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La zuppa di Kai Xuan, in c. Roger de Flor, da: https://www.timeout.com/barcelona/restaurants/kai-xuan

Finalmente sono tornata al cinese! Quello di Sant Antoni che non ci volevo credere, fosse “autentico” (cioè, non schifato dalla clientela cinese). Lo sosteneva un amico canadese, e sì, ci avevo i pregiudizi su cosa potesse considerare “autentico” lui. Magari ci trovavo l’equivalente cinese dei mitologici parpadelli pocchini, versione “estera” delle pappardelle ai porcini. Una roba più contraffatta delle borse LV da bancarella, insomma.

Invece in quest’umile trattoria, gestita da una tipa che o ti parla inglese o ripete a manetta “shie shie”, hanno la stessa insalata di tagliolini del ristorantone per cerimonie vicino Arc de Triomf, in cui vedi una famiglia allargata cinese sparire in una saletta laterale, e tempo cinque minuti inizia una processione di vassoi e pirofile, con pietanze che non sapresti identificare nel menù. In quel posto, un amico giapponese è arrivato a ordinare in lingua originale il riso con la senape secca, un piatto che mi faccio a casa perché me lo veganizza solo Chen Ji (che è il più famoso, ma anche il più affollato e, per me, il più approssimativo).

L’amico poliglotta stava già diventando il mio mito assoluto, poi la cameriera gli ha chiesto “Porzione grande o piccola?”, e mi è andato in crisi: “In spagnolo, per favore?”. Per qualche arcano motivo, lui ha mangiato con la forchetta (secondo me gli sembrava più un risotto, rispetto alla solita scodellina al vapore) mentre io sollevavo i miei tagliolini con le bacchette: nel chiostro dell’università a Napoli mi sfottevano, quando le usavo col riso alla cantonese da asporto per studenti, ma le utilizzo spesso anche a casa. Magari, invece che con i capellini di riso, mi preparo le zuppe con le tagliatelle Delverde, che mi rifiuto di spezzare. E allora provateci voi, a usare la proverbiale forchetta nel brodo!

“Siamo la globalizzazione” ho detto quella volta a bacchette ferme, di fronte a un giapponese che mangiava riso cinese con la forchetta.

E in un mondo globalizzato ci sono le preferenze, lo so: il coronavirus fa più notizia dell’AIDS non ancora debellato, e i giornali devono pur vendere prima di sfracellare le gonadi con Sanremo… Non oso nemmeno nominare i femminicidi, come piaga dei nostri tempi, che da raptus a virus non ci vuole niente: avremmo una scusa in più per parlare di “follia momentanea”, e dei vari “l’uomo non ci ha visto più” (però vedeva perfettamente quella tanica di benzina preparata ad hoc). Mi sa che quello contro il femminicidio sarebbe l’unico vaccino, farlocco, che accetteremmo senza condizioni.

Ebbene sì, ho visto anche qualcuno parlare di… maschicidio, credendo che femminicidio indicasse ogni omicidio che coinvolgesse una donna. Far ragionare individui del genere si rivela spesso un’impresa. D’altronde, su Facebook, una ragazza sottolineava che con il coronavirus eravamo tutti in allarme, ma un preservativo, per carità, “mi fa perdere sensibilità”, e nessuno nei commenti sembrava notare il riferimento al paradosso della contraccezione: noialtre siamo fertili sei giorni circa al mese, ma dobbiamo spararci la bomba ormonale della pillola perché lorsignori devono “sentire di più”. Due tizi mi hanno scritto di non aver capito il mio commento in merito: ora, l’avrò pure formulato male, ma viste le decine di “Mi piace” qualcuno c’era arrivato. D’altronde, l’episodio che ho vissuto con un educatissimo movimento politico recente non dev’essere un caso isolato di cecità alle questioni di genere. Un altro virus?

Temo che il peggiore, in un paese che si affaccia domani al più tristo dei festival musicali, sia l’incorreggibile pretesa di sapere tutto. Se i problemi ci sono anche altrove, raramente ho visto in giro un simile misto d’ignoranza e prosopopea.

Ringrazio Non una di meno, le realtà locali che provano sul serio a fare qualcosa, e spero sempre di poter costruire ponti tra città gentrificate, vittime di un turismo che distribuisce povertà, invece di aumentare la ricchezza per i più.

Tuttavia, non riesco a fare a meno di pensare a quel video delle prescindibili t.A.T.u. (vedi sotto), che però mi offriva per primo un concetto interessante: le due protagoniste, innamorate l’una dell’altra, si dibattono dietro delle grate come se fossero nel cortile di un penitenziario, o addirittura in prigione, mentre una folla di moralisti le osserva schifata.

A fine video, ti accorgi che loro sono libere: dietro le sbarre c’è proprio la folla.

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miriammoralespolar.com

Mi osservi più curioso che stupito.

Non ne vedi tante, come me. Magari le intravedi dal carrozzino, in strada, ma mai sedute, mai a mangiare, come in questo ristorante vicino ad Arc de Triomf, con questa roba così colorata nel piatto che è la stessa di tua madre, ma a tua madre è bianca, e la mangia bene.

Io invece lotto col mio riso, con questi occhi strani. Enormi, vero? Di un colore mai visto. E il nasone, poi. I capelli non farci caso, è per una roba alla camomilla che mi ha regalato mio padre. Fa il medico ma di corpi, da dove vengo io si curano solo quelli, e spesso sono corpi come il mio, con gli occhioni grandi e i nasoni e i capelli colorati.

Ti sorrido e mi chiedo se ti faccio giustizia. Guardo di nuovo il libro aperto avanti a me, scritto in segni che troveresti sgraziati, senza fantasia. Parla di persone che 100 anni prima che nascessi tu facevano arte, ma roba strana, che non si capiva subito, e sai che dicevano?

Che lo spettatore ideale è un bambino, che ancora non conosce le regole stupide del mondo.

Magari hanno ragione loro. Magari i miei occhi non ti sembrano strani per nulla, son solo occhi. E il nasone, pazienza. E i capelli ti ricorderanno l’oro finto del vasellame che spero tua mamma scarti, nei negozi qua vicino, quelli coi nomi che sono aironi che volano e giardini felici e che presto tu capirai e io forse mai.

Magari a te adesso andrà tutto bene: la gente come me, quella come te, quella che mangia con la forchetta, quella che mangia con le bacchette, quella che ha due papà, quella che ha due mamme, perfino quella che dice che io e te veniamo da due mondi diversi e non ci capiremo mai, quindi meglio separati e ognuno al paese suo.

Ma a te va di partire, tesoro mio?

A me no. E tu qua ci sarai nato, quindi…

Quindi adesso esci, i tuoi occhietti diventano virgole allegre in un sorriso alla cameriera, che tua mamma saluta in cinese.

Torno anch’io alla mia lezione, sui bambini che capiscono il mondo.