pelle, apriti cielo). Il marito non alzava un dito in casa, e le rare volte che lo faceva veniva o lodato come un bambino perché s’era riuscito a condire l’insalata, o trattato come un incapace, e tenuto lontano dai fornelli o dagli elettrodomestici (mantenendolo così, sospetto, in uno stato di necessità che compensasse almeno in parte la totale dipendenza economica di lei).

Se risaliamo addirittura alla generazione della mia prozia, recuperiamo l’eterno stupore di quest’ultima: “Mari’, ma i maschi che stanno allo studentato con te, come fanno? Cucinano le coinquiline? Ah, no? Mi stai dicendo che fanno tutto loro?”. E rideva.

Mica aveva torto. A volte, quando ho avuto ospiti italiani in solitaria, ho provato la stessa sensazione, declinata in modi diversi, di avere minori a carico. Per le donne, magari, si trattava di accompagnarle dappertutto, perché un’improvvisa libertà negli spostamenti era vissuta con sconcerto. D’altronde mi è sempre sembrato un po’ ricattatorio, il famoso: “Le strade sicure le fanno le donne che le attraversano”. E se non vogliono rischiare la pelle ad attraversarle, è colpa loro che siano insicure?

Con gli ospiti uomini, che avevano meno problemi di spostamento, devo dire che il più delle volte sono stata confortata: squisiti e invisibili, o magari visibili solo quando faceva piacere a me e a loro. Ogni tanto, però, anche con i coetanei mi sembrava di avere a che fare con un bambino incapace di qualsiasi attività domestica. Che non si rifacessero il letto erano fatti loro, magari non volevano e basta; ma cominciavo a sospettare qualcosa a tavola, quando, invece di fare le porzioni, una coinquilina si azzardava a mettere la pentola “palla al centro”, e che ognuno si servisse da sé. Allora vedevo il panico, e le strategie più strampalate: uno pretendeva di far scivolare le tagliatelle a cascata dalla pentola al piatto, invece di sollevarle con forchetta e cucchiaio!

Altri due, sono quasi sicura, non sapevano farsi il caffè: non saprò mai se fosse per il fornello a induzione, che avevano paura di usare, oppure proprio perché non avevano idea di come caricarsi la macchinetta. Altri si sorprendevano perché non facessi la spesa ogni mattina, o stendessi un bucato al giorno: sì, vivevano ancora a casa di mammà, poi per un matrimonio o un lavoro all’estero se ne sarebbero andati, ma intanto…

Per fortuna sta cambiando anche questo, ma adesso vi confesso una cosa che magari già sapete: anche io ero così, viziata dai salari bassissimi delle colf negli anni ’80 e ’90 – almeno in paese – e da una mamma che non voleva per i figli lo stesso lavoraccio in casa toccato a lei, nei ’60. Anch’io devo aver fatto i primi caffè dopo i venti, con risultati alterni, e non ero sola: ricordo un’amica che verso i trenta chiedeva su Facebook, dalla casa in cui villeggiava, “come scegliere il programma di lavaggio”. Lei adesso sarà cambiata, io non tanto: mi hanno garantito che con la quarantena perfino io avrei fatto le pulizie generali, e sto ancora aspettando che mi venga la voglia. Intanto, passo dai miei manoscritti alle letture, e faccio solo l’indispensabile, concetto di cui ho una definizione molto al disotto degli standard di chiunque: mia madre e mio fratello, quando venivano a farmi visita, si mandavano bollettini quotidiani su “cosa fossero riusciti a sistemarmi in casa” (e grazie mille ma bontà loro: erano problemi di cui neanche mi accorgevo!).

La condizione di ex impedita cronica nelle faccende domestiche e questioni pratiche, che ho superato per mera sopravvivenza e non certo per volontà, mi fa essere piuttosto empatica nei confronti dei miei compagni di specie: il che non vuol dire che siamo sullo stesso piano. “Sei piuttosto disordinata, per essere donna” mi sono sentita dire sia da parenti anziani che da un conterraneo del compagno di quarantena: uno che si vantava pure di essere moderno, “mica come gli italiani”. Avrei dovuto rispondergli: “Grazie!”.

