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Grazie a Paolo Campagna per la “resa grafica” della situazione

PRIMA

Nella serie The Crown c’è un’immagine della regina Elisabetta, ragazzina, che si arrampica sugli alberi in giardino, mentre in casa suo zio e suo padre decidono che lei un giorno sarà regina.

Io, che al massimo sono stata reginetta di Forcella 2006 per i cappottini hipster, mentre cadeva il muro di Berlino guardavo i cartoni. O così mi accusò la maestra il giorno dopo, visto che non mi ero accorta di niente. Peccato, devo riconoscere a distanza di decenni: quell’evento ha deciso buona parte del mio futuro.

Scrivo queste idee confuse pochi minuti prima che si pubblichi la lettera di Puigdemont che può determinare indirettamente una parte del mio destino. La scelta del coinquilino, per esempio, visto che qualcuno in casa potrebbe mettersi in testa di scendere “a difendere il Parlament” (e scatta subito Stanis travestito da Fini). Per fortuna l’Austin Powers catalano è troppo democristiano per questo, ma ormai non mi sorprendo più di niente.

Riflettevo solo sulla scarsa influenza che hanno gli esseri umani nelle vicende che li riguardano, e come sempre mi chiedevo esattamente a quanto ammontasse il nostro potere decisionale. A nulla, dicono i pessimisti. Fatto sta che il mio migliore amico, che ne sa a pacchi, mi dice che i cuochi americani a Pearl Harbor si risparmiarono qualche anno di terapia lanciando patate agli aerei giapponesi che li bombardavano.

E comunque ho visto gli Indignados diventare la Pah, la Colau diventare sindaca, gli amici del mio ragazzo decidere che io sono di Podemos: anche le entità che detestano questi attori politici, quelle che lasceranno il Parlamento se Puigdemont non dichiara definitivamente l’indipendenza, si autogestiscono con metodi simili a quelli che adottavamo nelle piazze di Barcellona, ormai sei anni fa.

Quindi do per buona l’ipotesi che people have the power (almeno un pochetto) e lancio le mie patate.

Ma per noi, come individui, cosa rimane da fare? Mentre andavo all’università, il fallimento di una specie di Monopoli per soli miliardari ha prodotto una crisi economica che mi ha tolto quasi ogni sbocco accademico, e ha rovinato l’esistenza di quegli amici che credevano di poter guadagnare abbastanza da fare le stesse scelte dei genitori, se avessero voluto.

E invece eccoci qua a chiederci, coi quaranta che si avvicinano, come soddisfare o eludere standard sociali che cambiano molto più lentamente dell’economia che li ha generati.

È qui che scatta la seconda parte. Per dirla con i libri di self-help: come reagire a quello che sta succedendo?

Alcune strategie sono vecchie quanto il mondo: bustarelle, nepotismi, raccomandazioni di ogni genere. Altre, pure antichissime, vengono reinventate: investire nel mattone può diventare ospitare turisti in nero. Va anche detto che gli unici amici miei che sono riusciti a comprare un appartamento a Barcellona senza “l’aiuto da casa” sono un ingegnere, un medico, e una russa che ha fatto un mutuo trentennale per pagarsi un immobile da cinquantamila euro a Badalona.

Insomma, questa seconda parte “strategica” e “individuale” è più creativa dell’altra: cosa facciamo della nostra vita in tempi avversi? Io quando ho visto che all’università non c’era verso, e nel settore turistico licenziavano dipartimenti interi, ho preso il diploma per insegnare italiano. Adesso scopro che col mio certificato IELTS, se pago bene il corso previsto dall’Università di Cambridge, potrei insegnare inglese.

Soprattutto, devo constatare che i miei fallimenti più rovinosi hanno riguardato le “pezze a colori”, cioè le alternative e scorciatoie rispetto a quello che desideravo fare davvero della mia vita. Tanto vale, ho deciso, aspirare proprio a quello che voglio.

Ma sto delirando e ormai è stata pubblicata la lettera. Visto che mi riguarda, la voglio proprio leggere.

DOPO

La lettera non dice un cazzo, cvd.

Io sono fiduciosa da quando ho visto che i carri armati non arrivavano subito. Però è avvilente, sul serio, che la mia esistenza possa essere decisa da funamboli verbali a cui è sfuggito il gioco di mano.

 

 

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El cant cada vegada era més alt, més segur, Asturias, patria querida, cantaven tots i també la Natàlia, Asturias, patria querida, la Rambla s’omplí del seu cant, cada vegada més alt, cada vegada més fort, era un cant alegre […]. La Natàlia no cridava contra aquella massa burella que els havia colpejats, ni contra els jeeps, ni contra els tancs d’aigua, no cridava contra els gossos deixats anar que tustaven sense saber per què, la Natàlia cridava contra el seu passat, contra les ires del seu pare, contra el que ella havia estat. I no tenia por.

Montserrat Roig, El temps de les cireres

Ore 8.00

Irene

Una goccia.

Dove sei?

Due gocce.

Mi stai pensando?

Tre gocce.

Sei al sicuro?

Quattro gocce.

Stanno arrivando.

Irene scaglia a terra il suo caffè. Il rubinetto che perde in cucina la esaspera, e Pau non si decide a chiamare l’idraulico. D’altronde si rifiuta anche di comprare le tazzine da espresso italiano, così i frantumi della grande scodella presa dai cinesi si spargono per tutto il salón.

Irene non sarebbe arrivata a tanto se non avesse avuto gli occhi stanchi, se non si fosse svegliata alle quattro del mattino per salutare Pau che andava al seggio, mentre la sveglia digitale che lui aveva spento subito segnava la data che entrambi, per motivi diversi, aspettavano da giorni.

1 d’Octubre.

1-O.

Il Giorno dell’Indipendenza.

Almeno per Pau, che cercando le pantofole nel buio si lamentava di essere già in ritardo.

Per Irene, invece, cominciava il Giorno dell’Attesa.

“Lo so che lì alla scuola occupata avete da mangiare, ma ti ho fatto dei panini. Li trovi in frigo” era riuscita a farfugliargli prima di tornarsene a letto, troppo stanca anche per supplicarlo ancora di restare a casa.

“Con la capresse?” aveva chiesto lui, speranzoso.

