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Ue’, ue’!

Una volta mi regalarono uno spray antistupro al peperoncino.

Qualche coinquilino qui a Barcellona scherzò sull’opportunità di condirci la pasta, e il più svitato degli amici olandesi se lo spruzzò davvero sul naso, per vedere “di che odorasse”: non vi dico gli effetti.

A parte quest’episodio, non l’ho mai usato. Ma ce l’avevo.

Anni dopo, ho sentito alla radio quello che è l’unico principio che conosca tuttora di difesa personale: “A volte è più pericoloso non fare niente, che agire”. Fosse anche per blandire un potenziale assalitore, prima di cercare un mezzo valido per allontanarsi dalla situazione di rischio.

Quest’idea che sia più pericoloso non fare niente mi è rimasta impressa, la uso anche per cose che non sono più emergenze, perché ormai sono la quotidianità.

Il primo maggio Fotografie segnanti  ha postato una foto di Piazza Plebiscito vuota (“tutti i lavoratori napoletani festeggiano”), e ho segnalato il post. Quella di fannullaggine è sempre stata patetica, come accusa, ma diventava particolarmente grottesca in  un momento che vede tanta gggioventù ingannata e molestata dai datori di lavoro, o pagata una miseria nei bar, perché tanto ci sono “le mance degli americani” (ma il turismo porta ricchezza, eh). Quando non si muore per pochi spicci. 

Dalle reazioni di altri ho notato, però, che intanto mi ero persa qualcosa. Al “sì ma il bidet” che anch’io mi sono scocciata di leggere si contrapponevano due o tre commenti di conterrOnei, magari col sospirato titolo di persona molto attiva, che scherzavano sulla loro pigrizia ineguagliabile. Che non si dicesse che non stavano al gioco.

Quest’atteggiamento generale all’insegna del “sì, ma so ridere, vogliatemi bene” l’ho notato già con la Costa Concordia, con la gara all’ultimo sghignazzo sulle vittime e gli scogli, ed è proseguito quando abbiamo fatto quella figura di merda mondiale con Emily “mozzarellona” Ratajkowsky: ma le donne che “non te la daranno mai” non contano (ed è subito Jerry Calà e trenino Tropicana).

Adesso a quanto pare non si può neanche chiamare cialtrone chi se la prende con un’intera popolazione, sicuro che la maggioranza del suo pubblico riderà con lui.

Un “Te la sei preeesa” aspetta chiunque faccia notare che no, non va bene: non va mai bene prendere per buoni dei cliché e applicarli a un’intera categoria, che siate voi o altri.

Non serve, non illumina, e soprattutto non fa ridere.

Se per ridere avete bisogno di svilire un’intera popolazione, che vi includa o meno, mi dispiace davvero tanto, ma sono sicura che ne uscirete, perché vivo in una città in cui il diritto a indignarsi ha fatto molta strada: anche se non condivido sempre i motivi dell’indignazione.

E non è necessario, per farlo, lanciarsi in una crociata in difesa delle innovazioni ferroviarie d’annata, o dei reperti igienici poco diffusi altrove (che poi sono una grande fautrice della doccetta accanto al water). Capisco anche che il razzismo introiettato si fondi su un classismo d’annata, per cui pensiamo che non criticano mai davvero “noi”, addestrati fin da piccoli a tenere a distanza i “loro” sfaticati, mafiosi, volgari.

Ma è triste insinuare che un’intera categoria fa schifo a prescindere, solo perché il pubblico è dalla tua. Lo penso per il popolo gitano, quello cinese, e per il mio, forse ormai senza reali preferenze. Pensarlo non nasconde problemi sociali e “difetti” (?) legati a quel popolo: questa è un’altra argomentazione fallace di chi non ottiene l’approvazione sperata con le sue critiche.

Dunque, perché non lo capiamo anche noi che dal razzismo simpatico non guadagniamo neanche una manciata di ascolti in più, o l’illusione di trombare almeno stavolta?

Credo sia per tre cose: 1) quieto vivere; 2) “la colpa è della vittima”; 3) rassegnazione.

