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anna karenina 2012Niente da fare, quando sto così mi curano loro.

Sarà anche il ragionevole crollo psicofisico da settimana impegnativa, con andirivieni dall’archivio, e il mio inconscio che non riesce manco più a farmi dimenticare a casa una cartellina fondamentale in vista di un colloquio. Sarà che ho mangiato pochino, ultimamente, e non sono abituata.

Ma mi viene da pensare al poco che ho visto di Analyze that, in un pullman di qualche anno fa tra Philadelphia e NY, e il tormentone dello psicanalista Billy Cristal che continua a dire: “She’s grieving. You know. It’s a process“.

Certo, meglio quelli come il mio, di lutti. Se ci chiedono dov’è il morto, possiamo sempre provvedere con le nostre manine e un pratico trinciapolli.

E niente, è come un’influenza, che mentre ce l’hai non ci credi che finirà, e una volta finita non ci credi che l’hai avuta. Tutto questo lo so. Ma serve a poco.

E allora ci sono loro. Le eroine sfigate dei romanzoni ottocenteschi. Machiavelli tornando a casa si spoglia della veste quotidiana, piena di fango e di loto, e indossa panni reali e curiali. Io mi metto: pantalone Oysho in saldi con cinghia allentata in vita; maglietta di cotone multiuso che peggio abbinata non si può; felpona del ’98, se non ci sono andata a correre. E così combinata ricevo Emma Bovary, Anna Karenina, Catherine Earnshaw e compagnia bella, come vedete non sempre in ordine cronologico. In tutti i formati, ma la sera quello digitale va per la maggiore.

Ultimamente mi è stato chiesto se sotto il treno si butta Anna o Vronski. Ho sorriso di tanto candore. D’altronde perfino uno cattivo cattivo come Heathcliff non puoi mai dire fino in fondo se è più vittima o carnefice, dei capricci dell’amore.

Le colleghe femministe non me ne vogliano, ma anche questi ritratti di donne, come le rendono i loro sadici scrittori e le occasionali sadiche scrittrici, conservano tracce di pregiudizi che si trascinano senza pietà fino a oggi. In questo senso sono ritratti fedeli. E poi, con tutta la tenerezza per Jane Eyre, The Madwoman in the Attic (la prima moglie di Rochester) è stata una delle grandi rivelazioni letterarie di sempre, con tutto il suo Mar dei Sargassi.

Sì, ma queste sfigate come fanno a curarmi, a parte l’evidente cartellone che si portano appresso con su scritto “non fate come lei”? Be’, un aiutino me lo danno i romanzi che seguono due storie, una così tragica che manco Mariottide ai tempi d’oro, un’altra che come una commedia comincia col piede sbagliato e finisce decisamente bene.

Cioè, dopo la lettura di Cime tempestose, l’unica cosa che può salvarti dalla flebo è Catherine jr che almeno se ne vede bene, con quel pezzo di marcantonio di Hareton. E che cavolo, tra baci postumi e morti improvvise, almeno due che si amano e riscattano la maledizione familiare, ce li vogliamo mettere?

Trasferendoci nell’indolente Russia degli zar, vi confesso una passione: Levin di Anna Karenina. Ci ho messo tempo, eh. Mi sembrava, per usare un tecnicismo letterario, una uallera affumicata. Lui, i campi, i contadini. Mo’ per fortuna non sono una tipa da Vronski, mi è capitato un paio di volte nella vita ed era sempre troppo scemo per essere letale. In genere finisco con uno con la focosità di Karenin e la serenità d’animo di Heathcliff. Ma cavolo, alla povera Kitty non posso dare tutti i torti a dargli un palo, all’inizio (per chi legge da fuori Napoli: un due di picche). Ora sono commossa dal loro bimbo, che, in una rappresentazione teatrale che vidi a Edinburgo, caccia il primo vagito in concomitanza con l’urlo di Anna mentre plana sotto al treno.

Bello che un autore, dopo averti fracassato le gonadi col lato distruttivo dell’amore, si ricordi di lasciare un po’ di spazio alla speranza, memore forse del fatto che i suoi genitori non stavano sempre lì a chiamarsi nella notte tempestosa della brughiera.

Nell’ultima versione di Anna Karenina, però, Levin fa una scoperta fondamentale: l’amore è irrazionale. Lo so, state già organizzando un viaggio in Transiberiana per fargli un applauso scrosciante.
Ma intanto io pensavo, quoque tu. Tu che sei la speranza, l’amore che si fa fecondo senza dover per forza essere palloso, mi ricordi che ci s’innamora un po’ a cazzo di cane, e non sempre di chi ci conviene. Che, senza scomodare il Teorema di Marco Ferradini (o la più pregnante versione di Tony Tammaro), spesso non ci filiamo manco di striscio il Levin della situazione, perché non è abbastanza grosso o magro o idiota. O magari, semplicemente, non è abbastanza Vronski.

Poi qualcuna esce dal tunnel, qualcun’altra no. Le prime non sempre tornano indietro a prestare il tom tom.