Lei aveva scosso la testa:

“Butifarra d’ou e insalata mezclum. Se vuoi la Catalogna, mangia catalano”.

E aveva sbattuto la porta.

D’altronde, prima di coricarsi gli aveva detto con dispetto:

“Stanno scendendo”.

Lui non riusciva a dormire e le aveva pure chiesto:

“Chi?”.

“Loro” aveva risposto perfida. “Dalla nave di Titti”.

Arrivavano gli agenti della polizia nazionale mandati dal Gobierno. Alloggiavano da giorni in una nave italiana con sopra un’immagine di Piolín. Titti. Sui social era partito l’hashtag #FreePiolín.

Pau dopo la notizia aveva ripreso a dormire, o aveva fatto finta. Lei era rimasta con il cuscino sollevato sulla parete: non avevano neanche la spalliera per il letto, in quella topaia con angolo cottura in soggiorno, un bagnetto grande quanto una cabina telefonica e la doccia sospesa sul balconcino, dietro una vetrata che i due tortolitos si erano dovuti montare da soli al loro arrivo.

Non era quello che Irene si aspettava, quando aveva lasciato tutto per seguire quell’Erasmus catalano conosciuto a Roma. Si era abbandonata alle spalle l’Italia per la Barcellona degli affitti che aumentavano di giorno in giorno.

“Ringrazia il cielo di avere un fidanzato catalano” le diceva Marco, un compaesano arrivato da poco, che lei aveva piazzato nel bar di un amico olandese. Secondo lui, se Pau non avesse avuto amici di famiglia che affittassero pateras come quella, avrebbero pagato ben più dei settecento euro di adesso. Anche così ci buttavano quasi metà stipendio.

E quello lì pensava all’indipendenza.

“Nella repubblica catalana” le prometteva spesso in un italiano zoppicante, imparato nei loro mesi insieme a Roma, “gli speculatori stranieri che comprano i nostri palazzi avranno il fatto loro”.

Il salone puzza di caffè anche dopo che Irene ci ha passato lo straccio con la candeggina. I cocci della scodella bucano la busta di plastica che per il momento lei ha appeso alla porta del balcone.

Adesso, almeno, ha una scusa per uscire, quando prenderà coraggio.

Deve andare a buttare l’immondizia, sí senyora.

Adesso sa anche in quale bidone.

Quello a due passi dalla scuola occupata in cui Pau difende con altri il suo “diritto a decidere”.

Pepita

Il pane è caldo di forno e il caffè appena fatto. Mi basteranno due termos? Doncs no passa res, se non portano caffè le altre del Circolo della Sardana torno a casa apposta. Ma ora voglio dare il cambio a mia figlia, è rimasta lì dentro tutta la notte mentre il marito era a casa con la bambina. Meglio che torna a casa a riposare. Sono fiera di lei.

Ho cantato ogni giorno della mia vita di bimba Cara al Sol. Ho aspettato questa mattina per quarant’anni. Mamá era andalusa, ma io sono catalana. Non scrivo bene nella mia lingua, Franco non voleva che la imparassi, ma la parlerò fino alla morte solo per fargli un dispetto, al Cara Garbanzo.

A tomar por culillo (e Visca la terra)!

 

Ore 10.00

Marco

Guardi, la cacerolada mi ha svegliato alle 22.15, dodici ore fa.

Quelli finiscono di battere sulle pentole, e io mi sveglio troppo rincoglionito per spignattare qui al bar. Anche se per aprire sono andato a letto con le galline. Tipico, mi creda.

Ieri sera mi hanno pure scritto Fernando e gli argentini, amici conosciuti in ostello quando sono arrivato. Alla fine ci sono andati, al Moog, a sentire un DJ latino.

Mi hano mandato una foto col culo di una: aveva i pantaloncini così corti che all’inizio li ho presi per mutande. Questo però non lo metta nell’articolo, per favore, che sembrerò un pervertito. Per quale giornale ha detto che lavora, in Italia? Ah, ok. Non lo conosco, scusi, ma tanto i giornali non li leggo. Scrivete solo stronzate, permetta che glielo dica.

Ieri volevano intervistarmi per Rete 4, ma che gli dicevo? E poi il sabato sera il bar è pieno. Quelli insistevano, erano una giornalista e un cameraman: stai vicino a uno dei seggi principali del quartiere, dicevano, non puoi non aver visto niente.

Io non so perché perdete tempo con me, davvero. Qua a Barcellona ci sono venuto per lavorare. Se no me ne restavo a casa mia, che oggi è domenica e mia nonna… Lo so che è un cliché, ma fa il miglior ragù del mondo. Mi manca mia nonna, lo sa? È quella che mi manca di più.

Come, che lavoro voglio fare? Qualsiasi, no? Va bene anche questo bar. Sto qua da tre mesi, sto imparando lo spagnolo, estoy apprendiendo castigliano. O ci vuole “el”, davanti a castellano? Non ci faccia caso, alla fine col tipo di clienti che mi ritrovo parlo giusto quelle due parole d’inglese, sempre le stesse.

Se arriva l’ispezione, via il grembiule: è che non ho il Nie, che è come il codice fiscale, ma più difficile da ottenere. Sono il cugino del proprietario. Considerando che il proprietario è olandese, non so proprio quanto mi crederanno.

Ok, torniamo a noi. Cosa ne penso di quello che sta succedendo in queste ore, mi chiedeva.

E che vuole che ne pensi? Sono pazzi. Tutti! Sono come la Lega Nord, ha presente? Certo che ha presente, lei vive in Italia, quindi adesso se li sciroppa lei. E io che pensavo di essermeli lasciati alle spalle!

Dico io, venite a Napoli, prima di lamentarvi! Venite a fare la fame come me laureato a ventiquattro anni con 105, e in sei anni non ho trovato uno straccio di lavoro. Che cavolo! E non posso fare chissà cosa neanche qua, finché non imparo lo spagnolo. Il catalano no, mi scoccio, francamente. C’è chi dice che non lo impara per una questione politica, “per rispetto alla Spagna che ci ospita”. Io no, mi scoccio e basta.

Come? Cosa penso della Catalogna? Che potrebbe anche continuare come ha fatto per tre mesi a darmi una casa e un lavoro, invece di mettersi a fare la stronza come l’Italia!

