Archivio degli articoli con tag: Catalogna

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Ho scritto a Repubblica. C’era questa poesia di Junqueras, e allora ho scritto. Oh, l’ha postata Repubblica, e allora ho scritto a loro. A Concita De Gregorio, che un po’ catalana ci è, e infatti parlava di Catalogna dopo che in pochi, ormai, se la filano. Specie adesso che c’è Sánchez che risolve tutto con una mano sola…

Oriol Junqueras. Su di lui si sprecavano aneddoti, prima del referendum. Su quella volta che si era messo a piangere pensando alla Catalogna unita, e sul numero di salsicce che, giurava qualche collega d’università, fosse in grado di mangiarsi a una scampagnata.

Dopo la sua incarcerazione per aver votato sì all’indipendenza, è diventato quello che doveva ricevere un presepe a Natale, ma gliel’hanno scassato e ci hanno scritto sopra “Viva España“.

Povero il paese che ha bisogno di eroi. E un paese che risolve con la repressione i suoi problemi politici mi sembra due volte povero.

Ho scritto per questo: vengo da qualche mese in più di tensioni, rispetto a chi vive in Italia, e volevo dire che è inutile trincerarsi e insultarsi mentre qualcuno divide e comanda. Dopo l’ottobre che ho passato, il giugno trascorso in Italia non mi ha rinfrancato. Immagino che anche voi, o almeno tanti di voi, vi confrontiate una volta al giorno con qualcuno che dica “affondiamo i barconi”. Oppure, più sottilmente, respinga i migranti “per il loro bene”.

Beh, anche Sánchez aveva commissariato la Catalogna “per il suo bene” (capolavoro!). E io, una società schierata in due fazioni che si schifano l’ho prima studiata, con le mie ricerche fallite sulla Grande Guerra, e poi vissuta, per fortuna in scala minore, a Barcellona e a Napoli.

Anche a Barcellona mi è stata appioppata una fazione (sarei “unionista” e “podemita”, io che non amo Pablo Iglesias e non ho mai avuto la sensazione di vivere in Spagna).

Non schierarsi, comunque, è quasi impossibile. Pure le pacifiste della Grande Guerra erano spesso “schierate”, cioè trovavano alcuni paesi più democratici di altri. Ma rifiutavano una logica binaria che trasformava i loro uomini in carne da cannone.

Allora, ho scritto a Repubblica perché dopo un ottobre a litigare, e un giugno a litigare, forse è il caso di ascoltare un’amica su Facebook:

Non voglio fare l’errore di amplificare e dare spazio a ciò che è negativo e divisivo. È esattamente ciò che si aspetta chi vuole creare il caos. Un commento indignato in più non cambierà la situazione. Voglio provare a parlare con toni diversi e a dare voce a quelle storie che possono ispirare me e gli altri ad essere persone migliori.

Qua a Barcellona, alcuni dei problemi sociali sono la disoccupazione, il carovita gonfiato dalla gentrificazione (che da noi, dopo Venezia, attacca Napoli e Torino), i tagli alla spesa pubblica, la criminalità organizzata… Le soluzioni ci sono. Poche, ma ci sono.

E in Italia?

Cominciamo a trovarle.

Se ci ispirano pure, tanto meglio.

 

 

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Fabrizia Ramondino

La carrambata del mese è che mia madre ha mandato in pensione Fabrizia Ramondino.

Se non sapete chi è, non preoccupatevi: è il mondo, che è sbagliato. L’Italia, più che altro. Più la leggo e più mi chiedo: come si può ignorare una scrittrice del genere? Si può, si può. E mia madre, ex impiegata del Provveditorato agli Studi di Napoli, ha incontrato al posto mio questa donna gracile, dalle lunghe gonne estrose e dai modi perfetti, o così mi racconta.

Intanto che spiegava tutto questo, io leggevo quest’affermazione dell’autrice su una nonna tenace, che in napoletano poteva cantare, ma non parlare coi bambini:

Ora se l’uso del dialetto come arte poteva essere tollerato in famiglia, non era tollerato invece che con noi ragazzi lo adoperasse, e ogniqualvolta un «mo’» rapido e sfacciato ci usciva di bocca, la nonna veniva rimproverata.

