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L'immagine può contenere: cielo e spazio all'aperto

Da “Jo vull votar adéu Espanya”, su Facebook

Ho fatto due conti: venerdì ho preso due treni e sei metropolitane. È vero che era una giornata speciale, con le “pagelle” ancora da chiudere per un errore mio, e con l’indepe di casa che dava una conferenza sui movimenti antifascisti italiani.

Mi sono persa quindi l’attacco surreale alla Siria, lo show di Berlusconi, e tutto quello che non fosse la corsa nella galleria tra la Linea 1 e la Linea 3 di Plaça Catalunya, dove campeggiava un annuncio gigante della Benetton che dichiarava la metro Gender-free zone, secondo una moda italiana che, per fortuna, mi sono persa.

Tanto ero troppo impegnata con la mia solita performance: mille modi di cantare ai turisti e a chi credeva di essere al mare la mia cara “Lievete ‘a ‘nanze ‘o cazzo”, hit in napoletano frattese (se no, mi dicono, sarebbe “levete”), da eseguire con tutte le canzoni che vi vengano in mente.

Prima di lasciarvi con la carrellata che più utilizzo, volevo specificare che ieri, invece, è stata una domenica fantastica: l’unico rumore di fondo era il solito elicottero (stavolta, Policía Nacional) che sorvegliava la manifestazione per la libertà dei prigionieri politici.

Ormai è diventato una parte rumorosa del paesaggio, così, dal belvedere del Parco della Primavera, l’ho ignorato bellamente, al contrario dei turisti di passaggio per Montjuïc.

Quello che non potevo ignorare, quando ho passeggiato un po’ più sotto, erano i curiosi “turisti” seduti ai tavolini del carrer Blai: tutti in giallo, e non mancava una bambina col fiocchetto tra i capelli a sostegno dei prigionieri politici. Qua e là un unico pacchetto di patatine aperto in mezzo al tavolo, oppure un solo montadito… Orpo, ho pensato, vuoi vedere che sono… ?

Sì, erano tutti catalani! Quelli in piedi sciamavano avvolti in bandiere e t-shirt giallo fluo in un’area che ormai tendeva a sfrattarli a beneficio di clienti più danarosi. La  manifestazione aveva invaso il Paral·lel: l’indepe di casa era tra loro, ma non ho neanche tentato d’intravederlo, sicura che quella marea umana si snodasse fino a chissà dove.

Meno numerosi, ma comunque tanti, erano quelli che sabato sera festeggiavano la Repubblica in Urgell con un flamenco di qualità. Ma quelli, mi sono accorta subito, non avevano il nastrino giallo, e comunque sabato si festeggiava la repubblica spagnola: “la repubblica d’altri”, scriveva su Facebook  un maiorchino che, appunto, aspettava di festeggiare “la sua”.

Fatto sta che io a questi, con o senza nastrino, con o senza repubblica da festeggiare, a questi qua non chiedo mai di scansarsi. Neanche in metro.

Per tutto il resto, c’è la top 10:

10) Cominciamo con SanremoUna vita in vacanza: so che tu stai in vacanza / a paella e sangria / c’è la folla che avanza / e tu invece mi stai tra i coglioni

9) Un grazie allo Scienziato dei Coldplay: si nun te lieve / ‘a ‘nanze ‘o cazz’ / nun saccio chiù che aggia fa’ / corro al binario / ma tu staje annanze / nun te pozzo suppurta’ / nobody said it was easy / che po’ ‘na metro ‘eva piglia’ / nobody said it was easy / ‘a meglia soluzione, ‘o saje, sta ccà: / ‘a ‘nanze a me t’ ‘e ‘a luva’

8) Omaggio a Eros, gettonatissimo all’estero: E ci sei / annanze tu / si nun te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o ca’ / è ‘a vota bona che te manno a cac… ehm / che stevo a di’ / no, non dimentico / è ‘a terza metro che / mo’ passa annanz’ a te… 