Prendiamo il mio contatto qui, quella che mi ha aiutato a trovare lavoro: Irene Morelli, la sorella di un mio amico.

Lei ha conosciuto a Roma il fidanzato, un fanatico indipendentista di quelli “visca” di qua e “visca” di là. Lui era in Erasmus e lei alla Sapienza a studiare giornalismo.

Ha lasciato tutto per seguirlo, capisce? Vabbe’, diceva che l’Italia non le dava sbocchi, e avrà anche ragione. Ma adesso lavora come una pazza da matrimoni.com, che la sede sta pure a Sant Cugat, deve prendere il treno. Ha lasciato tutto per mettersi in questo casino, cazzo! Era veramente brava, capito? Già scriveva ogni tanto in giornali buoni: se glieli nomino, che lei è del mestiere…

Scusi un attimo, c’è una cliente.

Ciao, Tati! Il macchiato di sempre, vero? Ah, siete in tre, oggi… È vero, fai l’osservatrice per i diritti umani, per il referendum. Me l’hai detto pure, che capa fresca che tieni. Tranquilla, a te lo faccio corto de café, mica ci beviamo il piscio di questi qua…

Ehi, adesso non ti arrabbiare, che questo signore è della stampa italiana! La guardi bene, signore, questa sì che è un’indepe convinta. Da dove viene, secondo lei, con questo gilet fosforescente e la frangetta a metà fronte?

Da Como, viene! Dal ramo del lago eccetera. Ci crede, lei?

Neanche io. È conciata così perché fa l’osservatrice dei diritti umani, va a difendere il seggio di chi può votare: lei da italiana non potrebbe nemmeno!

Sei una bella ragazza, Tati, e sei ancora in tempo. Salvati da questi pazzi!

Ok, ok, sto zitto.

Fanno tre euro e cinquanta in tutto, i tre caffè.

E pure a lei, signore, sono tre euro il caffè e los bollos… volevo dire, le paste. Le faccio uno sconto ma non è che la stampa consumi gratis, qua.

Con tutte le stronzate che scrivete.

Adesso parlate pure tra voi mentre mi assento un attimo. Mi sono finiti i ceci e i clienti fighetti vogliono l’hummus a colazione. Il magazzino sta pure vicino al seggio, speriamo che non mi succede niente. Appena viene il proprietario a sostituirmi esco un attimo. Ah, eccolo.

Tati

E poi vai un attimo a prendere il caffè per tutti e succede questo. Il giornalista italiano che ti vede il gilet di osservatrice dei diritti umani e vuole il sangue.

Nel senso che ti chiede: hai visto la polizia caricare? E la gente che faceva?

Ma tu ancora non hai visto nulla, e speri di continuare così fino a stasera. Sono due giorni che non dormi per la paura e vorresti credere che stai solo sognando: adesso apri gli occhi e sei a casa tua, in una Catalogna libera, accanto a Virginia.

Pobreta, le sbagliano tutti il nome. Padre andaluso e madre dell’Estremadura, ma è nata qui, è la Virginia, con l’articolo davanti come si fa in Catalogna, e anche dalle tue parti. Se non pronunci dolce la “g”, alla catalana, non si gira. Non che le faccia schifo la pronuncia spagnola, che è quella di sua mamma. È che non ci si riconosce.

Ti ha fatto capire lei cosa significhi volere una nazione nuova senza essere razzisti, capitalisti, o stronzi.

Virginia un po’ ti ha salvato la vita e lo sai: ci hai lavorato tanto tu, un po’ da sola e un po’ al collettivo, ma è stata lei a scrollarti di dosso una volta per tutte l’Italia del “Perché non ci provi, almeno, con gli uomini?”, “Magari non hai ancora incontrato quello giusto”, “Ai bambini servono una mamma e un papà. I ruoli!”.

Quando tutto questo sarà finito chiederai a Virginia di sposarti, lo farete nella chiesa sconsacrata che avete visto in quell’escursione col gruppo di Senderisme, e avrete un bambino. Se i tuoi non vogliono venire, gli manderai la bomboniera. La farai apposta per mandarla a loro, coi colori della bandiera catalana e in più la stella anarchica.

Adesso, però, ti tocca prendere i tre caffè e tornare ai seggi, che la giornata è lunga e ve ne mancano tanti da ispezionare.

Inutile parlare con questo giornalista, che crede di aver già capito tutto, di sapere che quelli a votare lì fuori sono leghisti un po’ più civilizzati che non vogliono pagare più tasse.

Vabbe’, che l’Italia si faccia l’opinione che vuole.

L’Italia è finita, da un pezzo.

Per te ormai esiste solo la Catalogna libera. E prima ancora, la Virginia.

Pepita

Quanta gente. Più di quanti me ne aspettassi. Ci sono perfino gli italianini dell’appartamento vicino, quelli che una volta si sono lamentati con me per la cassolada che facevo ogni sera. Da che pulpito, ma mi fa piacere vederli. Allora non servono solo a fare schiamazzi il sabato sera.

Il caffè è finito ma non so se andare o restare. Dai messaggi ai cellulari dicono che stanno arrivando los nacionales. Mia figlia mi ha chiamato terrorizzata. “Mando Marc a prenderti, anche la bambina chiede di te!”.

Se lei fosse qua, resterebbe dove sto io. Seduta a terra davanti a scuola ad aspettarli.

Io difatti non mi muovo neanche morta.

Per tutte le botte che ha preso Carles mentre cantavamo insieme Asturias, patria querida, sulla Rambla, nel ’62.

Per l’aborto che ho dovuto fare a Londra, con lui senza cojones per seguirmi. Si è sposato una del suo paese, una brava ragazza cattolica della Sección Femenina della Falange.

Per tutto quello che credevate di farmi, e che non mi ha impedito di stare qua, oggi, a dirvi che merde siete.

Ore 11.00

L’incontro

Arrivano quando nessuno li aspetta più, preceduti da tre falsi allarmi. “Vanno verso Laietana”. “No, verso il seggio dell’Institut del Teatre”. “Macché, non sono stati neanche avvistati”.

E invece arrivano.

