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pernacchioQuesto è il classico articolo post-evento in cui sfotto a tutti quanti. E dopo aver faticato tanto alla serata Ricomincio da te – Da Barcellona per Città della Scienza, un cordiale pernacchio non ce lo meritiamo forse pure noi?

E allora sfotto Marco R., che tra un’emergenza e l’altra pareva la tarantola evocata ben due volte in corso di concerto, Matteo ‘o fotografo che, checché ne dica, pare sempre ‘o frate ‘e Saviano (“‘o frate intelligente”, specifica), e pure la sua promessa sposa, maestra di tarantella calabrese per una sera, che sta per passare stu guajo. E poi Ada, che stava lì a correre avanti e indietro appresso alle chiavi del Pou de la Figuera (“L’armadietto… L’armadietto interno!”), mentre Stefania, da brava attrice, proprio s’immedesimava nel suo ruolo di perseguitartisti, mettendoli in riga. A proposito di mettere in riga, Diego poco ci mancava che trasformasse il fulvo barbone in un minibaffetto e ci dicesse alla Acuto “Ki nun akkattare bigliettinen, è propeto ‘nu Kainen”. Il bello è che aveva ragione, fosse stato per me e le mie collaboratrici-attrici alla porta (onore al merito, soprattutto per avermi sopportato), una decina di biglietti dell’estrazione nun se vendevano.

Gli artisti, purtroppo, non posso sfotterli a dovere, perché tra cassa e spedizioni per comprare i piatti e la guardia allo sgabuzzino (la cosa che mi riusciva meglio) ho visto poco e niente. Ho adorato l’ultima canzone di Alessio Arena, che se ne stava soletto con la sua chitarra ad aspettare cu’ ‘na pacienza ‘e Giobbe che, negli orari slittati, venisse il suo turno. E mi ha sorpreso il Buonanotte Fiorellino, dell’allegrerrimo Ciccio De Gregori, cantato dai Ual·la música. Non mi posso manco più godere la Tammurriata nera dei Salentu Taranya, perché per colpa di John Turturro ormai canto Lay that pistol down. E parlando di pizziche e tarante, che dire dell’eroico Marco B, che cercava impavido di far ballare la pizzica a una banda di sfrantummate che, per qualche arcano motivo, proprio non riuscivano.

Sergio si sfotte da solo, immedesimato com’era nel ruolo di plurivaiassa della Gatta Cenerentola, tanto che tra una risata e l’altra mi aspettavo, come insulto fuori programma, un funiculare senza currente! E del bravo presentatore Banzo-Super Almuerzo ricorderò soprattutto gli improperi assortiti nei confronti del Casal, reo di essersi spostato apposta perché non lo trovasse più. Fortuna che poi ce l’ha fatta, e ha resistito 6 ore in piedi con tanto di sfiancante sorteggio finale (ahò, ‘na ventina di biglietti estratti per 5 premi!).

E soprattutto sfotto me, che a un certo punto avrò ‘mbriacato gli eroi del bar mandandogli clienti con 10 bigliettini cocozza (quelli da due euro, ricordo ancora) per consumazioni da 1,50. Che alla terza canzone delle Questioni Meridionali (e ricordiamo sempre che Piero è in realtà Giancarlo Giannini), quando siamo riusciti a far ballare anche l’assessore, mi sono levata gli stivali da trans e mi sono messa a ballare (male) coi soli calzerotti multicolor stile Pippi Calzelunghe (abbinati a una tenuta azzurro transgenico che faceva più Puffetta che curva B del Napoli. A proposito, Fozza Napoli!).

E perché ho fatto quest’articolo a schiovere? Perché sfottere fa bene. Perché sfottendo sfottendo, faticando e senza mai prenderci sul serio, abbiamo fatto un evento di cui siamo orgogliosi. Perché una vrancata di sfrantummati si è messa lì e per una sera si è ricordata che si può essere napoletani, italiani, esseri umani nel mondo senza smettere di pigliare tarantelle.

E scusate se è poco.

(Messaggio per il tipo bellissimo con cui, dopo mesi di pizziche solitarie, stavo per ballare un secondo prima che finisse il tunnel umano: di solito le porto, le scarpe, eh).

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ricominciodatelocandinaaggiornataÈ tutto pronto. Abbiamo fatto l’ultimo sopralluogo, ci siamo confrontati, bombardati di messaggi facebook e continui aggiornamenti, qualche volta abbiamo pensato di mollare tutto, ma poi ci siamo detti nooo, quest’evento s’ha da fare.

E si farà.

Domani, sabato 20 aprile al Casal Pou de la Figuera di Barcellona, dalle 14 alle 22. Con attività per i bambini e una fiumana di artisti volenterosi per tutti. C’è pure un mio racconto, al vostro buon cuore.

Ingresso libero, però uagliu’, è una gara di solidarietà per contribuire nel nostro piccolo alla ricostruzione di Città della Scienza, almeno un biglietto della lotteria ce lo prendete, no? Certo che sì, specie dopo aver letto i premi. E poi se magna buono e italiano (scusate la ridondanza) a prezzi anticrisi.

E ora, non ci resta che spiegarvi perché.

Modestamente, il primo chitemmuorto è partito dai miei amici.

Che sono arrivati così presto da aggiudicarsi un tavolino al Bar Blau con Milan-Napoli.

Io no, ho passato una di quelle domeniche c’ ‘a pazzaria, come direbbe mia nonna, che vanno bene sole e palestra e donne che corrono coi lupi e tutto quello che vuoi tu, ma Vasari scrive più strano del solito e non tanto si traduce, la gatta non si rassegna al fatto che il divano sia off limits e insomma, adda passa’ ‘a nuttata.