Non succede solo a Napoli, eh. Un amico della provincia di Ravenna mi ha confessato asciutto che, da lui, ai bambini si cerca di parlare italiano, perché così troveranno più facilmente lavoro. Semplice.

Anche i bambini che giocano in strada, qui in paese, quasi non parlano più napoletano.

Prima di tutto perché in strada non ci giocano più: in genere sono di passaggio, al seguito di mamme – sempre le mamme – fermatesi a chiacchierare. O non valicano la soglia di un cortile ben chiuso.

Quelli che sento parlano un italiano perfetto: ok, hanno le “e” paesane molto aperte, ma questo gliel’avrà già spiegato il cugino milanese (da che pulpito!) che, detto tra noi, parla con più accento di loro.

Non che ci sia niente di male, eh. Io avevo una cugina veneta che non sapeva di esserlo: aveva sei anni quando divertitissimi le chiedevamo, con mio fratello, “perché parlava così”. Rispondeva ridendo: “Non lo so”.

Aveva sempre parlato così.  Nessuno le aveva detto “Parla bene”, nel senso di “Parla italiano”. Lei parlava già bene, il suo accento mica era brutto.

Mi avevano spiegato che il mio lo fosse, o potesse risultarlo, e l’avevano fatto nel modo più efficace: lodandomi per il fatto che “non ce l’avessi”. Per questo, quando da ragazzina sconfinavo dalla mia regione, ero sempre attenta alla mia pronuncia. In qualche modo credevo che tutti – il benzinaio dell’Autogrill, la cameriera della trattoria toscana – parlassero sempre meglio di me, per il fatto di essere nati altrove.

Finché un animatore del Nord, in un villaggio turistico – avevo ormai 17 anni – , mi chiese tipo: “Com’è il nome?”. E pensai: che modo impreciso di chiedermi come mi chiami. Sicuro che questi parlano meglio di me? E capii che c’era molto di leggenda, e pure qualcos’altro che, dieci anni dopo, una laurea in Storia mi avrebbe chiarito una volta per tutte.

Adesso vivo in un posto che esalta non solo le lingue regionali, ma anche le varietà diverse di pronuncia. A Barcellona si accarezzano sotto il palato la “g” di “dugues” (“dues” in catalano standard, con la “e” neutra), come un’adorabile intrusa che è più di casa di qualsiasi altra regola stabilita nei libri. E dicono “quranta”, invece che “quaranta”, senza troppi complessi.

Da fuori, per dispetto, li chiamano “camacos“, scritto in vari modi, da “Che bello!”, tormentone dei cittadini quando vanno in gita. O, ancora peggio, “pixapins”, per l’abitudine non proprio civica – ma si fa di necessità virtù – di espletare le proprie funzioni corporali sotto gli alberi.

Sono giochi linguistici che mi divertono, vezzi che vorrei aver avuto il privilegio, se non l’onore, di godermi anch’io.

 

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Dalla pagina di Abbatto i muri

Come ultimo post sulla tristissima pagina di storia italiana (e umana) che è stata la vicenda Aquarius, condivido il comunicato dell’associazione che da cinque anni è parte integrante della mia vita barcellonese. Se vi va, condividete:

NON CI RAPPRESENTANO

L’Associazione Altraitalia Barcelona, costituita da italiane e italiani residenti in Catalogna, esprime la propria approvazione rispetto alle scelte del governo spagnolo e della Generalitat valenciana sulla questione Aquarius. Siamo felici di vivere in una città che non ci fa sentire “immigrati”, e che per volontà della sindaca Ada Colau ha aperto fin dall’inizio del suo mandato le porte ai rifugiati. Siamo orgogliosi di toccare con mano il fatto che tutti quei valori che, a detta della destra italiana, porterebbero alla disgregazione dell’identità, sono invece il fondamento di una città aperta e inclusiva, dove persone di ogni provenienza e credo hanno potuto trovare una nuova casa.