Arrivano all’improvviso e tutti insieme, prima lenti e poi, davanti ai corpi barricati sulle scale della scuola, sempre più decisi. Gli anfibi neri pestano ginocchia che si ritirano per il dolore, calciano mani che anche tra le grida crocchiano di un rumore sinistro. Finché non calano i manganelli su chi ha ancora il sangue freddo per non spostarsi, o semplicemente non può più muoversi.

È la fine di tutto, è l’inizio.

Se ne accorge perfino Irene, che ci ha messo ore a vincere la paura di uscire, ma prima dell’irruzione della Policía Nacional ha buttato la busta coi resti della sua colazione, e non sapeva se farsi largo o no tra la fila di ombrelli in attesa del voto e chiedere di Pau, sempre che fosse ancora là.

Quando vede l’assalto si precipita verso il seggio mentre chiama al cellulare. Nessuna risposta. Si accascia in un angolo della piazza, non vede più niente e non è per la pioggia, che ormai le inzuppa i capelli e la felpa.

La scorge Marco, incamminato verso il magazzino.

“Irene!”.

La trascina via gridando, prima ancora che lei lo veda.

Si divincola, chiede solo dov’è Pau, dov’è Pau.

“Forse l’ha visto Tati, dev’essere qui in giro, chiama lei” le soffia nell’orecchio quando finalmente la porta al riparo, dietro l’angolo.

Non risponde neanche Tati.

Irene si accascia sul suolo bagnato per la seconda volta in quel giorno.

La sua vita diventa il grigio della pioggia in un angolo di strada che sa di umido e bidoni troppo pieni.

Il primo a individuare il gilet è Marco: lo vede tra la folla disordinata che accorre all’ingresso ormai sfondato. Ma è addosso a una ragazza troppo alta per essere la loro amica.

Tati però è lì accanto, nel cordone che gli assediati hanno formato per impedire almeno l’accesso ai rinforzi.

Non ha resistito, nonostante le regole d’ingaggio da osservatrice. Anche lei vuole mettersi tra i manganelli e il seggio, come gli altri appena accorsi.

E come gli altri sparisce subito, cancellata dai corpi estranei in casco nero, ingoiata dalla massa di bandiere e maglie di tutti i tipi che ondeggiano nel corpo a corpo dell’assedio.

Riemerge con una donna, ferita, che sanguina dalla testa. Per non perdere l’equilibrio punta dritta verso i due italiani che si sbracciano man mano che le due si avvicinano.

Quello che non è chiaro è se la donna ferita, capelli bianchi, esile, cammina sulle sue gambe, o è il braccio robusto della ragazza a sostenerla come un peso morto.

“Nonna!” grida Marco, prima ancora di accorgersi di aver aperto la bocca.

“Che cazzo dici?” Irene piange, cerca di mettere insieme il respiro per muoversi.

Marco non risponde, corre verso la donna.

La sostiene tra le braccia nude nell’aria fredda di pioggia. Sembra sorprendersi un momento, tastarla bene per controllare che non sia sua nonna, che sia stato un miraggio della foschia e della concitazione. Ma l’abbraccia lo stesso, col pudore dei ragazzi ormai adulti verso le loro parenti vecchie. Le porta un braccio sulla sua spalla e fa per muoversi, per controllare se la regge bene, se può camminare. Sì, cammina.

“C’è un’ambulanza sul Paral·lel, portala lì” grida Tati, l’occhio di nuovo alla folla che urla alle sue spalle. Arrivano ancora vicini, la polizia forse non riuscirà a requisire le urne.

“Tati, dov’è Pau?” grida Irene, quando la raggiungono.

“Al seggio dell’Institut del Teatre, l’ho visto lì alle sette, credo mancassero scrutatori” Tati abbassa gli occhi, disgustata suo malgrado dal sollievo egoista dell’amica. Irene se ne accorge, e torna buona.

“Adesso vieni con me a casa” le intima, con aria preoccupata.

Tati la guarda con commiserazione e torna indietro. Non si chiede più niente, neanche dov’è Virginia. Ovunque sia, l’unico modo per difenderla è difendere quelli lì, che stanno facendo lo stesso che fa lei.

Marco si allontana con la signora. Pepita, si chiama, così ha detto nella voce confusa e un po’ infantile dei feriti sopraffatti dal dolore. I ceci lo aspetteranno in magazzino, quando avrà finito di soccorrerla. Tanto sono scaduti.

Irene resta sola, nel suo angolo di pioggia. Tra poco tornerà a prendere il telefono, a provare a raggiungere Pau. Ma non ci riuscirà, le viene da pensare. Non ci riuscirà mai.

Prima d’immergersi nella schermata del WhatsApp, si scopre addosso un’ultima volta gli occhi di Marco e Tati.

Un solo sguardo per tutti e tre.

Poi ritornano ciascuno alle sue cose.

Pepita sussurra a Marco, ridendo nervosa sotto il sangue che le cola sul viso, che è la prima volta che gli italianini si rendono utili nella sua vita.

Ma lo dice in catalano e a bassa voce, Marco non capisce e si limita a spiegarle in un misto di lingue che già intravede l’ambulanza, che è vicina, che manca poco.

Pepita annuisce e ripete: manca poco.

 

 

Considerando l’ottima fama di cui godono gli indipendentisti catalani in Italia, ho pensato che, alla fine, dispongo di informazioni di prima mano da parte di una fonte a me molto vicina: il mio ragazzo! Così io, che non sono indipendentista, gli ho fatto quest’intervista a tradimento. Che espone, beninteso, un punto di vista che non troverete nei partiti più in vista del procès per l’indipendenza, ma che è condiviso dai movimenti per me più interessanti. Se come coppia “di fede diversa” siamo sopravvissuti alle manganellate del primo ottobre, e allo sciopero generale del tre, supereremo anche queste domande un po’ provocatorie. Vero?

Boh. Vediamo.

D: Ciao! Che ci fai a casa mia?

R: Bella domanda. In effetti dovrei andarmene…

D: Sono d’accordo! Ma volevo dire: cosa ci fai qui, a Barcellona?

R: Ho “terminato di terminare” [evidente spagnolismo, NdR] una tesi di dottorato, e sto cercando lavoro. Non che mi ci stia mettendo d’impegno, ma diciamo che sono stato un po’ sopraffatto dagli eventi.

