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Risultati immagini per smokey eyes fail Sondaggio: chi si è accorto che venerdì non ho pubblicato nulla?

Lo so, lo so, voi avete una vita.

Comunque è stato perché mi hanno ingannata. Peggio ancora, mi sono lasciata ingannare.

In preda ai miei deliranti progetti immobiliari, ho visto la stessa casa due volte, senza riconoscerla. La prima volta l’ho scartata subito, la seconda ho pensato di comprarla.

Che è successo, tra la prima e la seconda visita?

Lo stesso che, secondo qualche hater (scatta l’allerta linguaggio cool), succede alle youtuber “prima” e “dopo” il tutorial per gli smokey eyes: mi volevano vendere un’immagine che non c’è. Infatti credo che, in gergo immobiliarista, si chiami proprio “operazione di maquillage”.

O almeno così l’ha definita l’agente immobiliare che, la prima volta, mi ha mostrato quella centralissima accozzaglia di luoghi comuni su come sia fatto un appartamento qui: ripostigli senza finestre messi lì a rimpicciolire il salone; metri utili di terrazzo trasformati in… lavatoio (ma una lavatrice in cucina, no?); sgabuzzino superfluo per attrezzi in disuso. C’era anche il mio spreco di spazio preferito: quell’anfratto mangiacamere che si chiama vestidor. Il “guardaroba” ce l’hanno anche i miei, ma la loro è una stanza vera, perdio.

Insomma, la prima volta ho visto tutto questo, ho sentito il prezzo e me la sono data a gambe. Il tizio mi ha telefonato il pomeriggio stesso: “Se lo scarti, faccio l’operazione di maquillage e scatto le foto”. “¡Adelante!” ho risposto, anche se era svedese.

E la seconda volta? Beh, prima di tutto le avevo beccate online, queste foto ritoccate a dovere: il fotografo dell’agenzia ci sa fare. Inoltre, stavolta ero arrivata in metro e non a piedi, e sono una che non si orienta per trovare il suo bagno. Infine, ormai sfioravo i quaranta appartamenti visitati, e questo qui era stato letteralmente il secondo. Il prezzo era anche “sceso”, tipo quei portafogli in saldi “a soli 59.99”, e se non mi dai il centesimo di resto m’incateno alla cassa.

Quello che era cambiato davvero, però, era l’idea, dell’appartamento.

La distribuzione delle stanze, ad esempio: rispetto al vuoto cosmico di prima, c’erano pochi mobili IKEA e qualche letto, roba dozzinale che però mi “suggeriva” un arredamento futuro.

La morena che stavolta sostituiva lo svedese era stata onesta fin dall’inizio: era tutto falso, i letti, se toccati, si rivelavano sacchi pieni di roba morbida, con sopra un lenzuolo.

Ma ormai avevo già prenotato quella che credevo essere la seconda visita, da effettuare col povero architetto che ancora non mi ha buttata giù da qualche attico senza ascensore. E che, armato di metro laser (lo voglio!), mi ha ricordato che il gioco non valeva la candela. Per allora, però, ripassando le foto avevo già riconosciuto la cucina, che era rimasta “senza trucco”: era troppo brutta, l’avevo già vista da qualche parte! Il resto l’ha fatto la riesumazione di antichi messaggi WhatsApp, che le ricerche di dottorato a qualcosa mi sono servite.

Come ho potuto cascarci? Attenti, perché sto per ricavare una lezione di filosofia da un mio evidente scimunimento: la seconda volta, con tutta l’ipocrisia dell’operazione, mi avevano venduto un’immagine. Mi avevano mostrato come un vecchio appartamento sarebbe potuto diventare casa. Ci avevo visto proprio me, lì dentro, ad abitare quelle stanze, a portarci i miei affetti, ad arrabbiarmici, a uscirci sbattendo la porta, per poi ritornare poco dopo.

Ecco cosa fa questo tipo di “maquillage” alle case, alle youtuber e alla gente.

Per questo deve diventare il nostro migliore alleato.

Perché quello che chiamiamo ipocrisia a volte è solo proiezione, un’immagine positiva di ciò che potrebbe essere. E funziona con tutto.

Perfino con la politica.

Ne riparleremo.

