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Presto nelle nostre case, se facciamo domanda all’Ajuntament :p

Lo so, lo so, la strada più breve tra due punti è una retta. Se tanti italiani a Barcellona protestano per la cacerolada delle 22.00, è perché non ne sopportano il rumore.

Così come non imparano il catalano perché si scocciano, e perché per farsi capire basta lo spagnolo. Legittimo, specie quando non adducono motivazioni più creative.

Però niente da fare, provo sempre a guardare a monte, a individuare le predisposizioni mentali dietro proteste all’apparenza innocue come quella per gli “schiamazzi notturni”. Mi resta il sospetto che in tanti abbiano lo stesso problema che avevo io, da bambina, a trovare il Nord: pensavo che tutto quello che fosse davanti a me fosse Nord. Giuro!

Insomma, ero la bussola del mondo.

Poi sono cresciuta, o almeno spero, perché è un processo complicato che non sempre riesce.

Infatti ricordo gli italiani all’estero intervistati da Claudia Cucchiarato, che affermavano spesso: “Quando sono andato a vivere a Londra/Barcellona/Berlino volevo proprio vedere come mi avrebbe accolto la città”.

Peccato che le città non “accolgano”. Possono rendere molto complicato trovare un alloggio, procurarsi i documenti per lavorare, ma non possono aspettarci con un cartello di benvenuto e un contratto di lavoro in mano.

Certo, possiamo sempre ergerci a bussole del mondo, esigere dalla città che ci tratti bene. Così, se mezzo vicinato si mette a sbattere pentole siamo indignatissimi, perché ci rovinano la visione della TV. Ovviamente è la punta dell’iceberg, di tutta una roba che non ci piace. Perché? Perché crediamo nell’unità di Spagna? Uhm. Perché fuori dall’Italia siamo diventati all’improvviso i difensori dell’ordine e della legalità? Magari! Ripenso alla storia della retta e azzardo: perché a noi non ce ne viene niente in tasca. Anzi, abbiamo paura di perdere tempo e soldi.

Si sa che Barcellona esiste solo per soddisfare i nostri desideri frustrati dall’Italia ormai “invivibile”. Quanto accadesse prima del nostro arrivo, Sagrada Familia a parte, non è importante perché non ci riguarda.

È vero, non siamo i “giovani che non vogliono lavorare” che si sono inventati i giornali. Ma di questa “ricerca della felicità” non ne facciamo un progetto sociale: la felicità spetta a noi perché siamo noi.

E gli altri? Gli altri dovrebbero essere a nostra disposizione.

Ci accorgiamo solo dopo che non è vero: mai troppo tardi, si capisce, ma già in ritardo per non poter più fare almeno un po’ di cose.

Forse però era quello che almeno alcuni di noi volevano: una vita da “eterni illusi” (o eterni sognatori, se preferiamo), in cui ogni cosa non riuscita è sempre per colpa di qualcos’altro, qualcun altro.

Qualcuno che non si è messo a disposizione.

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Da Nació Digital*

Ieri, mentre mezza Catalogna si mobilitava per l’arresto dei consiglieri, io lavoravo e muovevo i primi passi burocratici per vendere casa.

Risultato: l’alunna della prima lezione credeva che il plurale di “ragazzo” fosse “ragazzis”; un amico di Madrid trapiantato a Siviglia mi mandava un articolo che diceva “comprate casa, ma non vendete”, in sintonia con le bestemmie del mio agente immobiliare.

Dopo ho raggiunto i miei, venuti in visita per la castanyada, al Corte Inglés di Portal de l’Àngel: scimunivano un povero commesso, intento a spiegare a mio padre che  i suoi pantaloni XL erano stati presi nel reparto infantile.

Risultato: l’indepe e io abbiamo trascinato i miei in un vietnamita hipster (di solito andiamo ai cinesi sozzi), dove mio padre si è messo a sindacare sulla passione di certi asiatici per le zuppe. Gli ho ricordato che lui è l’uomo che mette il gazpacho in microonde.

All’uscita abbiamo colto gli ultimi cinque minuti della cacerolada (cassolada in català), e i miei si sono impressionati. L’indepe è andato via per un impegno, mio padre ha proposto di tornare a casa a piedi.

Risultato: in prossimità del Paral·lel, abbiamo sentito in stereofonia a un volume proibitivo l’inno spagnolo, salutato da fischi, bis di cassolada e urla tipo: “Feixistes!”, “Visca Catalunya!” (“Visca!”).