D: Lavativo! A proposito degli, ehm, eventi… Come ti è venuto in mente di farti “indepe”? Mica sei catalano, tu!

R: Non è che mi sia “venuto in mente”! Sono marchigiano, mi sono formato in spazi collettivi come quelli dei disobbedienti. A livello personale, mi sono sempre focalizzato sull’anarchismo collettivista. Hai presente Malatesta, Kropotkin… [Mi sciorina un’altra decina di nomi, annuisco con aria intelligente]. All’inizio non ero interessato alla tematica indipendentista. Per me il concetto di nazione era borghese, chiuso, frutto di una tradizione inventata…

D: Quindi andavi per la retta via! E poi, che è successo? Scherzo, dai, ma sappiamo come va: spesso diventi indepe perché lo è la tua comitiva, il tuo collettivo, il tuo compagno o la compagna… Anche se noto che, ahimè, non funziona al contrario…

R: Volgari insinuazioni. Ho scoperto semplicemente che esiste qualcosa che va più in là di ciò che, anche in Italia, concettualizziamo come nazionalismo. Le ricerche condotte per la mia tesi di dottorato sulla comunità italiana in Croazia mi hanno aiutato nella scoperta di un tipo di identificazione inclusiva: cooperazione alla pari e senza esclusività con altri gruppi, in un territorio misto. L’indipendentismo è una scelta strategica, non è un fine ultimo. Non è l’orizzonte, ma l’obiettivo a medio termine. È una strategia per strutturare la vita politica quotidiana. [Mi cita un’altra sfilza di riferimenti bibliografici, di cui capisco solo “Öcalan”].

D: Ho capito, mi stai discutendo in diretta la tesi di dottorato. Dimmi, piuttosto: la Spagna, cos’ha che non va? Ci sarà pure una realtà politica spagnola che ti piaccia!

R: Cosa intendi per “spagnola”? Ti riferisci allo Stato spagnolo? Certo! Ti posso nominare tantissime realtà politiche interessanti, dai Paesi Baschi all’Andalusia. [Me le nomina davvero. Tutte]. Il giogo dello Stato spagnolo opprime tanti. Se invece parliamo di struttura statale di tale stato, la mia domanda è: perché dovremmo preservarla?

D: Pensa che la mia è: perché no? Cioè, i movimenti spagnoli sono così menomati che solo i catalani saprebbero fare ‘sta repubblica? 

R: I movimenti all’interno del territorio spagnolo sono tanti, e anche efficaci. Ma non puoi farmi questa domanda adesso! L’altra sera, il capo dello Stato spagnolo ha affermato che la polizia il primo ottobre ha agito nel massimo rispetto della legalità. D’accordo, cosa ci si può aspettare da uno che sta lì perché l’antico dittatore ci ha piazzato suo padre?

D: E vabbe’, sono pure passati quarant’anni, dalla morte di Franco e dal ritorno dei Borbone… [Questa era solo per provocare, mi dissocio da me stessa!]

R: E intanto, la maggior parte dei voti catalani va a partiti non monarchici, come succede anche nei Paesi Baschi. Nel resto dello Stato spagnolo, il PSOE ha dichiarato la sua fedeltà alla monarchia. Pedro Sánchez vede se stesso come una sorta di prosecuzione di Zapatero, mentre Felipe González è il signore e padrone dell’Andalusia. Non c’è alcuna prospettiva di trovare una soluzione democratica e repubblicana a tutto questo.

D: Però il centrodestra indepe catalano fa un po’ Lega Nord, hanno detto. Ha motivazioni economiche e identitarie, non si sa in che ordine…

R: La questione economica è molto minoritaria, nella trattazione del fenomeno. Comunque sia, tra gli aspetti rivendicativi è il più discutibile, perché in effetti presume una concettualizzazione razzista dello Stato spagnolo. Ma, ripeto, non stiamo parlando di quello. La questione identitaria è diversa. È stato Jordi Pujol, il fondatore di Convergència, a dire che “catalano è chi vive e lavora in Catalogna”. Scompare quindi il concetto di nazione a cui siamo abituati anche in Italia. Vengono destrutturate tutte quelle boiate ottocentesche schilleriane [sic] su cosa sia una nazione, e si crea una nuova identità, basata sull’identificazione personale.

D: Quindi ‘sta definizione l’ha data il fondatore di Convergència! Annamo bene! Allora, scusami, ma “dall’altra parte della barricata” come vi libererete di questo centrodestra, una volta creata la repubblica catalana?

R: Per tante vie. Alcune pacifiche. La sinistra indipendentista è arrivata in Catalogna a ottenere un’influenza importante. Perché pensi che Carme Forcadell, presidentessa del Parlament catalano, dichiari che la repubblica catalana sarà femminista? Perché ci crede lei? Speriamo! Ma se il femminismo è diventato una parola d’ordine nella politica catalana, si deve ad anni di lotte dei movimenti. Quindi si tratta di questo: conquistarsi degli spazi egemonici!

D: E ci credi veramente?

R [sguardo ironico]: Se c’è chi crede veramente che Pedro Sánchez farà fuori Felipe González, farà cadere il Governo Rajoy con una mano sola, vincerà le elezioni, convocherà l’Assemblea Costituente, costituirà la Repubblica Popolare di Spagna… Penso che la mia alternativa sia più che plausibile.

D: In effetti è molto più facile affrontare i carri armati sulla Diagonal, creare la Repubblica, portare il Chiapas in Catalogna come auspica la CUP, ed eventualmente imbracciare le armi (mamma d’ ‘o carmene!) contro i dissidenti capitalisti…

R: Hai detto bene: portare il Chiapas in Catalogna! Ben venga, se l’obiettivo è la creazione di istituzioni orizzontali basate sul confederalismo democratico. Il fine ultimo, se ci pensi, è il socialismo. È dare un contesto di economia collettivista basata sul motto bakuniano: “Da ognuno secondo le sue forze, a ognuno secondo i suoi bisogni”. [Ha poi ammesso che per una volta avevo ragione io: era Marx. Ma figurati se la frase non gli era arrivata la prima volta attraverso Bakunin].

D: Tutto questo nella Barcellona da bere? Quella dei mojitos a cinque euro?

R: Il mojito a cinque euro si può ostacolare in vari modi…

D: Col Tourist Go Home?