(Uno smokey eyes ddde classe)

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a36b369f1a05f3a434cdd8d784e1c075Quando in tasca ho più biglietti da visita di agenti immobiliari che biglietti della metro, lo sto rifacendo: cerco la svolta. Tipo una casa da  abitare e affittare per metà, in una città che costruisce le case o per viverci o per farci i soldi. Di solito finisco per rinunciare e prendermi un gelato, in attesa di tempi migliori.

Ma intanto imparo molte cose sulla specie animale a cui appartengo.

Stavolta ho scoperto una cosa che già mi aveva segnalato Dostoevskij: anche un bigliettaio del treno si dà importanza per quel minimo di potere che ha. Se consideriamo che genere di biglietti ho in tasca in questi giorni, capirete chi altro abbia questo vizio.

E mi dispiace, perché so che tanti agenti immobiliari sono pagati uno schifo, e fomentati tipo i teleoperatori di Tutta la vita davanti. Mi fa tenerezza la bellissima tedesco-russa-rumena che mi fa le imboscate WhatsApp alle dieci di sera per vendermi un appartamento caro e impersonale, creato per farci i soldi e non per viverci. Mi verrebbe da “risolverle la vita”, come a volte mi viene in testa di fare, senza mai riuscirci ovviamente (però spesso procuro contatti e indirizzi utili).

Quello che non posso più ascrivere a coincidenza, invece, è il senso d’importanza che si danno quelli che operano in zone esclusive (Avinguda Diagonal, carrer Enric Granados…), dove, mi sono accorta ben presto, i soldi per svoltare non ce li ho. Può succedere che in un caso o due confonda la ragionevolezza con l’arroganza, se un agente respinge un’offerta con la frase “È pur sempre la Diagonal!” (purtroppo non so tradurgli il napoletano “e tiritittittì“). Ma m’incuriosisce il fatto che, per un appartamento accanto a Plaça Catalunya (cioè, caro e centralissimo), nell’arco di 24 ore abbia un architetto a illustrarmi gratis eventuali migliorie, e per un piano terra accanto alla Diagonal (con giardinetto, ma sempre un vascio) la responsabile che accompagna l’agente dichiari che chiamerebbero l’architetto “solo se fossi realmente interessata, perché è un pomeriggio di lavoro!”. Che il rispetto per il lavoro altrui sorga solo in simili situazioni? D’altronde, nel caso specifico, il… soldato semplice, al momento di salutarmi, mi ha trattenuto la mano e mi ha rivelato con curiosa confidenzialità che “i proprietari avevano rifiutato un’offerta più bassa”: insomma, mi era sembrato di tradurre, facessi pochi scherzi e pagassi subito, o lasciassi la casa a chi capisse il russo! Alcuni annunci in zona, infatti, sono unicamente in questa lingua. La domanda è: chi capisce il russo si compra forse un vascio, fosse anche sulla Diagonal?

Ovviamente non si parla di lotta tra poveri, ma ripenso a quel bigliettaio che si credeva chissà chi perché in quel momento, e solo allora, aveva qualcosa che gli altri volevano.

E di cui lui, badate bene, era solo custode e non padrone.

Vabbe’, almeno ha riaperto la mia gelateria preferita.

Risultati immagini per renato pozzetto taac Attenzione: ho scritto “sopravvivere”, mica trovarla pure, la stanza!

So’ traumi, davvero.

Premettiamo che a Barcellona, nella maggioranza dei casi, affittare una stanza significa farlo in nero: chi ha il contratto d’affitto, magari con il beneplacito del padrone di casa, si trova coinquilini per arrivare alla cifra pattuita. Non tutte le situazioni, per fortuna, sono irregolari. Per esempio, a volte i proprietari affittano singole stanze con contratti regolari, che non è necessario registrare. Se per motivi vari avete bisogno di una ricevuta, dunque, fatelo presente fin dall’inizio.

Per il resto, ecco una serie di suggerimenti che, da veterana, vorrei condividere.