“Cambiamo strada” ha proposto papà.

“Proseguiamo” ho imposto io.

“Che succede?” ha chiesto mamma.

Sulle nostre teste, affacciata a un balcone che batteva ben due bandiere spagnole, c’era la coppia che aveva trasmesso l’inno, intenta a ribattere con veemenza agli insulti di vicini e passanti.

“Mi limiterei a denunciare per schiamazzi notturni, verrebbero pure agenti catalani” ho osservato io.

“Smettila di esporti” ha replicato papà, e si è girato a sollecitare mamma.

Lei intanto avanzava placida in quel profluvio di parolacce.

Quel suo incedere sereno, da dea olimpica, mi ha ricordato l’atteggiamento che mi piacerebbe assumere in questi giorni in cui, nello spettro dei sentimenti possibili, la malinconia è un lusso.

Poi ha confessato che non ci aveva capito niente, che credeva che l’inno provenisse da un bar e che tutta quella gente fosse unita nel criticarlo.

Anche lì vorrei prendere esempio e NON capirci più un’acca.

Per fortuna manca poco, mi sa.

 

*http://www.naciodigital.cat/noticia/77263/catalunya/tornara/ressonar/aquesta/nit/amb/altra/cassolada/contra/tc

Risultati immagini per cuppinoFamiliare in due sensi: mi riferisco, infatti, a quelle parole ormai di uso quotidiano nella nostra minifamiglia di due cuori e una caldaia (quella nuovissima guai-a-chi-la-tocca della padrona di casa). Ma ultimamente abbiamo avuto allarmi più urgenti del micidiale código A08: falta de presión.

E se chiamassi il tecnico, gli farei lo stesso elenco che propongo qui sotto a voi.

Prima, però, me la tiro un po’ con Tucidide:

L’ordinario rapporto tra i nomi e gli atti rispettivamente espressi dal loro significato, cioè l’accezione consueta, fu stravolto e interpretato in chiave assolutamente arbitraria. La temerità irriflessiva acquistò il valore d’impeto eroico al sacrificio per la propria parte; la cautela accorta di maschera dolorosa, per panneggiare uno spirito vile. La prudenza fu ritenuta un ripiego per celare la paura, spregevole in un uomo; l’intelligenza sollecita a scrutare ogni piega di un problema fu spacciata per totale inettitudine all’azione.

Da Storie, III, 82

Dalle ‘n faccia, Tuci’! Ehm, scusate il mio (magno)greco. Possiamo cominciare:

