encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQ...Facciamo un patto: se mai a qualcuno venisse in testa di ricavare una serie TV da un mio testo, facciamo in modo che la sceneggiatura non surclassi il romanzo. Va bene?

No, perché l’altro ieri ho finito Little Fires Everywhere (tradotto in italiano come Tanti piccoli fuochi) e forse ho fatto un errore a iniziarlo dopo aver guardato due episodi della serie analoga: ho avuto come l’impressione che l’autrice, impeccabile artigiana nell’intreccio e nelle descrizioni, non si aggirasse mai per davvero in quelle stanze suburbane e borghesi che i suoi personaggi abitano con disinvoltura, o non vedono l’ora di lasciare. Almeno in questo romanzo, Celeste Ng mi ricorda una liceale che abbia marinato la scuola, e che a pranzo, invitata dai genitori a raccontare la sua giornata, nello sforzo di non farsi sgamare sfoderi una serie di cliché: mai come quel giorno sono volati brutti voti a destra e a manca, e magari ci sono stati ben due compiti in classe, oltre che un piccolo giallo a merenda (chi ha frugato nella borsa della prof.?). Allo stesso modo, anche se i cliché nel libro sono lì apposta per essere, ehm, bruciati via, la famiglia wasp descritta da Celeste Ng mi sembrava un po’ troppo… familiare per essere credibile: una mamma che potremmo ribattezzare Barbie Giornalista e un papà avvocato, e i figli che rappresentano tutte le categorie possibili da serie per teenager, dal bomber alla ribelle, passando per il nerd e la reginetta della scuola.

Certo, mentre cercavo sul web degli indizi per capire perché il libro mi avesse un po’ delusa, mi era sembrata piuttosto superficiale questa recensione del Guardian, scritta da un uomo che riconduceva l’intera trama alla questione, certo onnipresente nel libro, della maternità, e concludeva che lui, non avendo figli, non s’era affezionato alla storia. Fuochino: il libro è sulle scelte, quelle che cambiano la vita. E sì, i figli tendono a cambiarla assai, soprattutto alle donne: forse la serie approfondisce meglio la questione, ma non è un caso che le decisioni importanti che prendono le donne del libro avvengano prima che queste abbiano figli, o ruotino proprio sull’idea di non averne. Dopo, non resta loro che vivere con le conseguenze delle proprie scelte.

In tutto questo, insomma, stavo per dire: “Ok, grazie, Ms. Celeste Ng, ma non leggerò altri libri scritti da te”, quando mi sono accorta che alla fine dell’ebook l’avevano fatto di nuovo: come una ditta di cosmetici che mi fa scivolare nel pacco il campioncino di una crema, così la casa editrice della signora Ng mi concedeva un “assaggio” di un altro romanzo dell’autrice: quello d’esordio. E meno male che stavolta l’operazione era chiara, perché un regalino simile in un libro di Elizabeth Strout (un racconto buttato lì come se facesse parte della raccolta che avevo acquistato) aveva finito per spoilerarmi un intero romanzo, di cui l’assaggio gratuito era una sorta di sequel! Ma stavolta era diverso. La mia prima reazione nel leggere l’incipit: beata l’autrice! Solo nel mondo editoriale statunitense si può fare un’operazione del genere, in un’industria che tra alti e bassi sa che troverà sempre un pubblico. La seconda sensazione: wow, questa roba sì che mi piace.

E sapete perché? Perché stavolta l’autrice non mi sembrava una turista o un’intrusa nel suo stesso romanzo: le sue stanze le conosceva, non se le stava inventando più di quanto non richiedesse il mestiere di scrivere. Americana di origine cinese, Celeste Ng non descriveva yankee troppo perfetti, ma una famiglia mista e complicata, piena di sfumature e problemi d’identità: madre bionda (si chiama Marilyn!) e padre con gli occhi a mandorla, che insegna storia americana. La figlia che brilla per la sua assenza (a quanto pare, negli USA, se non è coinvolta la polizia non è best seller) è una studentessa modello: un giorno muore e noi lo sappiamo fin dal primo rigo, mentre la famiglia se ne accorge sessanta pagine dopo.

Benissimo, il campioncino omaggio ha funzionato: compro la crem… ehm, il romanzo.

E mi chiedo perché mi stia tanto a cuore tutta questa storia che vi ho raccontato: il libro, la serie, le stanze e l’appartenenza. Sarà che sto provando qualcosa di uguale e contrario alla sensazione di estraneità, e poi familiarità, che ho descritto per le stanze dell’autrice: mi sento un’estranea nelle mie stesse stanze. E la cosa mi piace.