7) Versione flamenco, sul grande Camaron: sto in ritardo / e devo pigliar la metro / si tu nun te lieve ‘a ‘nanze / io ti strapperò il biglietto/ io sto in ritardo e tu me staje annanze ‘o cazz’ / e mo’ te straccio la cammisa, la camisita… 

6) Versione salsa, su La vida es un Carnaval: Ua’ / mo’ t’ ‘e ‘a luva’ / si ‘n te lieve ‘a nanz’ o ca’ / las sandalias te voy pisando…

5) Versione per i pendolari, sull’inno catalano: si te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o ca’ / pozzo correre ‘o binario / endarrera aquesta gent / che se crede che sta ‘o mare / bon cop de falç / bon cop de falç / e largo ai pendolaaari / bon cop de falç

4) Su La vie en rose (solo per turisti francofoni): si te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o ca’ / je me pozzo spusta’ / pozzo cagna’ binario / tu passigge a Marechia’ / comme si fusse là / io invece sto in ritardo…

3) Sul ritornello di Creep: e lievete ‘a ‘nanze / ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ / what the hell are you doing here? / you’ve got your route wrong

2) Sul ritmo di Comme facette mammeta: si te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ / si te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o caaazz… / je sagliesse ‘ncopp’ ‘a metro / je sagliesse ‘ncopp’ ‘a metro…

1) Grazie a Totò‘A cammesella: e lievete ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ / ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ gnornò gnornò / e lievete ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ / ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ gnornò gnornò / si nun te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ io ti sparerò / sia benedetta mammeta, la madre que te parió!

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Grazie a Paolo Campagna per la “resa grafica” della situazione

PRIMA

Nella serie The Crown c’è un’immagine della regina Elisabetta, ragazzina, che si arrampica sugli alberi in giardino, mentre in casa suo zio e suo padre decidono che lei un giorno sarà regina.

Io, che al massimo sono stata reginetta di Forcella 2006 per i cappottini hipster, mentre cadeva il muro di Berlino guardavo i cartoni. O così mi accusò la maestra il giorno dopo, visto che non mi ero accorta di niente. Peccato, devo riconoscere a distanza di decenni: quell’evento ha deciso buona parte del mio futuro.

Scrivo queste idee confuse pochi minuti prima che si pubblichi la lettera di Puigdemont che può determinare indirettamente una parte del mio destino. La scelta del coinquilino, per esempio, visto che qualcuno in casa potrebbe mettersi in testa di scendere “a difendere il Parlament” (e scatta subito Stanis travestito da Fini). Per fortuna l’Austin Powers catalano è troppo democristiano per questo, ma ormai non mi sorprendo più di niente.

Riflettevo solo sulla scarsa influenza che hanno gli esseri umani nelle vicende che li riguardano, e come sempre mi chiedevo esattamente a quanto ammontasse il nostro potere decisionale. A nulla, dicono i pessimisti. Fatto sta che il mio migliore amico, che ne sa a pacchi, mi dice che i cuochi americani a Pearl Harbor si risparmiarono qualche anno di terapia lanciando patate agli aerei giapponesi che li bombardavano.

E comunque ho visto gli Indignados diventare la Pah, la Colau diventare sindaca, gli amici del mio ragazzo decidere che io sono di Podemos: anche le entità che detestano questi attori politici, quelle che lasceranno il Parlamento se Puigdemont non dichiara definitivamente l’indipendenza, si autogestiscono con metodi simili a quelli che adottavamo nelle piazze di Barcellona, ormai sei anni fa.

Quindi do per buona l’ipotesi che people have the power (almeno un pochetto) e lancio le mie patate.

Ma per noi, come individui, cosa rimane da fare? Mentre andavo all’università, il fallimento di una specie di Monopoli per soli miliardari ha prodotto una crisi economica che mi ha tolto quasi ogni sbocco accademico, e ha rovinato l’esistenza di quegli amici che credevano di poter guadagnare abbastanza da fare le stesse scelte dei genitori, se avessero voluto.