  1. Unionista: prima non era così diffuso, mi azzardo a dire che non era neanche una parola. Ora lo siamo diventati tutti i non indepe, che saremmo di default per l’unità di Spagna. Logicamente ci sta, ma stento a sentirmi patriottica nei confronti di un paese in cui non ho mai sentito di abitare. Se non altro perché Barcellona, come tante metropoli, fa un po’ patria a sé. Per questo ci vivo.
  2. Eppaña: la Spagna secondo i detrattori. Lo trovo razzista perché sfotte l’accento andaluso. Trovo fuorviante anche pensare, come un amico dell’indepe di casa, che “los andaluces somos los únicos que tenemos derecho”. Però è vero che l’ultima frase va letta senza le s.
  3. La nonna del Quimet: molto citata dal commosso indepe di casa (d’ora in avanti idc). Poco dopo la votazione per l’indipendenza, il suo amico Quimet (nome prestatomi dalla senyora Rodoreda) ha telefonato la nonna lì fuori al Parlament e le ha gridato: “Iaia, ja som república!”. Devo dire che commuove perfino me il legame tra i giovani e i loro vecchi che, come la Pepita del mio racconto, ogni giorno della loro vita dovevano cantare Cara al Sol, come questi sobri difensori della democrazia contro il referendum. A una manifestazione indipendentista in cui mi ero intrufolata c’era un bel giovanotto barbuto col cartello “Va per tu, avi”. È per te, nonno. Non che consideri sano capitalizzare politicamente i rancori di quarant’anni di dittatura, quarant’anni fa. Lo prendo come un monito del fatto che, chiunque abbia provato a portare la democrazia, purtroppo ha lasciato le cose a metà.
  4. Socialdemocratica: io, secondo l’idc.
  5. Riformista: sempre io. Però credo lo dica a chiunque non conceda alla lotta armata, anche quella nostrana, “le sue buone ragioni”.
  6. “Por España yo mato”: cantata dal finto Rajoy de Los Morancos, che El Jueves in esclusiva indica come prossimi anchormen di TV3. Questa frasetta rassicurante mi viene in mente ogni volta che l’idc esce per fare l’osservatore dei diritti umani. Credo che lui mi venderebbe ai servizi segreti russi, notoriamente dietro tutto il suo movimento, pur di non ascoltare più il tormentone. Allora, per farlo contento, intono direttamente la canzone originale. In fondo parla di poliamore tamarro.
  7. Bootyfler: quando booty incontra botifler, più o meno “unionista di merda” secondo gli indepe, ricambiati con catalufos. Simpatico scherzo che mi fa ogni tanto l’idc per nominare il mio botifler preferito. Considerato tale, suppongo, perché non sta fuori a una piazza con tre bandiere estelades intorno al collo a mo’ di mantello di Superman. Sta di fatto che è sempre più bello.
  8. Frangettanera: la donna per cui l’idc non dico che mi tradirà, perché “monogàmia és capitalisme” (sic), ma baratterà le nostre quattro mura con una simpatica cameretta piena di poster di Anna Gabriel. In realtà a lui piacerebbe che fosse proprio Anna Gabriel, ma, anche nella repubblica catalana, non proprio tot és possible. A volte gliela canto proprio: “Frangetta nera, bella cuppina…”. Il che ci rimanda al prossimo termine.
  9. Cuppino: l’idc in persona. Mia traduzione di cupaire, persona che sostiene la CUP. In napoletano, come avrete capito dall’immagine, significa mestolo. Lo so, mi diverto con poco. D’altronde sono una socialdemocratica democristiana riformista, tutto insieme.
  10. Fozza Napoli! : (sempre!) la mia risposta a qualsiasi slogan si reciti in casa mentre cucino. Sarò anche qualunquista? Nel dubbio, in questi casi, aggiungo al piatto quel chilo di sale in più che, secondo l’idc, avrei messo lo stesso. Volgari insinuazioni.

Ho già dichiarato che “Francesco! Francesco!” gridato in mezzo alla strada lo lascio a Nannarella, e a circostanze ben più tragiche. Al massimo mi affaccio alla finestra e urlo: “Sta ccà, purtatevillo!”.

Mancherebbe anche Io speriamo che me la cavo, ma quello è a prescindere.

 

Risultati immagini per ossigeno Ho mandato a monte la riunione di condominio.

Si vedevano solo per parlare di un soffitto crollato. Il mio. Ho già detto che sono venuti due furgoncini di pompieri a puntellare le travi?

Eppure è saltata la riunione, perché non sapevo si tenesse. Mi era arrivata la mail, in uno di questi giorni in cui non so se, tra l’indipendenza mancata e un pestaggio della Policía Nacional, mi torna a casa il “coinquilino”: l’avevo presa per una comunicazione di routine, l’ennesimo preventivo del tecnico, e cestinata. Assente io, i miei vicini non avevano niente di cui discutere.

Ma non posso lamentarmi, sapete perché?

Perché intanto mi ha contattato Tina. Che vive a Pavia in una casa non sua, fa lavoretti da niente per mantenere due figli e, se le muoiono i padroni di casa, finisce in mezzo a una via. Perché mi ha scritto? Per la solita richiesta: “Mi puoi aiutare a trovare lavoro a Barcellona? Non ne posso più di questa vita”.

Essere scambiata per San Gennaro (o meglio, per la Madonna di Montserrat) è divertente quando mi succede col ventenne indeciso tra Barcellona e Berlino: quello vuole vitto e alloggio e un lavoro ben remunerato, magari senza sapere un’acca di spagnolo. Qualcuno particolarmente attraente mi ha dato a intendere che sarebbe stato disposto a immolarsi, chiedendomi un appuntamento “per parlare”. È un mondo difficile.

Il discorso cambia se a contattarmi è Marika, che deve trasferirsi con due bimbe mentre il marito non le potrà raggiungere subito. O Angela, napoletana “emigrante” che si è vista il negozio devastato dal terremoto, uno degli ultimi che hanno martoriato il centro Italia: “è stanca di essere un peso per i figli”, e a cinquant’anni passati cerca col marito un posto da cameriera, senza parlare nient’altro che l’italiano. O il siciliano di cinquantasei anni, “ma come vedete sono giovanile”, che in un post sulla pagina che modero si dichiara disposto a fare qualsiasi cosa pur di trasferirsi, e dalle foto capisci che è per mantenere una moglie un po’ più giovane e un bimbo avuto sulla quarantina inoltrata.