Che non ce la facesse passare, e brutta, il Milan, ho pregato entrando nel locale, laddove entrare è un parolone: una distesa di sgabelli mi separava dall’invidiato tavolino amico, e modestamente il primo alla mia destra llevaba mi nombre, era l’unico libero. Parallelo a quello dell’altra femmena del gruppone, e che cavolo. Poco importava che lo schermo lo vedessi spaccato in due dallo stipite dell’ingresso, e la finestra che mi hanno pregato (in spagnolo) di aprire non aiutasse la visuale.

L’importante è che non si siano accorti che a cinque minuti dal mio arrivo abbia segnato Flamini. Se no non starei qui a raccontarlo.

Il mio occhio è stato attirato come una calamita dalle macchie azzurre che si muovevano frenetiche dietro al bancone: le cameriere, con le scritte allisciatece stu bebè e figl’ ‘e bucchino senza core. La citazione commuove quasi quanto il gol di Pandev, che ha mandato all’aria qualche sgabello, e pure il tavolino di cui sopra, che quello del chitemmuorto avrebbe voluto schiattare nei reni del solito criticone stile “Lo sapeva fare pure lei!” (alla sua promessa sposa, peraltro).

Poi, nell’intervallo, l’hooligan mi ha proposta come primo premio per la lotteria dell’evento di sabato, Ricomincio da te, il 20 aprile dalle 16 alle 22 al Casal Pou de la Figuera, venite numerosi. Niente paura, alla fine ci siamo accordati perché non esca dalla pastiera gigante vestita solo di una foglia di fico e due mele (anche se due cerase sarebbero bastate), ma faccia da deterrente per chi resta a casa. Se non venite e non diffondete il messaggio, mi ritrovate sul vostro divano a raccontarvi la storia della mia vita. Sì, un’altra volta. Io vi ho avvisati.

E il secondo tempo ha fornito più di qualche capitolo alla narrazione. Canterò, ad esempio, del vecchietto ‘mbriaco che mi ha poggiato una mano sulla spalla per alitarmi in faccia vari bicchieri di birra e la dolce confessione: “Devo andare al bagno, ma non so come passare”. Sono drammi.

O della farfallina che proprio non voleva saperne di uscire dalla finestra, che le avevo lasciato socchiusa apposta. Il cane di Pavlov le fa un baffo, la sindrome di Norimberga per lei è un raffreddore. Ma semblable, ma soeur.

Continuava a girare impazzita tra tifosi che urlavano qualsiasi sconcezza a Flamini, giustamente espulso, mentre io stessa, all’ennesima sputazzata di un giocatore del Milan (stasera le facevano artistiche quanto i loro capelli), gridavo Chi schifo!, facendo voltare divertito chi stava seduto davanti a me.

A metterla su youtube si sarebbe aggiudicata per compassione il titolo di Presidente della Repubblica italiana alle Quirinarie, a pari merito col Pulcino Pio.

Ma starà ancora danzando nell’aria sulle note di Curnutone, sparato a palla, finalmente, alla fine di un pareggio che avrà deluso tanti, ma inso’, io ormai ho imparato a vedere il bicchiere mezzo pieno.

Specie se accompagnato, come stasera, da una grande parigina*.

* Curiosità: nel paese mio e d’Insigne (quando è entrato ho pensato Santu Sossio sia con te) la parigina si chiama tramezzino. Le più buone della mia vita le divoravano le mie compagne di classe al bar di fronte alla succursale del liceo, prima di sedersi a tavola e mangiare pure primo, secondo e contorno. Da noi negli anni ’90 gli uomini nun ‘eveno tucca’ l’ossa. Io ovviamente ero un’alice salata. Andando all’università abbiamo scoperto che a Napoli si chiamava parigina. L’abbiamo intuito perlopiù al terzo club sandwich servitoci al posto del delizioso ripieno, dopo averlo regolarmente pagato. Piano piano ci arriviamo anche noi.

Francisco Goncalves Photo

Francisco Goncalves Photo

Sento l’italiano e mi giro a guardarla, nel supermercato. La trovo alta, ma non mi accorgo della pelle ambrata. L’accento mi pare del sud, è lontana e non so con chi parla. Lo scopro alla cassa.

Con una bambina.

I capelli mai visti. Come quelli della mamma, sospetto paziente mentre la cassiera sbriga non so che faccende. Solo che la mamma, che ha la pelle più scura di lei, se li è stirati un po’, sempre mossi ma addomesticati. Quelli della piccola sono ancora anellini di lana, che vorresti passarci le mani dentro, proprio ora che si arrampica annoiata sul parapetto accanto alle colonnine antitaccheggio.

Che bei capelli che hai, vorrei dirle nella nostra lingua, perché lei almeno è italiana, la madre no. O forse chissà, non è italiana manco la bimba, ufficialmente, perché qualche idiota in Parlamento o fuori ritiene che non lo sia anche se in Italia c’è nata. O ci avrà vissuto la maggior parte dei suoi 5 anni. Infatti, quando tutto è ormai in busta, alla mamma dice Guarda, e non nel senso spagnolo di conserva. Proprio guarda.

Sono tornata ad accorgermi di queste piccole scene, perché è primavera anche se non si vede, o non sempre.

Mi sono accorta anche che è meglio così, un po’ di quasi-primavera ci sta. Non che sia di quelle che procrastinano i piaceri. Ma in questi giorni da convalescente, e a volte lo si è senza aver mai avuto l’influenza, mi rendo conto che certe sensazioni le sottovalutiamo. Il primo giorno in cui stai meglio. Non bene, che manco ti accorgi di starci. Meglio. Il corpo di nuovo in vigore, e la mezza speranza di vedere qualcosa di buono, uscendo. Come una bimba coi capelli di lana che si arrampica alla cassa di un supermercato.