Non possiamo che guardare con preoccupazione agli ultimi sviluppi della politica italiana, caratterizzati dall’allarmante centralità di un discorso identitario che ha creato le premesse per le desolanti prese di posizione razziste del ministro dell’interno Salvini. Ci preoccupa che queste posizioni sembrino essere condivise da buona parte di questo governo, e da una porzione significativa della popolazione.

La Spagna e la Catalogna non sono un paradiso libertario, contrariamente a quello che vorrebbe far credere una certa lettura superficiale della realtà. Ma crediamo che Barcellona in particolare, pur con tutti i suoi problemi, rappresenta la realizzazione dei peggiori incubi di Salvini e dei suoi sodali: famiglie LGBTI numerose e attive, lotte femministe che sono diventate coscienza collettiva, il razzismo populista che, persino in un contesto identitario come quello catalano, è inesistente.

È per questo che, forti della nostra esperienza, possiamo dire, ora più che mai: restiamo umani.

Barcellona, 18 giugno 2018.

Associació AltraItalia Barcelona

info@altraitaliabcn.org

Nota
L’associazione Altraitalia Barcelona è nata nel 2009 da un gruppo di italiane e italiani residenti in Catalogna appartenenti a diverse tradizioni della sinistra nostrana. L’intenzione, da subito, fu quella di interagire con il contesto politico della nostra patria d’adozione: da qui derivano le molteplici iniziative attraverso le quali, nel corso degli anni, abbiamo cercato di lavorare alla costruzione di una memoria storica condivisa tra Italia e Catalogna.

 

Un po’ di gente in Plaça Catalunya, per i migranti

Ero indecisa tra questo titolo e “La nit degli imbrogli”, pensando alla giornata di ieri.

Lo so, vi starete chiedendo perché non sto già a Repubblica a scegliere i titoli in prima pagina. Ma vedete, la giornata di ieri si era aperta con il tecnico che, in chat, ci chiedeva 60 euro per riparare una serratura “con maniglia nuova”, e 100 per la stessa serratura, senza cambiare la maniglia. Tra il primo e il secondo preventivo era passata una notte di mezzo, e il tipo non aveva neanche avuto l’intelligenza di andarsi a rivedere i WhatsApp iniziali, prima di spararci un’altra enormità.

Era con umore tetro, quindi, che mi apprestavo ad andare alla grande manifestazione contro la Ley de Extranjería, che non permette agli extracomunitari neanche di risiedere ufficialmente nella casa in cui vivono. Queste manifestazioni sono belle partecipate, a Barcellona: infatti eravamo più di mille, e secondo la Guardia Urbana, eh. Solo che, cvd, gli amici che cercavo non erano tra gli energici ragazzi africani (e non) in testa al corteo, ma in coda. Tra autoctoni che, come aveva osservato uno dei compagni, “Sono come noi: contenti di essere qui, ma anche stanchi della settimana di lavoro”. Passo strascicato verso la Rambla, pochi slogan improbabili…

Io mi sono allontanata all’altezza di carrer del Carme, alla vana ricerca di un fabbro nel mio Raval. Tutti chiusi anche lì. Sapete dove l’ho trovato, alla fine? Su Facebook: italiano con buone referenze e tariffe FISSE. Accordo raggiunto su WhatsApp in un breve scambio di battute e fotografie “artistiche”, tra maniglie e lucchetti. Cari luddisti antisocial, sinceramente nun ve capisco.

Il momento di scollamento è venuto la sera, quando il mio telefonino mi ha annunciato in spagnolo che “El primer ministro italiano renuncia a su cargo”. Da Nassirya in poi, quando leggo notizie sull’Italia in un’altra lingua, mi viene questo momento di alienazione in cui non so dove mi trovo.

Poi mi sono ricordata: mi trovo un posto che ci ha messo mesi, a sua volta, a scegliersi un president, con tutti quei candidati in galera o giù di lì. Ok, lo confesso: mi sono chiesta anche se fossi io a portare sfiga.