Solo che adesso non posso aiutare nessuno, neanche con quel poco di consigli e contatti che possiedo, se sto così rincoglionita da scambiare la convocazione di una riunione per un preventivo di lavori. Se dimentico per la prima volta in cinque anni di pubblicare sul blog nei giorni previsti, cosa che non ho omesso di fare neanche prima di un funerale. Se mi scervello sul soffitto crollato e il coinquilino spericolato e il Primer Ministro idiota e il re inqualificabile, e il President che lasciamo sta’, come se fossero questioni che io possa controllare.

E invece tutto ciò che sono in grado di gestire è la mia calma, e quelle due cose che posso fare per Tina, Marika, Angela, il signore giovanile.

Ma è come le istruzioni di sicurezza in aereo: mai mettere la mascherina dell’ossigeno agli altri prima di averla infilata noi.

Se no, oltre a finire male, non possiamo aiutare nessuno.

 

Un’espressione spagnola che adoro è “tiene la cabeza bien amueblada”, detto di persone particolarmente intelligenti. In questa metafora, la testa diventa una casa intera, i cui mobili sono messi lì con gusto dalla buona volontà dell’inquilino, e da un destino generoso. Oh, l’intelligenza in questo non è dissimile dalla bellezza: è vero che si può coltivare, ma forse un po’ di culo ci vuole.

Associo questo modo di dire al latino di mio nonno, che detto tra noi raccontava sempre gli stessi aneddoti, ma erano storielle divertenti. Mi è arrivato da lui il famoso episodio del saggio che, interrogato in nave sul suo bagaglio, si indicò la testa e rispose: “Omnia mea mecum porto”. Tutto ciò che è mio, lo porto con me.

In questi giorni di concitazione ho unito giocoforza le due espressioni, perché anch’io penso che casa mia sia ovunque. Non so se sia bien amueblada, ma sicuramente è facile da portare: si erge, per modo di dire, sul mio metro e sessantadue più o meno duttile, abituato a traslochi veloci in condizioni impossibili. “Non è la tua lotta” mi dice un’amica indipendentista, e non sono di quelle che abbracciano una causa perché l’ha fatto il loro compagno. Questo privilegio lo lascio a Lady Oscar.

Ma la vita è imprevedibile e lo sappiamo, anche se cerchiamo di tappare questa verità con i “te l’avevo detto”. E per quanto fosse probabile che prima o poi si arrivasse a questo punto, nella città che abito da nove anni, nessuno al mondo poteva dirmi con sicurezza che improvvisamente tutto lo sforzo fatto per lavorare qui, per avere una casa dignitosa eccetera, corresse il rischio, seppur remoto, di finire alle ortiche.

Mi resta l’unica cosa che veramente conti: una testa da portare dove posso.

In questi giorni in cui tutti parlano di rivoluzione, mi chiedo spesso se la loro piccola rivoluzione domestica, quella in testa, l’abbiano già fatta.

Continuo a pensare che sia la più difficile di tutte.

Nessun testo alternativo automatico disponibile. Dopo giorni passati a parlarne in chat, via mail, sui social e perfino dal vivo, con amici che reputo intelligenti, provo a mettere nero su bianco la pelosa questione del “chi è più discriminato”.

Perché io mi lamento delle fratture che sta creando la situazione catalana nelle relazioni di ogni tipo, e il messaggio sottinteso di alcuni è: in Catalogna sono ricchi e si permettono pure di ribellarsi.

Che dovrebbero dire gli andalusi, o i napoletani. I miei compaesani sostengono molto quest’argomento, da difensori dei Sud del mondo. Alcuni post che ho letto definivano il popolo catalano come “antipatico”, o “attaccato ai soldi”, con generalizzazioni che in altri frangenti non ci permetteremmo.

In qualche caso di emigranti italiani a Barcellona sospetto che la ragione sia semplice: difficile perdonare a uno di essere nato nel posto in cui noi proviamo a farci strada a fatica, senza il supporto familiare, e i contatti, e la liquidità di cui potrebbero disporre i più fortunati di noi, se fossero rimasti a casa. Ci sono cascata anch’io all’inizio, e mi rimproverava spesso il mio ragazzo di allora, artista catalano di origini meridionali che al primo referendum avrebbe votato No, ma votato, anche perché la Falange voleva marciare sul suo paesello, dove c’erano le urne (ricordo ancora i fischi dei votanti davanti alla chiesa, e l’urlo quasi napoletano “Fora! Fora!”, mentre spiegavo a Carlos quanto la scena mi ricordasse un episodio di Per chi suona la campana).