  1. Cercate direttamente sul posto. Ragazzi, è importantissimo. Si può cominciare una prima ricerca dall’Italia su siti come idealista, fotocasa, habitaclia, e pisocompartido, che è dedicato a chi cerca e offre stanza. Ma facciamolo soprattutto per informarci su prezzi e aree, o per controllare la qualità dei collegamenti. Quanto a prenotare già dall’Italia, mai anticipare soldi per qualcosa che non si è ancora visto dal vivo, a meno che non siamo in una botte di ferro, tipo: a) la stanza ci è stata segnalata dall’università/dall’azienda per cui lavoreremo; b) abbiamo un amico che possa controllare in loco. Le truffe sono tantissime e sempre meglio congegnate, quindi resistete! Anche se vi scrive il ragazzo momentaneamente a Londra che vi manda foto della stanza e copia del contratto. Anche se il padre irlandese in cerca d’inquilini per l’appartamento del figlio vi indica siti come TripAdvisor, AirBnb et alii, per effettuare il pagamento della caparra. Fatevi spedire una cartolina dall’ “Irlanda“, magari, ma NON spedite niente voi.
  2. Garanzie! È la dura legge del gol: cercano in tanti, quindi tra voi che siete appena arrivati e qualcuno già con Nie e busta paga, indovinate chi scelgono. Inoltre, coi prezzacci richiesti per una “doppia uso singola” [sic], le coppie o gli animali al seguito hanno vita difficile. Facendo bene attenzione al punto 5, potreste accontentarvi per il momento di qualcosa di modesto o lontano dalla zona che v’interessa: trovandovi voi una persona che vi sostituisca, potete lasciare facilmente una stanza deludente, di solito con piena restituzione della caparra. E a Barcellona i sostituti, credete a me che ho accolto in casa 10 candidati in un giorno, si trovano presto.
  3. Meglio una settimana in più in ostello che la stanza sbagliata. Conosco la sensazione di panico, ma a “scapparcene” dall’ostello per la prima stamberga rischiamo di perdere ancora più soldi in una stanza troppo cara, oltre alla salute. È successo a me il primo mese! No, è importante conoscere chi altro dividerà la casa con noi, e soprattutto chiarire “come funziona” l’appartamento: spazi comuni, bollette, utilizzo degli elettrodomestici. Se la coinquilina dà lezioni di musica dalle 16 alle 21, o il titolare del contratto d’affitto passa i pomeriggi in soggiorno a vedere Telecinco fumando, di fatto siamo confinati in camera anche se ci hanno affittato il ripostiglio! Quanto a riscaldamenti ed elettricità, a volte i coinquilini, o i proprietari che offrono l’appartamento spese incluse, impongono limitazioni assurde sulla lavatrice e addirittura sull’accensione delle luci. Un’amica se n’è scappata di casa perché in inverno, senza termosifoni, non le lasciavano tenere la stufa accesa!
  4. Proprietario o agenzia? Magari ci fosse tutta sta scelta (specie per chi cerca solo una stanza)! A volte le agenzie si spacciano per proprietari, negli annunci online (in tal caso, per favore, segnalate!). Ai proprietari di Barcellona non costa niente rivolgersi a un’agenzia, l’onere è tutto per gli inquilini e le commissioni sono salate. Se trovate un proprietario, però, potreste aver avuto fortuna: alcuni vivono lontano da Barcellona e preferiscono mantenere bassi i prezzi dei loro immobili, piuttosto che doversi cercare gente nuova ogni tot mesi. Anche per le agenzie, la mia personale sensazione è che alcune siano più orientate a una clientela “locale”, e meno propense a sparare prezzacci come quelle che lavorano di più con investitori stranieri e turisti.
  5. Non fatevi fregare! C’è gente che affitta stanze a 600 euro con la scusa che siano “vicine alla Rambla” (e magari sono al Poble-Sec). Magari a sapervi appena arrivati, quei furboni dei potenziali coinquilini penseranno bene di farsi la cresta sul vostro affitto. Eh, no, cari! Andate a visitare le case con Google Maps alla mano, e una conoscenza del prezzo medio in quella zona, aiutandovi anche coi calcoli sugli appartamenti interi offerti dai giornali, e, soprattutto, dai siti di annunci.
  6. Caparra de che? Innanzitutto, ci sono finti sensali che si prendono 400 euro di “commissione” (oltre alla caparra) per installarvi in casa loro! Se qualcuno è così gentile da volerci trovare casa, chiediamo(ci) subito quanto vuole. Sulla caparra vera e propria, io non andrei oltre i due mesi d’anticipo (che già sono assurdi), e chiarirei bene i termini di restituzione: ad esempio, se con un congruo avviso me ne vado prima di quanto stabilito, mi verrà restituita tutta la somma? In un appartamento che occupavo, la titolare del contratto d’affitto pretendeva che le caparre venissero scambiate unicamente tra il coinquilino che se ne andava e quello che gli subentrasse. Così lei se ne lavava le mani e aveva sempre qualcuno a occuparle le stanze. Ovviamente, quello che mi lasciava camera sua non mi disse niente.
  7. Chiedete al panettiere! Chiamo così una tecnica che a volte funziona e a volte no, comunque da provare. Individuiamo una zona che ci piace e chiediamo a chiunque se sanno di stanze disponibili: bar, minimarket… E panettieri! Non dico d’importunare i passanti, che già sono vessati da un turismo mal gestito, ma se un vecchietto al parco attacca bottone io chiederei anche a lui! So di una ragazza che ha trovato casa in zona Plaça Espanya grazie alle indicazioni di un barista.
  8. Fate rete! È davvero importante. Vedrete che, dopo qualche tempo di permanenza, troverete sempre più spesso stanza (e lavoro) con il passaparola. Conoscere gente sul posto, meglio se stanziale, è importante anche per questo. A questo proposito, non chiudetevi subito in circoli d’italiani: quanta più gente conoscete e di diversi ambiti, meglio sarà.