R: No, ma vedi a cosa sono arrivate le politiche liberiste nella città? Pensa all’aumento incredibile degli affitti…

D: Eh, appunto. Ma chi si è ribellato alla proposta di stabilire un tetto massimo sugli affitti? Solo il PP? Anche Junts pel Sí, amalgama di partiti che stanno insieme solo per ottenere l’indipendenza! Come li affrontate, questi qua? Sei proprio sicuro che ci mettiate meno tempo e sforzi che a fare una Spagna repubblicana?

R: In questo momento… perché la situazione cambia di giorno in giorno, eh… sì, ne sono sicuro. [Mentre parliamo sorvola le nostre teste un elicottero della Policía Nacional].

D: Ok, ma… Dopo tutto quello che mi hai detto, com’è il tuo rapporto coi non indepe?

R: Dipende dai non indepe! Con alcuni posso anche averci una relazione. [Lo fulmino con lo sguardo]. Se invece sono delle teste di cazzo che cantano Cara al Sol e dichiarano che il sangue dei manifestanti picchiati dalla polizia sia finto…

D: Ma con quelli non ce la farei neanch’io! Vabbe’, ultima domanda: se dovessi lanciare un messaggio agli italiani che associano indipendentisti e Lega Nord, e vedono i catalani come dei polentoni antipatici che vogliono pagare meno tasse…

R [si erge nel suo metro e novanta]: Che devo dire? Voi avete le vostre convinzioni, perché l’Italia è notoriamente un paese di dottori di ricerca in relazioni internazionali almeno quanto lo è di commissari tecnici… Voi sapete già tutto, ed è inutile che vi dica qualcosa in più. Tenetevi le vostre certezze date da supposizioni assurde, e da una conoscenza del contesto catalano che definire superficiale è ottimistico, e continuate così. Ciao!

D: Ciao!

Non gli ho fatto la domanda cruciale: sarà mai possibile, specie in questi giorni di paura e conflitto, la convivenza tra gente con idee così diverse?

VAIO - WIN_20150226_220542

Chissà cosa avrebbe risposto.

 

L'immagine può contenere: sMS  Sono stati i dieci giorni più lunghi della mia vita, dopo quelli con la varicella e le vacanze senza TV, mentre su Odeon ridavano tutto Ransie la Strega.

Sono stati giorni in cui ho sentito gente dall’Italia dire che i catalani erano come i leghisti, e intanto passavo ogni mattina accanto ai manifestini pro-referendum in arabo e in urdu. In questo pasticcio di referendum non potevamo votare né io né, mettiamo, uno di Valencia, ma almeno una pakistana con cittadinanza spagnola sì.

Sono state sere passate a spiegare che non occorre essere del Sud, per vivere delle forti disuguaglianze sociali. Qui gli antisistema detestano i liberali catalani quanto quelli spagnoli. Li credevo ingenui, pensavo che rischiassero la vita per dei politici indegni che li stavano solo usando per rosicchiare qualche vantaggio. Mi sono resa conto invece che i movimenti dal basso hanno un’altra agenda, confusa e sgangherata, magari: ma ridurre tutto a una manipolazione significa non rispettare la loro realtà. E non devono chiedere scusa a nessuno per essere nati in una regione ricca e “antipatica” (sarebbe anche interessante confrontare i due razzismi, quello anticatalano è molto forte).

Sono stati giorni di dibattito coi compagni d’associazione: tutti d’accordo nel condannare la repressione, ma ciascuno voleva farlo in modo diverso. Ne siamo usciti con gli animi accesi e qualche abbraccio postumo, convinti di averle viste tutte. Finché non ci siamo sentiti chiedere “che ci voleva a dire qualcosa”.

Non c’è stato il tempo di riderci su, che già ero in giro con italiani venuti apposta per capire cosa stesse accadendo, confusi davanti alla loro prima cassolada. Ventenni che, complice forse il buio che ormai cala presto, mi chiedevano “cosa volessi fare dopo il dottorato”. Già dato, avrei voluto rispondere, ho fatto quello che farete voi: lavoretti precari senza possibilità di sapere quando finirà. Mi è piaciuto il durum felafel mangiato discutendo sui gradini della piazza nel mio vecchio Raval, e poi il saluto frettoloso: “Non fate i bravi, ma state attenti”.

E mi è piaciuto un altro saluto strano, sulla soglia di casa, alle quattro del mattino. Io in pigiama e lui pronto ad andare al seggio, il primo dei tanti che gli toccava ispezionare. Il fatto che uno alle quattro del mattino mi dica “Ti voglio bene”, a mo’ di promemoria urgente, rende l’idea che qualcosa sta accadendo, qualcosa accadrà. E che lui ci sta andando incontro insonne ma determinato, mentre io torno a dormire.

Non per molto, però. Pur non condividendo la causa per cui si votasse, un giro sotto l’ombrello l’ho fatto, per vedere altri ombrelli disposti in file più o meno ordinate, a pochi metri dai berretti zuppi, e fermi, dei mossos.

Ho sentito scrutatori gridare che non si respirava dalla folla che c’era, invitare tutti a tenersi in disparte. Ho visto ombrelli fradici poggiati ai pilastri di un teatro occupato, accanto a rose di carta.

Quando sono tornata a casa io, sono arrivati i nazionali. Ce l’ho dai tempi degli indignados, questo talento vigliacco di riuscire ad andarmene mezz’ora prima. Sono arrivati un po’ dappertutto, a macchia d’olio.

Mentre scrivo questo post, il WhatsApp funziona bene, l’indipendentista mattiniero mi manda messaggi tranquilli dai seggi. Anche mio padre si è convinto che i mossos e gli inviati di Rajoy non verranno troppo ai ferri corti, e scende la pioggia sulle prime ferite dei caricati in giro. Lontani. Sempre troppi.

Preferisco fermarmi qui, in questo momento perfetto in cui non so ancora niente, so che non ho il potere di decidere niente.

Ma ammiro chi, nonostante tutto, ha preteso di decidere con tanta forza che, per un lungo istante, l’ha fatto credere anche a me.