Così è aprile, che certi sommi poeti considerano il mese più crudele, e sfottute cantantesse nostrane dipingono piovoso, dopo lunghi e tormentati inverni . Io finora ci vedo accenni. Di serenità, speranza. Di lutti quasi elaborati, di sogni ammuffiti riconsegnati a cassetti tarlati. E piccole lezioni sull’imprevedibilità della vita, che mi fa pure comodo perché non devo pensare a tutto io.

Mi posso pure riposare sul prato di filo del copriletto verde, mezzo pieno, che ha sostituito quello viola complicato dalle matasse di coperte e dal freddo invernale. Ora tra me e il materasso c’è solo il piumone smilzo e una coperta a fiori, che se mi ci infilo col vestito estivo ereditato da Alessandra (ma con la giacchina sopra) mi manda riflessi azzurri. Tra me e la finestra, una gatta, quando passa.

E allora, dopo una riunione per la città della Scienza, mentre ricordo di avere il frigo vuoto e mi allungo verso il cinese di Villaroel (un cinese per europei, ma il riso alle verdure è buono), mi sembra bello pure il capannone bianco del nuovo Mercat de Sant Antoni. Quello degli alimentari, già sprangato per l’ora tarda. Perché? Boh, decido, è qualcosa nell’aria. Ho il cappotto ma è fresca, non ti accarezza ma neanche punge.

A volte serve anche questo.

casatielloMentre guardavamo la puntata di Presa Diretta sullo stabilimento Caffaro di Brescia, accusato di avvelenare il suolo circostante tramite gli sversamenti nell’acqua, il mio migliore amico e io abbiamo appreso che il primo quartiere colpito dall’inquinamento, il Primo Maggio, sorge giusto vicino al cimitero.

Allora, con tutto il sarcasmo delle nostre terre alla diossina, che si avviano ad avere più tumori che abitanti, ci siamo guardati e abbiamo detto la stessa cosa:

– Ah, fanno casa e puteca.

È uno humour nero simile alle leggendarie battute sulla morte che si attribuivano a Falcone e Borsellino, che da fuori si capisce poco e si può pure trovare offensivo, ma ricordo che quando vivevo qui mi aiutava non poco a campare.

Solo che l’unica cosa buona che diceva la mia professoressa di Storia e Filosofia al liceo era che il sarcasmo napoletano è un problema, mentre l’ironia è costruttiva.

Quella, però, temo di averla imparata fuori.

Infatti questi giorni di Pasqua in paese stanno trascorrendo in un’atmosfera surreale, con mio padre che non poteva venirmi a prendere all’aeroporto per la ZTL, in vista dell’America’s Cup. Non so proprio niente del percorso della regata, ma non posso fare a meno di chiedermi se nelle foto uscirebbero anche le rovine della Città della Scienza.

Intanto dovrei cominciare a giocarmi i numeri sull’Italia del non-governo, coi non credenti ipnotizzati da un papa che dice buonasera perché non c’è molto altro di cui parlare, a parte la straordinaria coincidenza per cui su dieci saggi oh, uno che fosse donna proprio non si trovava. E non parlo di quote rosa, proprio della coincidenza. Tutti uomini, maturi e discutibili.

Io, d’altronde, ho fatto aeroporto-casa e non sono uscita più. Dove vado. La distanza ti fa capire che il posto in cui vivevi era fatto soprattutto di reti, di amici e amici di amici che supplissero all’assenza di teatri, cinema che non mandassero solo film doppiati e scorregge Vanzina, festival di musica. Alla fame di cultura che può crescere facile, in una provincia denuclearizzata (ma piena di scorie non meglio identificate) in cui i pochi che vorrebbero più stimoli, più mondo, in attesa di avere anche un lavoro, si organizzano come possono. E fanno anche cose belle.

Ma a stare fuori da queste ragnatele di rapporti fai fatica a rientrarci, specie se hai poche energie e la pappa pronta a un’ora e mezza d’aereo (guardate solo che potrei fare, oggi, a Barcellona).

Così resto a organizzare il viaggio di mio fratello in Catalogna, la settimana prossima, a litigare con mio padre sull’opportunità di passare al microonde il salmorejo andaluso ghiacciato, quando toccherà a lui venire, e a sentire mia nonna parlare di vecchi spasimanti che l’avevano respinta per mancanza di dote (“Io che ero maestra!”) e adesso si trovano sottoterra con tutta la loro famiglia (che, qui torna il sarcasmo, dev’essere una bella soddisfazione).

Qualche rimpatriata importante aspetta anche me.

E la mia refrattarietà alla carne si è arrestata, come prevedibile, davanti al casatiello.

Insomma, una cosa mi accomuna a chi è rimasto qua: seguire ostinatamente il consiglio di Jannacci, in una canzone dal titolo che meno milanese non si può. Una delle poche sue che hanno significato qualcosa, per me. Poche ma buone.

fumataneraIl mondo aspetta il papa, io aspetto il ciclo.

E no, nonostante l’omonimia, certi divini pennuti non c’entrano niente.

In realtà è puntuale, solo che quando cominci ad andare in coma sette giorni prima, l’aggiungi alle cose da aspettare. Insieme al governo, al presidente e al papa.

Oddio, quest’ultimo lo aspetto solo per vedere se parlerà davvero come Stanlio e Ollio: sperow key mi corrigiretey, stupídi!

La scorsa fumata nera, otto anni fa, mi vedeva a un passo dalla laurea e a molti di distanza da Manchester, dove un 25nne (di un anno più grande di me, ma lì sono uomini presto), mi aspettava per convivere nella casa che si era appena comprato. Io non avevo quella testa, volevo la libertà rob’ cos’. Come il mio amico di Madrid, che aveva lasciato Manchester un anno prima dopo aver infranto vari cuori.

Oggi mi ha chiamato, l’amico di Madrid, e abbiamo parlato a lungo, senza più dover passare all’inglese. Anche se ogni tanto ci mettevo qualche parola in catalano. In questi otto anni io ho finito un dottorato e lui ancora no. Ci hanno licenziati entrambi. E sentimentalmente ci hanno somministrato la stessa medicina che otto anni prima elargivamo noi. Concordiamo sul fatto che sia amara.

