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Io in una foto d’epoca

C’è questa foto di me con i capelli alla Blondie, e un rossetto che in famiglia se lo ricordano ancora.

Manco a dirlo, quello scatto compie adesso cinque anni, come le altre cose che hanno segnato la mia vita: la crisi, il mancato trasloco e, per ragioni che non sto a spiegare, la morte di Lou Reed.

Poco prima della mia crisi avevo caricato la foto su Badoo, per fare un esperimento. Come si diceva, la persona che frequentavo ai tempi mi trattava più o meno come spazzatura che ogni notte si dimenticasse di buttare. Allora mi ero chiesta: farebbero tutti così?

Il pandemonio che scatenò la foto. Sì, lo so, su Badoo Miss Piggy in costume trova marito. Se metti L’origine del mondo con due fiocchi sopra si intasa il server dalle richieste di uscire.

Comunque allora il mio ego ferito trovava balsamo un po’ dappertutto, figurarsi in questo.

Adesso, dopo il trasloco in ritardo, ho fatto un esperimento uguale e contrario: ho scaricato due app d’incontri, perché mi fanno paura. E “quando una cosa mi fa paura, l’affronto”. Sembra figo a dirsi, ma in realtà è una scemenza: scarico le app, capisco come funzionano e al primo like che ricevo le disinstallo spaventata. Non vi ci mettete pure voi, che già mi ridono in faccia da un po’. E poi ‘sta cosa di scartare la gente, oltre a farmi impressione, l’avevo capita male: in realtà mettevo “mi piace” a tutti.

Il punto è che stavolta ho caricato foto più “pane e puparuole”, come si definirebbero a Napoli. Ci sono io con le rughette che mi sono venute fuori in questi cinque anni, i capelli che mi taglio da sola con risultati disastrosi, e il sorriso che definire imperfetto è mantenersi generosi (maledette macchinette anni ’90!). E quando mi sono accorta che disinstallare l’app non mi faceva cancellare il profilo, ho scoperto che nottetempo avevo ricevuto tipo 77 like, passati a 122 qualche ora dopo.

Fa ridere e piangere, perché apre nuove tassonomie (ho scoperto che esistono “quelle da 500 like al giorno”, e ovviamente il mio centinaio sfigura) e perché alla fine è gente che non mi ha mai vista – a parte, forse, uno che veniva a vedere le partite del Barça nel mio stesso bar, ma dubito mi riconosca.

Mi è piaciuto comunque traslocare anche da Badoo, e congedarmi dalla Blondie che tentavo invano di essere. Secondo i criteri impersonali ma pratici che trasformano le persone in un menù da consultare, vado bene in entrambe le salse.

Forse capita così anche a voi, a tutti.

E alla fine, prescindendo un attimo da pressione estetica e ansia da prestazione, non è affatto un male andar bene in tutte le nostre versioni, come nelle storie a bivi di Topolino. Donna “Blondie”, donna che si taglia i capelli da sola… Tutto va bene, finché funziona.

L’unica cosa seria e urgente a cui badare, è non farsi mai trattare come spazzatura.

Quello ci sfugge spesso di mente.

 

 

 

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Risultati immagini per emoticon urlo di munch L’autrice del sottovalutato The Hunger Games dice di aver tratto ispirazione, per il suo reality all’ultimo sangue in una distopia postatomica, dallo zapping che faceva durante la Guerra del Golfo. Zap! Bombe. Zap! Quiz a premi. Zap! Femmine nude. Zap! Cocciolone con un occhio nero. No, scusate, quella era la mia infanzia.

Però è vero che tutto quanto accade al mondo, su uno schermo di qualsiasi dimensione, diventa un po’ il Cabaret di cui parlava Liza Minnelli.

Anche il post improvviso su facebook della mamma disperata per il figlio malato, o il messaggio della signora che ha perso i suoi averi nel terremoto e cerca urgentemente lavoro a Barcellona, “con tutta la famiglia”.

Ma quando il dolore è racchiuso tra le pareti strette di una chat, puoi sempre ridurlo a icona e tornare alle tue cose. Finché non toccherà a te lamentarti di una rottura sentimentale, un licenziamento, e qualcuno potrà ridurre a icona anche te.

Ricordate le chat simultanee di MSN? Io in una organizzavo una birretta per la sera dopo, in un’altra spiegavo a un ventenne idealista perché non potevamo proprio stare insieme, e in una terza chiedevo informazioni per lasciare l’Italia per sempre.

Così come ci vedrebbe il Dio dei social, dal suo software celeste come lo sfondo di Windows, diventiamo tanti pixel perduti nell’etere, tutti uguali e tutti diversi, nessuno più importante degli altri o particolarmente differente al momento di scrivere LOL, o mettere l’emoticon con la lacrimuccia.

Forse Facebook ci ha smascherato il segreto di Pulcinella: in due o tre cose ci assomigliamo così tanto. Una di queste è la paura. Di essere uguali a tutti gli altri.

Ebbene, per me questa paura è sollievo. Se qualcuno potrà ridurre la mia vita a icona, un giorno potrò farlo anch’io.