 

Risultati immagini per barcelona policia cup

Da actualidad.rt.com,  https://actualidad.rt.com/actualidad/250591-policia-nacional-entra-sede-cup-barcelona

Già vi ho raccontato l’aneddoto dell’insalata greca Dakos: io sostengo che sia la fresella che si fa mia madre d’estate, “solo” che è fatta d’orzo e ha sopra la feta invece della mozzarella. Il mio ragazzo mi considera una colonizzatrice culturale e accarezza l’ipotesi d’imbracciare le armi contro di me, per l’autodeterminazione “insalatiera” dei popoli.

Diciamo che di armi ultimamente ne abbiamo viste un po’, a Barcellona: ve ne siete accorti? Quando sento le pale dell’elicottero della polizia, e vedo i mossos d’esquadra con le mitragliette davanti ai palazzi pubblici, penso subito agli indignados e agli occhi persi per le bales de goma.

Magari vi chiederete che c’entra l’insalata con tutte queste armi e, per esteso, coi “carri armati sulla Diagonal“, scenario paventato da anni in caso di dichiarazione dell’indipendenza. Be’… C’entra, c’entra. Perché sono giorni che cerco di spiegare l’indipendentismo catalano, da non indipendentista, a gente che non vive in Catalogna. Ragazzi che non conosco mi contattano con una genuina voglia di capire cosa stia succedendo, e non possono fare a meno di pensare alla loro… fresella, cioè alla loro idea di nazionalismo: di destra, sostanzialmente capitalista, pericoloso per le minoranze. E allora gli spiego l’insalata Dakos, pardon, la situazione politica catalana: il progetto almeno a sinistra di creare una repubblica femminista, anticapitalista e antisistema, a fronte di una Spagna monarchica e governata da uno che manda la polizia a fermare le urne.

Lo so che a quest’ora sarete stanchi del mio paragone gastronomico, ma guardate che ricondurre alla nostra esperienza un fenomeno a noi nuovo è spesso necessario alla sopravvivenza. Per gli stessi motivi un’amica catalana mi chiedeva perché, durante una vacanza in Costa Smeralda, non le avessero parlato tutti in sardo, e uno storico barcellonese in visita a Venezia si vedeva ricordare da un concittadino che “Lì parlano veneto, tienilo a mente!”. Per tanti catalani è normale ricondurre la nostra frastagliata storia linguistica alla loro. Noi però siamo diversi, vero? E allora perché tanti italiani in visita mi chiedono come mai i catalanets a scuola studino “nel loro dialetto“? Forse che non possono fare a meno di assimilarlo alla nostra complicata (e mesta) situazione linguistica?

Niente di più facile. E, per l’appunto, niente di più mesto. È una tentazione da cui dovremmo fuggire sul serio, altrimenti non capiremo mai nulla.

Ma saremo in buona compagnia: anche un’amica andalusa, e la pianto con gli esempi, mi chiedeva perché i catalani volessero separarsi, “se una grande fetta di popolazione aveva parenti andalusi”. Vi ricorda qualcosa, questo discorso? Sì, un’affermazione analoga di Pablo Iglesias, che invitava i figli dei charnegos (vi concedo di tradurlo come “terroni”) a tirare fuori il loro orgoglio. Peccato che, senza negare la complessità del fenomeno, i più grandi nazionalisti mai incontrati in vita mia avevano cognome galiziano o andaluso, e parlavano il catalano più stretto mai sentito. Poi li chiamava la nonna o il papà, e cacciavano un accento che neanche l’imitatrice di Monica Bellucci al telefono con la mamma umbra. Nonostante tutto questo, senza che rinneghino le proprie origini, anche loro non hanno dubbi: “Visca la Terra Lliure”.

Sono questioni, diciamolo pure, sgradevoli da scandagliare. Specie se come me si vorrebbe evitare l’indipendenza senza per questo, ci mancherebbe, auspicare i carri armati sulla Diagonal! Perché la cosa più dolorosa, e lo dico dopo aver analizzato per dieci anni la storia della Grande Guerra, è l’eterno bipolarismo dell’ “o con noi o contro di noi” che si sta affermando in questi anni, e in queste ore. O sei indipendentista o appoggi l’uso delle armi contro l’indipendentismo.

È una logica che rispedisco al mittente in tanti modi. Uno è dare il giusto peso alle parole e alla realtà che descrivono, ammettere che il catalanismo non dev’essere per forza assimilabile alle aspirazioni d’indipendenza italiane solo perché così lo capiamo meglio e possiamo condannarlo con più tranquillità.

Poi possiamo ammettere che il catalano non è un dialetto e che, volenti o nolenti, i veneti e i sardi tendono a parlare italiano ai turisti, catalani e non.

Ok, torno alla mia insalata. Che un po’ ci somiglia, alla fresella, ma l’orzo non è il grano, e la feta non è mozzarella.

Ma va bene così.

Sempre che non vengano i carri armati a rovinarmi la digestione.

L'immagine può contenere: 1 persona, persona seduta  A proposito delle nostre insanabili divergenze, il mio ex pakistano mi regalò una grande perla nel suo spagnolo creativo: “No es problemo. Problemo es niño sin pierna”. I veri problemi, dunque, sono altri: un bambino senza una gamba, per esempio. Perché si sa, l’amore vince su tutto. Sulle origini, la lingua parlata, il ceto sociale. Su tutto.

Tranne che sul frigorifero.

Aprendo il mio tre mesi dopo la sua massima filosofica, il signor “no problemo” sbraitava: “Cerveza! Jamón!”. Sì, gli risposi. Ho della birra e del prosciutto. E saranno lì finché non deciderò io. D’altronde gli avevo garantito che alla circoncisione del figlio che voleva da me sarebbe stata invitata anche la polizia: mammà, come massima imposizione di fede, gli avrebbe tutt’al più messo addosso la tutina del Napoli. Non è un problemo, vero?

Sei anni dopo, il mio ragazzo è andato alla manifestazione indipendentista dell’11 settembre  (un braccio separato da quella principale), e io sono rimasta a casa a sferruzzare. Poi ho fatto cyclette. Poi ho letto Tolstoj. Dall’ipad (qualche problemo?). È che lui mi ha fregato: dall’Italia è arrivato solo anarchico, poi è diventato anche “indepe”. Forte delle lezioni ricevute con l’ex di cui sopra, avevo evitato a priori ragazzi pur interessanti con una certa fede politica, perché sapevo che prima o poi le farfalle nello stomaco si sarebbero bruciate alla luce della llibertat.