Ora siamo entrambi in attesa, perché quando hai fatto tutto quello che devi fare, puoi solo aspettare.

E nell’attesa, ho scritto un racconto sulle attese.

sangueamaroSangue amaro

E poi Xavi le dà un anello.

Glielo dà sul lungomare di Napoli, per festeggiare la sua promozione. Quale? Non lo sa, ma sa che è un bel lavoro, quello che cercava.

Il tramonto è di quelli di cielo e mare uniti in un unico schizzo di spuma, che in un’impennata d’orgoglio ti plana sugli stivali di mezzi tempi, sugli scogli davanti a Castel dell’Ovo.

Ma stasera ‘a cartulina ha deciso di dare proprio il meglio di sé, e Xavi, che per l’occasione si è messo il profumo regalato al loro terzo non-meseversario, la porterà a mangiare da Zi’ Teresa. Offre lui. E s’impegna a non mettere il parmigiano sulle cozze.

Ora, che tutto questo sia un sogno, Rosa lo sa.

Sa pure che la sveglia del cellulare è suonata dieci minuti fa, e con la cazzimma delle sveglie moderne si appresta a ripetersi. Ma vuole stare ancora un po’ sotto il piumone a credere che sia tutto vero, ancora un po’, per favore…

Ecco. Tu-tu-tu-tuuu. Sembra un elettroencefalogramma. Il braccio lotta col buio, svogliato, sapendo di perdere, allora afferra il lume come un tentacolo e cerca l’interruttore.

Tuuu.

Niente, tanto ormai il telefonino è illuminato a festa. Ci mette qualche istante ad affrontare la logica delle sveglie da cellulare spagnole. Quando suona questa, sull’enorme schermo rettangolare compaiono due scritte equidistanti:

Aceptar
Repetir

Se non accetti la cruda realtà (che ti devi alzare), ripeterai all’infinito il tuo errore (fingere che non sia tardi).

Le sveglie spagnole sono un po’ filosofe.

Si alza e corre verso il bagno. Ma lei non sta in Spagna, sta a Barcellona. E nel suo mozzico di quartino, 30 metri quadrati per tre coinquilini, l’unico bagno, quando ti serve, è occupato da un Erasmus.

– Vanessa, por favor, ci ho il ginecologo!
– Un momento!

Sì, un momento. Si mette una mano sulla pancia, per ascoltarsi. Vanessa a lezione non ci va mai, può svegliarsi all’ora che le pare, e non le lascia libero il bagno una volta che si sveglia alle 7.30 del mattino.
La pancia tace. Eppure. Guarda il mare, dalla finestrella delle dimensioni di un oblò. Che differenza, col sogno. È grigio, carico di pioggia. Come il cielo che incombe sulla giornata gonfia che le si apre davanti, dopo un altro quarto d’ora, come la porta del bagno, prima che la sfondi.

Quando doveva arrivare? Fa il calcolo. Stavolta è una settimana. Non si è mai preoccupata, tanto incinta non è, Xavi è in tournée da un mese e doveva chiamare tre giorni fa.

Il reggiseno l’ha lasciato già in bagno, quello una misura più grande, della fase premestruale. È l’unica cosa buona, se non le facessero così male. La panza, come un otre che cerca di comprimere nei jeans, non la guarda nemmeno. Maledetto progesterone. Il bottone con su scritto Levi’s si chiude a stento.

Correndo verso l’ambulatorio incrocia tutte e due le dita, spera che ci sia la vecchia.
Quella la fa visitare da tutti e due gli assistenti, maschio e femmina, e le fa domande tipo quanti uomini ha avuto e a che età il primo rapporto sessuale, ma almeno è seria.

– La dottoressa Grau ti aspetta – fa alla reception il tizio simpatico, che improvvisamente le diventa antipatico.

No. Crudelia. Solo che rispetto a Crudelia De Mon, si accorge precipitandosi nella sala di ostetricia, stavolta si è fatta i capelli rosso paprika, che con la montatura degli occhiali a chiazze dalmata fanno una combinazione deliziosa.

– Che succede, stavolta?

La sedia gestatoria si staglia alla sua destra contro la parete color Brooklin – freschezza da baciare. Minacciosa.

– Non mi viene il ciclo.

Crudelia fa un sorriso ironico.

– No, non sono incinta – spiega subito lei. – Mi succede sempre. Ma da tre mesi a questa parte è fisso.

– Tre mesi – scrive l’altra pensierosa, su un taccuino. – E che è successo, tre mesi fa?

Ecco, ora la rende nervosa. Si morde un labbro, incrocia le scarpe sotto i jeans che da seduta sembrano sul punto di scoppiarle addosso.

– Non so – dichiara infine.

Crudelia si toglie gli occhiali dalmata.

– Te lo dico perché sarò franca, con te. È inutile che guardi la sedia gestatoria, lì. Non ti visito. Posso pure infilarti un dito lì dentro e controllare, ma già so cos’è. Te lo leggo in faccia.

Rosa sospira. Pure la ginecologa veggente, ti legge le ovaie attraverso gli occhi.

– C’è qualcosa della tua vita che devi cambiare. Una cosa che non ti serve a niente, che ristagna. Ma tu non la lasci andare. Cambia quella e starai bene. Intanto…

Per essere esattamente l’antimedico, ha una grafia nitidissima.

Ibuprofeno? E che è? – Luigi legge la ricetta, appoggiato alla macchinetta del caffè. Si sono presi la pausa insieme per commentare il crollo del palazzo a Riviera di Chiaia, quella mattina, e lei ne ha approfittato per fargli vedere il foglio di Crudelia.