Concludo con un saluto a chi, magari ancora in Italia, trovi “improvvisati” consigli come “chiedete al panettiere”. Vorrei solo ricordare che Barcellona è un posto in cui i “mezzi ufficiali” (agenzie e sensali semiautorizzati) arrivano a chiedere prezzi assurdi nella totale legalità con la scusa del “quartiere trendy”, o dei “lavori recenti” (leggi “mano di pittura”). A fronte di tutto questo, un panettiere è per sempre.

Uno speculatore no.

finestra sole Quando ho visto la casa da cui vi scrivo, sono rimasta folgorata.

Letteralmente, perché la prima cosa che ho visto, dall’ingresso angusto su cui gli ospiti alti lasciano sempre un po’ del loro senno, è stato l’angolo di parete bianca che ho lasciato tale e quale, sguarnito ad accogliere l’abbondante sole del terrazzo. Per il resto, l’appartamento era uno sputo, il bagno sarebbe stato stretto per la mia casa di Barbie, in paese, e l’affitto, trattandosi del primo buco che fosse tutto per me, era inquietantemente alto, per una che aveva finito la borsa di dottorato da novembre e faceva un part-time in un ufficio.

Ma quando appunto, dopo la visita, mi sono recata al lavoro, ho detto subito alla mia collega che avrei smesso di cercare, habemus casam.

È stato per due sensazioni, simultanee e differenti, che forse avrò già descritto.

La prima, l’odore di pane abbrustolito. Che ovviamente non proveniva dal cucinino a due fornelli malamente collegato a una bombola arancione, ma da qualche parte della mia testa che era rimasta a Capri, alla casa che i miei zii si erano comprati in preda a un colpo di fulmine simile, tutta in salita e tutta da rifare, coi loro stipendi statali. Ma poi ci avevano costruito alcuni dei momenti più luminosi della mia prima adolescenza, accompagnati spesso da pane abbrustolito e marmellata d’arance fatta in casa.

La seconda, La Bohème. Io e Mimì non abbiamo proprio niente da spartire, in realtà, ma quando sta facendo ancora la civetta con Rodolfo, disegnando ghirigori nell’aria con la gelida manina, dice di vivere sola soletta, là in una bianca cameretta, tra i tetti e il cielo… Sì, proprio asteco e cielo, come dice mio padre sconsolato al pensiero del freddo che devo sentire in inverno. Ma poi, l’orchestra tace, e questa grisette smorfiosa diventa immensa e dichiara:

Ma quando vien lo sgelo
Il primo sole è mio
Il primo bacio dell’aprile è mio

E qui, che volete, scatta la lacrimuccia e lo spirito d’emulazione. Perché la mia dissimulata selvaticità mi porta a starmene spesso sola soletta, ma schiattate, il primo bacio dell’aprile, se permettete, lo voglio. Schiattate, o venite a farvi baciare pure voi, che dice che a non usare a lungo la Bialetti si rovina.

