Archivio degli articoli con tag: ciclo

Risultati immagini per palloncino rosso ciclo Una volta, mentre abitavo a Forcella, spaventai a morte un ragazzo che frequentavo: gli spiegai ironica via chat che “era venuto a trovarmi il Marchese“. Siccome “Marchese” è anche il mio cognome, lui pensò che parlassi di mio padre, e si guardò bene dal presentarsi a casa! (Altrimenti sarebbe venuto comunque, diffidenti: abitavo sopra la Pizzeria d’ ‘e Figliole!)

Ovvio che non era il primo dispiacere che mi desse il mio nobile visitatore (non mio padre, scemi, il ciclo!), e neanche l’ultimo: e sì che ho anche imparato a fare buon uso delle alterazioni che mi porta, come predica qualche psicologa.

Ma dall’alba di sabato scorso, quando “il formicolio allo stomaco” si è trasformato in contrazioni e insonnia, è passata quasi una settimana prima che il signor Marchese sfondasse la porta e si accomodasse con malagrazia, con tanto di piedi sul tavolo.

Contrariamente a mesi più fortunati, sono andata fin da subito di ibuprofene, visto che la nimesulide ormai fa paura perfino a me. No, non mi fa una ceppa l’olio di enotera, e la borsa dell’acqua calda mi fa peggio. Lo zenzero invece ci mette un giorno a funzionare, e due ore di ciclo vero e proprio a diventare inutile.

Un ginecologo italiano mi aveva proposto un raschiamento, come se avessi dovuto abortire (…); una ginecologa catalana aveva commentato “EH?!”, e mi aveva prescritto la pillola (peggio che andar di notte); una ginecologa argentina mi aveva dato un “rimedio naturale” contenente magnesio (seh).

La domanda è: come mai pareri così discordanti?

Ok, non c’è abbastanza ricerca sul dolore mestruale: questo lo intuivo perfino io. Perché? Qui le risposte si sprecano: tanti scienziati sono maschi, tante cavie sono di sesso maschile (e lasciamo stare…). Se così fosse, qualcosa avrei dovuto intuire dalla battutona targata Zelig sugli assorbenti con le ali: “A che cazzo servono?!”. A non macchiare i bordi delle mutande, amicici: non ci sono donne tra il pubblico?

In ogni caso, mi convince poco. Il capitalismo è democraticissimo su una sola cosa: l’identità di chi paga. Caccia i soldi, e sei il re del mondo. Perfino se sei donna.

Allora devo dedurne che non ci sarebbero eserciti di donne disposti a comprarsi un bel medicinale che non sia una mazzata al cervello (e allo stomaco) per risolvere la cosa? Se poi lo passasse la mutua… Eh, lo so, amico benaltrista, ci sono cose molto più importanti su cui fare ricerca: tipo i cazzi tuoi. Scusa, eh, ci ho il ciclo.

Il punto è proprio questo: i pregiudizi sul ciclo. Si dice tanto che diventiamo Frankenstein con la gentilezza di Hulk, ma poi si sottolinea che “è una cosa naturale”.

Da accettare e sopportare.

Col cazzo! Nel senso che agli uomini non invidio il pene, caro Sigmund, ma il rispetto che tanti di loro tendono ad avere per la loro salute, e il loro tempo.

Voglio sperare che per un uomo non sia normale passare sette giorni al mese con dolori che vanno dal fastidioso al lancinante, e dire “è naturale”. Perché il dolore saranno anche educati a reprimerlo, porelli, ma lo sperimentano eccome, e almeno quelli che mi circondano sono molto solleciti nel farmelo sapere.

Questo si aggiunge al fatto che il fenomeno sia variegato a seconda dei soggetti, e ne deduco che tradotto in parole povere sarebbe “uno sbattimento dall’esito incerto”.

Non ci resta che lamentarci di più. Se c’è una soluzione, utilizziamola. Se non c’è, cerchiamola.

Anche io mi sono fatta i miei begli anni di “autocoscienza”, di risveglio spirituale ecc. Il ciclo lunare è fantastico e l’accettazione è la panacea di tutti i mali (namastè, anzi, mamastè), ma non mi sento meno donna se dico: ‘sta cosa mi fa male, perché non la tolgo di mezzo?

Il binomio donna-dolore non ha ancora i minuti contati, ma ha fatto il suo tempo.

“Perché?”, chiederà qualcuno. “Il dolore insegna”.

“Perché no?”, rispondo io. C’è già tanto dolore nel mondo per sobbarcarsi pure quello evitabile.

E questo me l’ha insegnato il signor Marchese, quello vero.

 

Annunci

setaMi ci siedo per guardare meglio il tramonto alle mie spalle. Un tramonto tardivo, da dieci rintocchi di campana.

Ma è quando il vento mi scompiglia la seta rossa del vestito indiano che mi guardo indietro, oltre il parapetto del balcone su cui sono seduta, e vedo come sarebbe facile. Sei piani.

Il vestito non ci ho mai creduto, che sia di seta, penso cercando il sole tra le antenne rosa. L’ho preso a Manchester, allo Student Market, prima ancora di prenderci un fidanzato. Feel free to try it on, aveva detto il tipo, e avevo imparato l’espressione feel free.

Muovo i piedi e le lunghe onde del vestito si fanno ancora più rosse e maliziose, scoprendomi le ginocchia che in un secondo potrebbero sfracellarsi in un volo di… Quanti metri? I soffitti sono bassi.

Poi però cambia tutto. Mi rendo conto che la questione è un’altra. Non quanto sarebbe facile buttarsi. Ma il fatto che scelga di star lì seduta nonostante sia facile.

Scelgo il tramonto delle 10 di sera, e i dolori mestruali, e gli altri, da abitare come il balcone sporco di sabbia e vento, ma non di rosa, che il sole batte soprattutto nel primo pomeriggio.

Scelgo di vedere come va a finire. Se si pubblicherà quel libro che ho discusso oggi con una psicologa, seduta a un tavolino in Plaça Reial, e odio i tavolini della Plaça Reial ma la psicologa mi ha dato un sacco di consigli utili.
Magari lo si pubblica, conosco almeno una persona che vorrebbe leggerlo: io.

Scelgo di far credere alle mie vicine che vivano affianco alla Llorona, che tengo ‘a vede’. Sono pure messicane. Poi viene la gatta ad allietarle coi suoi, di lamenti, se preferiscono.

Scelgo di scegliere di sedermi ancora lì ogni volta per guardare un tramonto e dirmi quanto sia facile e se ne valga la pena, di non farlo.

E finché la risposta è anche solo non so, rimettere i piedi a terra, scansando l’orlo di finta seta del vestito, e andare a farmi da mangiare.