– Acqua calda, questo è. Sti stronzi non hanno l’Aulin. Hai detto a Carlo di metterlo in valigia, mo’ che viene questo fine settimana?

Pensano tutti e due a Carlo e alla sua valigia. Col contratto di affitto dello stabile, già visionato dal suo notaio. Carlo è sicuro che farà un buon affare, lui è figlio e nipote di ristoratori. Rosa non vede l’ora di aiutarlo nella gestione del ristorante che metteranno su tutti e tre, e mandare affanculo i telefoni del call center.

Luigi schiaccia pensieroso il pulsante della cioccolata.

– Quello non sa ancora se viene venerdì o sabato. Ma prenotasse, coi prezzacci che ha messo la Vueling…

Rosa gli scompiglia i capelli tenuti su dal gel buono, brizzolati e affascinanti da quando stavano all’università. Facoltà di Economia della Federico II. Lui, tesi in Economia Aziendale, lei Economie dei paesi in via di sviluppo.
Nessuno dei due, arrivando a Barcellona sei anni prima, aveva mai studiato Servizio di Attenzione al Cliente.

– Quale ibuprofeno. Quello che devi fare tu è liberarti di Xavi. Si ricorda di te tra un concerto e l’altro, quando gli mancano le groupie.
– Te l’ho detto, ancora non ho deciso. Non è detta l’ultima parola. E anche se fosse… Potrebbe andarmi bene così.
– A te? Ma nun me fa’ ridere. E allora cos’è, che staresti trattenendo, signorina Freud?
– E io che ne so. Tutto questo, forse.
– Azz, le nostre giornate al telefono? Pronto si’ tu, nun attacca’? Bell’affare, che fai.

E hanno pure fortuna, che l’azienda è piccola e l’hanno trovata al terzo tentativo. 1.200 al mese con la crisi non sono male, specie se netti.

– Te l’ho detto, Lui’, non lo so. Ho la sensazione che potrei rimpiangere tutto questo, precario e buono.
– Rimpiangere cosa?

Sorride.

– I Pavesini che mi porti la mattina, per prendere il caffè.

E pure Xavi che va e viene, ma quando viene è una festa, camera chiusa a chiave per un giorno indero, direbbe “Cicci” D’Alessio.

– Il punto non è la paura di non trovare mai pace, Lui’. Le nottate, prima o poi, passano. I nostri nonni che hanno mangiato polvere di piselli sotto le bombe ci sputerebbero in faccia. Il punto è che, guarda un po’, io tutto questo potrei anche rimpiangerlo, precario e buono. Pure le cose così così, a volte, si rimpiangono. Ti ci affezioni…

Lo stomaco le brontola in maniera inverosimile, mentre conclude:

– Non vorresti mai lasciarle andare.
– Aspetta di stare uccisa di lavoro alla cassa del Restaurante Bella ‘Mbriana – Cocina típica napolitana, e vedrai come le lasci andare.

Sì, decide lei. Stavolta, stavolta fanno il botto, col ristorante.

– La pizza con la scarola, Rose’, la pizza con la scarola, facciamo.

Luigi si emoziona sempre su questo punto. La pizza fritta con la scarola a Barcellona proprio non si trova, e non ci stanno santi, può pure affacciarsi il peruviano, come adesso, a fargli capire che devono tornare al lavoro.

– Chitebbivo – bisbiglia sorridendogli, e facendo un cenno che può voler dire qualsiasi cosa. – Il coordinatore del servizio clienti italiani sono io? E comando io. Hai visto, Rose’, tu sei mille volte più buona di me, e sempre al masculo hanno dato l’incarico, ricchione e buono.

Rosa sta pensando ancora alle scarole.

– Povia dice che puoi guarire – sorride sarcastica, mentre si scosta dal distributore per far posto alla russa appena assunta, di IT.

Allora Luigi si avvicina alla nuova venuta, le fa il baciamano e dichiara nel suo inglese:

– Ciao, il mio ragazzo stasera non c’è. Che dici, vieni a casa mia?

La ragazza balbetta qualcosa, afferra un cucchiaino di plastica da sopra alla macchinetta, e si allontana con quello, senza un caffè in cui girarlo.

– E che sarà mai – borbotta Luigi. – Ma come fanno, con voi, gli altri uomini? Che poi mio padre all’Arenella questa terapia d’urto voleva propinarmi: ce ne andiamo insieme giù Napoli, in un posto che so io, le mie amiche ti daranno una mano…

Occhiolino. Rosa si risiede schifata, s’immerge nel lavoro per non pensare al bottone che le preme contro la pancia impazzita, ai capezzoli sensibilissimi contro il reggiseno che solo per questa settimana li conterrà a stento. Ma quando arriva, sto ciclo? E quando chiama, Xavi? Ma già, sa che adesso lei è al lavoro, non la disturberebbe mai.

Due coreani si sono spersi per Firenze, il proprietario dell’albergo la chiama più volte, aspirando tutte le t: il thour operathor sei thu, devi fa’ qualcosa. E che parla coreano, lei?

È proprio perché s’impone di non guardare il telefono ogni cinque minuti, e dimenticare un po’ Xavi, che se ne accorge solo dopo. Molto dopo.

Quando la segretaria ha già strillato il suo nome non sa quante volte, e quelli di IT hanno fatto spazio alla valigia all’ingresso, e verificato che delle uniche lingue che sa parlare il nuovo venuto, napoletano e un po’ d’italiano, loro sanno solo ue’ uaglio’ e spaghetti.

– Rosa, Luigi, c’è un amico che chiede di voi.

Stavolta il peruviano si alza.

– Siete appena tornati al lavoro dopo una pausa di mezz’ora. Volete guadagnarveli, questi soldi, o gli italiani li manteniamo per beneficienza?