Ora so che aveva ragione lui: inutile discutere su chi abbia il diritto o meno di ribellarsi.

E lo dico dalla posizione scomoda di chi non ha nessun ideale meraviglioso da difendere (non ci credo, io, in una repubblica catalana). Siamo un po’ alla deriva, noi che non manifestiamo per l’indipendenza e se andiamo alle manifestazioni “contro la repressione” veniamo presi per indipendentisti, a meno che non ci mettiamo la bandiera spagnola addosso, ma perché dovremmo farlo.

Il fatto però di non accorrere ad appelli tipo “irruzione della polizia alla CUP!”, “i fasci stanno ammazzando di botte i compagni a Gràcia!”, non significa che diventiamo improvvisamente ciechi e sordi e non vediamo cosa stia succedendo.

Una terra come la Catalogna è ricca nel contesto spagnolo, quindi relativizziamo: non c’è lo spettacolare tasso di disoccupazione andaluso (il 48,7% per i più giovani di 25 anni), ma butta via il 30% catalano, e (tra parentesi) prova a campare con lo stipendio medio catalano a Barcellona. Scrivo tutto questo dando per buono che i non ricchi di una terra ricca debbano comunque chiedere scusa a qualcuno, equivoco molto presente tra chi politicamente la pensa più o meno come me. Una terra ricca porta in sé grandi squilibri sociali, e ne sanno qualcosa i leader della sinistra indipendentista. In questa intervista, Anna Gabriel della CUP racconta la giovinezza nel suo paese di minatori, passata a caccia di borse di studio perché se no niente università. Curioso poi che la critica alla ricchezza venga dal nostro, di Sud, eterno bacino di voti dati al miglior offerente, di collusioni col governo centrale per assicurarsi un minimo di posto al sole.

Non vi riconoscete, in questa descrizione? Vi offende, vero? E allora perché infliggere lo stesso riduttivismo ad altri? Perché “sono del Nord”? Consulterò poi un vero brexiter su quanto siano “nordici” i catalani.

Insomma, gli indipendentisti catalani sono e resteranno, secondo la mia impressione, una minoranza. Ma una minoranza consistente e incredibilmente variegata al suo interno. Non c’è solo la signora col canillo che viene in pullman dal paesello l’11 settembre, e che invade i tre baretti squallor rimasti ad Arc de Triomf: quella mi lasciasse sempre liberi i ristoranti cinesi autentici, per mangiarsi la sua coca ai peperoni, e ci eviteremo felicemente ogni anno.

La questione è che ci sono anche questi qua che si riuniscono dai collettivi e dai movimenti ogni settimana nel mio quartiere e in tanti altri, questi che scendono in strada da anarchici a difendere un referendum, perché ritengono che a fronte di questo re e di questo primo ministro di cui il primo fa le veci (no, non ho sbagliato a scrivere), sia proprio il caso di separarsi e votare.

Hanno ragione? Proprio non si può sperare che dallo stato spagnolo sorga un movimento compatto di gente che mandi a cagare Corona e PP? Chi lo sa, io ci spero ancora.

E penso che in una Catalogna indipendente comanderebbero comunque i figli maschi delle signore col canillo che vengono a Barcellona l’11 settembre, anche se il plebiscito, devo ammetterlo, non l’hanno mai ottenuto.

Resta il fatto che non è così semplice come ci piace pensare.

Ma lo so, la semplicità è troppo affascinante per contrastarla con dati, ne sappiamo qualcosa quando proviamo a fare due conti su quanto costerebbe l’indipendenza e scopriamo che non sono i conti a far scendere la gente in strada, con buona pace degli ideali illuministici che difendiamo a singhiozzo.

Intanto, per farvi capire la situazione, quando ho visto questo brutto spot mi sono commossa lo stesso, o meglio, mi sono ritrovata a piangere per il nervoso, e per la paura.

Qualsiasi cosa ci succederà, nei prossimi giorni, al contrario di altri non ho nessun motivo nobile per correre il rischio di scoprirlo in prima persona.