Tutta la storia della rinuncia di Conte l’ho appresa a casa, più dai drammi su Facebook che dalle notizie: “Il governo lo decidono i mercati!” tuonava anche chi schifa la Lega. “Adesso che si torna a elezioni, vedrai quanto prende Salvini!” si lamentava un altro.

“Meno male, ‘sti fasci non sono saliti al potere” esultavano invece quelli della manifestazione, reduci da un cineforum col film sul giovane Karl Marx. Infatti, la dichiarazione che mi è piaciuta di più è stata: “Riassunto della giornata: The young Karl Marx is for dummies, the old Mattarella is for communists”.

Il riassunto della mia, di giornata, è stato: l’impotenza a volte è un sollievo. Se la porta è bloccata e ho fatto di tutto per aprirla, mi siedo e aspetto il tecnico. Se nei miei due paesi non riescono a formare un governo, oh, mi è bastata la lezione dello scorso ottobre: penso al mio lavoro, ai miei maldestri tentativi di svoltare e faccio il poco che posso.

Per esempio, racconto a chi è rimasto in Italia che qui scendono in piazza 1200 persone (soprattutto autoctone) contro le nuove leggi razziali.

Hai visto mai che, prima o poi, succede anche da noi.

 

 

Risultati immagini per barcelona 25 marzo 2018

Da ElDiario.mx

Ieri sera l’indepe di casa mi ha raccontato che un autobus si era messo di traverso tra Passeig de Gràcia e Diagonal, per aiutare i manifestanti che protestavano per la cattura di Puigdemont.

Io avevo in corpo la birra vinta al pub quiz, dolce ripiego per quella domenica in solitaria, e lui tornava incolume dalla manifestazione.

“Un atto d’insurrezione dell’autista, spontaneo” ha commentato poi, dandomi la buonanotte.

Prima di chiudere gli occhi, però, mi ha chiesto:

“Ma se vengono ad arrestare anche me, tu davvero gli dici ‘Portatevillo’?”.

“Ovvio”.

Non l’ho manco chiamato subito, ieri pomeriggio, per vedere se fosse tutto intero. Ci è voluto il solito WhatsApp di mia madre: ci sono disturbi a Barcellona, voi tutto bene, vero? Sì: ormai so che almeno è una personcina prudente.

E poi funziona così da ottobre: io che non sono indipendentista impreco e mi dedico alle mie cose, lui va a queste manifestazioni che finiscono su Repubblica con la parola “Scontri” nel titolo.

Ho un amico genovese, sindacalista, che fa questo da trent’anni: ha moglie e figli catalani “indepe”, e ci litiga bonariamente ogni giorno.

I miei amici sotto i quaranta sono meno sportivi, specie quelli che stanno proprio con catalani indipendentisti, eventualità che io ho sempre troncato sul nascere.

L’agguato me l’ha fatto il tempo: tanti italiani di sinistra arrivano a Barcellona convinti che gli indipendentisti siano la Lega. Poi si accorgono che l’indipendenza la vogliono tutti i nuovi compagni dei movimenti, e anche le persone che si porterebbero a letto. Tempo qualche mese, hanno cambiato idea anche loro. L’indepe di casa non ha fatto eccezione, convinto che rispetto a questa Spagna sarebbe meglio anche la Repubblica di Mordor. Su questo, mi sa, non ha tutti i torti.

A me restano gli aneddoti, come quello dell’autista che ha messo l’autobus di traverso per bloccare la polizia. O del poliziotto arrestato perché manifestava.

Fatto sta che, ogni volta che spengo il lume sul comodino, mi chiedo cos’altro succederà domani.

E so che io me la cavo sicuro, ma gli altri boh.

 

Risultati immagini per di che colore lo vuoi il drago Condivido in caso vi succeda la stessa cosa.

Poco prima di ripartire per Barcellona, ho confidato al mio migliore amico tuuutte le mie preoccupazioni. Che sono quelle che già conoscete, se vi prendere il disturbo (e la Madonna ve lo rende!) di leggervi il blog:

  • le lezioni d’italiano non proprio richiestissime;
  • la casa “sgarrupata” che non si vende per la questione catalana;
  • l’università che dalla crisi non accetta che manodopera a basso costo, senza possibilità di avanzamento carriera;
  • il rischio costante, dunque, che la mia convivenza con un neo-dottore di ricerca diventi un rapporto a distanza (e credo più agli unicorni e al posto fisso).