Stamattina ho osservato il sole filtrare, attraverso le veneziane antiche, sul parquet da due soldi che ho trovato in dotazione in casa (una casa che ho voluto a mente fredda, più per calcolo che per reale convinzione) e ho avuto una sensazione simile a quella che mi ha preso tantissimi anni fa, credo prima che nascesse mio fratello: attenta a non urtare contro gli spigoli dei tavoli, mi aggiravo in una mattina di sole per la casa di famiglia, che non era la stessa che avevo occupato nei miei primi due anni di vita. Osservavo la luce sulle mattonelle della cucina, che ai miei occhi dovevano formare una barretta gigante di cioccolato al latte, e mi dicevo con parole infantili che quella era una bella giornata, una bella casa, e una bella vita. C’eravamo trasferiti da un anno o due e, siccome camminavo pochissimo, mi dovevo ancora abituare a quegli spazi. Ero felice? Forse. In quel momento, mi sa di sì.

Adesso osservo il parquet da due soldi della mia casa barcellonese e ricordo che è mio, e anche che oggi, 17 agosto, non dovrei essere qui. Ad agosto, di solito, lascio la casa ai miei e vado a farmi una settimana in una città che mi deluderà, perché non era il momento giusto per visitarla. Adesso sono stata costretta a rimanere – o meglio, ho scelto di non correre rischi: e bene ho fatto, visto che nel mio paesone d’origine richiedono l’autodenuncia all’ASL e due settimane di quarantena per chi arriva dall’estero, e non hanno tutti i torti perché i casi aumentano.

Così mi visito una città, la mia d’adozione, che in questo momento non avrei dovuto  neanche vedere, e non avrebbe dovuto essere così come la vedo. Chi lo dice? L’abitudine. L’angoscia con cui l’anno scorso aprivo il portone del palazzo e rischiavo subito la morte tra monopattini e bici a nolo che sfrecciavano. Oppure ci mettevo cinque minuti a guadagnare l’incrocio con via Laietana, tra turisti che sciamavano senza fretta e furgoncini che approvvigionavano i bar e i negozi della strada. Anche per questo me ne scappavo, d’estate. Adesso, invece, è tutto tranquillo senza che ci sia proprio il deserto.

Sabato pomeriggio sono andata a fare un giro verso il mare, ma mi scocciavo di arrivare fino alla Barceloneta: così mi sono seduta sul viale costellato da panchine e alberi che costeggia il Port Vell di fronte al Museu d’Història de Catalunya. Poi ho iniziato a leggere mentre sorseggiavo un chinotto, che mi consentiva di respirare un po’ a mascherina abbassata (ho scoperto un supermercato tutto italiano vicino al porto): che pace! Come mai non c’ero mai stata prima, lì? Forse perché quel posto, così come lo vedevo, non c’era stato mai. Adesso lo percorrevano solo piccole comitive (due ragazze arabe parlavano tra loro in spagnolo, una portava il velo e l’altra no) o qualche famiglia diretta verso il Passeig de Colom: i bambini saltellavano sul parapetto diviso in grossi blocchi grigi, oppure ci facevano saltare le macchinine. Erano più numerosi i gruppetti di immigrati, marocchini o pakistani, che andavano in direzione opposta, verso… verso dove?

Finito Little Fires Everywhere, ho spento il Kobo e li ho seguiti. Non avendo mai percorso quella strada, non ricordavo neanche che spuntasse sul Mare Magnum! Dio, erano anni che al massimo arrivavo a quel centro commerciale di ritorno dalla mia pizzeria preferita, e giusto per accompagnare mamma quando era in visita. Ora invece, visto da quell’angolo che non avevo mai occupato, quello mi sembrava un posto nuovo. La Rambla del Mar, in compenso, era quella di sempre: quella del primo incontro, frettoloso e deludente, con Barcellona. L’insegnante di catalano mi aveva fatto leggere ad alta voce in classe, ormai otto anni fa, il componimento in cui spiegavo che la prima volta su quel ponte semovente avevo percorso le tavole di legno con i tacchetti sbagliati, ma aggrappata al braccio giusto: quello di un amico di cui, dopo tanti casini, riesco solo a pensare con mio sommo stupore “Speriamo che stia bene”.

Ecco, questi sono i posti che abito: sono soprattutto nella mia memoria. Ma ogni tanto, in questa strana estate in cui sono turista nella mia vita, e visito stanze che sono mie ma non mi appartengono, ogni tanto li riconosco, questi posti.

Ogni tanto, ma così, per dire, mi sembra perfino che questi posti estranei siano casa mia.