E invece eccoci qua a chiederci, coi quaranta che si avvicinano, come soddisfare o eludere standard sociali che cambiano molto più lentamente dell’economia che li ha generati.

È qui che scatta la seconda parte. Per dirla con i libri di self-help: come reagire a quello che sta succedendo?

Alcune strategie sono vecchie quanto il mondo: bustarelle, nepotismi, raccomandazioni di ogni genere. Altre, pure antichissime, vengono reinventate: investire nel mattone può diventare ospitare turisti in nero. Va anche detto che gli unici amici miei che sono riusciti a comprare un appartamento a Barcellona senza “l’aiuto da casa” sono un ingegnere, un medico, e una russa che ha fatto un mutuo trentennale per pagarsi un immobile da cinquantamila euro a Badalona.

Insomma, questa seconda parte “strategica” e “individuale” è più creativa dell’altra: cosa facciamo della nostra vita in tempi avversi? Io quando ho visto che all’università non c’era verso, e nel settore turistico licenziavano dipartimenti interi, ho preso il diploma per insegnare italiano. Adesso scopro che col mio certificato IELTS, se pago bene il corso previsto dall’Università di Cambridge, potrei insegnare inglese.

Soprattutto, devo constatare che i miei fallimenti più rovinosi hanno riguardato le “pezze a colori”, cioè le alternative e scorciatoie rispetto a quello che desideravo fare davvero della mia vita. Tanto vale, ho deciso, aspirare proprio a quello che voglio.

Ma sto delirando e ormai è stata pubblicata la lettera. Visto che mi riguarda, la voglio proprio leggere.

DOPO

La lettera non dice un cazzo, cvd.

Io sono fiduciosa da quando ho visto che i carri armati non arrivavano subito. Però è avvilente, sul serio, che la mia esistenza possa essere decisa da funamboli verbali a cui è sfuggito il gioco di mano.

 

 

Considerando l’ottima fama di cui godono gli indipendentisti catalani in Italia, ho pensato che, alla fine, dispongo di informazioni di prima mano da parte di una fonte a me molto vicina: il mio ragazzo! Così io, che non sono indipendentista, gli ho fatto quest’intervista a tradimento. Che espone, beninteso, un punto di vista che non troverete nei partiti più in vista del procès per l’indipendenza, ma che è condiviso dai movimenti per me più interessanti. Se come coppia “di fede diversa” siamo sopravvissuti alle manganellate del primo ottobre, e allo sciopero generale del tre, supereremo anche queste domande un po’ provocatorie. Vero?

Boh. Vediamo.

D: Ciao! Che ci fai a casa mia?

R: Bella domanda. In effetti dovrei andarmene…

D: Sono d’accordo! Ma volevo dire: cosa ci fai qui, a Barcellona?

R: Ho “terminato di terminare” [evidente spagnolismo, NdR] una tesi di dottorato, e sto cercando lavoro. Non che mi ci stia mettendo d’impegno, ma diciamo che sono stato un po’ sopraffatto dagli eventi.

D: Lavativo! A proposito degli, ehm, eventi… Come ti è venuto in mente di farti “indepe”? Mica sei catalano, tu!

R: Non è che mi sia “venuto in mente”! Sono marchigiano, mi sono formato in spazi collettivi come quelli dei disobbedienti. A livello personale, mi sono sempre focalizzato sull’anarchismo collettivista. Hai presente Malatesta, Kropotkin… [Mi sciorina un’altra decina di nomi, annuisco con aria intelligente]. All’inizio non ero interessato alla tematica indipendentista. Per me il concetto di nazione era borghese, chiuso, frutto di una tradizione inventata…

D: Quindi andavi per la retta via! E poi, che è successo? Scherzo, dai, ma sappiamo come va: spesso diventi indepe perché lo è la tua comitiva, il tuo collettivo, il tuo compagno o la compagna… Anche se noto che, ahimè, non funziona al contrario…

