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Entra en vigor el cierre de bares y restaurantes en Catalunya
Da: https://www.elperiodico.com/es/sociedad/20201016/tsjc-medidas-covid-catalunya-8156905

No, scusate, una volta che ho una botta di culo ve la voglio raccontare.

Anche perché venerdì 16, il primo giorno della chiusura dei locali di ristorazione in Catalogna, era iniziato come di consueto: con me buttata giù dal letto da una bussata del tecnico dell’ascensore, e con la visione improvvisa del mio ragazzo steso a terra in salotto, con addosso uno stenditoio rovesciato.

Tutto normale, insomma.

Due premesse:

  1. se dobbiamo dar credito alle leggi di Murphy, l’ascensore s’era guastato per causa mia: la sera prima m’ero decisa a comprare, per la prima volta da mesi, una damigiana d’acqua da otto litri, dunque sarebbe stato un peccato per la mia sfiga universale che non me la dovessi trascinare a piedi per quattro piani;
  2. per una serie di questioni complicate da spiegare, il mio ragazzo non ama i materassi, dunque se resta da me a dormire lo fa a terra in salotto: lo stenditoio, carico di lenzuola salvate al tempo incerto della nottata, gli si sarà rovesciato addosso mentre scalciava nel sonno.

Capite? Normale amministrazione, come era normalissimo per i miei standard di vita che quel giorno avessi a pranzo la mia ex suocera. Che, va da sé, non avevo mai conosciuto prima di allora.

Il fatto è che la madre del mio ex (e attuale coinquilino) si trovava in visita a Barcellona, rea di compiere gli anni proprio adesso che scattava il decreto di chiusura dei locali. Quindi il suo ultimo giorno di permanenza rischiava di risolversi in un mesto picnic al parco insieme al figlio, con una temperatura che, almeno al mattino, era scesa pure a nove gradi.

Il mio ex (che d’ora in avanti chiameremo “il coinquilino”) s’era preparato una rigorosa tabella di marcia per le pulizie, che la visione del mio ragazzo steso a terra con uno stenditoio addosso gli aveva mandato a carte quarantotto. Devo dire che non era previsto che il mio ragazzo restasse a dormire, ma la sera prima io e lui avevamo utilizzato il fatto che fossi in finale a questo concorso come scusa per una cena cinese al Da Zhong: in fondo mezza città si stava congedando dai bar con un'”ultima cena”, e io confidavo nella mia irrimediabile divergenza di gusti gastronomici con la popolazione barcellonese per trovare un posto libero al mio cinese preferito. Tanto avevo ordinato una cena leggerissima: tofu piccante con riso in bianco, insalata di tagliolini, taccole, melanzane saltate. Risultato: un’oretta dopo, il mio ragazzo giaceva quasi esanime sul mio divano, e a quel punto aveva rinunciato a tornare a casa in bici per crearsi il solito giaciglio sul pavimento. Perché io me la faccio solo con gente normale.

“Poco male” aveva commentato a quella vista il coinquilino, con la mente già rivolta alla candeggina da spargere l’indomani in onore di sua madre in visita. “Tanto quello si sveglia presto per correre fuori a scrivere.”

Sì: a scrivere in un bar, quando i bar hanno dei tavolini a disposizione. Con i locali chiusi ai clienti il mio ragazzo ciondolava ancora rincoglionito sul divano alle dieci di quel fatidico venerdì mattina, e il coinquilino era stato sul punto di minacciare una strage a base di gavettoni alla candeggina. Per fortuna, dopo un civile scambio di battute passivo-aggressive, è finita così: mentre il coinquilino scatenava l’inferno in salotto con scopa e paletta, il mio ragazzo si impegnava a buttare al posto nostro tutto il vetro (due bustone piene), e intanto si rifugiava in cucina a fregarmi i pancake che stavo cucinando per la colazione…

Sì, lo so: finora vi sto descrivendo la mia sfiga di tutti i giorni. Abbiate pazienza perché mezz’ora dopo, finalmente, ero sola in casa! Non mi restava che fingere di pulire un po’ anch’io. Stavo addirittura per passare lo straccio quando, alle 10.56 precise, mi è giunto un WhatsApp a sorpresa: “Arrivo giusto in tempo!”.