“Sciattona” è stato uno degli insulti più bonari mai ricevuti, insieme a “intellettuuuale” (scusate il termine) da pronunciare con tre u. Certo è che, come Marta Rojals, ho scoperto solo andandomene di casa a ventidue anni – presto per un’italiana di classe media, tardissimo per le mie prime coinquiline inglesi, a volte minorenni – che non erano le fatine a farmi il letto e la colazione, che tutto quello che avevo dato per scontato era lavoro. E, soprattutto, lavoro tutt’altro che intuitivo: il caffè, i piatti, la lavatrice, sono come l’uovo di Colombo. “Facile, quando sai come si fa” dicono in inglese. Chi sostiene che non ci vuole l’arca di scienza è liberissimo, ma spero che prima di affermarlo ci abbia almeno provato. Nel mio primo incarico d’insegnamento mi accorsi di prendere cinquanta centesimi l’ora in meno della domestica a ore che mi aveva aiutato col trasloco, e vi giuro che la cosa mi sembrò avere molto senso: so insegnare l’italiano, ma sono incapace di pulire un pavimento senza lasciare strisce.

La differenza coi compagni di specie, appunto, è che nel loro caso lo stato di ignoranza, se per “ignorare” intendiamo anche “fingere che non stia succedendo”, può protrarsi vita natural durante. Cioè, per fortuna non fanno tutti così (e mi sembra anche di trattarli come dei cretini a doverlo ribadire, ma a quanto pare alcuni ne hanno bisogno): ma in linea di massima possono farlo, il che fa tutta la differenza. Su di loro gravano altre aspettative ingiuste e pesanti, ma il carico mentale non è tra queste. Un amico napoletano affermava tra il serio e il faceto che contava di passare la vita intera senza stirarsi una camicia, e si premurava di accompagnarsi a ragazze insicure e servizievoli che avverassero questa profezia.

Io il ferro da stiro non ce l’ho, lo trovo inutile se non fai certi lavori. Ho la consapevolezza che il lavoro di casa o viene svalutato, o viene relegato a donne con un potere d’acquisto minore rispetto a chi le impiega: a volte, almeno per i giornalisti di Repubblica, come soluzione politica alla disparità di genere (…).

E invece, purtroppo, s’ha da fare. Il minimo indispensabile, almeno. E la risposta alla domanda “Perché vuoi rovinare la ‘pace familiare’?” è: in realtà è una guerra, di nervi. Magari ad alcune non costa davvero niente, ma ho visto cosa faccia a tante donne mandare avanti la casa quasi da sole, come le corroda a poco a poco e le renda propense a discutere con i compagni per mille futili motivi, invece di affrontare quei due o tre che contano, tra cui il logorio costante di doversi sempre incaricare di tutto.

È un equilibrio dettato spesso da condizionamenti economici, e psicologici, che nessuno dovrebbe accettare a cuor leggero: ne va più di una pasta al forno scotta con micropenne della Gallo.

Che comunque è una bella metafora del rischio che corriamo, a far finta di niente.

 

 

 

(*traduco un po’ ad sensum da questo articolo di Ana Requena Aguilar, pubblicato in spagnolo su El diario)

Image result for feminismo en navidad Le feste di Natale sono il momento in cui lo spumante frizzante e il torrone di cioccolato si combinano con le domande scomode, i commenti che detesti, e il maschilismo camuffato da buone intenzioni. Se non capivi cosa fosse la storia della divisione sessuale del lavoro di cui parla il femminismo, devi solo guardarti intorno durante il pranzo di Natale. Dopo questi due anni di esplosione femminista, la tua famiglia e gli amici sono ormai preparati per passare al livello “pro”. E se non lo sono, non importa, ormai è ora di cambiare quadro!