Il primo caso per me è legittimo, anche se passa per la già menzionata illusione che “non stanno criticando noi”: vedrete invece come il classismo assimilato fin dall’infanzia non ci servirà a evitarci i cliché, appena l’accento rivelerà la nostra origine.

Del secondo caso ho un esempio triste: le persone bianche che dicono a quelle nere che “devono avere più autostima”. Se l’avessero, le discriminerebbero meno. Quest’articolo si chiede appunto come l’autostima possa risolvere conflitti sociali e discriminazioni. Ammesso che lo faccia, sarebbe una lotta lunga e contraddittoria che certo non spetta alla vittima intraprendere. Può farlo, ammesso che manchi effettivamente di autostima, ma non deve.

Quanto alla rassegnazione, per quella ho un esempio stupido: la gente che, a Trono di Spade finito, cerca per forza di trovare un senso alla deriva di certi personaggi. Non mi fraintendete: vi è piaciuta la fine? Capisco. Non vi è piaciuta ma ci volete trovare per forza un senso? Ripetete con me: “Fa. Cagare”. Sono solo due parole, e passate avanti.

Per tornare all’argomento iniziale (non lo spray antistupro, il razzismo!) vorrei ricordare che i cliché non sono sempre negativi, ma servirci di quelli “positivi” (?) può essere un’arma a doppio taglio.

Concludo infatti con questa definizione che piace tanto su Napoli, fatta da un borghese settentrionale che sapeva di esserlo. Per la verità parlava nel 1975, ma siccome siamo fuori dalla storia…

I napoletani oggi sono una grande tribù che anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg o i Beja, vive nel ventre di una grande città di mare.

Questa tribù ha deciso – in quanto tale, senza rispondere delle proprie possibili mutazioni coatte – di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la storia o altrimenti la modernità. La stessa cosa fanno nel deserto i Tuareg o nella savana i Beja (o fanno anche, da secoli, gli zingari): è un rifiuto, sorto dal cuore della collettività (si sa anche di suicidi collettivi di mandrie di animali); una negazione fatale contro cui non c’è niente da fare. Essa dà una profonda malinconia, come tutte le tragedie che si compiono lentamente; ma anche una profonda consolazione, perchè questo rifiuto, questa negazione alla storia, è giusto, è sacrosanto.

Veramente a casa tutti bene, grazie.

Credo anche dai Tuareg, ma per una volta chiedetelo a loro.

 

 

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L'immagine può contenere: 8 persone, tra cui Marcello Belotti, persone che sorridono, folla e spazio all'aperto

Foto di Stefano Buonamici @stefanobuonamiciphotographie

Stamattina, Gad Lerner ha postato questo brano di Francesco Matteo Cataluccio. Mi ha colpito l’alzata di scudi, anzi di… offendicula, contro una famiglia di senegalesi subentrata nel condominio d’infanzia dell’autore. A Barcellona lo fanno a volte contro noi stranieri europei, mischiando un po’ le carte della filosofia locale Refugees welcome, tourist go home

Mercoledì, i miei amici a Barcellona manifestavano con la comunitat gitana in solidarietà con i rom italiani. Io, invece, ero in giro per Napoli a fare cose.

Tipo la dichiarazione dei redditi, seduta su una panchina in Via Luca Giordano.

Oppure il Lascia o raddoppia a distanza per vendere casa.

Oppure leggevo un brano del mio racconto contenuto in questa raccolta: il piglio allegro della presentazione mi aveva fatto escludere il passaggio, un po’ didascalico, che voleva provare al pubblico che noi vegani non siamo il diavolo. Ma sembra che oggi, ancor più del seitan preconfezionato a peso d’oro, vanno di moda i pregiudizi.

Soprattutto, giravo per Piazza Garibaldi, tra i baretti che una volta vendevano marenne unte, e che ora sono pizzerie fresche di restyling, in cui qualche cameriere nero “come il carbon” s’industria a parlare l’inglese che i colleghi autoctoni non tanto masticano.