Intanto, però, mi aggrappo come un faro a un luogo comune preso dall’ultimo Dickens, o da quello BBC (lo so, le mie notti sono appassionanti): in The Mystery of Edwin Drood, Rose, promessa sposa a un ragazzo che non ama, chiede al suo tutore com’è l’amore. E quello le risponde “è sempre corrisposto”.

Lì andrebbe organizzata una spedizione solo per prenderlo a botte. Ma ho deciso di essere ottimista e di rileggerla così: l’amore è irrazionale, e spesso ti spinge verso gente assurda. È una forza, di quelle cieche e ottuse. Ma c’è chi riesce a dominarla e dirigerla verso qualcosa di sano, come Kitty, e chi improvvisamente si ritrova a bruciare senza capire manco che è successo, come Anna.

Indovinate chi ho scelto.

(… and left an empty shell of me)

Lo ammetto, qualche volta ho degli sbalzi d’umore. Niente di serio, eh. Mi metto solo a piangere. E a volte butto oggetti per aria. E faccio un riassunto delle cose che non hanno funzionato nella mia vita a partire da quel ciucciotto perso nel lontano 1982 (scherzo, che sulla mia memoria circolano leggende metropolitane…).

Insomma, allegria a profusione, e Mariottide che medita di uccidermi per concorrenza sleale.
Per la sua gioia in questi casi, da 20 anni a questa parte, mi pongo la seguente domanda: “Il balcone sta là (ce n’è sempre uno a pochi metri e a discreta altezza), che fai, ti butti?”.

Checché vi suggerisca il disordine dei miei denti, la risposta è no. Anche se la prospettiva di centrare il vicino spacciatore che sta seeempre sotto casa è allettante.

Ma ignoro la postilla e concludo: “Allora se resti devi farlo bene”.

E scatta il contrattacco: per la gioia dei giornalisti catalani che mi credono una pericolosa anarchica, mi metto ad alzare barricate. Tascabili, s’intende, di solito in edizione economica. E con nomi strani: La peste, L’età dell’innocenza, White Noise… La montagna incantata no, quello mi serviva per dormire finché non ho scoperto che Mann dopo 500 pagine di sbadigli fa succedere qualsiasi cosa, magari in francese e in altre 100 pagine, ma intanto…

Insomma, Gandhi diceva che se non sei parte della soluzione, sei parte del problema. E finalmente ho trasformato i miei libri in soluzione.
Prima erano il problema: erano troppo belli per quello che mi aspettava dopo che li chiudessi.

Che ne so, a 11 anni leggo Ettore dire: “Dolce consorte, ciò tutto che dicesti a me pur anco ange il pensier”. Qualche anno dopo un Ettore postmoderno dice di me: “’E zizze se l’ha scurdate ‘ncopp’ ‘o tavolo, ‘o culo ‘ncopp’ ‘o cesso…”. No, qualcosa non quadra.

E meno male, se no starei ancora tra quegli stilnovisti. E se i libri sono stati un rifugio un po’ autistico da quello che mi aspettava fuori casa, adesso mi aiutano a vivere, come i sogni di Marzullo.

Ultimamente mi sto fissando coi classici rivisitati, mi piace l’idea di una storia più o meno antica e delle mille interpretazioni che ne possano uscire. È cominciato tutto guardando l’ultimo Cime Tempestose, con l’Heathcliff nero. Allora mi sono ricomprata il libro, che avevo letto a 14 anni facendomi strane idee sulle storie impossibili trascinate fino allo sfinimento. Intanto cercavo tutte le versioni su piccolo e grande schermo.
Conclusione: la stessa storia, che su carta stampata mi sembra pallosetta e mal raccontata, può essere letta in tremila modi diversi. Lo so, è la scoperta dell’acqua calda, ma può rivelarsi utile: stavolta mi sono resa conto che Cathy aveva un bel girovagare nella brughiera, Heatchcliff poteva fare ad libitum il gitano bellicapelli con tendenze sadomaso, ma i loro figli/nipoti sono gli unici a capire che l’amore è anche lavoro e speranza, e la loro è l’unica storia che chiuso il libro possa essere credibile (le mie non fanno testo).

Nei film queste sfumature si vedono ancora meglio. Specie con Jane Austen, ho l’impressione che quando registi e sceneggiatori mettono le attrici in cuffietta e crinolina, riscrivano il libro come avremmo fatto noi: la classica “spalla” della protagonista ha una personalità, la sorella passionale di Emma Thompson si sposa per amore e non per noia, e Lizzie con la coda dell’occhio guarda il culo a Darcy. Tutto troppo semplice e prosaico? Niente paura, la stessa storia sarà raccontata ancora, su carta, sullo schermo, sull’iPad, finché non cambieremo noi, e allora cambieremo anche lei. E con lei la nostra vita.

Quindi adesso vi dico una cosa che se la scrive Coelho fa un sacco di soldi: quando avete uno sbalzo di umore rileggete la vostra vita, illuminatene un po’ le ombre e mandate a spasso i personaggi superflui. Poi chiudete il libro e andate a scrivere il seguito. Possibilmente, passando per la porta.