E pensare davvero, secondo un’elegante espressione preinformatica, ai cazzi necessari.

Eric-Bana-in-Hulk-2003Che cosa fosse Tinder, me l’hanno spiegato un anno fa, in termini molto chiari:

– È una chat per scopare.

Con queste premesse, mi sono molto sorpresa quando l’ex collega universitaria invitata per un caffè ha trasformato l’incontro in un improvviso inseguimento.

– Lo vedi, lo vedi? – continuava a chiedermi, trascinandomi per le viuzze del centro.

– Ma chi? – ansimavo io, dalla colonna finto-gotica dietro cui mi aveva spinta.

– Ma Enric Bana, chi, se no?

Allora, a parte il fatto che non sapevo che l’attore avesse origini catalane, tanto da chiamarsi Enric, non vedevo nessuno che potesse meritarsi quel nome… A meno che non si trattasse di un tipo molto alto, scuro di pelle, che a occhio e croce sembrava molto più latino che australocatalano.

– Ma sì, è messicano – confermava l’amica. – Conosciuto su Tinder. Ma l’ho chiamato lo stesso Enric, per ridere. Ci sono andata una volta e [sorriso enigmatico] sono stata proprio bene.

Così bene da costringermi a tampinare il personaggio per mezzo Barrio Gotico, correndo tipo Ispettore Clouseau per c. Santa Ana, fino a spuntare in Portal de l’Àngel (e lì la mia accompagnatrice – 007 si era fatta preoccupatissima, perché avrebbe potuto perderlo tra la folla) e imboccare la strada del bar 4 Gats.

Alla fine, il Nostro Uomo si era fermato davanti a un’avvenente fanciulla, presumibilmente una connazionale, che aspettava fuori a un baretto piuttosto anonimo. Mentre l’amica già si preparava a urtarlo per caso ed esclamare “Oh, anche tu qui?”, era rimasta di ghiaccio nel vedere il prestante inseguito baciare la sconosciuta.

– Allora, questo caffè? – avevo provato a ricordare, riprendendo fiato.

Lei aveva riesumato un sorriso da film in bianco e nero, mi aveva lanciato un’occhiata distratta e, girando le spalle alla coppia, aveva buttato lì:

– Ma da un’altra parte. Questa zona è così turistica…

Adesso leggo un articolo in inglese sull’Huffington Post (lo so, mea culpa) su Tinder e le aspettative delle donne in merito.

Mi fa arrabbiare la presunzione dell’autrice che gli uomini che usino questa chat cerchino solo sesso e le donne, in fondo, “qualcosa in più”. Anche perché ho scoperto che qualche amico hipster di quelli “non ho facebook” si fosse fatto un falso profilo solo per collegarsi a Tinder, con la speranza di trovarci l’anima gemella.

Ma ripenso alla mia amica e a quella corsa disperata per vedere un suo amante occasionale baciare un’altra donna. Che magari è pure la ragazza “ufficiale”, mi dico, ricordando la rilevanza, nella nostra epoca, del baciarsi o non baciarsi in pubblico a seconda del tipo di relazione.

Allora mi chiedo: perché pretendiamo, da Tinder o da qualsiasi altra roba che ci capiti, qualcosa di diverso da quello che ci offre?

Non capisco bene perché cerchiamo sempre dove non possiamo trovare e poi ci lamentiamo.

In realtà il sospetto continua a rodermi: perché in realtà non vogliamo trovarlo.

Oppure vogliamo, ma è un desiderio generico che non siamo disposti ad alimentare con un impegno concreto, come quelle cose che se ci “capitano”, ok, se dobbiamo procurarcele noi, anche no.

In ogni caso, è un piano perfetto.

L’ambiguità, dico. Fare i vaghi sulle nostre intenzioni, nascondere dietro a un “poi si vede” l’effettiva riluttanza a impegnarci a star bene. L’ambiguità è la più bella delle risorse, l’unica che sai con certezza che non ti porterà da nessuna parte.

Lo so, le esigenze nascono col tempo, uno che andava bene per una scopata improvvisamente sembra proprio un tipo caruccio per altro. In ogni caso, appena si manifesta il desiderio, non converrebbe esplicitarlo invece di restare lì delusi dallo scoprire che le cose con quella persona sono esattamente come le abbiamo costruite all’inizio?

Avrete capito a questo punto che non ce l’ho con Tinder, ma con una tendenza generale: quella di complicarci tanto la vita da cercare dove non troveremo, e chiamarlo delusione.

Forse perché è più facile così, con quello che vogliamo, che ottenerlo davvero e lanciarsi nel più difficile degli inseguimenti: mantenerlo, conservarlo così com’è, coltivandolo un po’ ogni giorno.

Anche lì, però, c’è un trucco: basta accettare di poter fallire. Metterlo in conto ed essere disposti ad ammettere che non è la fine del mondo.

Una parola, lo so. Ma, una volta fatto questo, non c’è incontro al buio che tenga.