E adesso chi minchia era? Oddio. Oddio. Oddio.

Era un amico che avevo conosciuto grazie al (defunto) gruppo di scrittura: l’avevo incontrato qualche giorno prima fuori al palazzo in cui lavora come portiere, e sì, ci eravamo ripromessi di prenderci un caffè proprio quel venerdì alle 11, nel Cappuccino di fronte alla metro Jaume I. Solo che la questione della chiusura dei bar ci aveva spiazzati, e m’era parso di capire che l’incontro era annullato… Ok, era parso solo a me. Magnifico.

È finita che il malcapitato mi ha aspettato al freddo per un quarto d’ora, il tempo che ci ho messo a infilare una tuta inguardabile e correre in strada. Andava da sé che il caffè lo offrivo io.

Ed ecco, finalmente, la botta di culo: o almeno la prima parte. Il bar non solo era aperto (purtroppo molti locali hanno deciso proprio di chiudere i battenti), ma aveva pure dei tavolini all’interno! Piazzati a distanza ragionevole, occupati solo per la metà. Evviva, non dovevamo congelarci in piedi là fuori! Com’era possibile, la storia dei tavolini? Era una deroga, una questione di licenze? Inutile farsi domande: ho ordinato i due caffè e ho ascoltato al calduccio i resoconti divertentissimi sul condominio in cui lavora il mio amico (che prima che arrivasse il covid faceva cabaret). Ero pure vicina al supermercato bio: a quel punto potevo trasformare quella pausa caffè in qualcosa di utile, e comprare due dolci per l’ex suocera in arrivo a casa…

Ma no, aspettate: all’inizio del post non mi riferivo alla botta di culo di trovare dei tavolini disponibili in un bar. La questione è che ho avuto la fortuna ancora maggiore di scoprire in tempo che non era così.

Perché, nel momento esatto in cui mi alzavo per andare a pagare alla cassa, sono entrati due agenti della Guardia Urbana. È stato chiaro fin da subito, a tutti i presenti, che non erano venuti a prendersi il caffè.

Il fatto è che, ho intuito all’improvviso, neanche noi avremmo dovuto prenderci il caffè, non all’interno del locale almeno. Non c’era nessuna deroga: il bar stava contravvenendo al nuovo decreto. Io mi ero alzata giusto in tempo, ma la gente agli altri tavoli sarebbe stata buttata fuori in 3, 2, 1…

A dirla tutta, il barista era troppo intento a balbettare scuse con gli agenti per prendere i miei soldi, quindi potevo addirittura andar via senza pagare! No, scherzo, ma m’inquietava restare lì mentre gli agenti, che non avevano occhi che per i malcapitati ancora seduti, andavano a salutare questi ultimi di persona con tutti gli ossequi, e con formalità sinistra li “invitavano” ad alzarsi…

Io invece ero libera di andare a saccheggiare il banco dei dolci del supermercato fighetto, e ormai ero pronta a tutto: alla visione improvvisa del coinquilino e di sua madre giusto sotto il mio palazzo, proprio mentre accompagnavo l’amico portiere/cabarettista almeno fino a Plaça Catalunya (tanto quest’ultimo era ormai rassegnato alle mie defezioni); alla lunga chiacchierata che avrei portato avanti con la mia ex suocera mentre il coinquilino ci metteva un’ora d’orologio a preparare il suo mitico risotto alla zucca; al messaggio di cinque minuti con cui un amico ricercatore rimasto fregato dai bar chiusi (e dal fatto di vivere in una stanza piccola e senza ricezione wifi) si accollava a merenda il giorno dopo.

Ma che me ne fregava. Avevo avuto una botta di culo nella mia vita recente, e la cosa mi stava aprendo nuovi scenari: che altro mi potrebbe succedere, in una vita in cui ho culo? Che il mio ragazzo impari a dormire su un materasso? Che il coinquilino adotti lo slogan femminista: “più polvere in casa e meno polvere nel cervello”? Che le misure anticovid adottate nella mia città non abbiano tutta l’aria di essere un tappabuchi dalle connotazioni punitive, che scarica sulla cittadinanza la responsabilità dei mancati provvedimenti istituzionali?