R: Volgari insinuazioni. Ho scoperto semplicemente che esiste qualcosa che va più in là di ciò che, anche in Italia, concettualizziamo come nazionalismo. Le ricerche condotte per la mia tesi di dottorato sulla comunità italiana in Croazia mi hanno aiutato nella scoperta di un tipo di identificazione inclusiva: cooperazione alla pari e senza esclusività con altri gruppi, in un territorio misto. L’indipendentismo è una scelta strategica, non è un fine ultimo. Non è l’orizzonte, ma l’obiettivo a medio termine. È una strategia per strutturare la vita politica quotidiana. [Mi cita un’altra sfilza di riferimenti bibliografici, di cui capisco solo “Öcalan”].

D: Ho capito, mi stai discutendo in diretta la tesi di dottorato. Dimmi, piuttosto: la Spagna, cos’ha che non va? Ci sarà pure una realtà politica spagnola che ti piaccia!

R: Cosa intendi per “spagnola”? Ti riferisci allo Stato spagnolo? Certo! Ti posso nominare tantissime realtà politiche interessanti, dai Paesi Baschi all’Andalusia. [Me le nomina davvero. Tutte]. Il giogo dello Stato spagnolo opprime tanti. Se invece parliamo di struttura statale di tale stato, la mia domanda è: perché dovremmo preservarla?

D: Pensa che la mia è: perché no? Cioè, i movimenti spagnoli sono così menomati che solo i catalani saprebbero fare ‘sta repubblica? 

R: I movimenti all’interno del territorio spagnolo sono tanti, e anche efficaci. Ma non puoi farmi questa domanda adesso! L’altra sera, il capo dello Stato spagnolo ha affermato che la polizia il primo ottobre ha agito nel massimo rispetto della legalità. D’accordo, cosa ci si può aspettare da uno che sta lì perché l’antico dittatore ci ha piazzato suo padre?

D: E vabbe’, sono pure passati quarant’anni, dalla morte di Franco e dal ritorno dei Borbone… [Questa era solo per provocare, mi dissocio da me stessa!]

R: E intanto, la maggior parte dei voti catalani va a partiti non monarchici, come succede anche nei Paesi Baschi. Nel resto dello Stato spagnolo, il PSOE ha dichiarato la sua fedeltà alla monarchia. Pedro Sánchez vede se stesso come una sorta di prosecuzione di Zapatero, mentre Felipe González è il signore e padrone dell’Andalusia. Non c’è alcuna prospettiva di trovare una soluzione democratica e repubblicana a tutto questo.

D: Però il centrodestra indepe catalano fa un po’ Lega Nord, hanno detto. Ha motivazioni economiche e identitarie, non si sa in che ordine…

R: La questione economica è molto minoritaria, nella trattazione del fenomeno. Comunque sia, tra gli aspetti rivendicativi è il più discutibile, perché in effetti presume una concettualizzazione razzista dello Stato spagnolo. Ma, ripeto, non stiamo parlando di quello. La questione identitaria è diversa. È stato Jordi Pujol, il fondatore di Convergència, a dire che “catalano è chi vive e lavora in Catalogna”. Scompare quindi il concetto di nazione a cui siamo abituati anche in Italia. Vengono destrutturate tutte quelle boiate ottocentesche schilleriane [sic] su cosa sia una nazione, e si crea una nuova identità, basata sull’identificazione personale.

D: Quindi ‘sta definizione l’ha data il fondatore di Convergència! Annamo bene! Allora, scusami, ma “dall’altra parte della barricata” come vi libererete di questo centrodestra, una volta creata la repubblica catalana?

R: Per tante vie. Alcune pacifiche. La sinistra indipendentista è arrivata in Catalogna a ottenere un’influenza importante. Perché pensi che Carme Forcadell, presidentessa del Parlament catalano, dichiari che la repubblica catalana sarà femminista? Perché ci crede lei? Speriamo! Ma se il femminismo è diventato una parola d’ordine nella politica catalana, si deve ad anni di lotte dei movimenti. Quindi si tratta di questo: conquistarsi degli spazi egemonici!