Ed E(n)ric Bana se ne torna alla sua brava chat, salvo baciare sconosciute nel quartiere più turistico della città.

magritte2-Ma ste luci, ste candele?

L’amico, un po’ più giovane, ha preso una stanza a Napoli, prima esperienza senza i genitori.
È evasivo. Poi mi spiegano che frequenta una ragazza.

Come quella che volevamo rifilare a un altro, vari anni fa, ma che probabilmente già allora si vedeva con l’attuale fidanzato, conosciuto in chat.

O la ragazza seduta vicino al palco nella birreria in paese, che il cantante ogni tanto la guarda e nessuno sa niente, nessuno dice niente, ma lei si è messa un vestitino con dei tacconi neri che sembra ancora più bassa, un nanetto sui trampoli, e non se ne accorge, rapita. E parte il totoscommesse: si tengono, o no?

Si vedono, si frequentano, si tengono, o semplicemente un occhiolino. Quando non si scade nel volgare. Pure nella terra dei fidanzati in casa è come se le coppie dovessero passare per questa fase di rodaggio che osservo con indulgenza, divertimento quasi. Perché non stiamo parlando di scopamicizia, ma proprio di gente che si ritrova allacciata a una festa, o comincia a chattare una sera, e semplicemente si assaggia, si sperimenta e conosce piano senza passare per la fase m’ama non m’ama, innamoramento selvaggio seguito da un corteggiamento serrato, contrapposto a una resistenza più o meno ipocrita. No, la libertà di movimento e di testa degli ultimi anni prevede di consumare quasi subito l’attrazione, per lasciare spazio al grande punto interrogativo del poi. Dopo aver tolto i giornali dalla macchina, che si fa? Si resta insieme o chi s’è visto s’è visto?

NotoriousE paradossalmente il bacio rubato dei nonni diventa la prima cosa che ottieni.

Anzi, ripenso alla grandiosa nonna di un’amica salernitana (e non cominciate che non so trascrivere il salernitano):

Ma io nun capisco, nuje nun puteveme fa’ ‘a prova, ce l’evemo piglia’ comm’erano, e vuje che facite ‘a prova po’ ve lassate ‘o stesso?

Sì, si lasciano lo stesso. Anzi, in qualche caso non si mettono proprio. Dopo essersi assaggiati per un po’ vedono che non è cosa e buonanotte. Intanto la fase ibrida è durata mesi e non sempre gli amici se ne accorgono.

Ma a quel punto, capirete, anche il concetto di coppia clandestina è cambiato.

E leggo tanti libri con doppia trama, una bella coppia degli anni ’40 e un’altra, confusa e infelice, di oggi: la prima è sempre perfetta, oh, quasi quasi vorresti che ti cadessero addosso le bombe, se devono essere l’unico impedimento a un amore che trionfa.

Ovviamente succede perché sotto le bombe non c’eri, e perché forse non hai mai visto quelle vedove che, come diceva Italo Svevo, da una parte piangono il defunto e dall’altra sono incoffessabilmente risollevate. Per essere tornate libere da un giogo nato da qualche affacciata furtiva a un balcone, da sguardi quindicenni lanciati a uno con cui, prima di chiedergli i soldi delle bollette, non si erano mai davvero parlate.
A meno che non fossero pratiche come la nonna di un’altra amica: “Me ne proposero due, ma alla fine presi tuo nonno perché almeno lo conoscevo”. Matrimonio felice.

Certo, l’altro estremo, ai miei occhi, resta quello che chiamo il divano IKEA. Prendersi a rate senza mai stabilire cosa siete, così eviti di farti carico della responsabilità dell’altro. Una scopamicizia, se la fai bene, è onesta, il divano è una terra di nessuno ambigua, fatta di gelosie difficili da gestire ma guai a fare un passo avanti e dire “Ok, che stiamo facendo?”. Perché l’ambiguità è chic e non impegna. Soprattutto non impegna.

Magari si fa perché l’alternativa, dalle mie parti, può essere ancora portare le paste la domenica e diventare +1 sugli inviti alle feste, in un rapporto asfittico che quando finisce corri a cercarti avventure al grido di “Esco da una storia importante, non voglio impegni”.

E poi l’ambiguità a volte sembra l’unica cosa che si avvicini agli amori epici che ci propinavano con le favole. Il tormento clandestino, la fragilità e precarietà dei sentimenti come bandiere, finché non finisce e uno dei due fragili e precari viene avvistato sul lungomare liberato con un pallone gigante a forma di cuore.

È questo che volete?

Io no. Rispedisco al mittente la morbosità autoindotta dei nonni e l’ammore da discount dei nipoti. Il sesso ben venga, ma quando si parla di amore attenzione. Maneggiare con cura. Chiamarlo per nome e invitarlo a entrare. Ma non della serie ue’, il caffè sai dove sta, l’asciugamani in bagno è pulito, scusa ma ho da fare. No. A sto punto lascialo fuori.

L’ospite è sacro specie se è lì per restare.

Tanto vale prendere una tazzina del servizio buono, e fargli spazio sul divano.

(una delle più belle canzoni d’amore che conosca)