E adesso che cerco una casa da comprare e sono meno selvatica e la Bialetti la uso più spesso, cerco ancora il primo bacio dell’aprile. In termini più prosaici, cerco un attico.

Ma il colpo di fulmine non c’è ancora stato. C’è stata una curiosa coincidenza, la visita a un appartamento che stava proprio sopra al mio, il primo occupato nel Raval, in un palazzo a cui torno sempre per un motivo o per un altro, seguendo i fili di una lunga telenovela. A sentire chi crede in un ordine universale, se ci sono tante coincidenze un motivo ci sarà, o no?

Fatto sta che non c’è il colpo di fulmine. E mi manca, con l’irrazionalità che lo accompagna e mi fa amare ancora questa casa nonostante la mal dissimulata fatiscenza, e gli eventi spiacevoli a cui ha assistito ultimamente.

Poi, però, penso agli amori lenti. Quelli che non mi aspettavo e non ci speravo, verso cose e persone che prima mi suscitavano paura o insofferenza.

Il Raval, ad esempio. Quando dal Mercat de Sant Antoni mi sono spostata più verso l’interno, a Joaquín Costa, era uno scarto di 5 minuti, abbastanza da spaventarmi. Mi ero sempre trovata zone di confine, o addirittura un po’ anonime, per avere l’illusoria sensazione di poter provare tutti i volti di Barcellona. Il Raval aveva troppo di tutto, troppa personalità, troppa prevalenza d’immigrati, troppa sporcizia, troppi turisti. Abituata a una Barcellona insapore, ero assalita da odori forti, curry e urina, il pollo dei girarrosto, la menta che profuma tutto un tratto di strada, quando i fruttivendoli fanno provviste. Erano più rassicuranti i cinesi di Tetuan, gli anziani catalani che sindacavano su come buttassi la spazzatura, con quelli al massimo hola. Poteva mai, il Raval, diventare il mio barrio?

E tu fa’ che lo diventi, suggerì un’amica. E infatti l’amore per il Raval sopravvive a quello per questa casa, che pur mi appresto ad abbandonare. Ho provato a cercare in altre zone, ma no, al massimo la fine torno vicino al Mercat de Sant Antoni, che se attraversi sei nell’Eixample (…), ma sempre Raval è.

Se ci penso, infatti, gli amori lenti sono quelli che mi sono rimasti dentro, davvero. Credo che paragonare un uomo a una casa sia il più bel servizio che si possa fare, altro che mercificazione. D’altronde i rari casi di folgorazione che ho avuto si sono persi nel disperato tentativo di giustificarli, che le case le arredi come vuoi e crei una profezia che si autoavvera, mentre gli umani vengono già arredati di abitudini e manie. E c’è una clausola che impone di accettarle, o non ti ridanno la cauzione. Se gli amanti del colpo di fulmine avessero il tempo di provarne le effimere conseguenze, credo se ne accorgerebbero nella maggior parte dei casi.

Gli amori lenti, invece, si appiccicano addosso piano piano come l’odore di menta, come l’afa scongiurata da quest’aria di pioggia che mi fa scrutare ogni tanto l’amaca in terrazza, per vedere se si sta bagnando. Ti invadono la vita piano, per osmosi, come l’uovo al sapore di tè con cui fa colazione un’amica cinese, e quando se ne vanno è difficile farne a meno perché dovresti strapparti il guscio intero.

Il problema è che non puoi saperlo in anticipo, che lo diventeranno. Amori lenti, dico. Lo sapessi, ti prepareresti.

Da quando ho visto questa casa sopra la mia vecchia ne ho un ricordo come affettuoso, di un posto in cui sono stata, e vorrei tornare.

Quanti giorni di pioggia, scontri coi vicini, pomeriggi di sole, quante notti di lacrime o di sonno profondo, quante visite improvvise e sorprese preannunciate dovrei vivere, prima di sapere?

Magari non ci sarà neanche bisogno di aspettare tanto. Prima o poi, magari mentre starò a fare tutt’altro, saprò.