Luigi fa il sorriso scemo di quando non vuole discutere. Non si accorge, quindi, che Rosa scatta dalla sedia e si precipita verso il peruviano, che rimane immobile con la barbetta curata e la prosopopea che gli dà la condizione di veterano in quel servizio clienti. Pure ‘e pulece teneno ‘a tosse, pensa all’improvviso, ma non sa come tradurlo.

E allora gli grida:

– Senti, noi qua di te non ce ne freghiamo proprio, capito? Noi ci mettiamo a fare la pizza con la scarola, e se vieni nel nostro ristorante prova a chiedermi una di quelle tortillas di merda che ci hai portato per il tuo onomastico, vedrai che buona. Pure nell’acqua, ti sputo, strunz’.

Luigi le è addosso in tempo per soffocarle l’improperio finale. Tutti (o meglio, tutte) guardano.

– E lasciami!
– Rose’, niente sceneggiata… Perdona, sabes, le deve venire il ciclo.

Sgrana gli occhi, incredula.

Il peruviano già stava per scivolare silenzioso nell’ufficio del manager, col suo nome in punta di labbra. Ma ora la squadra, da capo a piedi, e lei si sente nuda sotto il maglione più grande, più gonfio.

Finché non gli vede le labbra storcersi in una smorfia ironica, che vuol essere un sorriso.

– Quand’è così. Va bene, Rosa, per oggi passi, che sono un caballero. Ricorda che quando stai così male puoi sempre chiedere un giorno di malattia. E la prossima volta vai in farmacia. Per queste cose di donne, ormai, ci sono diversi rimedi.

Le colleghe hanno gli occhi bassi. Qualcuna la guarda con un sorriso solidale, da dietro lo schermo del computer.

Rosa attraversa il corridoio tirando Luigi per il bavero della giacca.

– Che cazzo ti è venuto?
– A me? Ma se ti ho salvato il posto di lavoro! E poi scusa, non è vero? Se non stavi male la facevi, questa sparata? Si sa che quando state così siete tutte uterine, specie tu.

Scuote la testa. No, si dice tra sé. Nel suo caso è dismenorrea, ciclo doloroso. L’ha sempre avuto. È come stare col mal di denti per tre giorni di seguito senza potersi togliere la carie. Vorrebbe vederlo, Luigi, in quelle condizioni.

Speriamo che Carlo porti l’Au…

– Carlo!

La valigia. Parcheggiata vicino alla scrivania della segretaria, che li guarda con aria di rimprovero.

– Per ricevere gente dovete avvertirmi prima, o non li faccio passare.

– Sì, sì, scusa – interviene Luigi, prevenendo nuovi scatti di Rosa. – Andiamo in cucina.

– No, me ne torno a Napoli – Carlo si lascia cadere sul divanetto accanto alla scrivania, incurante del giaccone che ci sta sopra. Si prende la testa tra le mani e capiscono che non possono fare altro che aspettare. Infatti, dopo un po’, butta via il giaccone e dice:

– Ragazzi, il ristorante non si apre più.

E Rosa sa che è vero prima ancora di chiedere spiegazioni. Che nell’acqua del peruviano non ci sputerà mai, e deve vedere se il giorno dopo lo guarderà ancora in faccia dalla sua scrivania, o alla fine lui andrà dal manager. Si lascia cadere sul divano anche lei, davanti alla segretaria che la fulmina con gli occhi perché non torna al lavoro, e ascolta la storia.

– Mi ha chiamato ieri notte l’avvocato… Il tuo amico, Luigi, come si chiama? Carlèsss, come me. Dice ci sono problemi. Chiamami domani e ti spiego meglio, fa. Ma quale chiamare, ho preso l’aereo. Tenevo tutto già firmato, mio padre mi aveva dato i soldi, dicendomi che se fallivo stavolta arrivederci e grazie. Arrivo da quello, col primo taxi, in culo alla Diagonal dove sta, e mi dice che c’è la normativa.
– Ma quale normativa? – Luigi scatta, facendo girare la segretaria. – Le abbiamo verificate tutte, tutte le cazzo di normative che vanno trovando questi per mettere su un fetente di ristorante. Le uscite di sicurezza erano a posto. I metri quadrati, adeguati. Non c’erano altri ristoranti nel raggio di…
– E qui casca l’asino. Sai quel parcheggio all’angolo, là vicino? Avevano chiesto l’autorizzazione prima di noi. Ci metteranno su un… nun m’arrecordo manco comme se chiamma… Un Sabors del Món, una cosa così.

Rosa e Luigi si guardano. Conoscono la catena, arrampicatasi da poco per l’Eixample e pronta a invadere, piano piano, pure il centro. Nel Raval non potrebbe mai, inutile pagare 10 euro per un riso indiano che al kebabbaro ti danno per 2 euro. Ma dove volevano farlo loro, il ristorante, sfidando la roccaforte catalana con l’offerta dell’amico di Luigi che chiudeva, hai voglia.

– E come sappiamo – conclude Luigi, la fronte precocemente stempiata resa lucida dal sudore – due ristoranti a così poca distanza non si possono mettere.

Rosa si mette le mani sulla pancia, come se fosse incinta. Le contrazioni sono quelle, decide, ma niente. Non si muove niente. Neanche lei, quando il peruviano le manda la collega francese, per non andare lui a ricevere un’altra sfuriata.

Ma lavora come una zombie, sa che Luigi ha convinto Carlo a restare, che la valigia sta nello sgabuzzino e lui al bar di fronte, ad aspettare paziente che finiscano di lavorare per prendersi una birra in riva al mare.

– Non è il mare di Napoli – commenta che è buio pesto, osservando una ragazza che corre in pantaloncini verso la skyline di Vila Olímpica.

Sono gli unici nella terraza, i tavolini all’aperto riscaldati dalla stufa. Le nuvole sono lì ad aspettare solo di scaricare il loro peso. Rosa si è sganciata il bottone fin dalla seconda clara, non ne può più.