Quando non condividi una parte così importante della vita del tuo compagno, ci vuole una bella dose di rispetto e sicurezza di sé per andare avanti.

Nel caso mio e dell’indepe, il primo c’è tutto: capisco perfettamente le buone intenzioni di chi, di fronte a una monarchia governata dal PP, aspira a un esperimento politico che porti la giustizia almeno nella propria terra d’origine, o d’adozione. La seconda, purtroppo, mi suggerisce inevitabilmente che questa nuova entità politica avrà poco da invidiare all’altra, quanto a ingiustizie. Tanto vale lavorare con quello che si ha.

Ma so che c’è gente che ha lasciato l’Italia in nome di un amore romantico che vincesse tutto, e adesso si trova in difficoltà davanti a questo e altri scogli. È che non ci siamo nati, con certe fedi, difficile farcele venire. C’è chi si converte per reale convinzione, chi lo fa per quieto vivere, per integrarsi. Spero sempre che i primi superino i secondi.

Una cosa dovremmo invece superare tutti: questa visione romantica dell’amore che trionfa. Quando ci pensiamo, perdiamo sempre di vista le infinite lotte, o meglio le fatiche quotidiane, dietro a questo trionfo. Che spesso rischia di diventare una vittoria di Pirro: un sacrificare le proprie idee all’inerzia dei giorni insieme. O un convincersi di quello che fa più comodo credere per non sentirsi più stranieri, esclusi, messi da parte.

Il mio lavoro a maglia vuole essere una gonna. Di solito le faccio a uncinetto, ai ferri è una nuova sfida.

Lo so, ci sono sfide più esaltanti, nella vita.

Ma le più importanti sono quelle che ci interessano davvero.

 

 

sissi nabuccoC’è questo momento dell’inaffondabile trilogia di Sissi in cui la nostra eroina, alla Scala di Milano, viene accolta col Va’ pensiero (malamente tagliato in questo link, ma l’alternativa era una pagina leghista).

Ecco, quando oggi mi sono precipitata fuori casa bestemmiando contro gli Smartphone, che tutto fanno tranne chiamare e mettere la sveglia (infatti quest’ultima non era suonata, e nella corsa non riuscivo a chiamare l’amica che mi aspettava), mai a pensare che mi sarebbe venuto in mente lui, il direttore d’orchestra dissidente che alla fine viene pure applaudito dall’inaffondabile Sissi.

Anche perché l’Auditori di Barcellona, che NON mi avrebbe aspettata per il concerto della banda e orchestra del Conservatori Municipal , con la Scala ha ben poco a che vedere. Inaugurato nel 1999, presenta una facciata modernissima e poco attraente, e un accogliente interno in legno, fatto apposta per garantire la migliore acustica. “Sì, ma non è che prendiamo fuoco?”, chiedo con la consueta paranoia di famiglia.

In realtà sull’acustica, mi spiega l’amica porgendomi i biglietti (il concerto è gratuito, ma bisogna procurarsi i biglietti per tempo), qualche melomane ha qualcosa da ridire. Io avrei da dire solo che ho fame, ma la banda del conservatorio entra appena ci siamo sistemati nel galliner, che è la versione catalana della piccionaia. Fortuna che qui è come il Camp Nou, vedresti bene pure se sali sul riflettore. E che le vecchiette catalane che cercano di silenziare i cellulari dell’anteguerra sembrano più simpatiche e deliziosamente sprovvedute delle nostre signore impernacchiate.

E sprovvedute applaudono, nel religioso silenzio degli intenditori, negli intervalli tra le Danze scozzesi di Arnold.

Oh, ma che volete, io sono rimasta tra i paesaggi dell’Oregon di Jacob de Haan.

E prima di dare il cambio all’orchestra sinfonica, la banda suona pure una di quelle marcette che nessuno ricorda mai, ma tutti sanno fischiare, infatti è un concerto per musica e fischi (del pubblico contento). È tutto molto rustico, e infinitamente scanzonato.

E l’Intermezzo della Cavalleria Rusticana (dall’Oregon alla Sicilia, non ci facciamo mancare niente) ci sta leggero e sognante come i paesaggi etnei che mi evoca. E Verdi lo segue in versione un po’ zumpappà (qualcuno dicesse a chi ha stampato il programma che “Traviatta” sarà sua nonna!).

sardana Ma hai voglia di dire amami Alfredo, quello arriva giusto in tempo per salutare Violetta e ballare il bis: perché un esile suono di flauto, seguito da un applauso scrosciante (e varie braccia sollevate in aria che vorrebbero intrecciarsi), annuncia l’inevitabile sardana, ballo popolare catalano che suscita qualche sbadiglio tra gli stranieri e molto entusiasmo tra gli anziani, che lo saltellano davanti alla Catedral alla faccia di Franco, che l’aveva proibita. Sarebbe contento Baldomero Pallé, legionario catalano (forse maiorchino) nella Grande Guerra, che in una polverosa lettera da Saida di 100 anni fa giurava che “en mitx del desert si han cantat sardanas Estimat Plá era en Baldomero que sa cantava”. Va per tu, Baldomero che ancora non riesco a portare sulla carta stampata come vorrei.

E sempre per la gioia di Baldomero, e di chi l’ha preceduto e seguito, alla fine della sardana succede. Negli applausi generali, alcuni musicisti cacciano fuori l’estelada, la bandiera indipendentista catalana. La sventolano, l’appendono agli spartiti, e diventa un’ovazione.

Ormai è questione di secondi. Credo parta dall’ala destra, dai palchi, ma il grido cadenzato si propaga come un fuoco, quello che temevo riducesse in cenere il teatro.

I-inde-independènci-a!

Gridano tutti, pure i genitori della mia amica. Pure lei, che di solito dice ok, paghiamo più tasse e vorremmo più autonomia, ma da qui a separarci dalla Spagna…

I-inde-independènci-a!

E io, che almeno non sono l’austriaca della situazione, faccio come l’inaffondabile Sissi: applaudo. Per il bel concerto gratis, e il finale che non sarà spettacolare come il Nabucco cantato dai cuochi alla Scala, ma il Risorgimento 2.0 è frutto di un’altra epoca.