Chi lo sa.

Magari ci scrivo uno sketch di cabaret insieme all’amico che mi aspettava invano alle undici di un venerdì mattina, davanti a un bar che doveva essere chiuso, ma non lo era.

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Da TimeOut

La mia prima volta al Sor Rita – nome che può significare sia “Suor Rita” che “zoccoletta” – il collega carino, che per mezzo ufficio “mi andava dietro”, s’era presentato nel locale con una bella andalusa. La tipa, però, mi aveva subito rassicurata: mica ci stava insieme, era solo un’amica della sua ragazza!

Il giorno dopo mi avevano sparato allo sciopero generale.

Quello dopo ancora mi avevano licenziata con tutto il resto della ciurma, compreso il collega carino e (segretamente) fidanzato.

Capirete che inso’, per me il Sor Rita portava un po’ sfiga.

Però era fantastico, dai! Col suo soffitto di tacchi incollati, la parete stracarica di foto di dive del passato, e quell’atmosfera volutamente kitsch: il suo “muso ispiratore”, Pedro Almodóvar, aveva ricevuto in regalo una Barbie, forse una di quelle sul retro, impegnate in pose collettive del kamasutra, con o senza Ken.

Purtroppo, da quella prima disavventura, c’ero tornata poco: il tempo di vedere un “paesano” mio ospite insidiato per scherzo da un amico gay, e di sentirmi dire da uno sconosciuto ghiotto di aglio che i miei occhi sono “oliva, tesoro”, ma la matita che ci metto è orrenda.

Tuttavia ho inserito il locale in due romanzi: la mia Barcellona non ha volti né contorni precisi, ma siccome volete tutti le descrizzzioni (tutti tranne De Giovanni, che mi “taglia le mani” se mi cimento), almeno le faccio di un posto che vende fantastiche mutande leopardate, sfoggia un cuore gigante fatto di teste di bambola, e organizza corse coi tacchi, vinte da gente nata col pene.

Purtroppo mi sono persa queste ultime, e anche il Cutreoke, cioè il karaoke tamarro, suppongo zeppo di canzoni di Raffaella.

Sì, perché si dà il caso che il Sor Rita chiude oggi, e l’ha comunicato ai social con annunci strappalacrime stile: “Ci chiudono il convento!”.

Perché? La pagina Facebook recita:

A volte neanche le migliori intenzioni, né tutto l’amore che ci metti nel tuo lavoro, possono qualcosa contro la rispettabile decisione di un nuovo proprietario del palazzo, che non vuole un bar sotto il suo futuro progetto immobiliare.

Tutto legale, tutto “rispettabile”, ma… È questo che vogliamo? Il Gotico sta diventando un unico grande bar, a immagine e somiglianza dei turisti: non so niente di questo caso specifico, ma capita che qualcuno compri un intero palazzo, mandi via gli inquilini in un modo o nell’altro, e… All’improvviso ti ritrovi annunci di appartamenti affittati a più di 4000 euro al mese. Vogliamo questo per le nostre città? Chi sorrideva delle mie preoccupazioni sul turismo di massa a Napoli, adesso condivide i post di Set Napoli – I diritti al tempo del turismo.

Ieri c’è stato il funerale di questa suora un po’ scollacciata, con una fila impossibile che mi ha impedito di entrare a lasciare Un beso y una flor, come nella canzone-simbolo del locale.

Credo che la lapide migliore sia il commento lasciato da una tizia che, a giudicare dal nome “quasi italiano”, dev’essere argentina:

Sono una ragazza trans che ha trovato sempre il suo spazio, e un sorriso accogliente, in questo incredibile posto di spirito almodovariano, che però sfugge a ogni tipo di definizione. È una grande perdita e mi addolora molto.

Speriamo che l’unica suora che io abbia mai amato risorga il terzo giorno, e il più lontano possibile da questa valle di lacrime.

 

(La corsa sui tacchi… Io sicuro che arrivavo prima, ma all’ospedale.)