Resistenza pacifica davanti alle coppe di vino. Trasforma il finale della cena della Vigilia o il pranzo di Natale in una scena da western. Non si tratta di chi spara per primo o chi si alza per primo. Resisti, resisti, le teste di gambero non hanno fretta d uscire dal piatto e la fine del patriarcato merita un sit-in pacifico davanti alle coppe di vino e agli uomini della tua famiglia. Non farlo da sola, cerca alleate per l’azione collettiva. Magari bisogna agitare un po’ le acque: sussurra all’orecchio di tua nonna che non avrà mai una pensione tutta sua, o ricorda alle tue zie di tutte le volte che hanno dovuto rifare il letto ai loro fratelli.

Succhia-clitoride vs denunce false. Cambiamo agenda! Sì, abbiamo decine di dati, teorie e ragioni per smontare le loro fake news e le loro idee sulla violenza sessuale, le denunce false o gli uomini calunniati. Proviamo a cambiare strategia, cambiamo contesto, parliamo di ciò che interessa a noi. Denunce infondate che rovinano la vita di uomini innocenti? Placido Domingo è un gran tenore? La prima volta che ho provato il Satisfyer non mi ha convinto, però dopo ho avuto due orgasmi di fila e mi è passata. L’hai provato? Dicono che per la zona del glande è perfetto. 

Dici di no (e non sentirti male per questo). È il momento dell’anno in cui forse ti senti più sotto pressione per dare spiegazioni sulla tua vita sentimentale o sessuale, o sulle tue decisioni personali. Se ti fanno delle domande che ti infastidiscono o a cui, semplicemente, non ti va di rispondere, non farlo. Anche se ci hanno abituate al contrario, noi donne non siamo esseri fatti per essere scrutinati, né per compiacere tutto il tempo col nostro comportamento, ma persone che condividono la propria intimità con chi vogliono, quando vogliono. Non c’è motivo di sentirsi male per questo.

Non si tratta solo di mettere e togliere la tavola.  Mettiamo che tu e la tua famiglia abbiate superato il primo quadro, e che uomini e donne si alzino per togliere e mettere la tavola, per cucinare e pulire. Chi ha ideato il menù della cena? Chi ha pianificato cosa comprare, e dove? Chi ha organizzato il pranzo di Natale del gruppo? Chi si è preso il tempo di cercare un posto, di far combaciare le date? Chi fa attenzione a che gli altri stiano bene, siano contenti, e chi chiede se a qualcuno serve qualcosa? Chi pensa a cosa si possa regalare agli altri? Anche il carico mentale è un lavoro, e anche quello va distribuito.

La strana miopia che fa vedere i culi, ma non le pance. In questi giorni potresti assistere a un fenomeno curioso, un disturbo della vista che fa sì che alcune persone siano capaci di notare le dimensioni esatte dei fianchi e dei culi femminili, e di spiegare l’impatto che avrà su questi ultimi l’ingestione di un altro pezzo di torrone, ma che, invece, non vedono con chiarezza le pance che cominciano ad arrotondarsi, o che già spuntano, nei corpi degli uomini. Avvicinati bene a loro perché non si perdano come mastichi bene quel bonbon, o quel pezzo di marzapane che tanto ti piace.

Va bene anche essere triste. E allegra, e nostalgica, e avere voglia di piangere, e dopo di ridere, e di sentire nostalgia, e di fare un perreo, di pensare a qualcuno con cui ti piacerebbe stare. Dare valore alle emozioni e permettersi di sentirle può essere un bel gesto femminista con te stessa e con gli altri.

(Colgo l’occasione di questo video per ricordare che questo è un altro Natale senza Patricia Heras, poetessa incarcerata perché, in definitiva, vestiva come Cyndi Lauper. Perché, come dicono in Cile: “Son los pacos, los jueces, el estado…”.)