– E come va, con quello, là… Xavi? – chiede Carlo, con un sorriso che dice fammi distrarre pensando ai guai degli altri.
– Come vuoi che vada? – interrompe Luigi. – Pare Ragione e sentimento di Maria Nazionale: scema, che aspiette p’ ‘o lassa’…
Carlo coglie la palla al balzo per rispondere in falsetto ma io lo amo

Rosa si getta su Luigi, lottando coi bottoni della sua giacca, finiscila, finiscila. Ma quello continua, ridendo:

Chillo, è tutto ‘nfamità…
So’ ‘nnammurata…, ribatte Carlo, senza smettere di fissare il mare.

Va bene, pensa Rosa guardandolo. Sfotti me, tu sei quello che ci ha perso di più. Ostenta noncuranza e commenta:

– Questa canzone l’abbiamo cantata tutti insieme proprio qua, no? Per far disperare la prof d’Italiano. Era la colonna sonora trash della nostra gita a Barcellona.

1999. Il millennio era alle porte e Barcellona era Gaudí di giorno, e discoteca di notte.

– Voi stavate nell’altra sezione – ride Carlo. – Quante fughe notturne, sotto gli occhi di Donzelli di Chimica. Facevano pure la ronda notturna col prof. di Latino, e noi mettevamo gli zaini nei letti per fingere di star dormendo, tipo telefilm americano.
– A me Barcellona non piacque manco, allora – ride Luigi. – Che ne sapevo, che ci trovavo l’uomo della mia vita.
– Seh, e quel ricciolone l’ultima sera, quando ci perdemmo per il Gotico… Ancora facevi quello misterioso, dicesti che ci andavi a cercare non so che bar, e invece… Sparito dalla circolazione per tutta la sera.

Luigi sorride, trasportato dai ricordi. Ricordi di 20 anni ancora da compiere. Di una città buona per bersela tutta con menta e vodka, non per lavorarci e mettere su famiglia. Anche se una famiglia Luigi non la può avere, a Napoli.

– Ma la gita più bella fu alla Città della Scienza, con Cardinale di Fisica. Vi ricordate?
– Ua’, sì – risponde pronto Carlo, alzando il bicchiere vuoto per chiedere altra birra, come si fa là.
– Io non ci venni, avevo la febbre – ricorda Rosa, prima che comincino a rivangare cose che lei non sa.
– Facesti male, scema. Dovevi venire con tutta la febbre. Non ci sei mai stata, là?
– No – ammette, a malincuore.
– E vacci. Fu una grande gita. A un certo punto seminammo Cardinale. E io m’infrattai con Enzo Avossa nel Planetario.
Carlo quasi cade dalla sedia.
– L’amico mio? Quello mo’ ha due figli.
– Nessuno è perfetto – ride Luigi, fino a rovesciarsi la birra. – Ma ce l’hai su facebook? Fammi vedere come si è fatto.

Carlo caccia l’iPhone 4.

– No, io non ce l’ho, ma Pasqualino Grimaldi sicuro lo tiene.

Rosa non ascolta nessuno, solo la sua pancia. Niente. Non parla. È arrabbiata con lei. Vuole che la liberi. Ma io come ti libero, figlia mia? Come? Ci pensa un attimo, poggia la clara sul tavolo e dice:

– Facciamolo, ragazzi.

Carlo alza gli occhi dall’iPhone.

– Il bagno di notte? Ma veramente facevi, in metro?
– No. Prendiamo l’altro magazzino. L’altro che offriva il tuo amico, non scontato. Un po’ più grande, a due strade dal nostro. Stringiamo la cinghia e pigliamo quello. Ormai lo sfizio della pizza con la scarola lo tengo.
– Ma ti ricordi quanto sta? – Carlo smanetta nervoso, il blu facebook le balena un momento negli occhi e scopre che ricorda il blu Barilla. No, nel ristorante al massimo pasta De Cecco. Se non la fanno loro a mano.
– Lo so – guarda Luigi in cerca di complici, capisce che stavolta non sarà facile. – Ma pensateci, ormai è fatta. Se torni a casa tuo padre ti dice che sei un fallito e aveva ragione lui. E tu, Lui’, quanto ancora vuoi restare in un call center, invece di fare quello che volevi?
– Ma Joan e io cerchiamo casa, e il mutuo…
– E ja’! – ecco, si arrabbia di nuovo. Il mare frusta furioso la battigia troppo alta, specchio inquieto del temporale che lo minaccia.

Rosa si alza, gli occhi lucidi, il bottone evidentemente sganciato sotto la maglia.

– Almeno pensateci.
– Ragazzi, la Città della Scienza sta bruciando!
– Cosa? – fa Luigi.

Carlo gli passa il cellulare. Rosa si affaccia a guardare.

– È una foto fatta mo’, sta sulla pagina facebook di Lino Grimaldi.

Rosa guarda e non capisce niente. Vede un fiume rosso sul mare di Napoli. Fumo.

Capisce solo che alla Città della Scienza non ci andrà più, come aveva capito quella mattina che il ristorante non si faceva e amen.

E che Napoli è una città che normalmente ti ammazza piano piano, in un giorno non era mai stata così infame. Una città in cui il malessere ristagna sotterraneo, come le catacombe che visitano i turisti, di solito è più discreta, non ti getta la disperazione in faccia in un giorno solo.

Sulla home di facebook si accavallano messaggi di rabbia.

È arrivato il momento di andarsene, fa un amico di Carlo che lei non conosce.

Pure quelli in comune, è tutto un “lasciamo Napoli, adesso”.

– Come se arrivando qua trovassero il Paradiso – sorride Luigi, amaro.
– L’incendio è doloso?

Pare di sì. Stanno bruciando 4 capannoni. Il sindaco…

Rosa afferra la borsa, come un riflesso condizionato che ha dai tempi di casa, e si avvia verso il mare.