Ho la voglia meno nobile di provare a complicare le cose. Qualcuno dovrà pur farlo.

Voi, per esempio. D’ora in poi. Vero?

 

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Grazie a Paolo Campagna per la “resa grafica” della situazione

PRIMA

Nella serie The Crown c’è un’immagine della regina Elisabetta, ragazzina, che si arrampica sugli alberi in giardino, mentre in casa suo zio e suo padre decidono che lei un giorno sarà regina.

Io, che al massimo sono stata reginetta di Forcella 2006 per i cappottini hipster, mentre cadeva il muro di Berlino guardavo i cartoni. O così mi accusò la maestra il giorno dopo, visto che non mi ero accorta di niente. Peccato, devo riconoscere a distanza di decenni: quell’evento ha deciso buona parte del mio futuro.

Scrivo queste idee confuse pochi minuti prima che si pubblichi la lettera di Puigdemont che può determinare indirettamente una parte del mio destino. La scelta del coinquilino, per esempio, visto che qualcuno in casa potrebbe mettersi in testa di scendere “a difendere il Parlament” (e scatta subito Stanis travestito da Fini). Per fortuna l’Austin Powers catalano è troppo democristiano per questo, ma ormai non mi sorprendo più di niente.

Riflettevo solo sulla scarsa influenza che hanno gli esseri umani nelle vicende che li riguardano, e come sempre mi chiedevo esattamente a quanto ammontasse il nostro potere decisionale. A nulla, dicono i pessimisti. Fatto sta che il mio migliore amico, che ne sa a pacchi, mi dice che i cuochi americani a Pearl Harbor si risparmiarono qualche anno di terapia lanciando patate agli aerei giapponesi che li bombardavano.

E comunque ho visto gli Indignados diventare la Pah, la Colau diventare sindaca, gli amici del mio ragazzo decidere che io sono di Podemos: anche le entità che detestano questi attori politici, quelle che lasceranno il Parlamento se Puigdemont non dichiara definitivamente l’indipendenza, si autogestiscono con metodi simili a quelli che adottavamo nelle piazze di Barcellona, ormai sei anni fa.

Quindi do per buona l’ipotesi che people have the power (almeno un pochetto) e lancio le mie patate.

Ma per noi, come individui, cosa rimane da fare? Mentre andavo all’università, il fallimento di una specie di Monopoli per soli miliardari ha prodotto una crisi economica che mi ha tolto quasi ogni sbocco accademico, e ha rovinato l’esistenza di quegli amici che credevano di poter guadagnare abbastanza da fare le stesse scelte dei genitori, se avessero voluto.

E invece eccoci qua a chiederci, coi quaranta che si avvicinano, come soddisfare o eludere standard sociali che cambiano molto più lentamente dell’economia che li ha generati.

È qui che scatta la seconda parte. Per dirla con i libri di self-help: come reagire a quello che sta succedendo?

Alcune strategie sono vecchie quanto il mondo: bustarelle, nepotismi, raccomandazioni di ogni genere. Altre, pure antichissime, vengono reinventate: investire nel mattone può diventare ospitare turisti in nero. Va anche detto che gli unici amici miei che sono riusciti a comprare un appartamento a Barcellona senza “l’aiuto da casa” sono un ingegnere, un medico, e una russa che ha fatto un mutuo trentennale per pagarsi un immobile da cinquantamila euro a Badalona.

Insomma, questa seconda parte “strategica” e “individuale” è più creativa dell’altra: cosa facciamo della nostra vita in tempi avversi? Io quando ho visto che all’università non c’era verso, e nel settore turistico licenziavano dipartimenti interi, ho preso il diploma per insegnare italiano. Adesso scopro che col mio certificato IELTS, se pago bene il corso previsto dall’Università di Cambridge, potrei insegnare inglese.

Soprattutto, devo constatare che i miei fallimenti più rovinosi hanno riguardato le “pezze a colori”, cioè le alternative e scorciatoie rispetto a quello che desideravo fare davvero della mia vita. Tanto vale, ho deciso, aspirare proprio a quello che voglio.

Ma sto delirando e ormai è stata pubblicata la lettera. Visto che mi riguarda, la voglio proprio leggere.

DOPO

La lettera non dice un cazzo, cvd.

Io sono fiduciosa da quando ho visto che i carri armati non arrivavano subito. Però è avvilente, sul serio, che la mia esistenza possa essere decisa da funamboli verbali a cui è sfuggito il gioco di mano.