In una traversina del Corso Umberto, tra icone sacre del XIX secolo, i negozianti pakistani chiudevano le saracinesche tra i pochi turisti e gli autoctoni che rincasavano: avevo trovato il posto in cui avrei potuto essere di qualsiasi posto, l’unico che ormai senta davvero mio.

Resta l’impressione che il problema non sia solo di etnia, ma di classe: in Italia non vogliono i poveri. Forse si sarebbero levati meno offendicula se l’autore del brano di cui sopra avesse dichiarato che ad abitare in quel palazzo ci sarebbe venuto “l’ambasciatore del Senegal“. Stessa cosa del mio antico proprietario, a Forcella (…), che aveva schifato un vietnamita perché “non voleva cinesi”, per poi andarci d’amore e d’accordo quando aveva visto che era uno studente fuorisede come tanti. Il pregiudizio è che tutti gli stranieri non nordici siano migranti, e che tutti i migranti siano poveri. E i poveri, si sa, sono anche brutti, sporchi e cattivi. Metti che sputano a terra e fermano le ragazze più di tanti miei compaesani. Metti che l’odore dei loro cibi invade le scale più del ragù, e, se non ti piace respirare quello un’intera domenica, si vede che era carne c’ ‘a pummarola.

W i poveri, dunque, e se stranieri meglio ancora: ci permettono di passare sottogamba le evasioni fiscali, la caccia alle raccomandazioni, e la paura che nostro figlio non trovi mai lavoro. E non perché c’è uno straniero a rubarglielo, che nostro figlio “non ha studiato per tanti anni per andare a raccogliere pomodori”; ma perché chi concentra tutta l’attenzione su quanto siano brutti, sporchi e pericolosi gli stranieri non è in grado di dargliene uno.

Alla luce di tutte queste osservazioni, è la prima volta che mi sento davvero straniera anch’io.

Risultati immagini per una noche fuera de control cartel Camminavo verso plaça Espanya, in grave ritardo sulla mia passeggiatina serale, quando mi ha colpito un dettaglio del cartellone cinematografico che ultimamente mi nasconde la vista di chi aspetta l’autobus sul Paral·lel.

Stavolta a interessarmi non erano né Scarlett Johansson né le comprimarie alle prese con un improbabile addio al nubilato, ma il nome della regista e sceneggiatrice: Lucia Aniello.

E niente, ho pensato che, per vedere una Lucia Aniello su un manifesto di Hollywood ne sono passati, di piroscafi sull’Atlantico.

Perché per me, napoletana di ceto medio che a sua volta non si chiama proprio Jennifer, Lucia Aniello è un nome “con le mani”. Lo diceva ai primi del ‘900 il filosofo Eugeni d’Ors, a proposito di una Teresa che veniva, per lui, a rappresentare tutta la “razza” catalana. Invece una Lucia Aniello, nei pregiudizi delle parti mie, potrebbe evocare una mamma a tempo pieno in grado d’indovinare i tempi di cottura della pasta ammescata nei fagioli.

E mai m’immaginerei di vederla su un manifesto di Hollywood.

Per tre motivi:

  1. è donna;
  2. è terrona;
  3. non chiamandosi Martina o Valentina o Simonetta, nomi in voga ultimamente dopo secoli di Mariegrazie e Immacolate, possiamo sospettare che sia “di umili origini”.

Perché una Lucia così finisca a Hollywood, questa matassa informe di pregiudizi che mi fa schifo pure scodellarvi si deve disfare e tornare a imbrogliare, si deve mescolare con altri grovigli di popoli e culture e deve sopravvivere pure a quelli, ai nuovi pregiudizi, ai nuovi immaginari.

Emigrare è anche questo: spostare immaginari, cambiarli di forma, rielaborarli. Reinventarsi.

Restare? Restare è combattere, secondo qualcuno. Contro i pregiudizi di classe, di genere, di etnia. Magari con l’aiuto di chi se n’è andato, ora che andarsene non significa farlo per sempre.

In attesa che una Lucia Aniello, donna e terrona come me, e pure povera, finisca dalle periferie ai manifesti di Ollivùd.