D: E ci credi veramente?

R [sguardo ironico]: Se c’è chi crede veramente che Pedro Sánchez farà fuori Felipe González, farà cadere il Governo Rajoy con una mano sola, vincerà le elezioni, convocherà l’Assemblea Costituente, costituirà la Repubblica Popolare di Spagna… Penso che la mia alternativa sia più che plausibile.

D: In effetti è molto più facile affrontare i carri armati sulla Diagonal, creare la Repubblica, portare il Chiapas in Catalogna come auspica la CUP, ed eventualmente imbracciare le armi (mamma d’ ‘o carmene!) contro i dissidenti capitalisti…

R: Hai detto bene: portare il Chiapas in Catalogna! Ben venga, se l’obiettivo è la creazione di istituzioni orizzontali basate sul confederalismo democratico. Il fine ultimo, se ci pensi, è il socialismo. È dare un contesto di economia collettivista basata sul motto bakuniano: “Da ognuno secondo le sue forze, a ognuno secondo i suoi bisogni”. [Ha poi ammesso che per una volta avevo ragione io: era Marx. Ma figurati se la frase non gli era arrivata la prima volta attraverso Bakunin].

D: Tutto questo nella Barcellona da bere? Quella dei mojitos a cinque euro?

R: Il mojito a cinque euro si può ostacolare in vari modi…

D: Col Tourist Go Home?

R: No, ma vedi a cosa sono arrivate le politiche liberiste nella città? Pensa all’aumento incredibile degli affitti…

D: Eh, appunto. Ma chi si è ribellato alla proposta di stabilire un tetto massimo sugli affitti? Solo il PP? Anche Junts pel Sí, amalgama di partiti che stanno insieme solo per ottenere l’indipendenza! Come li affrontate, questi qua? Sei proprio sicuro che ci mettiate meno tempo e sforzi che a fare una Spagna repubblicana?

R: In questo momento… perché la situazione cambia di giorno in giorno, eh… sì, ne sono sicuro. [Mentre parliamo sorvola le nostre teste un elicottero della Policía Nacional].

D: Ok, ma… Dopo tutto quello che mi hai detto, com’è il tuo rapporto coi non indepe?

R: Dipende dai non indepe! Con alcuni posso anche averci una relazione. [Lo fulmino con lo sguardo]. Se invece sono delle teste di cazzo che cantano Cara al Sol e dichiarano che il sangue dei manifestanti picchiati dalla polizia sia finto…

D: Ma con quelli non ce la farei neanch’io! Vabbe’, ultima domanda: se dovessi lanciare un messaggio agli italiani che associano indipendentisti e Lega Nord, e vedono i catalani come dei polentoni antipatici che vogliono pagare meno tasse…

R [si erge nel suo metro e novanta]: Che devo dire? Voi avete le vostre convinzioni, perché l’Italia è notoriamente un paese di dottori di ricerca in relazioni internazionali almeno quanto lo è di commissari tecnici… Voi sapete già tutto, ed è inutile che vi dica qualcosa in più. Tenetevi le vostre certezze date da supposizioni assurde, e da una conoscenza del contesto catalano che definire superficiale è ottimistico, e continuate così. Ciao!

D: Ciao!

Non gli ho fatto la domanda cruciale: sarà mai possibile, specie in questi giorni di paura e conflitto, la convivenza tra gente con idee così diverse?

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Chissà cosa avrebbe risposto.

 

caceroladamallorca È succieso che s’è appicciato. Chi? Mariano Rajoy, Primo Ministro spagnolo. Ha bruciato quel poco di credibilità che gli restava rispetto alle gesta del suo ex tesoriere Bárcenas, coinvolto in uno scandalo legato alla contabilità sottobanco del partito: il PP riceveva finanziamenti privati da entità finanziarie influenti in Spagna.