– Dove vai? – le grida Luigi. – Hanno già iniziato una petizione…

Da lontano non li sente.

Accende il suo, di smartphone, e sì, nel cordoglio generale qualcuno già si muove. Si parla di conti corrente, flashmob.

Sta talmente ubriaca e dolorante che manco si accorge del messaggio di Xavi, e quando lo fa si sorprende a dirsi che lo leggerà dopo. Ora pensa a come può essere una pizza Planetarium, nel ristorante.

Perché a quei due li convince, il ristorante lo aprono.

E il primo incasso sarà per la Città della Scienza, che non ha mai visto ed è troppo tardi.

Non sa più che pensa. Cerca un pezzetto di luna tra i nuvoloni grigi.

Niente. Ma sa che sta là, nascosta, a spadroneggiare sulle maree.

E allora si lascia cadere e guarda le onde che frustano la sabbia, senza capire se quello che le arriva addosso sia una goccia di pioggia, finalmente, o le maree che le dicono… Cosa?

Qualsiasi cosa le dicano, però, lei risponde.

Da qualche parte, dentro di sé. Nel ventre che ora accarezza con la mano mentre affonda pure i capelli nella sabbia, vinta, contenta.

Qualsiasi cosa sia, la lascia scorrere via come la manciata di pietruzze che ora le cadono dalle mani, spargendosi sulla maglia che l’avvolge paziente, un attimo prima che cominci a piovere.

(finale figo)

(ok, ok, ci do un taglio)

da barnasants.com

da barnasants.com

Per chi c’era: avete presente quella che moriva (dalle risate) in prima fila? Ebbene sì, ora sapete chi picchiare.

Per chi non c’era: visitate subito davidriondino.it.

E dire che mi sono decisa all’ultimo momento, a prenotare il biglietto per la tappa unica (per il momento) di David Riondino a Barcellona: sulle gesta dell’artista, complice anche la permanenza all’estero, ero rimasta ad antichi momenti di gloria a Quelli che il calcio, quando presentava Fazio.

Sono arrivata pure un’ora prima, reduce da un mezzo ‘nciucio ‘e vrachetta (espressione composita che capiranno i napoletani), sul cui esito posso solo far notare che ero lì, appunto, un’ora prima.

Con degli stivali che peraltro promettevano grandi emozioni per il ritorno, verso mezzanotte, a un passo dalla chiusura della metro.

Fortuna che la Luz de Gas, in teoria, chiude le luci del palcoscenico alle 23, e gli spettatori di Cose di Amilcare si anticipano ogni tanto per una cervecilla con tapa.

Mettici pure Matteo, a fare le foto, e siamo al completo. Anzi, già che ci sono gli chiedo come va l’organizzazione dell’evento per sostenere la Città della Scienza, promettendo di aiutare. Per onestà specifico che il sarcasmo delle nostre parti non sempre si apprezza in altre regioni terremotate. Risponde che sfondo una porta culturale aperta, anzi spalancata.

E il concerto che segue al suo auspicio è dei più adatti a suggellarlo.

Comincia con una carrellata di poesie dell’immeritatamente sconosciuto Ernesto Ragazzoni, che ha dedicato la sua vita alla solitudine degli esseri viventi, senza scordare il più solo: il verme solitario. Ed è vero che è il mestiere di Riondino, recitare lunghe poesie simili a filastrocche senza un attimo di esitazione, ma mio padre commenterebbe un po’ invidioso: e nun sputa!

Oddio, un po’ sì, ma è la giusta tensione con cui accompagna il suo omaggio a De Gregori, a cui rivolgiamo un appello: Francesco, amore della mia vita, autore di Sempre e per sempre (‘nnaggia a te), come puoi negare che Giuseppina che cammina sul filo sia farina del tuo sacco? Prima di tutto, fa notare l’interprete, c’è il calcio. Poi c’è il circo. Infine, e soprattutto, la protagonista muore.

Ma tra la trafila di paguri squatters, albatros bastardi e romantiche sule (senza dimenticare l’impegno civile degli appelli ad aggiornare lo stato di famiglia), ce n’è pure per il cinico Pino Paoli, cantautore che non le manda a dire, salvo scapparsene in Africa se la sua amata, medaglia di bronzo in performance erotiche, ha una pagnotta in forno.

Sembra giusto anche, tra le odi al vino e altre godibili canzoni cantautorali, dare spazio a un altro classico della nostra bella can-zone di una volta: i cori alpini. Ed è lì, signori della corte, che muoio in diretta. Piangendo (sempre dalle risate) questi soldati finiti per sbaglio a Copacabana, in uniforme, per resistere serafici ai richiami delle sirene in bikini “amaranto e vermiglio” (poi in trasferta a Pietralata) e morire di fronte al mar. Oppure intenti a offrire mazzi di stelle alpine come panacee per tutti i mali a pastorelle nervose.

E lì già spero che i polifonici montanari ritornino alla fine. Per favore.

Anita Garibaldi in chiusura di concerto fa molto Italia, tanto più che per l’occasione ci diventa partigiana, ma aridatece gli Alpini!

E infatti l’autore ha ormai imparato che chiudere con le canzoni tristi è un po’ cinico, da parte dei nostri cantautori. Il bis, acclamato come otra in un momento di schizofrenia itañola, ce li riporta con una nuova avventura: un marziano nello zaino del capitano, che si porta via l’innocente Manfredi Rolando insieme al mulo tuto barda’.

Sono veramente in apnea. Saluto quasi con gioia il chiudersi delle luci, che preannunciano la mia staffetta Diagonal – Joaquim Costa in 30 minuti. Con tutti gli stivali.

Ma, e non è una cosa che dico spesso, ne sarebbe valsa la pena pure se fossero stati tacco 12.