Chi conosce il mio migliore amico può immaginare la sua faccia mentre gli raccontavo tutto questo. Non sgranocchiava popcorn solo perché “d’ora in poi vuole mangiare sano” (parlando di propositi d’inizio anno…).

Quando finalmente è riuscito a interrompermi, e sapete che è un’impresa, mi ha chiesto:

“Ti rendi conto che, intanto che facevi l’elenco, mi presentavi anche due-tre soluzioni per ogni problema?”.

Ora, quell’uomo è di poche parole ma ha sempre ragione. Di solito ce ne rendiamo conto con almeno mezz’ora di ritardo, ma ha sempre ragione. Cavolo, sì!

Io mi lamentavo delle trasferte fuori città per insegnare italiano, e intanto gli spiegavo anche che contavo d’investire in un diploma d’inglese. Mentre parlavo della casa che non si vende, pensavo già a riaffittarla, a prezzi non da strozzinaggio, una volta scaduto il risibile contratto dell’inquilino attuale. Avevo poi elencato i possibili trasferimenti miei per riprendere a lavoricchiare nel mondo accademico, e a quel punto si trattava di capire tra me e il mio ragazzo quale progetto sarebbe andato in porto e quale no. Inutile anticiparsi agli eventi, vero?

Come dicevo all’inizio, vi racconto tutto questo perché magari succede anche a voi. Anzi, ci scommetto. Anche voi, ripassando tutti i vostri affari, ve ne uscite con possibili soluzioni per ogni difficoltà, ma forse siete troppo occupati a lamentarvi per accorgervene.

Oppure avete lei. Dai, sapete di chi parlo: di quella vocetta odiosa, così simile alla nostra dopo una doccia a scaldabagno guasto, che ci sussurra che non ce la faremo, che tutte queste soluzioni sono altrettante minchiate, quindi rassegniamoci, abbracciamo la croce e se ne riparla l’anno prossimo.

Ecco, vi lascio qui il mio post perché sappiate cosa fare, la prossima volta, con questa vocetta.

Il mio migliore amico non ve lo posso prestare, ma se lo incontrate provate a offrirgli una tisana detox, e magari vi ascolterà.

Anche se scommetto che alla fine sceglierà i popcorn.

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Da bimboinviaggio.com

Non è necessario cominciare col botto, eh. Rilassatevi, mangiate la fetta di pizza avanzata da ieri a pranzo e preparatevi con serenità al primo giorno dell’anno.

Il 2017 mi ha ricordato proprio questo: dietro ogni brindisi ci sono ore di lavoro in silenzio, con risultati spesso modesti, quasi mai spettacolari.

Ore passate su un foglio Word a cercare di raccontare cosa ti stia succedendo, mentre il mondo intorno sembra essere impazzito. Ore passate a preparare lezioni che credevi poche e invece non finiscono più, e magari l’idea era tenerle su altri argomenti, e in un’aula universitaria. Ma il gioco ormai funziona così: tu ti laurei, ti specializzi, e poi fai tutt’altro, e ringrazi pure che ci sei riuscita.

A volte sì che è un momento, invece: una notizia improvvisa e l’eterna scoperta, una volta di più, che sulla tua vita hai un controllo minimo, per quanto ti sbatta a lavorare e brindare. Se uno proclama l’indipendenza e vola in Belgio, poi sei tu a non vendere casa. Se ti rubano il portafogli a inizio vacanza, la vacanza cambierà. Ci sono cose che di solito si fanno in due, finché non scopri di essere rimasta sola, e ti arrangi.

Insomma, questo botto d’anno nuovo è apotropaico ma fuorviante, se si fa “perché lo fanno tutti”.

E se c’è un proposito da portare avanti nei prossimi 365 giorni mi sembra questo: smettere di fare le cose perché “così si è sempre fatto”.

Ci riusciremo?

Ce lo diciamo tra un anno.

Buon 2018!