E Rajoy, stando a quanto dichiara Bárcenas e a quanto confermano certi SMS di cui si riconosce autore, avrebbe intascato un bel po’ di soldi anche lui.

Cos’ha a che vedere, tutto questo, con una calda serata di luglio nella Barcellona della crisi? Soprattutto, che c’entrano le pentole e i cucchiai che alle 20 di ogni sera suonano ininterrottamente per un’ora, insieme a fischietti, chiavi, frizzi e lazzi, nel quartiere più elegante di Barcellona?

La cacerolada, o cacerolazo, nasce in Sudamerica negli anni ’70, viene riportata in auge dall’Argentina della crisi economica dei primi anni 2000, ed entra nella mia vita con gli Indignados, nel 2011. Ci sono foto di me seduta al centro di Plaça Catalunya, in buona compagnia, con un cartello per invitare a votare ai 3 referendum per acqua, nucleare e legittimo impedimento.

Ora che gli indignados latitano, ho lasciato padella e cucchiaio a casa, le chiavi sarebbero bastate. E siccome era tardi, ho preso addirittura la metro, per presentarmi in c. Mallorca 278, fuori alla Delegación del Gobierno de España circondata, ovviamente, da bandiere indipendentiste catalane.

Ma mai come a Barcellona il privato è pubblico e, nonostante le mie scarse aspettative di trovare volti noti tra la folla cacerolante e fischiante che brandiva cartelli (no hay pan pa tanto chorizo, sul doppio senso spagnolo tra “salame” e “profittatore”, Españistan: 100% corrupción, 0% ética, e il grandioso Attento, Mariano, ti veniamo a sfrattare, nel paese degli sfratti forzosi), nonostante le urla assordanti Mariano, Mariano, no pasas el verano, nonostante tutto ho incontrato ben 2 paia di occhi azzurri, completamente diverse tra loro.

Un paio ha visto l’Inferno e l’ha raccontato, ma ancora mi sorride ogni volta che l’incrocio, e spero sia più spesso.

L’altro paio è un bel po’ più chiaro del blu della sua estelada, la bandiera indipendentista sotto la quale, lo sapevo, l’avrei trovato a fissarmi. Non ricambiato. Ci sono momenti in cui puoi solo abbassare lo sguardo, perché non sai come spiegare il va e vieni di inviti, sparizioni, nuovi inviti, a chi non conosce il caos emozionale della comunità italiana a Barcellona. Mi è venuto in mente Shakespeare, Misshapen chaos of well-seeming forms, ma non c’era posto per l’inglese, era tutto un cantare catalano, dopo lo spagnolo glorioso de A las barricadas c’era l’Estaca: se tiriamo tutti, il palo a cui siamo tutti legati cade. Come questa cacerolada: l’idea è perseverare finché le urla Dimissió non si trasformino in un unico boato consolatorio. Che forse non ci sarà mai, ma intanto a poc a poc, come si dice qua, cacerolada per cacerolada, slogan per slogan. Almeno la gente si ricorda che i problemi comuni meglio provare a risolverli.

E anch’io, a poc a poc, giorno per giorno, pentola sul fuoco dopo pentola sul fuoco, salvo quando è l’ora di farle suonare per strada, e chiedersi se è il caso di mettersi i tacchi che il poliziotto nella camionetta ha una faccia proprio schifata (ma ci sono le telecamere e le giornaliste magrissime che sì che ce li hanno, i tacchi)… A poc a poc, i problemi li risolvo anch’io.

E quando il secondo paio d’occhi mi scova tra la folla in cui mi sono rifugiata e diventa una mano sulla mia spalla, e poi un solo fiato, magari ci vediamo uno di questi giorni, allora smetto di cantare segur que tomba, tomba tomba e chiudo gli occhi, per sentire se ho ancora sangue nelle vene.

I ens podrem alliberar.

(Il pubblico)

(Il privato)